Nobel italiani per la Letteratura: Pirandello

Eccoci al terzo appuntamento della rubrica Nobel italiani per la Letteratura: parliamo di Luigi Pirandello, vincitore del premio nel 1934.

La fantasia abbellisce gli oggetti cingendoli e quasi irraggiandoli d’immagini care. Nell’oggetto amiamo quel che vi mettiamo di noi.

Luigi Pirandello

 

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Luigi Pirandello (Girgenti, oggi Agrigento 1867 – Roma 1936), scrittore italiano, uno dei massimi drammaturghi del Novecento. Anche se la sua fortuna critica è sempre stata molto controversa (soprattutto in Italia), Pirandello è uno dei pochi scrittori italiani del XX secolo che abbia saputo conquistarsi una fama internazionale: non tanto per il premio Nobel (1934), quanto grazie allo straordinario numero di compagnie che ne mettono in scena i drammi in molti paesi del mondo.

Cattura

Le prime opere e i romanzi

 

Luigi Pirandello nel 1892.

Luigi Pirandello nel 1892.

Dopo aver esordito come poeta con Mal giocondo (1889), conseguì la laurea in filologia romanza all’Università di Bonn. In seguito si dedicò all’insegnamento della letteratura italiana, pubblicando nel 1894 le prime novelle, Amori senza amore. Nello stesso anno sposò Antonietta Portulano, che gli avrebbe dato tre figli. Nel 1901 pubblicò il suo primo romanzo, L’esclusa, che segna il passaggio dal modello narrativo verista allo stile ‘umoristico’, cioè a una caratteristica mescolanza di tragico e comico, che da quel momento avrebbe caratterizzato la produzione pirandelliana.

Maria Antonietta Portolano.

Maria Antonietta Portulano.

Nel 1903 lo scrittore si trovò improvvisamente in rovina e con la moglie in preda alla pazzia; risale a quest’epoca la stesura della sua migliore opera narrativa, il romanzo Il fu Mattia Pascal (1904). A questo seguirono altri romanzi, tra i quali spiccano I vecchi e i giovani (1913) e Uno, nessuno e centomila (1925-1926), che rappresenta per molti aspetti una specie di consuntivo ideologico finale.

Di ciò che posso essere io per me, non solo non potete saper nulla voi, ma nulla neppure io stesso.

Il teatro e le novelle

 

Soltanto intorno al 1910 Pirandello si decise ad affrontare anche le scene, pur avendo scritto fin dall’adolescenza testi teatrali. Dopo aver ottenuto un buon successo con Pensaci, Giacomino! e Liolà (entrambi del 1916), egli precisò i nuclei fondamentali della propria ispirazione con Così è (se vi pare) (1917) e Il giuoco delle parti (1918). L’anno decisivo per la notorietà pirandelliana fu tuttavia il 1921, quando, per la sua audacia sperimentale, il dramma Sei personaggi in cerca d’autore prima venne fischiato a Roma e poco dopo ottenne a Milano un clamoroso successo, che proseguì subito dopo in America e che continua tuttora. A questo seguì il successo della tragedia Enrico IV (1922), che consacrò definitivamente Pirandello fra i massimi drammaturghi mondiali.

Fra le numerosissime opere teatrali dello scrittore agrigentino è necessario ricordare la trilogia del ‘teatro nel teatro’, composta, oltre che da Sei personaggi in cerca d’autore, da Ciascuno a suo modo (1924) e da Questa sera si recita a soggetto (1930). La produzione novellistica pirandelliana, nucleo generatore dei suoi drammi, è raccolta nelle Novelle per un anno (1922-1937).

Luigi Pirandello con la famiglia.

Luigi Pirandello con la famiglia.

 

 

 

 

La tragedia borghese

 

Pirandello è probabilmente l’autore che meglio rappresenta il periodo che va dalla crisi successiva all’unità d’Italia all’avvento del fascismo. Pochi come lui ebbero coscienza dello scacco subito dagli ideali del Risorgimento e dei complessi cambiamenti in atto nella società italiana. Sul piano letterario il suo punto di partenza fu, come per gran parte degli autori nati nella seconda metà dell’Ottocento, il naturalismo. Fin dal primo momento però l’oggetto privilegiato, o pressoché esclusivo, delle rappresentazioni pirandelliane non fu il mondo popolare bensì la condizione della piccola borghesia. Da questa prospettiva lo scrittore seppe sviluppare una corrosiva critica di costume, cogliendo in profondità la crisi delle strutture tradizionali della famiglia patriarcale. Poiché però anch’egli apparteneva alla piccola borghesia, finì per assolutizzarne i dubbi e le sofferenze, che rappresentò come il segno di una condizione eterna di tutti gli esseri umani.

Firma di Luigi Pirandello.

Firma di Luigi Pirandello.

D’altro canto, fu proprio la direzione esistenziale e metafisica assunta dalla sua ricerca a portarlo molto vicino alle posizioni di alcuni dei più grandi scrittori europei del XX secolo. Paragonato, volta a volta, a Kafka o a Camus, a Sartre o ai drammaturghi del teatro dell’assurdo (Beckett, Ionesco), Pirandello è stato uno dei pochissimi scrittori italiani del Novecento capaci di raggiungere una fama mondiale: ancora oggi i suoi drammi sono, dopo quelli di Shakespeare, i più rappresentati in tutto il mondo.

Mangia il Governo, mangia la Provincia; mangia il Comune e il capo e il sottocapo e il direttore e l’ingegnere e il sorvegliante… Che può avanzare per chi sta sotto terra e sotto di tutti e deve portar tutti sulle spalle e resta schiacciato?

Il mondo dell’apparenza

 

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Al centro della poetica pirandelliana, delineata nel saggio l’Umorismo (1908), sta il contrasto tra apparenza e sostanza. La critica delle illusioni va di pari passo con una drastica sfiducia nella possibilità di conoscere la realtà: qualsiasi rappresentazione del mondo si rivela inadeguata all’inattingibile verità della vita, percepita come un flusso continuo, caotico e inarrestabile. In un mondo dominato dal caso e privo di senso, Pirandello conferisce alla letteratura il compito paradossale di mostrare l’inadeguatezza degli strumenti logico-linguistici di interpretazione della realtà. L’arte, espressione del dubbio sistematico, diventa così coscienza critica, dovere morale dello scrittore contro le mistificazioni e i falsi miti costruiti dagli scrittori del decadentismo, a cominciare da Gabriele d’Annunzio.

L’umorismo è un fenomeno di sdoppiamento nell’atto della concezione; è come un’erma bifronte, che ride per una faccia del pianto della faccia opposta.

Curiosità

 

  • A Luigi Pirandello è stato dedicato l’asteroide 12369 Pirandello. Si tratta di un asteroide della fascia principale. Scoperto nel 1994, presenta un’orbita caratterizzata da un semiasse maggiore pari a 2,2928839 UA e da un’eccentricità di 0,0883439, inclinata di 4,96336° rispetto all’eclittica.

  • Luigi Pirandello frequentò Arsoli per molti anni soprattutto durante i periodi estivi dove amava dissetarsi con una gassosa nell’allora bar Altieri in piazza Valeria. Il suo amore per il paese si ritrova nella definizione che egli stesso diede ad Arsoli chiamandola La piccola Parigi.

Approfondimenti

 

Leonardo Sciascia parla di Luigi Pirandello.

Nel seguente brano, che riproduce il discorso commemorativo da lui pronunciato a Palermo nel 1986 per il cinquantenario della morte di Luigi Pirandello, Leonardo Sciascia individua tre punti da cui partire per una lettura critica corretta dell’opera del grande drammaturgo e narratore suo conterraneo: la Sicilia, ossia la cultura e la tradizione da cui Pirandello prese le mosse; la religione dello scrivere invece di vivere – Pirandello diceva “la vita o la si vive o la si scrive” – e il rapporto dello scrittore con la cultura francese, in particolare con Montaigne e Pascal, che fu più importante di quello, generalmente riconosciuto, con la cultura tedesca.

Tre scrittori hanno attraversato questo secolo dando nome – il loro nome – alle nostre inquietudini, ai nostri smarrimenti, alle nostre paure e al tempo stesso, per quella catarsi o misura di contemplazione che è nelle rivelazioni dell’arte, permettendoci di viverle con temperata ansietà e disperazione: e uso questa parola – temperata – nel senso musicologico dell’accordare, dell’accordarsi, dell’accordarci; e del farsi ogni nota più pura, più cristallina, più vibrante. E sono, questi tre scrittori, Pirandello, Kafka, Borges.
In quanto al quarto cui certamente alcuni di voi stanno pensando, non è stato dimenticato: semplicemente non c’entra. O c’entra, in disparte, in quel che ha di diverso o gli manca, per aiutarci a spiegare l’elezione dei tre che abbiamo nominato: la diversa elezione, il diverso valore.
Diceva Savinio che Proust è scrittore dalla frase lunga e dal pensiero corto: e si può anche pretendere come una battuta nata dall’insofferenza e faziosità che uno scrittore legittimamente sente – e non può non sentire – nei riguardi di certi altri scrittori, e specialmente di quelli più artatamente emergenti e gridati.
Sappiamo bene che si può non badare al “pensiero corto” di Proust, presi dagli incanti della sua “frase lunga”; ma quando Savinio, alla voce Proust della Nuova enciclopedia, ci dà spiegazione della battuta che già avevamo incontrato nei Souvenirs, ecco che ci facciamo più attenti e consenzienti.
Il punto da cui parte l’incrinatura, la linea di separazione – tra Pirandello, Kafka e Borges da un lato, Proust dall’altro – è proprio quello indicato da Savinio: la mente, l’intelligenza, il pensiero: che in Proust si restringono e devolvono ad una sottospecie o sovraspecie in estinzione della società umana non solo, ma della società francese per di più – o per di meno; il che fa della Recherche – con tutta la carica moralistica che le si voglia attribuire – la grande e affascinante cronaca di una particolare e particolareggiata decadenza.
E si capisce che non intendeva Savinio, né noi intendiamo, parlare del pensiero sistematico e, per così dire, tecnico dei filosofi forti o deboli che siano; ma di un pensiero, piuttosto, che crediamo di poter definire con l’epigrafe che Stendhal pone al capitolo tredicesimo di Il rosso e il nero e che non attendibilmente – come quasi sempre capita con Stendhal – attribuisce all’abate di Saint-Réal: “Un romanzo: ecco uno specchio portato lungo una strada”.
E chi conosce Stendhal sa bene quanto questa battuta, che senz’altro possiamo dir sua, sia da collocare a ingente distanza da ogni intenzione o presentimento verista.
La strada come metafora della vita; e lo specchio come metafora della mente. Nulla di più lontano dalle cose come sono – ammesso che le cose siano – di uno specchio: e non per nulla la parola speculare si dirama nel significato che viene da specchio e nel significato che viene dal pensare.
E si noti, incidentalmente, come in questa epigrafe ci sia un vago ma irresistibile richiamo, per noi, alla macchina da presa; e qui ed ora, quasi come ad uno sviluppo del tema, nell’associarsi del romanzo al mezzo cinematografico, al Si gira… di Pirandello, poi intitolato Quaderni di Serafino Gubbio operatore, che tra le sue opere è forse la più ingiustamente trascurata.
Dunque: Pirandello, Kafka, Borges. E come Bertrand Russel diceva che tutta la filosofia occidentale non è che un’annotazione in margine a Platone, con eguale carica di spregiudicatezza, di paradosso, di estremismo, mi pare di poter dire che tutta la letteratura di questo nostro secolo è un rameggiare, uno svolgersi, un respirare (e anche un dibattersi) da questi tre scrittori.
Non c’è altro scrittore in questi nostri anni che, leggendo un suo libro – romanzo, racconti, poesie, testimonianze di vita e d’arte – ad un certo punto, e a più di un punto, non ci costringa a levar gli occhi dalla pagina per farci intenti a cogliere la provenienza e il timbro dell’eco che in quella pagina, appena avvertibile o chiaramente risonante, abbiamo sentito. Ed è l’eco di Pirandello o di Kafka o di Borges – o, in questi ultimi anni, e in certi casi, dell’intramarsi di tutti e tre.
A somiglianza di quelli astronomici, la letteratura e le arti hanno dei sistemi: ma con tutto ciò – si capisce – di cui la fluida presenza del tempo è condizione. Le stelle fisse, i pianeti, i satelliti; e con passaggi di comete e sfrecciare di meteore e meteoriti. E non che in tali sistemi si realizzino, nel volgersi e ruotare di quelli che possiamo dire i corpi minori, mimesi spurie e inautentiche (che pure vi sono, ma molto precariamente ammiccanti): vi si realizza, piuttosto, attraverso particolari intuizioni e riflessioni, in rappresentazioni di più o meno ingente originalità e vigore, il comune sentimento del tempo, dei problemi che la vita, la storia, la società pongono a quel momento e sempre in uno – indissolubilmente – al grande, immenso e quanto l’uomo eterno, problema dell’esistenza, dell’esistere. Il che può anche configurarsi nelle forme che approssimativamente possiamo dire del gioco, come a volte anche a Pirandello accade e a Borges peculiarmente. Ma non inganni il configurarsi in gioco: anche se come su una scacchiera lo scrittore affronta sempre la sua partita col mondo, con la vita, col mistero, con l’assurdo, col dolore.
A questa specie di dispositivo so bene che occorrerebbe una lunga motivazione, suscettibile – so altrettanto bene – di discussione o disapprovazione. Ma io spero che nessuno si aspetti da me – conoscendo o meno quello che finora su Pirandello ho scritto – una disamina ordinata e, come oggi si suole dire, esaustiva dell’opera. Ci vorrebbe altro; e ci vuol altro. Del resto in questo cinquantenario della morte, si sta tanto parlando di Pirandello in quelle sedi che istituzionalmente si ritengono legittimate a parlarne, che è da sperare ne venga fuori una somma finalmente attendibile; ma non priva, questa speranza, della preoccupazione che ne venga anche una saturazione e insofferenza qual quelle che si esprimono nel detto del mettiamoci una pietra sopra – o tutta una grave mora di pietre. A volte le celebrazioni, e particolarmente da noi, inconsapevolmente nascondono il desiderio e l’esortazione a dare pietre a sotterrarli ancora, gli scrittori, gli artisti, gli uomini rappresentativi di cui ufficialmente, alle scadenze temporali, viene conclamata la grandezza sempre in atto, sempre attuale.
Non dunque un discorso esegetico, vuole essere il mio, ma soltanto una breve e quasi assolutamente personale memoria di un soggiorno nell’opera pirandelliana che quasi coincide con quello che lo stesso Pirandello chiamava “l’involontario soggiorno sulla terra”, il mio involontario soggiorno sulla terra. Sui libri di Pirandello io ho passato molte ore della mia vita; e moltissime a ripensarli, a riviverli. Lo scarto tra i suoi libri e la vita è stato per me sempre minimo: e direi quasi soltanto per il fatto che i libri sono materialmente, fisicamente libri. È un paradosso, lo so: e forse nessuna poetica, nessuna estetica, potrebbe accoglierlo; ma è il miglior grado di approssimazione per esprimere quello che sento rispetto a questo mio strettamente conterraneo scrittore.
Tutto quello che ho tentato di dire, tutto quello che ho detto, è stato sempre, per me, anche un discorso su Pirandello: scontrosamente, e magari con un certo rancore, prima; cordialmente e serenamente poi.
C’era dapprima, a darmi volontà di allontanarmene e di essergli ostile, il suo fascismo: negli anni in cui l’antifascismo più urgeva ed era necessario a coloro che, come me, sotto il fascismo avevano passato i primi vent’anni della loro vita; ma c’era, soprattutto, il fatto, che sentivo come una costrizione, come un’imposizione, di non poter vedere la vita – nell’immediatezza del luogo e del tempo in cui la vivevo e nel conseguente dilagare in più vasta e dolorosa meditazione – di non poter vedere la vita altrimenti di come lui la vedeva. Sicché posso dire – come altrove ho già detto – che il mio rapporto con l’opera pirandelliana ha una qualche somiglianza col rapporto col padre: che si sconta dapprima sentendolo come ingiusta e ossessiva autorità e repressione, poi sollevandoci alla ribellione e al rifiuto; e infine liberamente e tranquillamente vagliandolo e accettandolo, più nel riscontro delle somiglianze che in quello, tipicamente adolescenziale, delle diversità.
Ho detto, e ribadisco, dell’immediatezza con cui l’opera di Pirandello, per il luogo ed il tempo in cui mi sono trovato a nascere e a vivere, si dispiegò in tutta la sua verità e profondità e sofferenza. Pirandello è nato più di mezzo secolo prima che io nascessi: ma il modo di essere, la condizione umana, la situazione economica e sociale della provincia di Girgenti non erano allora molto diverse, e si potrebbe anche dire per nulla, di quelle che mi si rivelarono appena in grado di discernerle, di coglierle, di farmene coscienza.
Pirandello ha operato per me una specie di catalizzazione, di precipitazione: la realtà mi si è fatta più reale, la verità più vera. E s’intende che questa parola – verità – altra traduzione ed esplicazione non consente, in Pirandello, che questa: la verità della “trappola”, della “pena di vivere così” – o quella, più umile e grottesca, per cui Tararà, dicendo la sua, si prende una condanna a tredici anni di reclusione, invece dell’assoluzione che avrebbe avuto mentendo.
Da ciò è venuta l’affermazione e investigazione che vado facendo da anni sul Pirandello “siciliano” e cui anche qui, lasciando ora l’autobiografia, voglio approdare. Savinio – ancora Savinio – ha scritto una volta che Pirandello aveva avuto la sfortuna che sulla sua fama si era per lo più pronunciata gente inattendibile. Grandissima la fama, ma per lo meno inattendibili le voci che l’hanno proclamata e il modo. E mi sento in dovere di ripetere il perloppiù di Savinio non dimenticando, e anzi ricordando, le attendibili pagine su Pirandello di Federico Tozzi, di Massimo Bontempelli, di Giacomo Debenedetti, dello stesso Savinio, di Gaspare Giudice, di Georges Piroué, dei due altri critici francesi – Paul Renucci e André Bouissy – che hanno curato i due volumi del teatro pubblicati nella biblioteca della Pléiade.
Aggiungerei anche, meno per lo svolgimento del discorso critico e più per le suggestioni e gli incentivi che ne vengono, le pagine sul Pirandello “religioso” del palermitano Pietro Mignosi, che significativamente furono dallo stesso Pirandello apprezzate e la cui istanza si può riassumere nell’affermazione dello scrittore, in una lettera a Silvio D’Amico, di essere “religiosissimo” e di sentire e di pensare Dio in tutto quel che pensava e sentiva.
Comunque, per schematicamente abbreviare, i punti da cui partire per un più “attendibile “ discorso su Pirandello, per una più libera e acuta lettura dell’opera sua, a me pare siano questi: 1) la Sicilia: non solo come “luogo delle metamorfosi” delle creature in personaggi, dei personaggi in creature, della vita nel teatro e del teatro nella vita – un luogo, insomma, in cui più evidente, concitato e violento si fa “el gran teatro del mundo”; ma il luogo, anche, di una cultura e di una tradizione da cui Pirandello decolla verso spazi vertiginosi (e qui bisogna tenere un certo conto della sua iniziale e poi alquanto persistente affinità al mondo realistico, fiabesco e anche “spiritistico” di Luigi Capuana); 2) la “religiosità”: che, si capisce, non ha nulla a che fare con le religioni rivelate, con la chiesa e con le chiese, anche se molto ha a che fare con l’essenza evangelica del Cristianesimo, ma che soprattutto si riconosce in quella che tout court possiamo dire la sua religione dello scrivere, dello scrivere come vivere, dello scrivere invece di vivere (“la vita” diceva “o la si vive o la si scrive”: e nella sua scelta di scriverla c’è evidentemente un religioso eroismo); 3) il suo rapporto con Montaigne, mai finora scrutato, e l’antagonistica attrattiva che certamente Pascal esercitò su di lui: e ci vorrebbe una ricerca da elaboratore elettronico – ma meglio se fatta da mente umana – per estrarre dall’opera di Pirandello i momenti diciamo pascaliani, di sentimento e sgomento cosmico particolarmente. E avendo fatto questi due nomi – Montaigne e Pascal, grandi pilastri nell’edificio della letteratura francese – ne discende in definitiva la necessità di esaminare e puntualizzare il rapporto di Pirandello con quella cultura: rapporto che finirà col rivelarsi molto più importante ed effettuale di quello, che è ormai luogo comune riconoscergli, con la cultura tedesca. Ed anche questo punto, cui ho voluto dare rilevanza a sé, in verità si appartiene al Pirandello “siciliano”, poiché il rapporto con la Francia è un dato inalienabile della cultura siciliana, e di grande intensità particolarmente lo era negli anni formativi di Pirandello.
E voglio finire con un aneddoto che riguarda il Pirandello siciliano e che, nella dilagante stupidità di oggi, che tende a relegare la Sicilia in una particolare etnia (si ha il pudore di non usare la parola “razza”: ma soltanto di non usarla), assume un grande significato. Nel 1932 Emilio Cecchi, che dirigeva la Cines, comunica a Pirandello l’intenzione di trarre un film dalla novella Lontano. Ma ha uno scrupolo: “nella novella come sta scritta, il marinaio norvegese si sente irresistibilmente attratto da una vita più vasta, e dai ricordi della patria, per il fatto di trovarsi legato, con il matrimonio, ad un ambiente meno che meschino; in fondo è in lui l’insofferenza dell’uomo appartenente a civiltà più energiche e libere, naufragato in un’isola abitata da gente ristretta, fra la quale egli sente mancarsi il fiato”.
Cecchi, scrittore che tuttora amo, era affetto da una invincibile idiosincrasia nei riguardi della Sicilia, dei siciliani: e la si può più immediatamente riscontrare nei suoi Taccuini, oltre che in questa sua lettura della novella Lontano. La novella non sta scritta come lui la leggeva; e Pirandello infatti così risponde: “Caro Cecchi, il contrasto non è tra due civiltà; ma tra due vite naturalmente diverse, quella di un uomo del Nord e quella di una donna del Sud; e il dramma che ne nasce, il dramma di restar “lontano” tra i vicini più vicini: la propria donna, il proprio figlio. Non c’è dunque da farsi scrupoli sulla natura di quelli a cui Lei mi accenna. Tutt’altro! Non era, né poteva essere nelle mie intenzioni di rappresentar barbara o di civiltà inferiore la Sicilia…”.
Naturalmente, il film non si fece. Ma queste parole di Pirandello restano, ci restano.

 

 

Leonardo Sciascia, Pirandello e la Sicilia, Adelphi, Milano 1996.

 

 

 
Fonti: Encarta, Wikipedia.

 

 

 

 

 

 

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3 Pensieri su &Idquo;Nobel italiani per la Letteratura: Pirandello

  1. Lo adoro. Ho visitato la sua casa e ho visto il famoso albero dove soleva scrivere.
    Un grande indimenticabile.
    Cara ti aspetto nel mio ultimissimo post!
    Non mancare!
    Luna

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