La Caccia, di Stefania Bernardo. Recensione e intervista all’autrice.

Amici, augurandovi un buon inizio d’anno nuovo – dico buon inizio perché se il resto dell’anno sarà buono o meno non dipenderà solo dal caso ma anche da noi stessi 😉 -, vi parlo dell’ultimo libro letto nel 2013. Il libro sotto i riflettori è La Caccia, seguito de La Stella di Giada che ho amato molto e recensito qui.

 

 

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Trama

Caraibi 1722.
Un ritornello senza senso si è infilato nella mente di Scarlett come un tarlo. Una vera e propria ossessione per cui è disposta anche a rinunciare alla ciurma e all’amore. Rime ripetute all’infinito nelle taverne, fra rum e baldracche, che sembrano nascondere un segreto. Governatori eccentrici, ricchi mercanti, eroi della marina britannica, pirati, sono tutti alla ricerca della soluzione dell’enigma. Una vera e propria caccia che sembrerà non avere mai fine, pericoli che si celeranno in ogni dove, alleanze di convenienza e tradimenti sussurrati all’orecchio. E mentre i Caraibi, ancora una volta, si tingono di rosso, oltreoceano una donna dagli occhi azzurro cielo attende, seduta sotto un salice, la fine di una guerra durata troppo a lungo.

L’autrice

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Stefania Bernardo nasce a Ivrea nel 1985. Sin da piccola le sue più grandi passioni sono state la storia, i pirati e la scrittura. Divoratrice accanita di libri, si diploma in Tecnica della gestione aziendale. Dopo un’esperienza lavorativa di circa quattro anni come segretaria amministrativa, decide di tornare a studiare. Attualmente è laureanda in Diritto ed Economia per l’impresa alla facoltà di Giurisprudenza di Torino. A marzo 2013 pubblica il suo romanzo d’esordio “La Stella di Giada”. Da luglio 2013 collabora con la redazione di Ticweb tv dove cura la rubrica dedicata ad autori emergenti “Il Teschio e la Penna – Cultura contro corrente”.

Recensione

Non siete appassionati di storie di pirateria? Non fa nulla, perché leggendo questo libro lo diventerete. L’autrice ci trasporta ancora una volta nei Caraibi del diciottesimo secolo, a bordo di velieri e a contatto con personaggi pittoreschi e intriganti. Azione, avventura, tradimenti, amore e amicizia accompagnano il lettore per tutta la lettura. Frequenti sono i cambi di scena e di punti di vista che contribuiscono a mantenere viva l’attenzione e l’attesa. Credo che questo libro sia un degno seguito de La Stella di Giada, vengono infatti sbrogliate intricate vicende familiari rimaste in sospeso. Ancora una volta troviamo tantissimi personaggi, tutti ben tratteggiati. Quando si crede di aver compreso bene la piega delle vicende, ecco che a metà libro succede l’imprevedibile e le carte in tavola vengono nuovamente rimescolate. Non svelo troppo per non rovinare la sorpresa ma vi anticipo che il finale, ancora una volta, è riuscito a commuovermi. L’unica “pecca” è l’assenza del grande Johnny Shiver: sebbene egli sia spesso evocato in maniera vivida e struggente da diversi personaggi, per me resta il migliore, indimenticabile.

Valutazione:

5

Intervista all’autrice

Ciao Stefania, benvenuta.

  • Rompiamo subito il ghiaccio. Parlaci un po’ di te dal punto di vista letterario ma anche personale.

Ciao Ilaria, grazie per avermi ospitata sul tuo blog. Di me posso dirvi che sono un’inguaribile sognatrice. Mi piace fantasticare ad occhi aperti, mi piace emozionarmi e spero di essere riuscita a trasmettere questo anche nei miei romanzi. Per me scrivere è sinonimo di vita, leggo fin da quando ero piccola e tendo a perdermi nelle librerie e nelle biblioteche… Perdo completamente la cognizione del tempo. Adoro la musica, sono fissata con Il Regno Unito, ho un debole per Sherlock Holmes, il personaggio di Sir Arthur Conan Doyle, e per D’Artagnan di Dumas.  Amo la storia alla follia.

  • C’è stato un momento esatto in cui hai pensato: “Voglio diventare una scrittrice”?

Da piccola dicevo spesso di voler fare la scrittrice, poi sono diventata grande e per parecchi anni ho accantonato questa passione declassandola a semplice passatempo. In realtà, ho sempre scritto, pagine di diario, pensieri sparsi, qualche racconto. E poi alcuni anni fa a seguito di una forte depressione, ho ripreso il mio vecchio sogno nel cassetto, quello di scrivere un romanzo sui pirati… e da lì si può dire che mi sono riconciliata con le mie vere aspirazioni e le mie più forti passioni. Non ho paura a dire che scrivere, in un certo senso, mi ha salvato la vita.

  • Cosa ti piace di più: leggere o scrivere?

Scelta impossibile da fare per me, è come se mi chiedessi se preferisco inspirare o espirare. Sono due cose indivisibili, dal mio amore per la lettura è nato quello per la scrittura, e ora più scrivo, più ho voglia di leggere.

  • Da cosa nasce il tuo amore per le vicende piratesche?

Non ne ho idea, è una passione che è con me da sempre, come quella per il Regno Unito. Amavo giocare ai pirati, adoravo capitan Uncino. Crescendo ho approfondito questo periodo storico, rimanendone ancora di più affascinata.

  • Sei mai stata nei luoghi in cui sono ambientati i tuoi romanzi?

No, non ancora.

  • Per i tuoi protagonisti ti sei ispirata a qualche personaggio storico?

Per Scarlett le figure ispiratrici sono state senz’altro Mary Read e Anne Bonny, mentre per Johnny Shiver mi sono ispirata al capitano John Roberts conosciuto come Black Bart, senza dubbio uno dei pirati più bravi e in gamba della storia.

  • Se avessi la possibilità di incontrare dal vivo uno dei tuoi personaggi, quale sceglieresti e perché? Per quanto mi riguarda sceglierei Shiver, indimenticabile.

Bella domanda, li vorrei incontrate un po’ tutti. Beh, se ne devo proprio scegliere uno allora anche io scelgo Johnny Shiver, è uno dei personaggi a cui sono più affezionata. Lo vorrei incontrare perchè è un uomo affascinante e allo stesso tempo oscuro, ci farei senz’altro delle lunghe e interessantissime chiacchierate. L’uomo perfetto per esplorare le passioni umane in tutte le sue forme, da quelle più nobili a quelle più basse.

  • Dai romanzi si evince il lavoro di documentazione da te svolto, anche riguardo ai dettagli tecnici di una nave. Nella realtà sei esperta di navigazioni per mare? Se no, credi che potresti cavartela su un veliero “classico” visto quanto hai studiato a tal proposito?

No, non ho mai avuto esperienze di navigazione e tutto si basa solo sul lavoro di ricerca, purtroppo penso che me la caverei in maniera pessima su un vero veliero. Insomma, meglio rimanere nel campo dell’immaginazione.

  • Nei tuoi romanzi si nota subito una tua grande capacità, quella di gestire contemporaneamente le vicende di tantissimi personaggi. Si tratta di una scelta ponderata e necessaria visto il tipo di romanzo oppure ti viene naturale e credi che sarebbe lo stesso scrivendo libri di altri generi?

Mi viene naturale. Non posso fare a meno di inventarmi storie con tanti personaggi. Ho un carattere abbastanza agitato, e quindi non riesco mai a concentrarmi su pochi personaggi. Mi diverto troppo a osservare la storia da molteplici punti di vista, altrimenti so già che finirei per annoiarmi.

  • Quali obiettivi letterari ti proponi per il futuro?

Il mio obiettivo principale è solo uno: continuare a scrivere, sperimentando cose nuove, cercando di migliorare ancora tecnica e stile.

  • Hai qualche progetto in cantiere? Se sì, puoi parlarcene?

Molti a dir la verità. Quelli a cui sto lavorando sono due: il terzo e ultimo capitolo del filone “La Stella di Giada” che sarà dedicato al prologo del primo libro; e un romanzo breve dedicato alla vita del capitano John Roberts, che farà parte di un progetto a  cui sto lavorando con altre due mie colleghe scrittrici molto brave e amanti della pirateria: Michela Piazza e Pamela Boiocchi.

  • Salutaci come farebbe Scarlett.

Un saluto a tutti, mi raccomando guardate sempre verso l’orizzonte e navigate a testa alta.

Grazie Stefania per la bella chiacchierata.

A tutti voi invece lascio qualche link utile per seguire Stefania Bernardo e conoscere meglio le sue opere:

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Nuova rubrica. La poesia del bianco e nero, l’impatto dei colori #1 – Chaplin

Oggi inauguro una rubrica un po’ particolare. In precedenza ho pubblicato, in maniera un po’ confusa lo ammetto, una serie di immagini – dipinti o foto d’epoca – che trovavo particolarmente belli – qui. In questi giorni però ho scovato fotografie particolarmente interessanti su wired.it; esse, corredate da approfondimenti e curiosità, saranno oggetto di questa breve rubrica. Non trovate anche voi che scene e volti dal passato acquistino un senso di realtà differente, una volta ricolorati?

Charlie Chaplin

 

Tutti conosciamo Charlie Chaplin così, come Charlot:

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Che ne pensate invece di questa fotografia?

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Si tratta di uno scatto del 1916, oggi ricolorato; l’attore aveva 27 anni. Ma conosciamo meglio Charlie Chaplin.

Charlie Chaplin (Londra 1889 – Corsier-sur-Vevey, Svizzera 1977) è stato un attore, regista e produttore cinematografico britannico. Sir Charles Spencer Chaplin iniziò la sua carriera ancora bambino come attore di music-hall e di pantomime. Nel 1910 si recò in tournée negli Stati Uniti con una compagnia di comici, e decise di rimanervi. Fece la sua prima apparizione sullo schermo nel 1913 in un film del regista Mack Sennett. In Charlot si distingue (1914) introdusse il personaggio – oggi famoso in tutto il mondo – del ‘piccolo vagabondo’ dai pantaloni larghi e sformati, grosse scarpe, bombetta e bastone da passeggio: nel corso della sua carriera, Chaplin avrebbe interpretato questo ruolo ormai classico in più di settanta film. Nel 1919 collaborò alla fondazione della United Artists Corporation, con la quale continuò a lavorare sino al 1952.

Tra i film più importanti diretti, prodotti o interpretati da Chaplin ricordiamo Il vagabondo (1915), Il monello (1921), Il pellegrino (1923), La febbre dell’oro (1925), Il circo (1928), Luci della città (1931), Tempi moderni (1936), Il grande dittatore (1940), Monsieur Verdoux (1947), Luci della ribalta (1952) e Un re a New York (1957). Chaplin fu poi sceneggiatore, regista e interprete di La contessa di Hong Kong (1967), nonché compositore delle colonne sonore per la maggior parte dei suoi film.

La febbre dell'oro (1925) è uno dei più celebri film di Charlie Chaplin, che qui vediamo accanto a Georgia Hale nel ruolo di Charlot, l'eterno vagabondo, squattrinato anche nell'Alaska dei cercatori d'oro.

La febbre dell’oro (1925) è uno dei più celebri film di Charlie Chaplin, che qui vediamo accanto a Georgia Hale nel ruolo di Charlot, l’eterno vagabondo, squattrinato anche nell’Alaska dei cercatori d’oro.

L’attore inglese mise a punto uno stile di recitazione del tutto personale, derivato dai clown circensi e dai mimi, in cui combinava eleganza acrobatica, ricchezza gestuale, espressività facciale e un infallibile senso dei tempi comici. Simbolo universalmente riconosciuto di un’indistruttibile individualità capace di sopravvivere a ogni avversità e persecuzione, tale ruolo gli valse presso la critica l’etichetta di attore tragicomico. Chaplin reagì polemicamente all’avvento del sonoro nel cinema facendo rimanere muto il suo Charlot in Luci della città e Tempi moderni; in seguito abbandonò il personaggio che lo aveva reso famoso e si dedicò ad altre caratterizzazioni: Il grande dittatore, una sarcastica parodia del nazismo in cui vennero utilizzate tutte le risorse della registrazione sonora, segna il momento di questa transizione. Nella messinscena dei propri soggetti, Chaplin mescolava satira e pathos, rivelando una profonda partecipazione sentimentale per le vicende dei personaggi.

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Charlie Chaplin in una celeberrima scena di Il grande dittatore (1940), in cui il generale Hynkel – chiara parodia di Adolf Hitler – danza rapito con un mappamondo inseguendo i propri sogni di conquista. Pur adottando costantemente il registro parodico Chaplin, qui impegnato nella doppia veste di regista e interprete, realizzò un duro atto d’accusa delle dittature all’epoca emergenti in Europa, ribadendo con forza la propria vocazione pacifista.

Tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio dei Cinquanta, in piena epoca maccartista, Chaplin fu criticato per le sue idee politiche giudicate eccessivamente di sinistra: lasciati gli Stati Uniti nel 1952, si stabilì definitivamente in Svizzera. Nel 1972 tornò per un breve periodo in America per ricevere alcuni premi, tra i quali un Oscar per il suo contributo all’industria cinematografica.

Curiosità

 

  • Nell’intervista esclusiva del 1964 da Limelighters di Oriana Fallaci, Geraldine Chaplin rivelò che né lei né i suoi fratelli erano stati battezzati: suo padre, Charlie, era così profondamente ateo da non aver loro trasmesso neppure la “nozione” di Dio.
  • Chaplin, nel 1915, partecipò a un concorso come sosia di se stesso, all’insaputa della giuria, ma non vinse la competizione, arrivando solamente terzo.[16]
  • Tra il 1942 e il 1943 ebbe una breve relazione con Joan Barry. Nell’ottobre del 1943, la Barry ebbe una figlia, Carol Ann, presunta figlia di Chaplin. Dopo le analisi del sangue, la corte stabilì che la bambina non poteva essere sua figlia. La seconda moglie di Chaplin, Lita Grey, dichiarò invece che non c’erano dubbi riguardo alla paternità di Chaplin e che quest’ultimo aveva pagato i giudici per falsificare le analisi. Carol Ann ricevette un assegno di mantenimento mensile dall’attore fino al compimento dei 21 anni.
  • Charlie Chaplin fu un estimatore del famoso Benny Hill Show (sitcom comica inglese iniziata nel 1969) e invitò l’attore protagonista Benny Hill nella sua casa in Svizzera, dove gli fece vedere la grandissima quantità di filmati dei suoi notissimi sketch.
  • Il 6 novembre 2009 è stata diffusa la notizia che un collezionista dell’Essex, tale Morace Park, si sia aggiudicato a un’asta su eBay per la somma equivalente di 3,50 euro, un contenitore per pellicole al cui interno, del tutto inaspettatamente, è stata ritrovata una pellicola in nitrato di un cortometraggio inedito e finora sconosciuto interpretato da Charlie Chaplin, dal titolo Zepped e dalla durata di circa 7 minuti (fonte: quomedia.diesis.it). Si tratterebbe di un filmato a scopo propagandistico girato nel 1915, realizzato per sdrammatizzare nel pubblico il timore di un bombardamento tedesco sulla Gran Bretagna con l’uso di un dirigibile.
Fonti: Wired, Encarta, Wikipedia

Natale, Natale

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Da piccola, a casa della nonna, mi sedevo accanto all’albero di Natale e al buio osservavo le lucine che danzavano tra i rami dell’abete, illuminandone ora il tronco ora gli aghi più esterni. Le carte lucide dei regali scintillavano a tratti, cariche di promesse, e le statuette del presepe stavano lì, immote e mute, ad aspettare assieme a me. Non erano i pacchettini che avrei aperto né i dolci che avrei mangiato a gonfiarmi il cuore di gioia, anche se allora non lo sapevo. Era l’attesa stessa il momento migliore, colmata dalle voci e dalle risate degli adorati nonni, degli zii, dei cugini, d’una famiglia che, tra gli alti e i bassi, lo stress e gli impegni, finalmente si riuniva. Ogni Natale che verrà porterà con sé il marchio indelebile di questi ricordi preziosi al cuore e grazie ai quali mi sento ricca. Non è mai tardi per riscoprire il valore della famiglia, per stringere in un abbraccio i nonni o far pace con uno zio o un cugino che si è allontanato durante il percorso della vita.

Buon Natale a tutti.

Ilaria

117 anni fa nasceva Giuseppe Tomasi di Lampedusa

Oggi, nell’anniversario della nascita, omaggiamo un grande scrittore italiano.

Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi.
– Tancredi Falconeri, nipote del Principe Fabrizio, ne “Il Gattopardo”

Giuseppe Tomasi di Lampedusa

lampedusaGiuseppe Tomasi di Lampedusa (Palermo 1896 – Roma 1957) fu uno scrittore italiano. Di antica nobiltà siciliana, ebbe educazione cosmopolita, studiando a Roma e a Palermo e compiendo numerosi viaggi all’estero. Grande conoscitore della cultura di Francia e Inghilterra, visse appartato a Palermo, sostanzialmente estraneo alla società letteraria.

Fu in questo isolamento che concepì e scrisse, nel 1957, Il Gattopardo. Ambientato in Sicilia, nel periodo che va dalla spedizione dei Mille all’unità d’Italia, con brevi lampi sugli anni successivi, tratteggia la decadenza di un mondo – quello dell’aristocrazia siciliana, riassunto e dominato dalla figura del protagonista, il principe Fabrizio Salina – e l’emergere di una nuova classe sociale – quella borghese, impersonificata dal “nuovo ricco” Calogero Sedara. Di impianto verista per la cura nella descrizione di paesaggi e ambienti, il romanzo è però tutto novecentesco per l’accento posto sul decadimento di quel mondo così immobile.

Rifiutato da Elio Vittorini per conto dell’editore Einaudi, il romanzo fu pubblicato postumo, nel 1958, da Giorgio Bassani per Feltrinelli e costituì il più clamoroso caso letterario del dopoguerra e il primo best-seller italiano, premiato con lo Strega nel 1959. Postumi furono pubblicati anche i Racconti (1961), più che altro raccolta di spunti e progetti vanificati dalla morte, le Lezioni su Stendhal (1977), l’Invito alle lettere francesi del Cinquecento (1979) e la Letteratura inglese (1990).

Il Gattopardo

Cattura

Il capolavoro di Tomasi di Lampedusa, Il gattopardo, ritratto dell’aristocrazia siciliana alla vigilia dell’unità d’Italia, venne rifiutato da Elio Vittorini e fu pubblicato postumo nel 1958. Ebbe un clamoroso successo, e una superba versione cinematografica realizzata nel 1963 da Luchino Visconti. Nella foto, il principe di Salina (Burt Lancaster) danza con la bella Angelica (Claudia Cardinale).

Approfondimenti

I Siciliani

Alle vicende del Gattopardo (1958), romanzo storico ‘fuori stagione’ di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, fanno da sfondo i Mille di Garibaldi che, sbarcati a Marsala e vinta la resistenza borbonica a Calatafimi, conquistano la Sicilia e procedono trionfalmente la loro avanzata verso il Volturno. L’Unità d’Italia da questione militare diviene allora questione politica ed emissari del nuovo re piemontese vengono inviati a prendere i contatti coi notabili dell’ex Regno delle Due Sicilie, affinché la transizione dei poteri avvenga all’insegna di una continuità di classe. È così che don Fabrizio, principe di Salina, riceve la visita di Aimone de Chevalley, segretario prefettizio, che gli offre a nome di Vittorio Emanuele II un seggio al Senato. Il principe declina la prestigiosa offerta e anzi indica, come ideale candidato a quella carica, il nome di Calogero Sedàra, sindaco di Donnafugata, il feudo dei Salina, e borghese emergente. Ma il colloquio tra don Fabrizio e Chevalley è soprattutto ricca occasione di riflessione sulla natura dell’animo dei siciliani, del loro ‘desiderio di immobilità voluttuosa’, di fatale attrazione per il passato in quanto morto e non foriero di nuovi turbamenti.

Alle quattro del pomeriggio il Principe fece dire a Chevalley che lo aspettava nello studio. Era questo una piccola stanza con ai muri sotto vetro alcune pernici imbalsamate, di quelle grigie a zampette rosse stimate rare, trofei di caccie passate; una parete era nobilitata da una libreria alta e stretta colma di annate di riviste matematiche; al di sopra della grande poltrona destinata ai visitatori, una costellazione di miniature di famiglia: il padre di Don Fabrizio, il principe Paolo, fosco di carnagione e sensuale di labbra quanto un Saraceno, con la nera uniforme di Corte tagliata a sghembo dal cordone di S. Gennaro; la principessa Carolina, già vedova, i capelli biondissimi accumulati in una pettinatura a torre ed i severi occhi azzurri; la sorella del Principe, Giulia, la principessa di Falconeri seduta su una panca da giardino, con alla destra la macchia amaranto di un piccolo parasole poggiato aperto per terra ed alla sinistra quella gialla di un Tancredi di tre anni che reca dei fiori di campo (questa miniatura Don Fabrizio se l’era cacciata in tasca di nascosto mentre gli uscieri inventariavano il mobilio di villa Falconeri). Poi più sotto, Paolo il primogenito, in attillati calzoni da cavalcare, in atto di salire su un cavallo focoso dal collo arcuato e dagli occhi sfavillanti; zii e zie varie non meglio identificati, ostentavano gioielloni o indicavano, dolenti, il busto di un caro estinto. Al sommo della costellazione, però, in funzione di stella polare, spiccava una miniatura più grande: Don Fabrizio stesso, poco più che ventenne con la giovanissima sposa che poggiava la testa sulla spalla di lui in atto di completo abbandono amoroso; lei bruna; lui roseo nell’uniforme azzurra e argentea delle Guardie del Corpo del Re sorrideva compiaciuto col volto incorniciato dalle basette biondissime di primo pelo.
Appena seduto Chevalley espose la missione della quale era stato incaricato: ‘Dopo la felice annessione, volevo dire dopo la fausta unione della Sicilia al Regno di Sardegna, è intenzione del governo di Torino di procedere alla nomina a Senatori del Regno alcuni illustri siciliani; le autorità provinciali sono state incaricate di redigere una lista di personalità da proporre all’esame del governo centrale ed eventualmente, poi, alla nomina regia e, come è ovvio, a Girgenti si è subito pensato al suo nome, Principe: un nome illustre per antichità, per il prestigio personale di chi lo porta, per i meriti scientifici, per l’attitudine dignitosa e liberale, anche, assunta durante i recenti avvenimenti.’ Il discorsetto era stato preparato da tempo, anzi era stato oggetto di succinte note a matita sul calepino che adesso riposava nella tasca posteriore dei pantaloni di Chevalley. Don Fabrizio però non dava segno di vita, le palpebre pesanti lasciavano appena intravedere lo sguardo. Immobile la zampaccia dai peli biondastri ricopriva interamente una cupola di S. Pietro in alabastro che stava sul tavolo.
Ormai avvezzo alla sornioneria dei loquaci siciliani quando si propone loro qualcosa, Chevalley non si lasciò smontare: ‘Prima di far pervenire la lista a Torino i miei superiori hanno creduto dover informare lei stesso, e farle chiedere se questa proposta sarebbe di Suo gradimento. Richiedere il suo assenso, nel quale le autorità sperano molto è stato l’oggetto della mia missione qui, missione che per altro mi ha valso l’onore e il piacere di conoscere Lei ed i suoi, questo magnifico palazzo e questa Donnafugata tanto pittoresca.’
Le lusinghe scivolavano via dalla personalità del Principe come l’acqua dalle foglie delle ninfee: questo è uno dei vantaggi dei quali godono gli uomini che sono allo stesso tempo orgogliosi ed abituati ad esserlo. ‘Adesso questo qui s’immagina di venire a farmi un grande onore’ pensava ‘a me, che sono quel che sono, fra l’altro anche Pari del Regno di Sicilia, il che dev’essere press’a poco come essere senatore. È vero che i doni bisogna valutarli in relazione a chi li offre: un contadino che mi dà il suo pezzo di pecorino mi fa un regalo più grande di Giulio Làscari quando m’invita a pranzo. Il guaio è che il pecorino mi dà la nausea; e così non resta che la gratitudine che non si vede e il naso arricciato dal disgusto che si vede fin troppo.’ Le idee sue in fatto di Senato erano del resto vaghissime; malgrado ogni suo sforzo esse lo riconducevano sempre al Senato Romano al senatore Papirio che aveva spezzato una bacchetta sulla testa di un Gallo maleducato, a un cavallo Incitatus che Caligola aveva fatto senatore, onore questo che soltanto suo figlio Paolo non avrebbe trovato eccessivo; lo infastidiva anche il riaffacciarsi insistente di una frase detta talvolta da Padre Pirrone: ‘Senatores boni viri, senatus autem mala bestia.’ Adesso vi era anche il Senato dell’Impero di Parigi, ma non era che una assemblea di profittatori muniti di larghe prebende. Vi era o vi era stato un Senato anche a Palermo ma si era trattato soltanto di un comitato di amministratori civici, e di quali amministratori! Robetta per un Salina. Volle sincerarsi: ‘Ma insomma, cavaliere, mi spieghi un po’ che cosa è veramente essere senatori. La stampa della passata monarchia non lasciava passare notizie sul sistema costituzionale degli altri stati italiani, e un soggiorno di una settimana a Torino due anni fa non è stato sufficiente a illuminarmi. Cosa è? un semplice appellativo onorifico, una specie di decorazione? o bisogna svolgere funzioni legislative, deliberative?’
Il Piemontese, il rappresentante del solo stato liberale italiano, s’inalberò: ‘Ma, Principe, il Senato è la Camera Alta del Regno! In essa il fiore degli uomini politici del nostro paese prescelti dalla saggezza del Sovrano, esaminano, discutono, approvano o respingono quelle leggi che il Governo o essi stessi propongono per il progresso del paese; esso funziona nello stesso tempo da sprone e da briglia, incita al ben fare, impedisce di strafare. Quando avrà accettato di prendervi posto, Lei rappresenterà la Sicilia alla pari dei deputati eletti, farà udire la voce di questa bellissima terra che si affaccia adesso al panorama del mondo moderno, con tante piaghe da sanare, con tanti giusti desideri da esaudire.’
Chevalley avrebbe forse continuato a lungo su questo tono se Bendicò non avesse da dietro la porta chiesto alla ‘saggezza del Sovrano’ di essere ammesso; Don Fabrizio fece l’atto di alzarsi per aprire ma lo fece con tanta mollezza da dar tempo al Piemontese di lasciarlo entrare lui; Bendicò, meticoloso, fiutò a lungo i calzoni di Chevalley; dopo, persuaso di aver da fare con un buon uomo si accovacciò sotto la finestra e dormì.
‘Stia a sentirmi, Chevalley; se si fosse trattato di un segno di onore, di un semplice titolo da scrivere sulla carta da visita e basta, sarei stato lieto di accettare; trovo che in questo momento decisivo per il futuro dello stato italiano è dovere di ognuno dare la propria adesione, evitare l’impressione di screzi dinanzi a quegli stati esteri che ci guardano con un timore o con una speranza che si riveleranno ingiustificati ma che per ora esistono.’
‘Ma allora, principe, perché non accettare?’
‘Abbia pazienza, Chevalley, adesso mi spiegherò; noi Siciliani siamo stati avvezzi da una lunghissima egemonia di governanti che non erano della nostra religione, che non parlavano la nostra lingua, a spaccare i capelli in quattro. Se non si faceva così non si sfuggiva agli esattori bizantini, agli emiri berberi, ai viceré spagnoli. Adesso la piega è presa, siamo fatti così. Avevo detto ‘adesione’ non ‘partecipazione’. In questi sei ultimi mesi, da quando il vostro Garibaldi ha posto piede a Marsala, troppe cose sono state fatte senza consultarci perché adesso si possa chiedere a un membro della vecchia classe dirigente di svilupparle e portarle a compimento; adesso non voglio discutere se ciò che si è fatto è stato male o bene; per conto mio credo che parecchio sia stato male; ma voglio dirle subito ciò che Lei capirà da solo quando sarà stato un anno fra noi. In Sicilia non importa far male o far bene; il peccato che noi Siciliani non perdoniamo mai è semplicemente quello di ‘fare’. Siamo vecchi, Chevalley, vecchissimi. Sono venticinque secoli almeno che portiamo sulle spalle il peso di magnifiche civiltà eterogenee, tutte venute da fuori già complete e perfezionate, nessuna germogliata da noi stessi, nessuna a cui abbiamo dato il ‘la’; noi siamo dei bianchi quanto lo è lei, Chevalley, e quanto la regina d’Inghilterra; eppure da duemila cinquecento anni siamo colonia. Non lo dico per lagnarmi: è in gran parte colpa nostra; ma siamo stanchi e svuotati lo stesso.’
Adesso Chevalley era turbato. ‘Ma ad ogni modo questo adesso è finito; adesso la Sicilia non è più terra di conquista ma libera parte di un libero stato’.
‘L’intenzione è buona, Chevalley, ma tardiva; del resto le ho già detto che in massima parte è colpa nostra; Lei mi parlava poco fa di una giovane Sicilia che si affaccia alle meraviglie del mondo moderno; per conto mio mi sembra piuttosto una centenaria trascinata in carrozzella alla Esposizione Universale di Londra, che non comprende nulla, che s’impipa di tutto, delle acciaierie di Sheffield come delle filande di Manchester, e che agogna soltanto di ritrovare il proprio dormiveglia fra i suoi cuscini sbavati e il suo orinale sotto il letto.’
Parlava ancora piano, ma la mano attorno a S. Pietro si stringeva; l’indomani la crocetta minuscola che sormontava la cupola venne trovata spezzata. ‘Il sonno, caro Chevalley, il sonno è ciò che i Siciliani vogliono, ed essi odieranno sempre chi li vorrà svegliare, sia pure per portar loro i più bei regali; e, sia detto fra noi, ho i miei forti dubbi che il nuovo regno abbia molti regali per noi nel bagagliaio. Tutte le manifestazioni siciliane sono manifestazioni oniriche, anche le più violente: la nostra sensualità è desiderio di oblio, le schioppettate e le coltellate nostre, desiderio di morte; desiderio di immobilità voluttuosa, cioè ancora di morte, la nostra pigrizia, i nostri sorbetti di scorsonera o di cannella; il nostro aspetto meditativo è quello del nulla che voglia scrutare gli enigmi del nirvana. Da ciò proviene il prepotere da noi di certe persone, di coloro che sono semi-desti; da ciò il famoso ritardo di un secolo delle manifestazioni artistiche ed intellettuali siciliane: le novità ci attraggono soltanto quando le sentiamo defunte, incapaci di dar luogo a correnti vitali; da ciò l’incredibile fenomeno della formazione attuale, contemporanea a noi, di miti che sarebbero venerabili se fossero antichi sul serio, ma che non sono altro che sinistri tentativi di rituffarsi in un passato che ci attrae appunto perché è morto.’
Non ogni cosa era compresa dal buon Chevalley; soprattutto gli riusciva oscura l’ultima frase: aveva visto i carretti variopinti trainati dai cavalli impennacchiati e denutriti, aveva sentito parlare del teatro di burattini eroici, ma anche lui credeva che fossero vecchie tradizioni autentiche. Disse: ‘Ma non le sembra di esagerare un po’, principe? io stesso ho conosciuto a Torino dei Siciliani emigrati, Crispi per nominarne uno, che mi son sembrati tutt’altro che dei dormiglioni.’
Il Principe si seccò: ‘Siamo troppi perché non vi siano delle eccezioni; ai nostri semi-desti, del resto avevo di già accennato. In quanto a questo giovane Crispi, non io certamente, ma Lei potrà forse vedere se da vecchio non ricadrà nel nostro voluttuoso vaneggiare: lo fanno tutti. D’altronde vedo che mi sono spiegato male: ho detto i Siciliani, avrei dovuto aggiungere la Sicilia, l’ambiente, il clima, il paesaggio. Queste sono le forze che insieme e forse più che le dominazioni estranee e gl’incongrui stupri hanno formato l’animo: questo paesaggio che ignora le vie di mezzo fra la mollezza lasciva e l’asprezza dannata; che non è mai meschino, terra terra, distensivo, umano, come dovrebbe essere un paese fatto per la dimora di esseri razionali; questo paese che a poche miglia di distanza ha l’inferno attorno a Randazzo e la bellezza della baia di Taormina, ambedue fuor di misura, quindi pericolosi; questo clima che c’infligge sei mesi di febbre a quaranta gradi; li conti, Chevalley, li conti: Maggio, Giugno, Luglio, Agosto, Settembre, Ottobre; sei volte trenta giorni di sole a strapiombo sulle teste; questa nostra estate lunga e tetra quanto l’inverno russo e contro la quale si lotta con minor successo; Lei non lo sa ancora, ma da noi si può dire che nevica fuoco, come sulle città maledette della Bibbia; in ognuno di quei mesi se un Siciliano lavorasse sul serio spenderebbe l’energia che dovrebbe essere sufficiente per tre; e poi l’acqua che non c’è o che bisogna trasportare da tanto lontano che ogni sua goccia è pagata da una goccia di sudore; e dopo ancora, le pioggie, sempre tempestose che fanno impazzire i torrenti asciutti, che annegano bestie e uomini proprio lì dove una settimana prima le une e gli altri crepavano di sete. Questa violenza del paesaggio, questa crudeltà del clima, questa tensione continua di ogni aspetto, questi monumenti, anche del passato, magnifici ma incomprensibili perché non edificati da noi e che ci stanno intorno come bellissimi fantasmi muti; tutti questi governi, sbarcati in armi da chissà dove, subito serviti, presto detestati e sempre incompresi, che si sono espressi soltanto con opere d’arte per noi enigmatiche e con concretissimi esattori d’imposte spese poi altrove; tutte queste cose hanno formato il carattere nostro che rimane così condizionato da fatalità esteriori oltre che da una terrificante insularità di animo.’
L’inferno ideologico evocato in quello studiolo sgomentò Chevalley più della rassegna sanguinosa della mattina. Volle dire qualche cosa, ma Don Fabrizio era troppo eccitato adesso per ascoltarlo.
‘Non nego che alcuni Siciliani trasportati fuori dell’isola possano riuscire a smagarsi: bisogna però farli partire quando sono molto, molto giovani: a vent’anni è già tardi; la crosta è già fatta, dopo: rimarranno convinti che il loro è un paese come tutti gli altri, scelleratamente calunniato; che la normalità civilizzata è qui, la stramberia fuori. Ma mi scusi, Chevalley, mi son lasciato trascinare e la ho probabilmente infastidito. Lei non è venuto sin qui per udire Ezechiele deprecare le sventure d’Israele. Ritorniamo al nostro vero argomento. Sono molto riconoscente al governo di aver pensato a me per il Senato e la prego di esprimere a chi di dovere questa mia sincera gratitudine; ma non posso accettare. Sono un rappresentante della vecchia classe, inevitabilmente compromesso col regime borbonico, e ad esso legato dai vincoli della decenza in mancanza di quelli dell’affetto. Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni; e che cosa se ne farebbe il Senato di me, di un legislatore inesperto cui manca la facoltà d’ingannare sé stesso, questo requisito essenziale per chi voglia guidare gli altri? Noi della nostra generazione dobbiamo ritirarci in un cantuccio e stare a guardare i capitomboli e le capriole dei giovani attorno a quest’ornatissimo catafalco. Voi adesso avete bisogno di giovani, di giovani svelti, con la mente aperta al ‘come’ più che al ‘perché’ e che siano abili a mascherare, a contemperare volevo dire, il loro preciso interesse particolare con le vaghe idealità politiche.’ Tacque, lasciò in pace San Pietro. Continuò: ‘Posso dare a Lei un consiglio da trasmettere ai suoi superiori?’
‘Va da sé, principe; esso sarà certo ascoltato con ogni considerazione; ma voglio ancora sperare che invece di un consiglio vorrà darci un assenso.’
‘C’è un nome che io vorrei suggerire per il Senato: quello di Calogero Sedàra; egli ha più meriti di me per sedervi; il casato, mi è stato detto, è antico o finirà con esserlo; più che quel che Lei chiama il prestigio egli ha il potere; in mancanza dei meriti scientifici ne ha di pratici, eccezionali; la sua attitudine durante la crisi del Maggio scorso più che ineccepibile è stata utilissima; illusioni non credo che ne abbia più di me, ma è abbastanza svelto per sapere crearsele quando occorra. È l’individuo che fa per voi. Ma dovete far presto, perché ho inteso dire che vuol porre la propria candidatura alla camera dei deputati.’ Di Sedàra si era molto parlato in Prefettura, le attività di lui quale sindaco e quale privato erano note; Chevalley sussultò: era un onest’uomo e la propria stima delle camere legislative era pari alla purità delle proprie intenzioni; per questo credette opportuno non fiatare, e fece bene a non compromettersi perché, infatti, dieci anni più tardi, l’ottimo don Calogero doveva ottenere il laticlavio. Benché onesto, però, Chevalley non era stupido; mancava sì di quella prontezza di spirito che in Sicilia usurpa il nome di intelligenza, ma si rendeva conto delle cose con lenta solidità, e poi non aveva l’impenetrabilità meridionale agli affanni altrui. Comprese l’amarezza e lo sconforto di Don Fabrizio, rivide in un attimo lo spettacolo di miseria, di abiezione, di nera indifferenza del quale per un mese era stato testimonio; nelle ore passate aveva invidiato l’opulenza, la signorilità dei Salina, adesso ricordava con tenerezza la propria vignicciuola, il suo Monterzuolo vicino a Casale, brutto, mediocre, ma sereno e vivente; ebbe pietà tanto del principe senza speranze come dei bimbi scalzi, delle donne malariche, delle non innocenti vittime i cui elenchi giungevano così spesso al suo ufficio; tutti eguali, in fondo, compagni di sventura segregati nel medesimo pozzo.
Volle fare un ultimo sforzo: si alzò e l’emozione conferiva pathos alla sua voce: ‘Principe, ma è proprio sul serio che lei si rifiuta di fare il possibile per alleviare, per tentare di rimediare allo stato di povertà materiale, di cieca miseria morale nelle quali giace questo che è il suo stesso popolo? Il clima si vince, il ricordo dei cattivi governi si cancella, i Siciliani vorranno migliorare; se gli uomini onesti si ritirano, la strada rimarrà libera alla gente senza scrupoli e senza prospettive, ai Sedàra; e tutto sarà di nuovo come prima, per altri secoli. Ascolti la sua coscienza, principe, e non le orgogliose verità che ha detto. Collabori.’
Don Fabrizio gli sorrideva, lo prese per la mano, lo fece sedere vicino a lui sul divano: ‘Lei è un gentiluomo, Chevalley, e stimo una fortuna averlo conosciuto; Lei ha ragione in tutto; si è sbagliato soltanto quando ha detto: ‘i Siciliani vorranno migliorare.’ Le racconterò un aneddoto personale. Due o tre giorni prima che Garibaldi entrasse a Palermo mi furono presentati alcuni ufficiali di marina inglesi, in servizio su quelle navi che stavano in rada per rendersi conto degli avvenimenti. Essi avevano appreso, non so come, che io posseggo una casa alla Marina, di fronte al mare, con sul tetto una terrazza dalla quale si scorge la cerchia dei monti intorno alla città; mi chiesero di visitare la casa, di venire a guardare quel panorama nel quale si diceva che i Garibaldini si aggiravano e del quale, dalle loro navi non si erano fatti una idea chiara. Vennero a casa, li accompagnai lassù in cima; erano dei giovanottoni ingenui malgrado i loro scopettoni rossastri. Rimasero estasiati dal panorama, della irruenza della luce; confessarono però che erano stati pietrificati osservando lo squallore, la vetustà, il sudiciume delle strade di accesso. Non spiegai loro che una cosa era derivata dall’altra, come ho tentato di fare a lei. Uno di loro, poi, mi chiese che cosa veramente venissero a fare, qui in Sicilia, quei volontari italiani. ‘They are coming to teach us good manners’ risposi ‘but wont succeed, because we are gods.’ ‘Vengono per insegnarci le buone creanze ma non lo potranno fare, perché noi siamo dèi.’ Credo che non comprendessero, ma risero e se ne andarono. Così rispondo anche a Lei; caro Chevalley: i Siciliani non vorranno mai migliorare per la semplice ragione che credono di essere perfetti: la loro vanità è più forte della loro miseria; ogni intromissione di estranei sia per origine sia anche, se si tratti di Siciliani, per indipendenza di spirito, sconvolge il loro vaneggiare di raggiunta compiutezza, rischia di turbare la loro compiaciuta attesa del nulla; calpestati da una decina di popoli differenti essi credono di avere un passato imperiale che dà loro diritto a funerali sontuosi. Crede davvero Lei, Chevalley, di essere il primo a sperare di incanalare la Sicilia nel flusso della storia universale? Chissà quanti imani mussulmani, quanti cavalieri di re Ruggero, quanti scribi degli Svevi, quanti baroni angioini, quanti legisti del Cattolico hanno concepito la stessa bella follia; e quanti viceré spagnoli, quanti funzionari riformatori di Carlo III; e chi sa più chi siano stati? La Sicilia ha voluto dormire, a dispetto delle loro invocazioni; perché avrebbe dovuto ascoltarli se è ricca, se è saggia, se è onesta, se è da tutti ammirata e invidiata, se è perfetta, in una parola?
‘Adesso anche da noi si va dicendo in ossequio a quanto hanno scritto Proudhon e un ebreuccio tedesco del quale non ricordo il nome, che la colpa del cattivo stato delle cose, qui ed altrove, è il feudalesimo; mia cioè, per così dire. Sarà. Ma il feudalesimo c’è stato dappertutto, le invasioni straniere pure. Non credo che i suoi antenati, Chevalley, o gli squires inglesi o i signori francesi governassero meglio dei Salina. I risultati intanto sono diversi. La ragione della diversità deve ritrovarsi in quel senso di superiorità che barbaglia in ogni occhio siciliano, che noi stessi chiamiamo fierezza, che in realtà è cecità. Per ora, per molto tempo, non c’è niente da fare. Compiango; ma, in via politica, non posso porgere un dito. Me lo morderebbero. Questi sono discorsi che non si possono fare ai Siciliani; ed io stesso, del resto, se queste cose le avesse dette lei, me ne sarei avuto a male.
‘È tardi. Chevalley: dobbiamo andare a vestirci per il pranzo. Debbo recitare per qualche ora la parte di un uomo civile.’
Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo, Feltrinelli, Milano 1978.
Fonte: Encarta

Bettina, Giovanna e la prevenzione. La Austen in Italia nel 1932

Cari followers, eccomi con un articolo breve e conciso. Non si tratta di una recensione.

Per finalità romanzesche mi sono interessata alle prime edizioni italiane di Orgoglio e pregiudizio. Ebbene, ora riderete.

La primissima traduzione italiana risale al 1932 e il titolo adottato fu Orgoglio e prevenzione.

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Il lavoro del traduttore Giulio Caprin è stato encomiabile ed è stato assurto a punto di riferimento per tutte le traduzioni successive. Ad ogni modo il significato moderno del termine “prevenzione” – dico moderno appunto perché all’epoca invece era usato come sinonimo di preconcetto, venire prima – mi pare un po’ ambiguo e mi riservo di non fare commenti inadeguati al contesto.

Non è finita qui. Vista la fisima fascista per l’italianizzazione di ogni cosa, sono stati tradotti anche i nomi dei personaggi, per cui:
Elizabeth diventa Bettina (!!); Jane diventa Giovanna, e così via.
Mi mancano però Darcy, Bingley e Wickham. Qualche intuizione?

Matrimonio a Bombay – Julia Gregson

 

Eccomi qui con la recensione del romanzo vincitore del Romantic Novel Award 2009. Non lasciatevi ingannare dal titolo: non è un harmony, proprio per niente.

MATRIMONIO A BOMBAY

Julia Gregson

Newton Compton

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Trama

Nell’autunno del 1928 la maestosa nave Kaiser-i-Hind salpa da Londra diretta a Bombay. In prima classe viaggiano due donne inglesi: la bella e timida Rose, che va a raggiungere il suo promesso sposo, e la sua migliore amica Tor, che la accompagna felice di liberarsi dell’opprimente madre. Sulla stessa nave viaggia anche la giovane Viva, aspirante scrittrice, che torna nel Paese della sua infanzia alla ricerca di un misterioso baule appartenuto ai suoi genitori. L’emozione è grandissima: le tre donne stanno per lasciarsi alle spalle l’Inghilterra delle odiate convenzioni sociali. Davanti a loro si prospetta l’India, la colonia felice, una terra di promesse e di libertà, brulicante di tesori meravigliosi e gente interessante, dove si può essere amate per quello che si è, con i capelli sciolti e senza corsetto… Ma non tutto andrà come previsto: un’inaspettata avventura stravolgerà completamente i romantici sogni – e gli oscuri segreti – che Ros, Tor e Viva portano con sé in questo lungo, esotico viaggio…

L’autrice

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Julia Gregson ha scritto per diverse riviste femminili in Inghilterra, negli Stati Uniti e in Oriente. È autrice di numerosi racconti, molti dei quali pubblicati anche in versione radiofonica. Vive in Galles con il marito e la figlia.

Recensione

Ho comprato questo libro molto tempo fa, per poi sistemarlo nella libreria e dimenticarlo. La settimana scorsa è spuntato fuori e mi sono decisa a leggerlo. Considerando che si tratta di un librone – oltre cinquecento pagine con caratteri abbastanza piccoli – la lettura mi ha impegnata parecchio. Dunque. La parte iniziale, quella che parla della partenza in nave dall’Inghilterra catapulta subito il lettore nel 1928. Le atmosfere inglesi, i modi di fare e di dire, l’abbigliamento, insomma tutto è descritto con cura e dovizia di particolari. Ne sono rimasta da subito affascinata. Procedendo nei capitoli e anche nel viaggio, la narrazione diventa ancora più lenta – e devo dire che in alcuni punti mi ha anche annoiata – ma getta le basi per conoscere in profondità le tre protagoniste: Viva, Rose e Tor. Si potrebbe dire che la grande protagonista sia l’India: sebbene non si parli direttamente di essa come un’entità propria, le descrizioni delle persone, dei panorami, degli usi e costumi, si amalgamano così perfettamente da restituire al lettore l’immagine di una creatura viva, brulicante, affascinante, l’India, appunto. Da metà libro la storia riparte con una marcia in più: le vicende amorose e familiari di Viva, Rose e Tor. Alcuni passaggi, di cui avrei preferito leggere qualcosa in più, sono un po’ abbozzati; alcune scene si chiudono al culmine per poi venire descritte, postume, dal punto di vista di un altro personaggio. Il finale, la storia della famiglia di Viva, è toccante e giustifica i passaggi più lenti, da una motivazione per leggere con attenzione ogni riga. Inoltre la Gregson possiede una straordinaria abilità nel descrivere le reazioni e i cambiamenti delle persone dinanzi alle situazioni più disperate. Consigliato a chi ama i libri con ambientazione orientale e le storie familiari.

Valutazione:

4

Anniversario della nascita di Jane Austen

Oggi, 238 anni fa, nasceva Jane Austen. A pensarci bene è un sacco di tempo, no? E i suoi romanzi sono ancora letti e amati in tutto il mondo, si potrebbe dire anche in “chiave moderna” – non come ad esempio grandi autori che vengono studiati solo a scuola come Dante Alighieri. Chissà cosa avrebbe detto lei, davanti a questo successo mondiale e temporale?

Vediamo di approfondire un po’ la conoscenza di questa autrice, della quale personalmente ho letto quasi tutti i romanzi apprezzandoli molto.

Il celebre incipit di Orgoglio e pregiudizio:

 

È cosa nota e universalmente riconosciuta che uno scapolo in possesso di un solido patrimonio debba essere in cerca di una moglie. E per quanto poco si conoscano i sentimenti o le opinioni del gentiluomo che per la prima volta venga a trovarsi in ambienti sconosciuti, questa verità è talmente radicata nelle menti dei vicini che egli viene subito considerato legittimo appannaggio di una o l’altra delle loro figlie.

 

 

Jane Austen

 

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Jane Austen (Steventon, 16 dicembre 1775 – Winchester, 18 luglio 1817) è stata una scrittrice britannica, figura di spicco della narrativa preromantica. Ebbe grande influenza sullo sviluppo del romanzo inglese. Ricevette la tipica educazione che all’epoca si impartiva alle giovani di buona famiglia. Amante della lettura, lesse con passione i romanzi di Henry Fielding, Laurence Sterne, Samuel Richardson e le poesie di George Crabbe e William Cowper. Condusse una tranquilla vita di provincia, viaggiando poco, coltivando rare relazioni sentimentali (nessuna delle quali sfociò nel matrimonio) e intrattenendo uno stretto legame con la sorella Cassandra. Cominciò a scrivere giovanissima, e negli anni seguenti tornò spesso sui suoi romanzi, rielaborandoli prima di pubblicarli. Orgoglio e pregiudizio, ad esempio, uscito nel 1813, è il rifacimento delle giovanili First Impressions, mentre Ragione e sentimento (1811) è la riscrittura di Elinor and Marianne, composto tra il 1797 e il 1798.

Il 1811, anno in cui, dopo la morte del padre, si trasferì con la famiglia a Chawton, segnò l’inizio di un periodo d’intensa attività letteraria. Avvolta dalla tranquillità dei sereni affetti familiari, scrisse Mansfield Park (1814), Emma (1816) e, ultimo romanzo compiuto, Persuasione, pubblicato postumo insieme all’Abbazia di Northanger, scritto in precedenza.

Nel 1816 si manifestarono i primi sintomi della malattia che l’avrebbe portata alla morte, e nel 1817 la scrittrice si trasferì a Winchester. Benché ai margini dello stile romantico, molto apprezzato dai suoi contemporanei, le opere di Jane Austen, caratterizzate da acutezza di osservazione e sensibilità per i piccoli particolari della vita quotidiana, riscossero subito un notevole successo sia di pubblico sia di critica. Tra i suoi estimatori vi furono Walter Scott, che nel 1815 le riservò un apprezzamento entusiasta sulla ‘Quarterly Review’, e Samuel Taylor Coleridge.

Indifferente ai grandi avvenimenti storici dell’epoca e ai fermenti sociali di quegli anni, Jane Austen parodiò con tratti caricaturali di squisita levità i vizi e le mode del tempo. Così, nell’Abbazia di Northanger derise, nella figura della protagonista, accanita lettrice di romanzi gotici, l’amore per la narrativa del sovrannaturale e delle passioni esasperate che sarebbe culminata nelle opere di Ann Radcliffe e nel Frankenstein di Mary Shelley.

 

Cronologia delle opere

 

ANNO TITOLO GENERE
1811 Ragione e sentimento Romanzo, rifacimento di Elinor e Marianne
1813 Orgoglio e pregiudizio Romanzo, rifacimento del giovanile First Impressions
1814 Mansfield Park Romanzo
1816 Emma Romanzo
1818 L’abbazia di Northanger Romanzo, rifacimento di Susan, scritto nel 1803
1818 Persuasione Romanzo

Lo stile

 

La scrittura austeniana presenta poche scene descrittive e digressioni narrative, ma è caratterizzata dai dialoghi che l’autrice rende con il discorso diretto, con lo stile epistolare e con il discorso indiretto libero.
Quest’ultimo, fondendo il discorso diretto con la mediazione del narratore, fu utile all’autrice per rendere, in maniera ironica o drammatica, i pensieri e le parole dei protagonisti.
La mancanza dei verbi “dire” e “pensare” nella funzione di collegamento tra il narratore e il personaggio, danno l’illusione al lettore di essere nella mente dei protagonisti. La Austen utilizza ampiamente questa tecnica anche per illustrare il background dei personaggi.
Nell’uso del discorso diretto, la Austen assegna ad ogni personaggio dei caratteri distintivi che lo rendono riconoscibile dalle sue parole. Ad esempio l’Ammiraglio Croft in Persuasione è riconoscibile dallo slang navale mentre il Signor Woodhouse di Emma dal suo linguaggio perennemente ipocondriaco.

I dialoghi sono genericamente composti da periodi molto brevi e gli scambi di battute sono rapidi e incisivi. In questo senso, sono particolarmente rilevanti alcune conversazioni tra Elizabeth e Darcy in Orgoglio e pregiudizio.

Curiosità

 

  • Col termine Janeites si identificano gli appassionati di Jane Austen che elevano la loro adorazione per la scrittrice a fenomeno di culto. Il termine fu coniato per la prima volta da George Saintsbury nell’introduzione a Orgoglio e pregiudizio nell’edizione del 1894. Questo termine è stato ripreso anche da Rudyard Kipling nel racconto The Janeites. La scrittura di fanfiction e il ritrovo in club di lettura o fan site sono le principali attività dei Janeites.

  • Nel videogioco Saints Row IV, se tutte le missioni lealtà vengono completate prima del finale, Jane Austen viene rivelata essere la narratrice esterna.

Fonti: Encarta, Wikipedia

 

Oltre ai numerosi film tratti dai suoi libri, consiglio la visione del film Becoming Jane, che parla proprio della vita della Austen.

“Quando scrivo non ricordo in quale angolo della Terra sia nata.” Maddalena Santoro

Questa mattina sono stata in biblioteca per fare… indovinate cosa? Sì, ricerche storiche, al mio solito. Mentre consultavo la miscellanea degli articoli di giornali e riviste pubblicati negli anni Trenta, ho trovato un numero de La Puglia letteraria. Ho conosciuto così diversi artisti della mia terra. In particolare condivido il pensiero della scrittrice Maddalena Santoro per quanto riguarda il rapporto tra la scrittura e la propria terra d’origine. Al che mi sono detta: perché non dedicarle un articolo nella mia rubrica letteraria?

Maddalena Santoro

 

La vita

santoro

Maddalena Santoro (Lecce 1884 – Milano 1944) fu una scrittrice pugliese. Figlia dell’avvocato e pubblicista leccese Saverio Santoro, frequentò il ginnasio Palmieri. All’inizio degli anni Venti si trasferì a Milano. Si sposò in età matura con il conte Colombini. Sin dal 1923 collaborò con diversi giornali e riviste: Lidel, Novella, La Donna, Riviste Ligure, Il Giornale della Donna, Terra di Puglia, Il Piemonte, Humanitas, La Puglia Letteraria.

Le opere

Oltre a novelle, articoli e raccolte di versi, pubblicò diversi romanzi:

  • Trasparenze femminili
  • Così donna mi piaci
  • Ombre sull’aurora
  • L’altra
  • L’amore ai forti
  • Fanatici d’amore
  • Sulle ali del’enigma.
  • L’inutile gloria
  • Solitudine.
  • Senza amore

La poetica

La scrittrice salentina trasmise nei suoi racconti i tratti dell’ideologia di appartenenza modificati in parte dalla formazione personale e dalla mitologia della belle époque (vedi approfondimento in fondo all’articolo).

Il rapporto con la scrittura e con la terra natia

Polignano

Foto di Vito Bellino.

 

E ora vi riporto la risposta della scrittrice a una domanda postale dalla rivista La Puglia letteraria e pubblicata nel numero del 29 febbraio 1932.

Domanda:

Per quali testimonianze della vostra arte si può riconoscere in voi una scrittrice pugliese?

Risposta:

Quando scrivo, io non ricordo, certamente, in quale angolo della terra sia nata, dove il mio cervello e la mia fantasia abbiano attinta la linfa che ha alimentato le loro radici. La mia anima s’abbandona a un irresistibile bisogno di espandersi e io seguo, con obbedienza che chiamerei quasi devota, quella che è la sua inspirazione, fatta di sincerità, di limpidezza, di entusiasmo.

Nessun programma, nessuna voluta costruzione e quindi nessun artificio in quello che scrivo. Non m’accorgo, quasi, d’essere io stessa a scrivere: i pensieri, che si concretizzano in periodi, scaturiscono spontanei e rapidi da una sorgente che pare inesauribile, forse perché è tutta fatta di vaporosa idealità, che mi impedisce d’affaticarmi col peso di ricordi storici o letterarii, con rievocazioni d’ambienti, sui quali brevemente mi soffermo, quasi sfiorando appena tutto ciò che è luogo fatto o convenzione, mentre preferisco penetrare, anzi immergermi nel profondo mistero delle anime.

Quando ho finito di scrivere un capitolo, lo leggo con la curiosità con la quale si legge ciò che non ci appartiene, e ci appare, nella lettura, nuovo: non immaginato, e tanto meno espresso da noi ma sentito sì, e quasi trovato per caso ma con gioia sul foglio che ce lo ha offerto come un dono. Se per poco mi soffermassi a fare delle considerazioni, troverei forse rispecchiata nell’esuberanza delle mie narrazioni la rigogliosa vegetazione della mia terra di Puglia; nella casta, quasi timida sentimentalità delle mie protagoniste la magnifica tradizione d’onestà, di dedizione appassionata e devota delle nostre donne; nell’ardore che anima i personaggi dei miei romanzi il vivido raggio del sole meridionale; nell’imprecisione o nell’incompiutezza di certe frasi, nel languore d’alcuni atteggiamenti, l’orientale indolenza che è innata in quasi tutti i figli della mia terra; nel lento svolgersi dei fatti, attraverso le profonde evoluzioni dello spirito, la prevalenza che in Puglia ha l’idealità sulla materialità, la contemplazione dell’azione.

Penso quindi che pure non scrivendo romanzi regionalisti, io porto involontariamente in ciascuno di essi tutti i pregi e tutti i difetti della mia origine, e se pure non descrivo le tendenze, le consuetudini della mia regione esse balzano vive, quasi a mia insaputa, dal carattere e dalla vita delle creature del mio spirito; se non esalto la purezza del bel cielo meridionale, essa si mostra limpida negli azzurri occhi di una delle mie protagoniste, se non sciolgo un inno alle verdeggianti e rigogliose pianure di Puglia, i lettori sanno egualmente rintracciarle nel piano e soleggiato mio periodare che a esse sembra ispirato; se non descrivo i generosi impulsi, la pronta dedizione, l’ammirevole spirito di sacrificio dei figli della mia terra, a essi s’ispirano tuttavia le mie pagine di patriottismo, di eroica abnegazione e di gloria.

Quando scrivo – ho detto – non ricordo in quale angolo della Terra sia nata, ed è vero. Ma è anche verissimo che scriverei forse peggio, forse meglio, non so: certo diversamente di come scrivo, se non portassi con me il caratteristico, suggestivo profumo della mia Puglia; se non sentissi vibrare con la mia anima, nella mia anima, il cuore forte e generoso dei miei fratelli.

Firma di Maddalena Santoro.

Firma di Maddalena Santoro.

 

Approfondimenti

Belle Epoque

La Torre Eiffel, che si erge con i suoi 324 m d'altezza (compresa la moderna antenna) sopra la città, fu eretta in occasione dell'Esposizione parigina del 1889. Progettata dall'ingegnere francese Gustave Eiffel, questa imponente costruzione in ferro è un capolavoro della tecnologia del XIX secolo.

La Torre Eiffel, che si erge con i suoi 324 m d’altezza (compresa la moderna antenna) sopra la città, fu eretta in occasione dell’Esposizione parigina del 1889. Progettata dall’ingegnere francese Gustave Eiffel, questa imponente costruzione in ferro è un capolavoro della tecnologia del XIX secolo.

Espressione che si riferisce al periodo della storia europea compreso all’incirca tra il 1870 e lo scoppio della prima guerra mondiale (1914): “epoca bella” per l’eccezionalità dello sviluppo civile, economico e culturale vissuto dagli europei in quel lasso di tempo, in contrasto con l’abisso di barbarie in cui quell’Europa in piena euforia da progresso precipitò con la Grande Guerra.

Effettivamente nella Belle Epoque gli europei conobbero i frutti di un discreto benessere che pareva garantito da un ciclo di pace generale, soltanto incrinata dai conflitti nei Balcani e da circoscritti episodi di competizione coloniale tra le grandi potenze.

L'opera di Henri de Toulouse-Lautrec è un ritratto realistico e vivace della Parigi di fine Ottocento, e soprattutto dei suoi locali alla moda, come il leggendario Moulin Rouge. Il pittore francese, uno dei principali artisti del postimpressionismo, amava ritrarre le protagoniste dello spettacolo e della mondanità: tra queste ci fu "La Goulue", famosa ballerina di cancan.

L’opera di Henri de Toulouse-Lautrec è un ritratto realistico e vivace della Parigi di fine Ottocento, e soprattutto dei suoi locali alla moda, come il leggendario Moulin Rouge. Il pittore francese, uno dei principali artisti del postimpressionismo, amava ritrarre le protagoniste dello spettacolo e della mondanità: tra queste ci fu “La Goulue”, famosa ballerina di cancan.

Fu quello il periodo in cui la tecnologia liberò tutte le sue potenzialità, esercitando una straordinaria forza di attrazione culturale e psicologica. La vita materiale nelle società occidentali fu modificata come mai prima era successo dai risultati dell’innovazione tecnica, dai progressi della scienza e dall’incremento della produzione industriale. Dall’impiego su scala mondiale dell’energia elettrica e dalla possibilità di trasportarla ovunque derivarono una lunga serie di applicazioni pratiche che cambiarono in meglio la vita degli uomini (dall’illuminazione privata e pubblica all’elettrificazione delle ferrovie).

Anche il telefono conobbe una rapida diffusione. Nel 1895 la scoperta fatta da Guglielmo Marconi inaugurò l’era della telegrafia senza fili e aprì la strada all’invenzione della radio, contribuendo a ridurre l’incidenza della distanza nelle relazioni umane. L’automobile e l’aeroplano intanto facevano la loro apparizione, mentre la scienza compiva progressi eccezionali grazie all’avanzamento della chimica e della biologia. Il ciclo economico, dalla metà degli anni Novanta del XIX secolo, fu all’insegna di un forte e prolungato incremento produttivo, che finì per contagiare non solo gli ambienti finanziari ma anche la platea dei consumatori, in forte crescita numerica, al punto che molti osservatori hanno collocato alla fine dell’Ottocento la nascita della moderna società dei consumi. Gli indicatori demografici sottolineano la forza propulsiva di quella fase economica: l’Europa, nonostante l’emigrazione in America di oltre 30 milioni di suoi abitanti, registrò una crescita demografica che, tra il 1870 e il 1910, fece salire i suoi abitanti da 290 a 435 milioni.

All’interno delle grandi città si determinò un sostanziale miglioramento nella vita materiale, garantito da una serie di servizi mai prima d’allora elargiti (illuminazione pubblica, sistema fognario, strade asfaltate, centri di prevenzione sanitaria, scuole per l’infanzia, scuole elementari, controlli medici sugli alimenti, trasporti pubblici). Nelle città si stava affermando la moderna civiltà delle macchine, dalla quale si irradiavano i nuovi miti del progresso, della prosperità, della felicità materiale: traguardi, questi, che parevano raggiungibili a un vasto numero di persone. La seduzione del comfort, accessibile a tutti, dispiegava i suoi benefici dinanzi agli occhi di milioni di consumatori.

Figura fondamentale nell’evoluzione del manifesto della seconda metà dell’Ottocento fu il francese Jules Chéret, che applicò la sua arte sia alla pubblicità commerciale, sia alla cartellonistica teatrale. E proprio al mondo della mondanità e dello spettacolo si rivolse per attingere il tono leggero, brillante e un po’ frivolo della sue immagini, caratterizzate da una grande carica evocativa e capaci per questo di apparire immediatamente gradite al pubblico.  La figurina femminile della pubblicità della cipria La Diaphane (1890) non è una donna qualunque, ma una signora libera e spregiudicata, nella quale anche la più dimessa casalinga può – per la magia di questo codice comunicativo – identificarsi... purché usi il suo stesso maquillage.

Figura fondamentale nell’evoluzione del manifesto della seconda metà dell’Ottocento fu il francese Jules Chéret, che applicò la sua arte sia alla pubblicità commerciale, sia alla cartellonistica teatrale. E proprio al mondo della mondanità e dello spettacolo si rivolse per attingere il tono leggero, brillante e un po’ frivolo della sue immagini, caratterizzate da una grande carica evocativa e capaci per questo di apparire immediatamente gradite al pubblico.
La figurina femminile della pubblicità della cipria La Diaphane (1890) non è una donna qualunque, ma una signora libera e spregiudicata, nella quale anche la più dimessa casalinga può – per la magia di questo codice comunicativo – identificarsi… purché usi il suo stesso maquillage.

Parigi, più di altre, fu la città-vetrina di quel nuovo mondo: divenne la capitale europea del turismo e dei consumi, degli spettacoli e dell’arte, della cultura e della scienza, dello sport e della moda. Per questo fu anche la capitale della Belle Epoque, con tutta la variegata gamma delle sue espressioni, dai fenomeni di costume sociale (i caffè concerto, le gare sportive, le corse automobilistiche, i voli in aeroplano, i grandi magazzini) a quelli dell’espressione artistica (il teatro, l’opera, il cinema dei fratelli Lumière, la pittura degli impressionisti). Altre capitali europee, quali Londra, Vienna, Budapest, Berlino, si imposero come centri pilota delle moderne società industriali e di massa, mentre il loro successo di immagine esaltava il primato culturale ed economico dell’Europa, allora all’apogeo.

Fonti: Encarta, La Puglia letteraria, Centro documentazione Delfino Pesce

Grazie Rolihlahla

Nessuno è nato schiavo, né signore, né per vivere in miseria, ma tutti siamo nati per essere fratelli.

Nelson Mandela

 

La scomparsa di Nelson Mandela rappresenta un lutto per l’intera umanità. Non solo leader della lotta contro l’apartheid in Sudafrica ma simbolo e incarnazione della libertà, della perseveranza della giustizia. Un uomo che ha dato moltissimo al mondo mettendo se stesso in secondo piano, un uomo che ha fatto la storia e di cui certamente si avvertirà forte la mancanza.

La vita

L’educazione è il grande motore dello sviluppo personale. È grazie all’educazione che la figlia di un contadino può diventare medico, il figlio di un minatore il capo miniera o un bambino nato in una famiglia povera il presidente di una grande nazione. Non ciò che ci viene dato, ma la capacità di valorizzare al meglio ciò che abbiamo è ciò che distingue una persona dall’altra.

Nelson Mandela

 

 

Nelson-Mandela-Desktop-2013

Nelson Rolihlahla Mandela (Qunu, Umtata, 18 luglio 1918 –  Johannesburg, 5 dicembre 2013), politico sudafricano e presidente del Sudafrica (1994-1999), primo nero a ricoprire questa carica nel paese. Incarcerato per più di venticinque anni per motivi politici, è divenuto il simbolo della lotta contro l’apartheid.

Figlio di un capo della tribù thembu, prese a interessarsi di politica quando ancora era studente; insieme a Oliver Tambo, da allora suo fedele compagno di lotta, partecipò nel 1940 ad alcuni scioperi studenteschi che gli costarono l’espulsione dal college. Nel 1944 con Tambo e Anton Lembede fu tra i membri fondatori della lega giovanile dell’African National Congress (ANC), diventandone il segretario nazionale nel 1948 e due anni dopo il presidente. Inizialmente contrario alla cooperazione con altri gruppi etnici, Mandela cambiò opinione nel 1952 nel corso della campagna di disobbedienza, durante la quale auspicò l’azione congiunta di tutti i gruppi razziali nella lotta contro la segregazione razziale. Nel dicembre 1952 venne arrestato e condannato a nove mesi, ma la pena fu sospesa; gli venne però proibito di partecipare a qualsiasi riunione o di lasciare il distretto di Johannesburg per un periodo di nove anni. Nel dicembre 1956 fu accusato di tradimento con altre 156 persone: il processo durò fino al 1961, ma nessuno venne condannato. Nel 1958 sposò Nkosikazi Nomzamo Madikizela, più nota come Winnie Mandela.

In seguito al massacro di Sharpeville (1960) in cui 67 cittadini di colore furono uccisi dalle forze dell’ordine sudafricane nel corso di una manifestazione contro l’apartheid, l’ANC e il Pan-African Congress (PAC), partito sorto dalla scissione di una sua minoranza, furono messi fuori legge. Nel 1962 Mandela lasciò il Sudafrica per partecipare alla prima conferenza panafricana di Addis Abeba, quindi passò in Algeria, dove fu addestrato nelle tecniche di guerriglia, e infine si recò a Londra, dove incontrò gli altri leader della resistenza politica sudafricana. Tornato in Sudafrica fu arrestato per aver lasciato illegalmente il paese e condannato a cinque anni di reclusione. Con lui furono incarcerati molti altri attivisti antiapartheid. Al processo (1963-64) Mandela assunse personalmente la propria difesa e quella dei suoi compagni. Condannato all’ergastolo, trascorse diciotto anni nel penitenziario di Robben Island, quindi venne trasferito nel carcere di Pollsmoor, a Città del Capo.

Nessuno conosce veramente una nazione fino a che non è stato nelle sue prigioni. Una Nazione non dovrebbe essere giudicata da come tratta i suoi cittadini migliori, ma da come tratta i suoi cittadini di più basso rango.

Nelson Mandela

 

La campagna di protesta contro le autorità sudafricane per la sua liberazione assunse una dimensione mondiale. Nel 1985 Mandela rifiutò la libertà condizionata offerta dal presidente Botha, e chiese che il governo rivedesse la propria posizione sulla questione dell’apartheid. Il presidente De Klerk liberò Mandela nel febbraio 1990 dopo aver nuovamente riconosciuto la legalità dell’African National Congress e degli altri partiti politici soppressi. Mandela assunse la direzione del partito e avviò le trattative con il governo; il dialogo fra le parti fu difficile e spesso aspro, ma finalmente, nel 1991, il governo revocò l’ultima legge che regolava l’apartheid.

Per l’impegno dimostrato nel processo di democratizzazione del paese e di pacifica convivenza multirazziale, Mandela e De Klerk, nel 1993, ricevettero il premio Nobel per la pace. Nel maggio 1994, con le prime elezioni libere del paese, in cui ebbe diritto di voto anche la popolazione nera, Mandela divenne il primo presidente nero del paese; due anni dopo, nel maggio 1996, varò la nuova costituzione del Sudafrica. Non ricandidatosi per un nuovo mandato, dopo le elezioni del giugno 1999 che hanno visto trionfare l’African National Congress, “Madiba” (il Vecchio) come viene affettuosamente chiamato dal suo popolo ha lasciato le cariche di presidente del partito e del Sudafrica al suo vicepresidente, Thabo Mbeki.

Per gli uomini, la libertà nella propria terra è l’apice delle aspirazioni.

Nelson Mandela

 

Il vescovo Desmond Tutu consegna al presidente Nelson Mandela le copie del rapporto finale della Commissione per la verità e la riconciliazione. Istituita nel 1995, la Commissione fu presieduta da Tutu ed ebbe un duplice scopo: accertare le violazioni dei diritti umani compiute in Sudafrica durante il lungo regime dell'apartheid e favorire la ripresa del dialogo nel paese. La Commissione concluse i suoi lavori nel 1998 con la ferma condanna della segregazione razziale, considerata un grave crimine contro l'umanità.

Il vescovo Desmond Tutu consegna al presidente Nelson Mandela le copie del rapporto finale della Commissione per la verità e la riconciliazione. Istituita nel 1995, la Commissione fu presieduta da Tutu ed ebbe un duplice scopo: accertare le violazioni dei diritti umani compiute in Sudafrica durante il lungo regime dell’apartheid e favorire la ripresa del dialogo nel paese. La Commissione concluse i suoi lavori nel 1998 con la ferma condanna della segregazione razziale, considerata un grave crimine contro l’umanità.

Fonte: Encarta

 

 

La filosofia Ubuntu

 

Una persona che viaggia attraverso il nostro paese e si ferma in un villaggio non ha bisogno di chiedere cibo o acqua: subito la gente le offre del cibo, la intrattiene. Ecco, questo è un aspetto di Ubuntu, ma ce ne sono altri. Ubuntu non significa non pensare a sé stessi; significa piuttosto porsi la domanda: voglio aiutare la comunità che mi sta intorno a migliorare?

Nelson Mandela

 

 

 

 

L’autobiografia

LUNGO CAMMINO VERSO LA LIBERTA'

Non c’è nessuna strada facile per la libertà.

Nelson Mandela

 

L’autobiografia di Nelson Mandela assume ora una valenza ancor più significativa: oltre alle persone cui egli ha migliorato indirettamente la vita, è ai libri che spetta ora rendere immortale la sua memoria come esempio di vera umanità e struggente amore per le proprie origini.

Lungo cammino verso la libertà merita di essere letto con attenzione. Non solo per conoscere a fondo la vita di Mandela, quanto piuttosto per fare un passo alla volta assieme a lui in quel cammino che come dice il titolo è lungo ma porta alla libertà. Provate a immaginare la sofferenza di un popolo che, nella propria terra, si vede privato da stranieri dei diritti fondamentali. Con quale autorità? Quale arroganza hanno dimostrato i bianchi instaurando il regime dell’apartheid?

Mandela attraverso le pagine ci mostra la parte più intima di sé, quella di un uomo che cresce e matura perseguendo più che la propria felicità, la realizzazione di ciò in cui crede con ogni fibra del suo essere. Non un uomo senza peccato, ma un uomo che è stato capace di cambiare la storia. Un uomo straordinario.
Un libro che entra nel cuore e che commuove, la cui lettura potrebbe essere validamente inserita nell’istituzione scolastica di tutto il mondo.

Approfondimenti

 

Apartheid

giornale

Un gruppo di sudafricani legge il resoconto di uno scontro tra la polizia e i minatori neri avvenuto nel 1973; lo scontro fece undici vittime.

Politica di segregazione razziale formalmente adottata in Sudafrica dal 1948 al 1993. Nella lingua afrikaans il termine apartheid significa ‘separazione’ e indica la rigida divisione razziale che regolava le relazioni tra la minoranza bianca e la maggioranza non bianca della popolazione. Nel novembre del 1993 fu raggiunto un accordo che mise fine all’apartheid e nel 1994 si tennero le prime elezioni politiche in cui votavano gli appartenenti a tutte le razze.

L’apartheid fu adottato nel 1948 dopo la vittoria elettorale del Partito nazionalista del Sudafrica (NP). Le leggi dell’apartheid classificavano i cittadini in tre principali gruppi razziali: bianco, bantu (neri africani) e coloured (persone con discendenza mista). Successivamente venne istituita una quarta categoria per gli asiatici (indiani e pakistani).

Le leggi prescrivevano i luoghi in cui ciascun gruppo poteva vivere, che tipo di lavori poteva esercitare e a che tipo di sistema scolastico poteva accedere. Le leggi proibivano quasi tutte le relazioni interrazziali, istituivano luoghi pubblici separati (ad esempio, riservando alcune spiagge ai bianchi) ed escludevano i non bianchi da ogni forma di rappresentanza politica. Gli oppositori dell’apartheid furono perseguiti penalmente e il governo inasprì la propria politica di repressione fino a trasformare il Sudafrica in uno stato di polizia.

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Il leader politico sudafricano Stephen Biko è uno dei martiri del regime dell’apartheid in Sudafrica. Arrestato nel 1977 per attività politiche contro il governo della minoranza bianca segregazionista, morì in seguito alle percosse e ai maltrattamenti della polizia. Nella foto, seguaci di Biko riuniti nella sua città natale per commemorare il decimo anniversario della morte.

La segregazione razziale fu contrastata dall’African National Congress (ANC), fondato nel 1912 dai neri. Dopo gli scioperi contro l’apartheid che culminarono nel massacro di Sharpeville nel marzo del 1960, il governo mise al bando tutte le organizzazioni politiche nere, compreso l’ANC. Tuttavia le dimostrazioni, gli scontri violenti, gli scioperi e i boicottaggi che si susseguirono sempre più frequenti negli anni Sessanta e Settanta da parte degli oppositori dell’apartheid, il fallimento della politica dei bantustan e la condanna internazionale che aveva isolato il Sudafrica, costrinsero il governo ad allentare le restrizioni, ad esempio quelle che riguardavano il contatto quotidiano tra membri delle diverse componenti etniche (petty apartheid).

Dalla metà degli anni Settanta fino alla metà degli anni Ottanta il governo attuò una serie di riforme che permisero alle rappresentanze sindacali nere di organizzarsi e di svolgere una limitata attività politica. La Costituzione del 1984 estese la rappresentanza parlamentare agli asiatici e ai coloured, ma non ai neri, nonostante costituissero oltre il 75% della popolazione. Si accesero nuove rivolte nelle città e, essendo cresciuta la pressione internazionale contro il Sudafrica, le politiche governative dell’apartheid cominciarono ad allentarsi.

Nel 1990 il nuovo presidente Frederik Willem de Klerk revocò ufficialmente la messa al bando trentennale dell’ANC e liberò il suo leader, Nelson Mandela. Nel 1993 venne raggiunto e sottoscritto da Mandela e De Klerk un accordo sulle modalità della transizione del Sudafrica alla democrazia. Nelle prime libere elezioni del 1994 Mandela divenne il primo presidente nero nella storia del Sudafrica, a capo di una coalizione governativa che comprendeva anche il Partito nazionale.

Fonte: Encarta

 

Grazie Rolihlahla, senza di te il mondo sarà più povero. Ma tu vivrai in eterno.