La concubina russa – Kate Furnivall

Cari amici, com’è il tempo dalle vostre parti? Qui in Puglia c’è un vento forte e piove, fa freddo, insomma le condizioni climatiche ideali per restare in casa al calduccio a leggere.

LA CONCUBINA RUSSA

Kate Furnivall

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La concubina russa

Trama

Cina 1928. In una città insidiata da ladri, pericoli e sofferenze di ogni sorta, la giovane Lydia ha dovuto imparare presto a sopravvivere. Proviene da una famiglia dell’aristocrazia russa, esiliata in seguito alla repressione bolscevica. A cinque anni ha visto morire suo padre e da allora il suo cuore è andato in frantumi. Ma Lydia non ha tempo per volgersi al passato, sua madre ha bisogno di lei e farà di tutto per assicurarle una vita dignitosa, persino commettere piccoli furti. È durante una delle sue uscite in cerca di fortuna che incontra il giovane Chang An Lo. Fra i due è amore a prima vista, è come se si fossero riconosciuti nella solitudine terribile che li sovrasta. Tuttavia, la loro complicità li spingerà a introdursi in luoghi in cui non avrebbero mai dovuto avvicinarsi: quelli delle lotte di potere fra comunisti e nazionalisti. Nonostante tutto sembri ostacolarli, in un’epoca in cui l’amore sembra la scelta meno indicata, Lydia e Chang non sono in grado di ignorare un sentimento che mostra loro, forse per la prima volta, una promessa di felicità.

Recensione

Il prologo cattura l’attenzione e suscita grandi aspettative. L’ambientazione è affascinante e originale e crea da subito un contrasto forte tra la vita quotidiana dei ricchi stranieri e quella povera della popolazione cinese. Interessanti sono anche i modi di fare degli individui di entrambe le parti, messi a confronto; in particolare la visione delle cose di Chang, il ragazzo cinese, intrisa del fascino della natura selvaggia. Lydia, la protagonista, è un’eroina moderna con un grande ascendente su tutti coloro che la circondano. Nonostante tutte queste belle premesse devo dire che ho trovato il romanzo un po’ noioso. Le vicende si svolgono una dopo l’altra e, per gran parte del libro, sembrano solo un elenco di fatti slegati tra loro; non ci sono mai punti critici e si ha la sensazione di attendere sempre qualcosa che non arriva. Ho portato a termine la lettura con fatica.

PS Il titolo non c’entra assolutamente niente con la storia.

Valutazione:

2

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La Memoria. Non oggi, ogni giorno.

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Ho una proposta. Anziché fare tutti le “brave persone” solo oggi, partecipando a qualche evento o condividendo foto della Shoah, pensiamo a domani e a tutti i giorni di cui è composto l’anno. E in quei giorni diventiamo e restiamo tolleranti. Apriamo la mente, il cuore, cerchiamo di capire gli “altri”, perché l’odio non nasce con la persona ma viene inculcato dalla società. Spogliamoci dei pregiudizi, guardiamo attraverso gli occhi degli “altri”, comprendiamone le motivazioni, le azioni. Piangere oggi è un espediente per mettere a tacere la coscienza e continuare a ignorare tutto l’anno i barconi che affondano con il loro carico di disperazione, carne e sangue. Il miglior modo per serbare memoria delle vittime di tutti i genocidi è porre le basi affinché essi non si ripetano, mai più. Possiamo agire nel nostro piccolo, nella quotidianità, insegnando ai bambini – gli adulti di domani – cosa è giusto. E ogni anno la Giornata della memoria sarà un promemoria per continuare a fare la nostra parte, ogni giorno.

Pillole di arte martinese #5 – I palazzi

Quinto appuntamento con la rubrica Pillole di arte martinese. Oggi proseguiamo con l’argomento Palazzi, che ho introdotto qui.

Dopo l’analisi del Palazzo Ducale – potete rileggerla qui – parliamo in generale dei numerosi altri palazzi del centro storico degni di nota.

I termini sottolineati sono spiegati nel glossario a fine articolo.

Palazzo dell’Università

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Il Palazzo dell’Università, sito in Piazza Plebiscito, fu costruito tra il 1759 e il 1761. Presenta una facciata semplice con campiture scandite da sottili lesene. Eleganti cornici ingentiliscono le finestre. Sulla cimasa della finestra che sovrasta il portale compare, scolpito in pietra, il cavallo senza briglie, simbolo della città angioina. La contigua Torre Civica impreziosisce la facciata. Il Palazzo dell’Università fu nei primi tempi sede del parlamento locale – donde presero il nome i militanti nella fazione degli universalisti, opposta a quella degli zelanti – e del municipio fino al 1910. Ora ospita la Società Artigiana.

Palazzo Stabile

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Sito in via Masaniello, si tratta di un palazzo caratteristico e scenografico, che sfoggia un singolare verticalismo della facciata. Scandito in tre piani, presenta un mirabile portale affiancato da due finestre incorniciate e caratteristiche balconate affinate da capitelli decorati ad archetti. Palazzo Stabile fu anticamente sede del Partito Fascista.

Palazzo Martucci

Palazzo Martucci è situato di fronte al pregevole Palazzo Ducale, in Piazza Roma. Presenta una semplice facciata longitudinale ingentilita da lesene e da fiaccoloni e resa ancor più mirabile dal portale. Esso infatti è un doppio portale, sovrastato da una loggia finemente incorniciata, termina in alto con una cimasa forata nel cui vano doveva essere collocato lo stemma di famiglia.

 

 

Palazzo Guerra

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Pregevole edificio scandito in due piano, Palazzo Guerra presenta nella parte inferiore un mirabile portale impreziosito da un arco e affiancato da colonne, su cui sporge una balconata sorretta da capitelli. L’elegante piano superiore, simile a quello inferiore, ingentilisce l’intera struttura dell’edificio che presenta una particolare colorazione rossa.

 

 

Palazzo Fanelli

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Attualmente denominato Torricella, Palazzo Fanelli fu costruito nel 1748 su commissione di Ambrogio Fanelli. Le particolarità del palazzo sono la loggia in ferro battuto che sovrasta il portale e le sei finestre differentemente decorate.

Palazzo Marinosci

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Edificato nel 1749, Palazzo Marinosci presenta due balconi con colonnine spanciate, erme e putti che reggono un cartiglio. Si tratta di uno dei palazzi di Martina Franca che conserva, al proprio interno, un vasto giardino. Il palazzo fu abitato dal famoso medico e botanico Martino Marinosci (vedi approfondimento in fondo all’articolo).

Palazzo Maggi

5693907934_24290a8f96_oPalazzo Maggi chiude Via Cavour. Il portale finemente scolpito presenta un cartiglio incorniciato da puttini e motivi floreali, tipici delle decorazioni barocche. L’ampia arcata che lo sovrasta da luminosità a tutta la facciata.

Palazzo Gioia

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Pregevole costruzione che introduce Via Mazzini, Palazzo Gioia un tempo era denominato Palazzo Blasi in onore del barone Francesco Blasi. Edificato nel 1774, rappresentò un modello fra le residenze padronali barocche. Presenta un caratteristico portale in bugnato e splendide logge in ferro battuto.

Casa Cappellari

 

 

In Via Orfanelli è situata Casa Cappellari, detta anche ospedaletto o lazzaretto in virtù della funzione di ricovero per viandanti, malati e orfani che assunse nel Settecento. Accanto al portale d’ingresso era situata una botola girevole dove venivano depositati i bambini indesiderati. Gira voce che, durante il periodo fascista, vi si svolgesse il mercato nero. Oggi completamente ristrutturata, Casa Cappellari è spesso sede di eventi artistici. Essa è costituita da un cortile centrale sul quale si affacciano, al piano terra e al primo piano, stanze di pochi metri quadrati dotate di camino e/o pozzo.

Palazzo del Cavaliere

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Il palazzo del Cavalier Semeraro presenta una facciata dominata da un doppio portale. Il primo è in bugnato, il secondo è caratterizzato da due colonne che reggono la grande loggia superiore. Il palazzo, in stile neoclassico, fu costruito nel 1733.

Palazzo Marino Motolese

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La facciata di Palazzo Marino Motolese presenta un portale datato 1567, ma l’immobile fu ristrutturato e trasformato nel 1758. L’androne d’ingresso rivela la struttura della casa a corte. Un’elegante scalinata porta al piano rialzato, dove sono evidenti le trasformazioni settecentesche.

Palazzo Ruggieri

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Palazzo Ruggieri, prima intitolato Barnaba, fu eretto nel 1759 accanto alla Basilica di San Martino. Esso si sviluppa in verticale e presenta una facciata ricca di ornamenti.

Palazzo Fighera

Impreziosito esternamente dall’arco dell’antico portale, Palazzo Fighera offre esternamente una caratteristica galleria con pregiati affreschi del 1777 raffiguranti scene mitologiche, opera del noto Domenico Carella – di cui ho parlato qui.

Palazzo Ancona

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Uno dei palazzi più scenografici, dalla indiscussa eleganza barocca, Palazzo Ancona è situato al termine di Via Macchiavelli e risale alla seconda metà del XVIII secolo. Di grande interesse artistico sono le cariatidi che sostengono le pregevoli logge, costituenti l’unico esempio di scultura profana nel centro storico di Martina Franca.

Palazzo Magli

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Edificato nel 1748 per volere dell’abate Pasquale Magli, Palazzo Magli – denominato anche Lella – occupa il luogo ove sorgeva un palazzo a corte del Cinquecento. Presenta un doppio portale: il primo, in bugnato classico, è inglobato nell’altro, sorretto da colonne con capitelli adorni di gambe di cervi ed eleganti satiri.

Palazzo Motolese

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Costruito nel 1775, mostra una facciata monumentale caratterizzata dal complesso portale collegato al balcone superiore. L’ingresso secondario, situato in Via Arco Casavola, presenta un grande portale su cui corre una doppia balconata in pietra a colonnine tornite, impreziosita da eleganti doccioni. L’atrio di ingresso, di dimensioni ridotte, da accesso al locale più ampio che una volta erano le stalle – si possono ancora vedere le stanghe di ferro alle pareti – e a una piccola cappella.

Palazzo Marturano

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Eretto nel 1719 dal conte Barnaba, è uno dei più antichi palazzi barocchi di Martina. Il grande portale in bugnato è sormontato da due eleganti loggiati in pietra a colonnine spanciate. Questo splendido palazzo chiude Via Mazzini.

Il palazzo del Caffè Tripoli

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In questo palazzo, a piano terra si trova il bar più antico della città – aperto nel 1911 -, dove si possono gustare genuini prodotti artigianali.

 

 

Glossario

 

  • Campitura: area di un dipinto riempita con un solo colore.
  • Cimasa: complesso di modanature che serve a coronare un elemento architettonico.
  • Erma: scultura che poggia su un pilastro e rappresenta una testa umana e parte del busto.
  • Cariatide: statua in forma di donna usata come elemento architettonico portante, per sostenere trabeazioni, mensole, cornicioni, balconi, logge e simili.
  • Satiro: nella mitologia greco-romana, divinità dei boschi, avente figura umana, con piedi e orecchie caprini.
  • Doccione: parte terminale della grondaia che serve a scaricare l’acqua lontano dai muri, consistente, specialmente in palazzi antichi, in un’opera di scultura con figure grottesche o di animali.

 

 

Approfondimenti

 

Martino Marinosci

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Nacque a Martina Franca il 20 settembre 1786 da Giuseppe Marinosci e Anna Irene Maggi. Dotato d’ingegno vivo e precoce iniziò la sua formazione culturale fin da piccolo, sotto la guida di dotti religiosi che lo iniziarono agli studi di aritmetica, geometria, filosofia e teologia. Tra i 15 e i 19 anni si avviò agli studi di botanica, fisica e chimica, anatomia e fisiologia, medicina teorica e legale. Tra i 19 e i 23, a Napoli, seguì i corsi di Medicina, Chirurgia, Clinica e Anatomia dei maggiori specialisti. Estese i suoi interessi alla Botanica e alla Storia Naturale sotto la guida di Petagna, Tenore e Briganti, effettuando escursioni per la raccolta di materiali con cui costituì erbari e collezioni di vario genere. Contemporaneamente si interessò di Teologia e di Morale, di Storia, di Legge e di Chimica, studiando l’inglese e l’ebraico.

Tornato al paese natio nel 1809 vi iniziò una brillante carriera di medico, facendosi presto apprezzare e guadagnandosi la stima di tutti.

La sua vita privata lo vide impegnato nel mantenimento e nell’educazione assidua dei 10 figli, ma fu costellata di contrarietà e lutti.

Nel 1809, fu nominato Socio Corrispondente del Real Giardino delle Piante di Napoli, diretto dal famoso botanico Michele Tenore, e diede inizio alle escursioni per la Provincia di Lecce, che durarono fino al 1815.

Nel 1811 fu nominato Socio Onorario della Società Economica di Terra d’Otranto di Lecce, di cui divenne poi socio Ordinario nel 1820. Ebbe così modo di essere apprezzato anche nell’ambiente leccese, in cui presto godette dell’amicizia di naturalisti quali il Conte M. Milano, Oronzo Gabriele Costa, Giuseppe Maria Giovene.

Nel 1826 fu eletto Presidente dell’ Accadema Agraria di Lecce, carica che ricoprì per ben 10 anni. Fu in questo periodo che pubblicò una prima parte della Flora Salentina, alla quale aveva cominciato a lavorare già dal 1810, e a cui sarebbe stata legata la sua fama come botanico.

Nel 1831 pubblicò un Catechismo agrario, che incrementò ulteriormente la sua fama. Si dedicò anche a studi di Archeologia, divenendo, nel 1842, Ispettore degli scavi d’antichità per il distretto di Taranto.

Scrisse moltissimo ma pubblicò pochissimo e Cosimo De Giorgi, che dopo la sua morte avrebbe curato la pubblicazione della Flora Salentina, ebbe a scrivere che tutti gli scritti “formano un monumento più duraturo del bronzo, e meritano davvero che nella stima dei buoni e degli onesti resti incancellabile il nome del Marinosci”.

Anche se fin dal 1831 la sua salute si era fatta vacillante, il Marinosci morì all’età di ottanta anni l’11 novembre 1866.

Opere

  • Flora Salentina, Tip. Ed. Salentina, Lecce 1870

Jacques Korrigan a Brocéliande. Recensione + intervista agli autori

Quest’oggi vi parlo di una lettura particolarmente ricca che mi ha coinvolto molto. Inoltre gli autori hanno risposto alle mie domande ficcanaso, in quella che mi pare la più bella intervista pubblicata su questo blog. Apriamo l’articolo con un brano, consigliato direttamente dal protagonista del libro, che ci catapulta nelle atmosfere del romanzo.

Bran Vihan – An Hini A Garann, canzone tradizionale d’amore bretone. Flauto, chitarra e voce in un brano indimenticabile.

Jacques Korrigan a Brocéliande

Andrea Marinucci Foa – Manuela Leoni

ilmiolibro.it

 

copertina

 

Trama

Tre diverse organizzazioni si affollano e si combattono intorno alla leggendaria foresta di Brocéliande, quando la squadra di Jacques Korrigan giunge nella cittadina di Paimpont. Tra leggende arturiane, simposi di neurologia, avvistamenti alieni, folletti e creature mitologiche, antiche ricerche naziste sul paranormale, terroristi internazionali, agenti della CIA e investigatori del nuovo quartier generale dell’Interpol a Parigi, l’unica speranza di venire a capo dell’intrigo è affidarsi a uno studioso di cultura e mitologia celtica e alla sua squadra: un cacciatore africano, una ex agente dell’FBI dal grilletto facile, una coppia di informatici canadesi, una affascinante neurobiologa norvegese, un fisico quantistico convertito all’ufologia, una profiler con il dono dell’empatia, un paio di sbirri, un grosso gatto rosso poco disciplinato e, a capo di tutto, un anziano orientale appassionato di jazz.

Anteprima

Seguite questo link per leggere le prime pagine: Jacques Korrigan a Brocéliande

 

 

Recensione

All’inizio della lettura non ero certa di cosa aspettarmi, semplicemente perché non si tratta del genere che leggo di solito. Ma dopo una manciata di pagine, be’… non potevo più farne a meno.

Trovo sia un lavoro geniale. Geniale. L’approccio tecnologico e investigativo al paranormale ha il suo effetto. I personaggi sono numerosi e tutti credibili e sfoggiano un ventaglio di competenze specifiche a seconda del ruolo, il che lascia intendere le vaste conoscenze scientifiche, sociali e mitologiche degli autori del libro.

Una lettura che imprigiona il lettore, trascina in un mondo fatto di missioni segrete e antichi miti che camminano di pari passo con la realtà o meglio con la nostra realtà. Il collegamento con gli studi segreti delle SS sul paranormale è, secondo me, uno dei punti focali. Il ragionamento e la deduzione sono elementi importanti della narrazione: prendono il lettore per mano e lo portano alla scoperta del mondo che si apre davanti ai personaggi. Non mancano neanche uno spiccato senso dell’umorismo e una velata quanto apprezzata ironia.

Una lettura straordinaria, illuminante sotto molti punti di vista, sia che amiate la storia, il mistero, i polizieschi, la mitologia, con un valore aggiunto dato dalle interessanti note esplicative a fine libro.

Si tratta di un romanzo autoconclusivo ma la storia continua; per quanto mi riguarda non vedo l’ora di leggere il seguito delle avventure di Jacques Mevel.

Valutazione:

5

Intervista agli autori

 

Ciao Andrea, ciao Manuela. Benvenuti.

  • Mi fa molto piacere avervi entrambi qui sul mio blog, per cui entriamo subito in confidenza. Parlatemi un po’ di voi.

Manuela: ho 50 anni, tre figlie, una nipote e cinque gatti. Amo dipingere, suonare il violino – ma vorrei imparare a suonare anche il violoncello – leggere e scrivere storie. Mi piace cucinare e inventare piatti che mescolano le varie tradizioni.

Nella mia vita ho fatto l’arredatrice d’interni, la segretaria di redazione, l’editor e la content manager, ma la cosa che amo di più in assoluto è creare, veder nascere qualcosa dalle mie mani.

Andrea: siamo onorati di essere nel tuo blog, che seguiamo da tempo con grande attenzione. Io sono nato nel 1964 e ho interessi e professionalità sparsi in campi artistici, scientifici, tecnici e letterari. Ho fatto scavi archeologici, partecipato a spedizioni di paleontologia umana, contribuito ad allestire un museo, mi sono divertito con la fotografia naturalistica, ho praticato arti marziali, mi sono occupato di evoluzione, storia medievale, biochimica. Ho fatto l’editor e ho insegnato informatica. Per lavoro, produco progetti informatici e siti web, con particolare attenzione alla comunicazione e all’organizzazione. Insomma, anche se qualche volta gli amici mi definiscono (generosamente) poliedrico, in realtà sono dispersivo, ficcanaso ed intellettualmente inquieto. Amo la musica popolare, seguo la politica, sono impegnato nella difesa dell’ambiente e nell’estensione dei diritti civili. Sono un ebreo ateo con una forte simpatia per i culti politeisti.

  • Sapreste riconoscere il momento preciso in cui avete capito di amare la scrittura?

Andrea: sicuramente nel periodo della scuola media, ma il momento non lo ricordo. L’uomo è un animale narrante, ha bisogno di esprimersi, raccontare: si può fare in molti modi, con l’arte, la musica, il teatro ed il cinema, l’intrattenimento conviviale e la letteratura. Scrivere è una modalità espressiva particolarmente adatta a chi è molto timido e io ho sempre detestato trovarmi al centro dell’attenzione.

Manuela: non c’è un momento preciso: ho sempre amato scrivere. In pratica, da quando ho preso la penna in mano per la prima volta: i miei temi erano sempre molto apprezzati, mi piaceva utilizzare un linguaggio ricercato, ricco di sfumature. Mi piace l’atto dello scrivere, per me è un’espressione artistica, come suonare e dipingere, un modo di rappresentare quello che sento. Credo che sia per questo motivo che, quando scrivo, ho bisogno di carta e penna, preferibilmente stilografica; risponde al mio bisogno di concretezza.  Ovviamente una volta elaborato il pensiero trasferisco tutto sul PC e lavoro su quello.

  • Quando e perché avete cominciato a scrivere assieme?

Manuela: nel 1989, durante una lunga vacanza in Valtournenche dove la famiglia di Andrea aveva una bellissima casa che guardava sul Plateau Rosa. Abbiamo passato un mese e mezzo in quella casa, con gli amici che venivano ogni tanto a trovarci; quando eravamo soli ci mettevamo davanti al camino acceso ed elaboravamo storie fantastiche che scrivevamo su block notes comprati dal tabaccaio del paese. Li ho ancora tutti.

Andrea: scrivere insieme è collegato ai ricordi più belli e intensi che abbiamo del nostro rapporto. E’ cominciato tutto lavorando sull’ambientazione di un ciclo fantasy che avevo iniziato io anni prima, elaborando il linguaggio, i costumi, addirittura le rune dei vari popoli. Poi siamo passati a scrivere un romanzo particolarmente drammatico che avevo già cominciato e che è ancora lì, solo abbozzato. Al nostro ritorno abbiamo iniziato un libro nuovo che fosse totalmente nostro, e ci siamo fermati a pagina 10, perché è arrivata la prima figlia.

  • Io non ho mai scritto un libro a quattro mani. Com’è, praticamente?

Andrea: una coppia di scrittori ha il vantaggio di rimanere sempre dentro la storia, di poter scambiare impressioni continuamente, di condividere qualsiasi spunto nel momento in cui viene in mente. Creare una storia insieme è un rapporto in qualche modo intimo, quindi viene meglio quando gli autori hanno familiarità, empatia. Tra amici o in coppia è più semplice, anche perché se si entra in competizione o in conflitto è un disastro. Poi, scrivere narrativa a quattro mani implica che due persone abbiano tempo disponibile e siano ispirate nello stesso momento. Ci vuole tanto tempo e tanta pazienza, ma secondo me ne vale la pena.

  • Nel vostro libro, per tutta la lunghezza della narrazione, non ho notato differenze di stile, dunque o i vostri stili sono molto simili oppure siete stati bravissimi a “fonderli” per crearne uno omogeneo. Però sono curiosa: ognuno di voi “gestiva” un certo numero di personaggi oppure, come creatori, eravate assolutamente intercambiabili?

Manuela: credo che ogni coppia di scrittori abbia un suo metodo per scrivere “a quattro mani”; essendo noi una coppia anche nella vita passiamo moltissimo tempo a discutere della trama, dei dettagli, dell’ambientazione, dei personaggi e di tutto quello che costituisce l’ossatura della storia, che a volte nel libro non compare, ma che invece deve essere molto chiaro a chi scrive per mantenere la coerenza di quanto viene raccontato. Disegniamo una time line su un foglio –al momento ce n’è una appesa nel nostro soggiorno per il secondo romanzo di Jacques Korrigan– dove tracciamo gli avvenimenti principali che vengono arricchiti con spunti, idee, ricerche da approfondire applicate con i post it in punti strategici. Poi quando tutto è chiaro, uno dei due scrive la primissima bozza che l’altro completa, quindi armonizziamo il tutto limando le differenze di stile più evidenti.

  • Parliamo nello specifico del libro. A chi dei due e come mai è venuta l’idea di creare una storia così particolare, che tocca diversi ambiti di conoscenza?

Andrea: è difficile dirlo. Probabilmente abbiamo raccolto spunti ed idee, poi ad un certo punto ci siamo resi conto di avere abbozzato qualcosa di nuovo. Doveva essere un racconto, poi con il numero crescente di personaggi e di spunti è diventato un romanzo e quindi una serie. La sfida era utilizzare diversi strumenti narrativi: la suspense dell’avventura e del giallo, la sorpresa finale della fantascienza, la meraviglia del fantasy. L’opera doveva avere un ritmo tutto suo e soprattutto doveva essere centrata sui personaggi.

  • Visti i ragionamenti di Hank e Kate, i due informatici presenti nel romanzo, uno di voi due è esperto di computer e sistemi di sicurezza, satelliti e tecnologia varia. Chi è l’hacker?

Andrea: per quello che riguarda Hank, sono io il responsabile. Ma per l’hacking e per la tecnica di marchingegni assortiti ci siamo attenuti poco al reale. Non è tecnicamente possibile fare quello che fa Hank, non in tempi così stretti, ma nei romanzi e nel cinema si fa abitualmente quindi i lettori se lo aspettano. Invece mi sono divertito con l’archivio “intelligente” del paranormale, il fatabase. Non solo è fattibile, ma saprei benissimo come farlo. Anzi, confesso che l’ho progettato sul serio.

Manuela: è decisamente Andrea!

  • Pure le modalità d’azione di servizi investigativi e servizi segreti sono descritte in maniera particolareggiata. Debbo desumere di stare parlando con uno 007 in incognito? Se no, ci sono delle fonti particolari per ciò che avete descritto oppure avete semplicemente raccolto informazioni qua e là?

Andrea & Manuela: abbiamo utilizzato gli archetipi del genere, vecchi di decenni, adattandoli a una situazione attuale. Abbiamo ragionato un poco su cosa poteva cambiare con la fine della guerra fredda, con l’11 Settembre, con le guerre in Afghanistan e in Iraq, con le diverse amministrazioni Bush e Obama, con Guantanamo. Le nostre “fonti” si limitano a qualche fatto di cronaca, qualche romanzo e qualche film sulle spie: quello che abbiamo descritto può sembrare plausibile perché si accorda con degli stereotipi che sono ormai sedimentati, ma non abbiamo nessuna idea di come funzionino davvero i servizi segreti.

  • Parliamo degli altri tipi di competenze dei personaggi del romanzo, che non sono nemmeno slegati dagli argomenti delle ultime due domande. Storia, mitologia, etnologia, fisica, psicologia. Eravate già in possesso delle conoscenze necessarie oppure vi siete documentati proprio per scrivere il romanzo?

Manuela: per alcune materie non avevamo problemi, per altre, come la psicologia o la fisica quantistica, siamo ricorsi ad amici volenterosi ed esperti nel campo. La ricerca è comunque una costante del nostro modo di scrivere ed è alla base delle conoscenze sfoggiate dai nostri personaggi. Dietro alle loro competenze ci sono studi abbastanza approfonditi: abbiamo comprato e spulciato libri, siamo andati in biblioteca, abbiamo consultato esperti a cui poi abbiamo chiesto di verificare l’attendibilità di quanto avevamo prodotto. Volevamo scrivere un romanzo godibile da tutti, ma che non desse informazioni false o fuorvianti, che potesse incuriosire e magari spingere qualcuno ad appassionarsi delle materie trattate, ad approfondire certe tematiche.

  • Siete entrambi appassionati di cultura celtica?

Manuela: sono appassionata di culture “altre”, di storie e leggende, di religioni e di cucina. Credo che i popoli si svelino attraverso le storie che si tramandano e attraverso le loro tradizioni culinarie che raccontano la loro storia e quella dei territori su cui hanno vissuto.

Andrea: studio le culture antiche e mi affascinano quelle che sono molto antiche e molto vive al tempo stesso. La cultura celtica, specie in Francia e in Irlanda (ma anche nelle altre regioni) non ha seguito lo stesso destino di molte culture italiche: si è rinnovata, contaminata, mischiata, reinventata. Nella musica, nelle arti, nella letteratura. Non ha solo rielaborato i suoi miti e i suoi ritmi, li ha portati nella modernità. E’ un fenomeno che noi abbiamo confinato ad alcuni grandi, come De Andrè, Branduardi, Fo, senza un coinvolgimento di massa; amiamo le nostre tradizioni ma le teniamo su uno scaffale e le spolveriamo con cautela ogni tanto.

  • Per i diversi personaggi, le cui personalità sono varie e spesso contrastanti, vi siete ispirati a persone reali?

Manuela: alcuni dei nostri personaggi sono ispirati a persone reali, come Hank e Kate e le loro fantastiche dinamiche di coppia; la razionalità e il rigore scientifico di Ylsa, e l’aspetto del vecchio compagno di squadra di Jacques, il dottor Gherardi, soprannominato Phlox in onore del medico della serie di Star Trek “Enterprise”. Gli altri personaggi, invece, si sono presentati da soli e si sono imposti. Una curiosità: nel libro compaiono due persone realmente esistenti che sono personaggi che interpretano se stessi. Naturalmente a loro abbiamo chiesto il permesso.

  • Jean Jacques Mevel detto Korrigan è un personaggio straordinario, ricco in cultura, intelligenza e capacità d’adattamento. Come è nato?

Andrea: Jacques è nato come personaggio incompleto: l’idea era quella di renderlo efficiente all’interno di un gruppo e – perché no? – di una relazione sentimentale intensa. In parte coincide con l’archetipo dello studioso, un po’ arrogante ed egocentrico quando si parla delle sue “specialità” e un po’ insicuro per altri versanti. Essendo un giovane catapultato in una situazione avventurosa, lo abbiamo fornito di un po’ di senso pratico e di un carattere vendicativo. Altri dettagli su Jacques verranno rivelati in seguito, nei prossimi romanzi.

  • Senza svelare troppo per non rovinare la sorpresa a chi deve ancora leggere questo primo libro, diteci in anteprima qualcosa sul seguito.

Manuela: Seguendo il filo delle ricerche delle Ahnenerbe di Himmler, trovate nel primo romanzo, i nostri eroi si recheranno nella regione del Midi – Pyrénées, dove naturalmente si imbatteranno in un altro interessante caso misterioso. La zona è ricca di avvenimenti storici che possono agevolmente legarsi alla nostra trama, quindi al momento siamo parecchio impegnati con le ricerche. Gli elementi folkloristici e mitologici riguarderanno l’Occitania e non più la Bretagna, sebbene abbiano sempre un filo conduttore comune. Stavamo anche pensando di trovare una ragazza a Barnes.

Andrea: finiremo con l’aprire una agenzia di viaggi del mistero.

  • Parliamo di editoria. Il vostro libro è stato auto pubblicato ed è disponibile sul sito ilmiolibro. Perché questa scelta?

Andrea & Manuela: la scelta della piattaforma ilmiolibro è stata strategica: dovevamo capire se il nostro romanzo si reggeva in piedi. Dovevamo farlo leggere a un po’ di persone, vedere se raggiungeva i giovani, se le varie sperimentazioni funzionavano, quindi partire alla ricerca di un editore. Ilmiolibro ha una buona qualità di stampa, anche se ha un sito e un meccanismo di vendita assolutamente inadeguato. Noi non contavamo di vendere tante copie, bensì di comprendere se – a giudizio dei lettori – avevamo per le mani un libro vero e proprio, quindi di valutarne le possibilità. Ora siamo alla ricerca di un editore tradizionale e probabilmente faremo anche qualche tentativo nel vasto mercato americano e magari in quello francese.

  • Cosa ne pensate dell’attuale situazione editoriale italiana? Secondo voi c’è differenza con la situazione negli altri Paesi? Se sì, perché?

Andrea: credo che la situazione all’estero segua le stesse dinamiche dell’Italia, in quella che è un’epoca di crisi economica e di grandi cambiamenti nel mercato. In fasi come questa è difficile prevedere come andrà a finire, quindi si assiste a strategie e comportamenti di ogni tipo. In Italia poi il mercato è molto ristretto e particolarmente chiuso, i canali tradizionali di distribuzione, di comunicazione, di pubblicità sono pochi e riservati sempre agli stessi editori, i quali generalmente non rischiano e non sperimentano. In più abbiamo una classe di governo che non si interessa alle nuove opportunità e che tiene incomprensibilmente alta l’IVA sugli ebook, non riesce a introdurre i nuovi strumenti nelle scuole e sembra lavorare più per i grandi editori che non per il settore editoriale. Il problema è generale e in Italia si nota di più.

  • Oltre alla saga di Jacques Korrigan avete altri progetti in cantiere? A quattro mani oppure no?

Andrea: abbiamo parecchi progetti aperti: un insieme di racconti fantasy, sword & sorcery, che vogliamo pubblicare con Amazon in volumi da 100-120 pagine, soprattutto per farci conoscere un poco. Poi abbiamo sempre i 5-6 romanzi iniziati e mai finiti e un paio di spunti nuovi tutti da sviluppare. Non abbiamo tempo per seguire tutte le idee che ci vengono in mente, ma cerchiamo sempre di appuntarcele per il futuro. Ormai il nostro sistema di scrittura a quattro mani è talmente perfezionato che lo adottiamo automaticamente, quindi firmeremo tutto in coppia. Fanno eccezione le mie storie demenziali come L’Oscura Forfora delle Tenebre, che sono nate per scherzo e che non verranno mai pubblicate, alcune cose saggistiche e un romanzo distopico che sto scrivendo con mia madre. Sono io ad essere dispersivo, mentre Manuela cerca di spingermi a finire i lavori aperti.

Grazie per la disponibilità e in bocca al lupo per tutti i vostri lavori.

Grazie infinite a te per l’ospitalità e per le domande articolate ed interessanti che ci hai posto.

Ora, amici, vi lascio l’indirizzo del sito del libro, dove potrete trovare informazioni e curiosità:

La poesia del bianco e nero, l’impatto dei colori #2 – Tesla

Eccomi con il secondo appuntamento di questa rubrica.

Ebbene, guardate di che foto ci occupiamo oggi.

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Nella foto in bianco e nero gli occhi del soggetto sono già vividi, nella foto a colori si dimostrano pure intelligenti. Avrei voluto incontrare dal vivo questo inventore dalla personalità così particolare – leggete le curiosità in fondo all’articolo.

 

 

Nikola Tesla

Nikola Tesla (Smiljan 1856 – New York 1943)fu un inventore e ingegnere elettronico statunitense di origine croata, che diede contributi fondamentali allo sviluppo dell’industria elettrica.

Studiò al politecnico di Graz e all’Università di Praga, quindi lavorò come ingegnere elettronico presso varie industrie elettriche. Nel 1884 emigrò negli Stati Uniti, divenendo successivamente cittadino americano. Per un breve periodo lavorò alle dipendenze di Thomas Edison, ma in seguito preferì dedicarsi esclusivamente alla ricerca sperimentale e fondò a New York un laboratorio dotato di apparecchiature per ricerche elettrotecniche.

Nel 1888 progettò il primo sistema pratico per la produzione e la trasmissione della corrente alternata per centrali elettriche; i diritti relativi a questa invenzione furono però assegnati all’inventore statunitense George Westinghouse, che presentò il sistema alla World’s Columbian Exposition di Chicago, nel 1893. Circa due anni dopo i motori a corrente alternata furono installati presso le cascate del Niagara. Le numerose invenzioni di Tesla comprendono generatori ad alta frequenza (1890) e il rocchetto di Tesla (1891), un trasformatore con importanti applicazioni nel campo delle comunicazioni radio.

La rivendicazione contro Marconi

Nel 1943 una sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti attribuì a Tesla la precedenza di alcuni brevetti rispetto a Marconi, tra cui la radio, ma comunque dopo il brevetto di Oliver Lodge che lo precedette. La sentenza della Corte Suprema statunitense comunque non è universalmente riconosciuta dai sostenitori di Marconi. Molto tempo prima (1911) l’High Court britannica nella persona di Mr. Justice Parker deliberò su un analogo procedimento la validità dei brevetti di Marconi. La sentenza della Corte Suprema statunitense è rimasta una sentenza discussa anche perché in quel periodo l’esercito statunitense era in causa con la società Marconi per l’utilizzo di brevetti sulla radio senza il pagamento dei brevetti, la sentenza ha permesso al governo di non pagarli. In realtà ciò non è vero del tutto visto che il governo Usa pagò la somma di 42.000 dollari alla società di Marconi per un brevetto di Oliver Lodge che la suddetta società aveva comprato da quest’ultimo.
In realtà nessuno prima di Tesla aveva effettuato esperimenti di trasmissioni radio come le intendiamo oggi, cioè con un circuito risonante.

Tesla iniziò a tenere le prime conferenze pubbliche sulla trasmissione di energia tramite onde radio nel 1891 e nel 1893 pubblicò il primo progetto per trasmettere segnali ed anche energia elettrica tramite onde radio. I progetti di Tesla si concentravano sulla trasmissione di onde elettromagnetiche continue (CW) per ottenere trasmissioni di segnali ed anche di energia, quelli di Marconi posteriormente, sulla trasmissione di segnali morse tramite onde smorzate (DW) e quindi producevano segnali con interferenze e difficili da sintonizzare. Sono progetti differenti che si suppone non possono essere opera di semplice copia.
Nel 1893, al S. Louis, Missouri, Tesla diede una pubblica dimostrazione della comunicazione radio senza fili. L’apparato che Tesla usò conteneva tutti gli elementi che erano incorporati nei sistemi radio prima della sviluppo della “valvola termoionica”.

 

Curiosità

  • Tesla non fu mai sposato. Era celibe e asessuale e sostenne che la sua castità era molto utile alle sue doti scientifiche. Eccetto per le cene formali, egli mangiava sempre da solo, e mai, in alcuna circostanza, avrebbe cenato di sua spontanea volontà con una donna. Al Waldorf-Astoria e al famoso ristorante Delmonico’s selezionava sempre particolari tavoli in disparte, che erano riservati a lui. Anche se veniva sempre descritto come una persona attraente quando interagiva con gli altri, Tesla spesso fingeva nel suo comportamento. Come tanti in questo momento storico, Tesla, scapolo a vita, divenne un acceso sostenitore di una versione, autoimposta con la riproduzione selettiva, dell’eugenetica.

  • Lo scienziato mise da parte il suo primo milione di dollari all’età di 40 anni, ma donò quasi tutti i suoi diritti d’autore sulle invenzioni future. Era particolarmente inetto nel gestire le sue finanze, completamente incurante della ricchezza materiale. Egli strappò addirittura un contratto con Westinghouse, che lo avrebbe reso il primo miliardario in dollari del mondo, in parte a causa delle implicazioni che questo avrebbe avuto sulla sua visione futura dell’energia libera, e in parte perché avrebbe escluso Westinghouse dagli affari, e Tesla non aveva alcuna intenzione di avere a che fare con i creditori.

  • Tesla, affetto da disturbo ossessivo-compulsivo, aveva numerose quanto inusuali abitudini ed idiosincrasie. Faceva le cose in tre, ed esigeva che la camera d’albergo dove alloggiava avesse un numero divisibile per tre. Si sa che egli era fisicamente contrario alla gioielleria, specialmente alle collane di perle e che era ossessionato dai piccioni: ordinava speciali semi per i volatili che nutriva nel Central Park, portandone alcuni nella sua stanza in hotel.

  • Tesla era molto severo circa l’igiene e la pulizia, in un periodo in cui un comportamento così estremo era visto come una stranezza. Era altamente meticoloso e organizzato, sovente lasciava note e appunti per gli altri, per evitare di dover riorganizzare i suoi lavori.

  • Tesla era un poliglotta. Accanto al serbo e al croato, conosceva perfettamente altre sette lingue: il ceco, l’inglese, il francese, il tedesco, l’ungherese, l’italiano e il latino.

  • Il 10 luglio, giorno in cui Tesla nacque, è stato proclamato dallo stato di New York Nikola Tesla Day.

  • Nikola Tesla è stato ritratto sulle banconote da 50.000 dinari (1963), da 500 dinari (1970), da 10 miliardi di dinari (1993), da 100 dinari (1994) e da 5 nuovi dinari (1994) dello scomparso stato della Jugoslavia.

  • Il 10 luglio del 2006, in onore del 150º compleanno dell’inventore, il più grande aeroscalo della Serbia, quello di Belgrado, venne ribattezzato Аеродром Београд “Никола Тесла” o Aerodrom Beograd “Nikola Tesla”.

  • Numerose opere di fantasia di genere avventuroso/fantascientifico (ma non solo) fanno riferimento al personaggio dello scienziato o ad ipotetiche o immaginarie sue invenzioni.

 

Fonti: Encarta, Wikipedia

Il racconto dell’ancella – Margaret Atwood

 

Quanto mi piace scrivere recensioni di libri che mi sono piaciuti tanto… ebbene, oggi è il caso.

IL RACCONTO DELL’ANCELLA

Margaret Atwood

Ponte alle Grazie

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Trama

In un mondo devastato dalle radiazioni atomiche, gli Stati Uniti sono divenuti uno stato totalitario, basato sul controllo del corpo femminile. Le poche donne in grado di avere figli, le “ancelle”, sono costrette alla procreazione coatta, mentre le altre sono ridotte in schiavitù. Della donna che non ha più nome e ora si chiama Difred, cioè “di Fred”, il suo padrone, sappiamo che vive nella Repubblica di Gilead, e che può allontanarsi dalla casa del padrone solo una volta al mese, per andare al mercato. Le merci non sono contrassegnate dai nomi, ma solo da figure, perché alle donne non è più permesso leggere. Apparentemente rassegnata al suo destino, Difred prega di restare incinta, unica speranza di salvezza; ma non ha del tutto perso i ricordi di “prima”…

L’autrice

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Margaret Eleanor Atwood (Ottawa, 18 novembre 1939) è una poetessa, scrittrice e ambientalista canadese. Prolifica critica letteraria, femminista e attivista, è stata vincitrice del premio Arthur C. Clarke e del Premio Principe delle Asturie per la Letteratura, e soprattutto del prestigioso Booker Prize (finalista per cinque volte, vincitrice con L’assassino cieco nel 2000); è stata inoltre sette volte finalista del Governor General’s Award (Premio del Governatore Generale, un riconoscimento offerto dal Primo Ministro del Canada) vincendolo per due volte (con The Circle Game e Il racconto dell’ancella). La Atwood è considerata la scrittrice vivente di narrativa e di fantascienza (o narrativa speculativa) più premiata. Molte delle sue poesie sono ispirate a miti e fiabe, che costituiscono uno dei suoi particolari interessi fin dalla più tenera età. Ha inoltre pubblicato racconti nella rivista Playboy.
I suoi lavori hanno visto una continua e profonda preoccupazione per la civiltà occidentale e per la politica, da lei considerati ad un crescente stadio di degrado. Da La donna da mangiare a Tornare a galla fino a Il racconto dell’ancella, Vera spazzatura e altri racconti, L’ultimo degli uomini e il più recente L’anno del Diluvio, la narrativa di Margaret Atwood si presenta in una veste tormentata e visionaria, non priva però di spiragli ottimistici. La vasta cultura e l’ironia di Margaret Atwood sono due componenti fondamentali della sua opera, accompagnate quali sono da sensibili cambiamenti di stile da opera ad opera e continui rimandi sia ad episodi della vita contemporanea, sia a scrittori di epoche precedenti.

Recensione

Premessa: la quarta di copertina, su trascritta, non fa giustizia al contenuto del libro.

Mi è piaciuto. Mi è piaciuto molto. Si tratta di un romanzo distopico, ma particolare perché il punto di vista è quello femminile. Nel nuovo regime instaurato negli Stati Uniti sono infatti le donne quelle che subiscono di più. Il tema è attualissimo: la violenza sulle donne. È difatti a causa di questa violenza che il regime, una monoteocrazia estrema, trova terreno fertile per impiantarsi. L’abolizione delle libertà sessuali e la conseguente schiavitù delle donne ai fini di procreazione per impedire l’estinzione della razza bianca vengono descritte in maniera vivida. La narrazione, pur serbando un alto livello di realtà – anzi, forse proprio a ragion di quella – si presenta composta, dimessa, in prima persona. La protagonista non è un’eroina ma una donna come tante cui sono stati strappati gli affetti più cari, e che cerca, nel “nuovo” mondo, di sopravvivere in qualche modo, preservare se stessa più di qualunque altra cosa; è rassegnata, realista. Alcuni fatti quotidiani sembrano estremi, quasi impossibili da porre in essere in una società civile, eppure la storia ci insegna che anche ciò che è inumano e orribile è realmente e sistematicamente accaduto – vedi la Shoah durante la seconda guerra mondiale. Il punto di vista di Difred è limitato ai fatti che vive in prima persona, ignora le ragioni politiche e gli accadimenti bellici e, proprio per questo, risulta ancor più credibile. Credo che un grande punto di forza di questo libro siano le metafore: non poetiche, metafore delle piccole cose, della quotidianità e per questo crude, inaspettatamente vere, improvvise come uno schiaffo. Infine trovo geniale il capitolo finale, di cui non vi dico nulla per non rovinarvi la sorpresa, che spiega cosa è veramente Il racconto dell’ancella. Lettura consigliatissima.

Valutazione:

5