Nobel italiani per la Letteratura: Pirandello

Eccoci al terzo appuntamento della rubrica Nobel italiani per la Letteratura: parliamo di Luigi Pirandello, vincitore del premio nel 1934.

La fantasia abbellisce gli oggetti cingendoli e quasi irraggiandoli d’immagini care. Nell’oggetto amiamo quel che vi mettiamo di noi.

Luigi Pirandello

 

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Luigi Pirandello (Girgenti, oggi Agrigento 1867 – Roma 1936), scrittore italiano, uno dei massimi drammaturghi del Novecento. Anche se la sua fortuna critica è sempre stata molto controversa (soprattutto in Italia), Pirandello è uno dei pochi scrittori italiani del XX secolo che abbia saputo conquistarsi una fama internazionale: non tanto per il premio Nobel (1934), quanto grazie allo straordinario numero di compagnie che ne mettono in scena i drammi in molti paesi del mondo.

 

Le prime opere e i romanzi

 

Luigi Pirandello nel 1892.

Luigi Pirandello nel 1892.

Dopo aver esordito come poeta con Mal giocondo (1889), conseguì la laurea in filologia romanza all’Università di Bonn. In seguito si dedicò all’insegnamento della letteratura italiana, pubblicando nel 1894 le prime novelle, Amori senza amore. Nello stesso anno sposò Antonietta Portulano, che gli avrebbe dato tre figli. Nel 1901 pubblicò il suo primo romanzo, L’esclusa, che segna il passaggio dal modello narrativo verista allo stile ‘umoristico’, cioè a una caratteristica mescolanza di tragico e comico, che da quel momento avrebbe caratterizzato la produzione pirandelliana.

Maria Antonietta Portolano.

Maria Antonietta Portulano.

Nel 1903 lo scrittore si trovò improvvisamente in rovina e con la moglie in preda alla pazzia; risale a quest’epoca la stesura della sua migliore opera narrativa, il romanzo Il fu Mattia Pascal (1904). A questo seguirono altri romanzi, tra i quali spiccano I vecchi e i giovani (1913) e Uno, nessuno e centomila (1925-1926), che rappresenta per molti aspetti una specie di consuntivo ideologico finale.

Di ciò che posso essere io per me, non solo non potete saper nulla voi, ma nulla neppure io stesso.

Il teatro e le novelle

 

Soltanto intorno al 1910 Pirandello si decise ad affrontare anche le scene, pur avendo scritto fin dall’adolescenza testi teatrali. Dopo aver ottenuto un buon successo con Pensaci, Giacomino! e Liolà (entrambi del 1916), egli precisò i nuclei fondamentali della propria ispirazione con Così è (se vi pare) (1917) e Il giuoco delle parti (1918). L’anno decisivo per la notorietà pirandelliana fu tuttavia il 1921, quando, per la sua audacia sperimentale, il dramma Sei personaggi in cerca d’autore prima venne fischiato a Roma e poco dopo ottenne a Milano un clamoroso successo, che proseguì subito dopo in America e che continua tuttora. A questo seguì il successo della tragedia Enrico IV (1922), che consacrò definitivamente Pirandello fra i massimi drammaturghi mondiali.

Fra le numerosissime opere teatrali dello scrittore agrigentino è necessario ricordare la trilogia del ‘teatro nel teatro’, composta, oltre che da Sei personaggi in cerca d’autore, da Ciascuno a suo modo (1924) e da Questa sera si recita a soggetto (1930). La produzione novellistica pirandelliana, nucleo generatore dei suoi drammi, è raccolta nelle Novelle per un anno (1922-1937).

Luigi Pirandello con la famiglia.

Luigi Pirandello con la famiglia.

 

 

 

 

La tragedia borghese

 

Pirandello è probabilmente l’autore che meglio rappresenta il periodo che va dalla crisi successiva all’unità d’Italia all’avvento del fascismo. Pochi come lui ebbero coscienza dello scacco subito dagli ideali del Risorgimento e dei complessi cambiamenti in atto nella società italiana. Sul piano letterario il suo punto di partenza fu, come per gran parte degli autori nati nella seconda metà dell’Ottocento, il naturalismo. Fin dal primo momento però l’oggetto privilegiato, o pressoché esclusivo, delle rappresentazioni pirandelliane non fu il mondo popolare bensì la condizione della piccola borghesia. Da questa prospettiva lo scrittore seppe sviluppare una corrosiva critica di costume, cogliendo in profondità la crisi delle strutture tradizionali della famiglia patriarcale. Poiché però anch’egli apparteneva alla piccola borghesia, finì per assolutizzarne i dubbi e le sofferenze, che rappresentò come il segno di una condizione eterna di tutti gli esseri umani.

Firma di Luigi Pirandello.

Firma di Luigi Pirandello.

D’altro canto, fu proprio la direzione esistenziale e metafisica assunta dalla sua ricerca a portarlo molto vicino alle posizioni di alcuni dei più grandi scrittori europei del XX secolo. Paragonato, volta a volta, a Kafka o a Camus, a Sartre o ai drammaturghi del teatro dell’assurdo (Beckett, Ionesco), Pirandello è stato uno dei pochissimi scrittori italiani del Novecento capaci di raggiungere una fama mondiale: ancora oggi i suoi drammi sono, dopo quelli di Shakespeare, i più rappresentati in tutto il mondo.

Mangia il Governo, mangia la Provincia; mangia il Comune e il capo e il sottocapo e il direttore e l’ingegnere e il sorvegliante… Che può avanzare per chi sta sotto terra e sotto di tutti e deve portar tutti sulle spalle e resta schiacciato?

Il mondo dell’apparenza

 

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Al centro della poetica pirandelliana, delineata nel saggio l’Umorismo (1908), sta il contrasto tra apparenza e sostanza. La critica delle illusioni va di pari passo con una drastica sfiducia nella possibilità di conoscere la realtà: qualsiasi rappresentazione del mondo si rivela inadeguata all’inattingibile verità della vita, percepita come un flusso continuo, caotico e inarrestabile. In un mondo dominato dal caso e privo di senso, Pirandello conferisce alla letteratura il compito paradossale di mostrare l’inadeguatezza degli strumenti logico-linguistici di interpretazione della realtà. L’arte, espressione del dubbio sistematico, diventa così coscienza critica, dovere morale dello scrittore contro le mistificazioni e i falsi miti costruiti dagli scrittori del decadentismo, a cominciare da Gabriele d’Annunzio.

L’umorismo è un fenomeno di sdoppiamento nell’atto della concezione; è come un’erma bifronte, che ride per una faccia del pianto della faccia opposta.

Curiosità

 

  • A Luigi Pirandello è stato dedicato l’asteroide 12369 Pirandello. Si tratta di un asteroide della fascia principale. Scoperto nel 1994, presenta un’orbita caratterizzata da un semiasse maggiore pari a 2,2928839 UA e da un’eccentricità di 0,0883439, inclinata di 4,96336° rispetto all’eclittica.

  • Luigi Pirandello frequentò Arsoli per molti anni soprattutto durante i periodi estivi dove amava dissetarsi con una gassosa nell’allora bar Altieri in piazza Valeria. Il suo amore per il paese si ritrova nella definizione che egli stesso diede ad Arsoli chiamandola La piccola Parigi.

Approfondimenti

 

Leonardo Sciascia parla di Luigi Pirandello.

Nel seguente brano, che riproduce il discorso commemorativo da lui pronunciato a Palermo nel 1986 per il cinquantenario della morte di Luigi Pirandello, Leonardo Sciascia individua tre punti da cui partire per una lettura critica corretta dell’opera del grande drammaturgo e narratore suo conterraneo: la Sicilia, ossia la cultura e la tradizione da cui Pirandello prese le mosse; la religione dello scrivere invece di vivere – Pirandello diceva “la vita o la si vive o la si scrive” – e il rapporto dello scrittore con la cultura francese, in particolare con Montaigne e Pascal, che fu più importante di quello, generalmente riconosciuto, con la cultura tedesca.

Tre scrittori hanno attraversato questo secolo dando nome – il loro nome – alle nostre inquietudini, ai nostri smarrimenti, alle nostre paure e al tempo stesso, per quella catarsi o misura di contemplazione che è nelle rivelazioni dell’arte, permettendoci di viverle con temperata ansietà e disperazione: e uso questa parola – temperata – nel senso musicologico dell’accordare, dell’accordarsi, dell’accordarci; e del farsi ogni nota più pura, più cristallina, più vibrante. E sono, questi tre scrittori, Pirandello, Kafka, Borges.
In quanto al quarto cui certamente alcuni di voi stanno pensando, non è stato dimenticato: semplicemente non c’entra. O c’entra, in disparte, in quel che ha di diverso o gli manca, per aiutarci a spiegare l’elezione dei tre che abbiamo nominato: la diversa elezione, il diverso valore.
Diceva Savinio che Proust è scrittore dalla frase lunga e dal pensiero corto: e si può anche pretendere come una battuta nata dall’insofferenza e faziosità che uno scrittore legittimamente sente – e non può non sentire – nei riguardi di certi altri scrittori, e specialmente di quelli più artatamente emergenti e gridati.
Sappiamo bene che si può non badare al “pensiero corto” di Proust, presi dagli incanti della sua “frase lunga”; ma quando Savinio, alla voce Proust della Nuova enciclopedia, ci dà spiegazione della battuta che già avevamo incontrato nei Souvenirs, ecco che ci facciamo più attenti e consenzienti.
Il punto da cui parte l’incrinatura, la linea di separazione – tra Pirandello, Kafka e Borges da un lato, Proust dall’altro – è proprio quello indicato da Savinio: la mente, l’intelligenza, il pensiero: che in Proust si restringono e devolvono ad una sottospecie o sovraspecie in estinzione della società umana non solo, ma della società francese per di più – o per di meno; il che fa della Recherche – con tutta la carica moralistica che le si voglia attribuire – la grande e affascinante cronaca di una particolare e particolareggiata decadenza.
E si capisce che non intendeva Savinio, né noi intendiamo, parlare del pensiero sistematico e, per così dire, tecnico dei filosofi forti o deboli che siano; ma di un pensiero, piuttosto, che crediamo di poter definire con l’epigrafe che Stendhal pone al capitolo tredicesimo di Il rosso e il nero e che non attendibilmente – come quasi sempre capita con Stendhal – attribuisce all’abate di Saint-Réal: “Un romanzo: ecco uno specchio portato lungo una strada”.
E chi conosce Stendhal sa bene quanto questa battuta, che senz’altro possiamo dir sua, sia da collocare a ingente distanza da ogni intenzione o presentimento verista.
La strada come metafora della vita; e lo specchio come metafora della mente. Nulla di più lontano dalle cose come sono – ammesso che le cose siano – di uno specchio: e non per nulla la parola speculare si dirama nel significato che viene da specchio e nel significato che viene dal pensare.
E si noti, incidentalmente, come in questa epigrafe ci sia un vago ma irresistibile richiamo, per noi, alla macchina da presa; e qui ed ora, quasi come ad uno sviluppo del tema, nell’associarsi del romanzo al mezzo cinematografico, al Si gira… di Pirandello, poi intitolato Quaderni di Serafino Gubbio operatore, che tra le sue opere è forse la più ingiustamente trascurata.
Dunque: Pirandello, Kafka, Borges. E come Bertrand Russel diceva che tutta la filosofia occidentale non è che un’annotazione in margine a Platone, con eguale carica di spregiudicatezza, di paradosso, di estremismo, mi pare di poter dire che tutta la letteratura di questo nostro secolo è un rameggiare, uno svolgersi, un respirare (e anche un dibattersi) da questi tre scrittori.
Non c’è altro scrittore in questi nostri anni che, leggendo un suo libro – romanzo, racconti, poesie, testimonianze di vita e d’arte – ad un certo punto, e a più di un punto, non ci costringa a levar gli occhi dalla pagina per farci intenti a cogliere la provenienza e il timbro dell’eco che in quella pagina, appena avvertibile o chiaramente risonante, abbiamo sentito. Ed è l’eco di Pirandello o di Kafka o di Borges – o, in questi ultimi anni, e in certi casi, dell’intramarsi di tutti e tre.
A somiglianza di quelli astronomici, la letteratura e le arti hanno dei sistemi: ma con tutto ciò – si capisce – di cui la fluida presenza del tempo è condizione. Le stelle fisse, i pianeti, i satelliti; e con passaggi di comete e sfrecciare di meteore e meteoriti. E non che in tali sistemi si realizzino, nel volgersi e ruotare di quelli che possiamo dire i corpi minori, mimesi spurie e inautentiche (che pure vi sono, ma molto precariamente ammiccanti): vi si realizza, piuttosto, attraverso particolari intuizioni e riflessioni, in rappresentazioni di più o meno ingente originalità e vigore, il comune sentimento del tempo, dei problemi che la vita, la storia, la società pongono a quel momento e sempre in uno – indissolubilmente – al grande, immenso e quanto l’uomo eterno, problema dell’esistenza, dell’esistere. Il che può anche configurarsi nelle forme che approssimativamente possiamo dire del gioco, come a volte anche a Pirandello accade e a Borges peculiarmente. Ma non inganni il configurarsi in gioco: anche se come su una scacchiera lo scrittore affronta sempre la sua partita col mondo, con la vita, col mistero, con l’assurdo, col dolore.
A questa specie di dispositivo so bene che occorrerebbe una lunga motivazione, suscettibile – so altrettanto bene – di discussione o disapprovazione. Ma io spero che nessuno si aspetti da me – conoscendo o meno quello che finora su Pirandello ho scritto – una disamina ordinata e, come oggi si suole dire, esaustiva dell’opera. Ci vorrebbe altro; e ci vuol altro. Del resto in questo cinquantenario della morte, si sta tanto parlando di Pirandello in quelle sedi che istituzionalmente si ritengono legittimate a parlarne, che è da sperare ne venga fuori una somma finalmente attendibile; ma non priva, questa speranza, della preoccupazione che ne venga anche una saturazione e insofferenza qual quelle che si esprimono nel detto del mettiamoci una pietra sopra – o tutta una grave mora di pietre. A volte le celebrazioni, e particolarmente da noi, inconsapevolmente nascondono il desiderio e l’esortazione a dare pietre a sotterrarli ancora, gli scrittori, gli artisti, gli uomini rappresentativi di cui ufficialmente, alle scadenze temporali, viene conclamata la grandezza sempre in atto, sempre attuale.
Non dunque un discorso esegetico, vuole essere il mio, ma soltanto una breve e quasi assolutamente personale memoria di un soggiorno nell’opera pirandelliana che quasi coincide con quello che lo stesso Pirandello chiamava “l’involontario soggiorno sulla terra”, il mio involontario soggiorno sulla terra. Sui libri di Pirandello io ho passato molte ore della mia vita; e moltissime a ripensarli, a riviverli. Lo scarto tra i suoi libri e la vita è stato per me sempre minimo: e direi quasi soltanto per il fatto che i libri sono materialmente, fisicamente libri. È un paradosso, lo so: e forse nessuna poetica, nessuna estetica, potrebbe accoglierlo; ma è il miglior grado di approssimazione per esprimere quello che sento rispetto a questo mio strettamente conterraneo scrittore.
Tutto quello che ho tentato di dire, tutto quello che ho detto, è stato sempre, per me, anche un discorso su Pirandello: scontrosamente, e magari con un certo rancore, prima; cordialmente e serenamente poi.
C’era dapprima, a darmi volontà di allontanarmene e di essergli ostile, il suo fascismo: negli anni in cui l’antifascismo più urgeva ed era necessario a coloro che, come me, sotto il fascismo avevano passato i primi vent’anni della loro vita; ma c’era, soprattutto, il fatto, che sentivo come una costrizione, come un’imposizione, di non poter vedere la vita – nell’immediatezza del luogo e del tempo in cui la vivevo e nel conseguente dilagare in più vasta e dolorosa meditazione – di non poter vedere la vita altrimenti di come lui la vedeva. Sicché posso dire – come altrove ho già detto – che il mio rapporto con l’opera pirandelliana ha una qualche somiglianza col rapporto col padre: che si sconta dapprima sentendolo come ingiusta e ossessiva autorità e repressione, poi sollevandoci alla ribellione e al rifiuto; e infine liberamente e tranquillamente vagliandolo e accettandolo, più nel riscontro delle somiglianze che in quello, tipicamente adolescenziale, delle diversità.
Ho detto, e ribadisco, dell’immediatezza con cui l’opera di Pirandello, per il luogo ed il tempo in cui mi sono trovato a nascere e a vivere, si dispiegò in tutta la sua verità e profondità e sofferenza. Pirandello è nato più di mezzo secolo prima che io nascessi: ma il modo di essere, la condizione umana, la situazione economica e sociale della provincia di Girgenti non erano allora molto diverse, e si potrebbe anche dire per nulla, di quelle che mi si rivelarono appena in grado di discernerle, di coglierle, di farmene coscienza.
Pirandello ha operato per me una specie di catalizzazione, di precipitazione: la realtà mi si è fatta più reale, la verità più vera. E s’intende che questa parola – verità – altra traduzione ed esplicazione non consente, in Pirandello, che questa: la verità della “trappola”, della “pena di vivere così” – o quella, più umile e grottesca, per cui Tararà, dicendo la sua, si prende una condanna a tredici anni di reclusione, invece dell’assoluzione che avrebbe avuto mentendo.
Da ciò è venuta l’affermazione e investigazione che vado facendo da anni sul Pirandello “siciliano” e cui anche qui, lasciando ora l’autobiografia, voglio approdare. Savinio – ancora Savinio – ha scritto una volta che Pirandello aveva avuto la sfortuna che sulla sua fama si era per lo più pronunciata gente inattendibile. Grandissima la fama, ma per lo meno inattendibili le voci che l’hanno proclamata e il modo. E mi sento in dovere di ripetere il perloppiù di Savinio non dimenticando, e anzi ricordando, le attendibili pagine su Pirandello di Federico Tozzi, di Massimo Bontempelli, di Giacomo Debenedetti, dello stesso Savinio, di Gaspare Giudice, di Georges Piroué, dei due altri critici francesi – Paul Renucci e André Bouissy – che hanno curato i due volumi del teatro pubblicati nella biblioteca della Pléiade.
Aggiungerei anche, meno per lo svolgimento del discorso critico e più per le suggestioni e gli incentivi che ne vengono, le pagine sul Pirandello “religioso” del palermitano Pietro Mignosi, che significativamente furono dallo stesso Pirandello apprezzate e la cui istanza si può riassumere nell’affermazione dello scrittore, in una lettera a Silvio D’Amico, di essere “religiosissimo” e di sentire e di pensare Dio in tutto quel che pensava e sentiva.
Comunque, per schematicamente abbreviare, i punti da cui partire per un più “attendibile “ discorso su Pirandello, per una più libera e acuta lettura dell’opera sua, a me pare siano questi: 1) la Sicilia: non solo come “luogo delle metamorfosi” delle creature in personaggi, dei personaggi in creature, della vita nel teatro e del teatro nella vita – un luogo, insomma, in cui più evidente, concitato e violento si fa “el gran teatro del mundo”; ma il luogo, anche, di una cultura e di una tradizione da cui Pirandello decolla verso spazi vertiginosi (e qui bisogna tenere un certo conto della sua iniziale e poi alquanto persistente affinità al mondo realistico, fiabesco e anche “spiritistico” di Luigi Capuana); 2) la “religiosità”: che, si capisce, non ha nulla a che fare con le religioni rivelate, con la chiesa e con le chiese, anche se molto ha a che fare con l’essenza evangelica del Cristianesimo, ma che soprattutto si riconosce in quella che tout court possiamo dire la sua religione dello scrivere, dello scrivere come vivere, dello scrivere invece di vivere (“la vita” diceva “o la si vive o la si scrive”: e nella sua scelta di scriverla c’è evidentemente un religioso eroismo); 3) il suo rapporto con Montaigne, mai finora scrutato, e l’antagonistica attrattiva che certamente Pascal esercitò su di lui: e ci vorrebbe una ricerca da elaboratore elettronico – ma meglio se fatta da mente umana – per estrarre dall’opera di Pirandello i momenti diciamo pascaliani, di sentimento e sgomento cosmico particolarmente. E avendo fatto questi due nomi – Montaigne e Pascal, grandi pilastri nell’edificio della letteratura francese – ne discende in definitiva la necessità di esaminare e puntualizzare il rapporto di Pirandello con quella cultura: rapporto che finirà col rivelarsi molto più importante ed effettuale di quello, che è ormai luogo comune riconoscergli, con la cultura tedesca. Ed anche questo punto, cui ho voluto dare rilevanza a sé, in verità si appartiene al Pirandello “siciliano”, poiché il rapporto con la Francia è un dato inalienabile della cultura siciliana, e di grande intensità particolarmente lo era negli anni formativi di Pirandello.
E voglio finire con un aneddoto che riguarda il Pirandello siciliano e che, nella dilagante stupidità di oggi, che tende a relegare la Sicilia in una particolare etnia (si ha il pudore di non usare la parola “razza”: ma soltanto di non usarla), assume un grande significato. Nel 1932 Emilio Cecchi, che dirigeva la Cines, comunica a Pirandello l’intenzione di trarre un film dalla novella Lontano. Ma ha uno scrupolo: “nella novella come sta scritta, il marinaio norvegese si sente irresistibilmente attratto da una vita più vasta, e dai ricordi della patria, per il fatto di trovarsi legato, con il matrimonio, ad un ambiente meno che meschino; in fondo è in lui l’insofferenza dell’uomo appartenente a civiltà più energiche e libere, naufragato in un’isola abitata da gente ristretta, fra la quale egli sente mancarsi il fiato”.
Cecchi, scrittore che tuttora amo, era affetto da una invincibile idiosincrasia nei riguardi della Sicilia, dei siciliani: e la si può più immediatamente riscontrare nei suoi Taccuini, oltre che in questa sua lettura della novella Lontano. La novella non sta scritta come lui la leggeva; e Pirandello infatti così risponde: “Caro Cecchi, il contrasto non è tra due civiltà; ma tra due vite naturalmente diverse, quella di un uomo del Nord e quella di una donna del Sud; e il dramma che ne nasce, il dramma di restar “lontano” tra i vicini più vicini: la propria donna, il proprio figlio. Non c’è dunque da farsi scrupoli sulla natura di quelli a cui Lei mi accenna. Tutt’altro! Non era, né poteva essere nelle mie intenzioni di rappresentar barbara o di civiltà inferiore la Sicilia…”.
Naturalmente, il film non si fece. Ma queste parole di Pirandello restano, ci restano.

 

 

Leonardo Sciascia, Pirandello e la Sicilia, Adelphi, Milano 1996.

 

 
Fonti: Encarta, Wikipedia.

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“Damnatio”, capolavoro di Luca Mastinu

Amici, quest’oggi vi presento un libro che mi sta molto a cuore.

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DAMNATIO

Luca Mastinu

Sillabe di Sale

Trama

Italia, AD 1976. 
Decidere di allontanarsi dalle fila di una setta satanica comporta un prezzo altissimo da pagare: per questo gli spietati Non Serviam uccidono Gemma, figlia dell’ex adepta Rebecca Ariete. La donna assiste impotente all’esalazione dell’ultimo respiro della bambina. Non si darà pace fino a quando non impugnerà la sua rivoltella e, indossando una corona di spine, darà la caccia ad ogni membro della sinistra fratellanza per scovare il Sacerdote, colui che ha inferto il colpo mortale alla sua creatura. 
Le vicende sono narrate ai giorni nostri dalla stessa Rebecca, oramai anziana, agli arresti domiciliari e con un altro nome: Italia. La giornalista del settimanale “La Penisola” Carol Violante ha deciso di intervistarla, per raccontare in un libro la vera storia di quella donna che il suo stesso giornale aveva soprannominato, al tempo dei fatti, “Il proiettile di Dio”.

L’autore

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Luca Mastinu nasce a Torino nel 1983 e dal 1999 vive in Sardegna, nella provincia di Nuoro, a Silanus. Polistrumentista e compositore, dal 1995 si dedica alla musica.

Nel 2000 fa il suo ingresso come tastierista nel gruppo Depressive Sliver (poi Dedalo Wings), per iniziare così una lunga esperienza nell’underground dell’entroterra sardo.
Nel 2005 consegue il diploma di Geometra e si iscrive al corso di Lettere Moderne presso la facoltà di Lettere e Filosofia di Cagliari, nel 2010 registra il passaggio al corso di Storia.

Nel 2011 pubblica il suo primo libro, Le tre del mattino con Photocity Edizioni. Si tratta di una raccolta di cinque microstorie di genere thriller.

Sempre nel 2011 porta a termine il primo esperimento di romanzo, Più forte del mondo, con il quale nell’Aprile 2012 conquista il posto di semifinalista regionale (sez. Sardegna) per il concorso letterario  ”La Giara” indetto da Rai Eri.
Nel 2012 conclude la terza opera, Damnatio, romanzo noir.
Nel 2013 sceglie l’autopubblicazione per Più forte del mondo, ora disponibile su Lulu e Amazon.

Bassista presso gli Stanza 101 (dalle ceneri dei Dedalo Wings), Indigo Flow e Arab Spring, si dedica anche alla composizione mediante software di editing e produzione.

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La mia recensione

Partiamo dal presupposto che non amo questo genere letterario. Se vi dico dunque che Damnatio mi ha letteralmente conquistata il valore di quest’affermazione raddoppia. Il titolo: l’ho adorato da subito. Leggendo il romanzo poi la parola Damnatio assume sfumature particolari, riverberanti perfettamente le sensazioni che agitano l’animo della protagonista. La scrittura di Mastinu è estremamente elegante, molto piacevole ed evocativa. La storia è forte, con dei significati profondi, accattivante, animata da un personaggio che brilla di luce propria: Rebecca Ariete. Credo che tutti, uomini o donne che siano, si lasceranno travolgere dal fascino autentico di Rebecca. Le scene che colpiscono in questo senso, mostrando la raffinata e fredda follia della protagonista, sono molteplici e tutte allo stesso modo apprezzabili, “succulente”.

Freddò un ragazzo che aveva tentato di fermarla. Colpito nel petto, si era inginocchiato dinanzi a lei come volesse pregare, e andò giù senza vita. Non lasciò testimoni, non poteva farlo. La borsa si svuotò da tutto il liquido infiammabile e a Rebecca non restò che andare via. Fece brillare un fiammifero e lo lasciò cadere sul pavimento, dirigendosi verso l’uscita. Si arrestò qualche istante mentre alle sue spalle divampava l’inferno. Estrasse il rossetto e si osservò su un frammento di specchio che portava sempre con sé. Poteva persino scorgere le fiamme riflesse.

In una narrazione che intreccia armoniosamente presente, passato, flashback, interviste, il filo conduttore degli eventi trasporta il lettore attraverso sogni di carri armati e chiodi, fuoco e fiamme, assassinii brutali, giochi di seduzione d’altri tempi, scene e battute che fanno sussultare per la paura. E poi da non dimenticare assolutamente sono i passaggi commoventi, quelli che riguardano la piccola Gemma o i pensieri che sua madre le rivolge nei momenti più significativi della propria missione. Non mancano passaggi in cui la musica è descritta egregiamente e diventa parte integrante della narrazione, dello “stile” di Rebecca. Particolari e dettagli impreziosiscono il testo nei punti giusti, donando un senso di realtà fuori dal comune.

Mastinu mostra particolare abilità anche nella descrizione di scene narrate da una bambina, il che lascia intendere una grande capacità di immedesimazione e di “restituzione” di immagini vissute proprio come farebbe una bambina.

Non rovino la sorpresa, ma state certi che il finale vi farà strabuzzare gli occhi per la sorpresa e forse il cuore perderà pure qualche battito.

Verrà la morte e avrà i miei occhi.

Il capolavoro di uno scrittore di cui sentiremo certamente parlare in futuro. Ma conosciamolo direttamente.

Valutazione:

5

Intervista all’autore

Ciao Luca, benvenuto.

  • Diciamolo subito, sei un artista poliedrico. Non solo scrittore ma anche compositore e musicista. Quale delle due passioni, letteratura e musica, è nata prima? C’è stato un evento particolare che ha fatto scattare la scintilla oppure le hai sempre percepite come parte di te? In quale ti sei cimentato per prima?

Ciao Ilaria, grazie. Diciamo che mi considero un appassionato di molte cose. Prima fra tutte la musica, è stato un amore nato nel 1995, ai tempi delle scuole medie, quando il docente di Educazione Musicale dedicava un pomeriggio a settimana per il corso di chitarra. Prima di allora sì, ascoltavo già molta musica, ma niente di più. Grazie a quel docente scoprii quanto fosse appagante suonare uno strumento. Il resto venne da sé. Scoprii il gusto della composizione qualche anno dopo, grazie a qualche improvvisazione. Ora, grazie alle nuove tecnologie, è possibile disporre di un intero studio di incisione in un solo computer, e di migliaia di strumenti, tutti dentro un Hard Disk. Una roba che i compositori squattrinati hanno sempre sognato. Me compreso. Poi la scrittura, già. Passione nata alla fine degli anni ’90, quando improvvisavo testi di canzoni o poesie (roba tipicamente adolescenziale, si capisce, che ho accuratamente cestinato o ridotto in cenere) o addirittura piccole storie senza una trama né tantomeno una fine. Iniziai, dalle scuole superiori, a sentire una forte pulsione nello scrivere durante i temi in classe. Sentivo che ciò mi estraniava e mi consentiva di inventare sempre di più, fino a quando non sono nati i primi racconti che poi decisi di pubblicare.

  • Una delle cose che preferisco nelle tue opere è lo stile. Credi che i tuoi studi abbiano in qualche modo contribuito ad affinarlo?

Ti ringrazio per il complimento. Che dire, forse sì, forse no. Di sicuro i miei studi mi hanno portato ad essere più meticoloso nelle scelte, a controllare bene forma e lingua. Sullo stile credo abbiano influito maggiormente le mie letture.

  • Hai frequentato il corso di storia dell’università di Cagliari, dunque come me sei un appassionato. Facciamoci un po’ i fatti tuoi: quale periodo ami di più nella storia d’Italia o di qualche altro Paese e perché?

Ti dirò, mi chiedo spesso quale sia il mio periodo storico preferito e perché. Come spesso ti ho detto scoprii, all’Università, una sfrenata passione per la Storia Romana. Mi appassiona la lingua latina, pur non avendola mai studiata, così come rimasi colpito dalla maestosità di personaggi come Giulio Cesare, Augusto, Caligola, Nerone, Diocleziano, Costantino, ecc. Se invece vogliamo parlare di un’epoca in cui vorrei davvero vivere credo sia il ventennio ‘60/’70. Si sa, furono anni di cambiamento e rivoluzione. Specie per la musica. I Beatles furono la manifestazione di tutto, secondo il mio modesto parere. In Europa così come nel mondo, nonostante il terribile sfondo della Guerra Fredda, riuscivano a non farsi sopraffare dal disincanto di una pace che non c’era grazie all’esplosione di tutte le forme d’arte e di cultura. Il cinema, la letteratura, la musica, facevano forse molto di più di quello che oggi fa un blog, una pagina Facebook o quant’altro. Sembra un paradosso ma la vedo così. Tralasciando ora la logorrea cronica che mi caratterizza ti rispondo: preferisco quegli anni, dunque, a cavallo tra i ’60 e i ’70. Darei di tutto per tornare indietro nel tempo e vivere quel periodo.

  • Veniamo ora alle tue opere. Le tre del mattinoè una raccolta di racconti di genere thriller. Ho sentito la tua opinione a riguardo in cui affermi che in realtà lo stile lì è più “acerbo”. Il che potrebbe essere vero anche se io che ho letto Le tre del mattino sono assolutamente certa che il tuo stile fosse anche allora già assai apprezzabile e fine. I racconti della raccolta sono stati scritti tutti nello stesso periodo? Oppure qualcuno risale a tempi più lontani, magari al periodo della scuola? Da dove è scaturita l’idea alla base di queste mini storie?

Ebbene sì, considero lo stile de Le tre del mattino qualcosa di acerbo, giusta definizione. Spesso mi capita di rileggere qualche passo e di ritrovarmi con la faccia disgustata (facciamoci ‘na risata, dai). Tuttavia non lo considero un brutto lavoro, dobbiamo ricordare che mi ritrovavo alla mia prima esperienza (e certo, mo’ sono un veterano) e che avevo fretta di produrre, correggere, pubblicare. Mi consola il fatto di non essere l’unico ad aver vissuto questo piccolo inciampo. Detto questo, Le tre del mattino, essendo una raccolta di cinque microstorie, nacque dall’idea di riunire in un unico volume alcuni miei scritti secondo un disordinato schema cronologico. Il racconto La fata fortunata, per esempio, è il più vecchio di tutti, se non ricordo male è datato 2001. Lo abbozzai tra i banchi di scuola sotto un altro titolo: La ricorrenza. Lo abbandonai in un cassetto e lo ripresi durante  il primo anno di Università. Tutti gli altri vennero dopo.

Se vogliamo parlare ora dell’idea di base da cui sono nati i racconti, andando per ordine, Il pianto di Anna è frutto di un’improvvisazione. Un concorso letterario indetto dall’ERSU, l’Ente che si occupava dei servizi agli studenti, richiedeva un racconto inedito. Per cui mi misi su un foglio e improvvisai, fino al risultato finale. Mezzanotte nacque dall’idea di scrivere un giallo, qualcosa che avesse un colpevole inaspettato, dunque un omicidio, ecc. Il cielo deve sorridere voleva essere una pausa dalle atmosfere gore e splatter, quindi una sorta di parentesi romantica in mezzo al sangue. Nacque da un video, No one there dei Sentenced (andate a vederlo), commovente a dir poco. Infine, Insania voleva essere una ripresa di un personaggio contenuto in Mezzanotte: il commissario Caralli. Volevo provare a scrivere un qualcosa di psicologico, senza tralasciare i tratti tipici del thriller. Eppure, ancora oggi, ho paura del buio.

  • Più forte del mondo, il tuo primo romanzo. Vuoi parlarci brevemente dell’idea di fondo e della trama?

Il modo in cui arrivò l’idea di fondo di Più forte del mondo è bizzarra, mi si consenta di dirlo. Mi trovavo su un treno in direzione Cagliari. Dovevo affrontare un esame. Ebbene, invece di ripassare gli appunti come farebbe uno studioso diligente mi lasciai abbagliare dall’ispirazione. Non avendo con me una penna afferrai il cellulare e riempii la memoria di note. Ne finivo una e mi veniva in mente la successiva, e pigiavo su quei tasti come un invasato. Alla sera, tornato a casa senza sentire minimamente la stanchezza del viaggio, riordinai le note impresse sul cellulare e tentai un primo disegno della trama: 1969. Una ragazza perde la memoria e giunge in un convento. Accadranno “cose brutte assai”. Fu questo il primo microscopico riassunto che feci di ciò che avevo in testa. Come tu ben sai, quando poi ci si ritrova a buttare giù le prime righe sul proprio Notebook, il discorso è più complicato. Ah, l’esame comunque andò discretamente. Per fortuna!

  • Il genere di Più forte del mondo è diverso dal Noir in cui possiamo annoverare Damnatio. Come mai hai voluto “cambiare”? Quale dei due generi senti più tuo?

Diciamo che Più forte del mondo, essendo il primo esperimento di romanzo, voleva essere un brusco distacco da coltelli, spargimenti di sangue, cadaveri e quant’altro. Avevo dunque deviato verso atmosfere più soft, più psicologiche. Non manca la tensione ma comunque la violenza è totalmente abolita, per dare più spazio al mistero. Devo dire che non mi è stato tanto difficile cambiare veste, c’è molto sentimento e diciamolo, sono io stesso un sentimentale.

Damnatio, come hai ben detto tu, è un Noir. C’è anche molto pulp tarantiniano nella trama e nei dialoghi. Feci questa scelta dopo aver divorato, si capisce, diversi film di Quentin Tarantino e aver scoperto la passione per Maria Callas. Decisi dunque di coniugare le due cose e provare a costruirci una storia nuova, riprendere un po’ gli spargimenti di sangue ma condirli con personaggi straordinari e dialoghi avvincenti. Non nego che sia stato difficoltoso, spesso pensai di demordere. Invece, di punto in bianco, riuscii a portarlo a termine. Per me, ripeto, fu del tutto nuovo. In ogni caso sento più miei il giallo e il thriller, riesco a destreggiarmi con più disinvoltura.

  •  Damnatio, come hai già letto nella recensione, secondo me è un romanzo meraviglioso, scritto ad arte. Parliamo allora di Rebecca, così elegante e raffinata, ma anche spietata e, quando rivolta alla figlia, dolce. Una donna così farebbe davvero strage ma, parlando in termini totalmente legali, di cuori. È ispirata a qualcuno in particolare oppure è interamente frutto della tua fantasia?

Rebecca è un concetto di bellezza, come dici tu è in grado di fare una strage di cuori così come una strage di sangue. Prima dei suoi misfatti non conosceva l’odio. Diciamo che è sì frutto della fantasia, ma come succede a chi scrive (lo sai, vero?) in ogni personaggio si riversa la personalità dell’autore. Ovviamente metti giù la cornetta, non chiamare le forze dell’ordine perché con questo non voglio dire di essere un potenziale assassino, o che qualsiasi autore potrebbe esserlo. Diciamo che vedo in Rebecca un personaggio nato dalla fantasia di immaginare il pensiero di una madre che vede trucidare senza pietà la propria creatura. So che è presunzione, diciamo che ci provo.

  • Ho notato come i personaggi principali delle tue opere siano donne. Non è comune che uno scrittore scriva dal punto di vista femminile. Come mai? Da cosa nasce questa “scelta”?

È vero, principalmente scelgo personaggi femminili. La mia scelta è dovuta a un capriccio stilistico: descrivere una donna che compie gesti prettamente maschili (mettiamola così) trovo sia abbastanza intrigante, e la storia come la cronaca ci dimostrano quanto le donne siano capaci in tutto, dall’amore all’odio. Mi viene una citazione (spero che sia esatta, altrimenti fucilatemi) del Doctor Faustus di Marlowe, in cui si parla di Elena di Troia:

Ora capisco perché i greci vendicarono con dieci anni di guerra il ratto di questa regina: la sua bellezza è celeste, non ha confronti.

Ecco, qui svelo un mio piccolo segreto. Fu questa frase a colpirmi, seppur sembra quasi insignificante. Le donne hanno fatto scatenare guerre, ispirato componimenti poetici che hanno fatto storia (vedi Beatrice per Dante) hanno ribaltato concetti atavici (Giovanna d’Arco). Per questo, se da una parte la mia scelta viene dal desiderio di stupire mettendo nelle mani di una donna il potere di annientare e ribaltare trama e stereotipi, dall’altra è un mio singolare omaggio alla loro natura.

  • Ti stai dedicando alla stesura di qualche altra opera? Se sì, puoi accennarci qualcosa?

Sì, mi sto dedicando alla stesura di un terzo romanzo, Il giorno dell’ira. Approssimativamente questo nuovo lavoro è giunto al primo quarto della stesura che avrei in mente. Se posso spoilerare qualcosa rivelo serenamente che ha come protagonista il commissario Caralli, già comparso nei racconti Mezzanotte e Insania contenuti ne Le tre del mattino, e visto il successo ottenuto tra i lettori ho deciso di riproporlo in questa nuova opera. Aggiungo che la storia parte dal finale di Insania e ripercorre l’adolescenza del commissario, quando ebbe a che fare con un serial killer che terrorizzava la sua provincia.

  • Abbandoniamo le discussioni squisitamente letterarie per sondare il terreno editoriale. Le tre del mattino è stato pubblicato da Photocity Edizioni. Per Più forte del mondoinvece hai scelto l’autopubblicazione su Lulu e Amazon. Da qui traspare una certa distanza dagli editori “tradizionali”. Si tratta di una ritrosia volontaria macchiata di disillusione o invece di una ricerca di libertà?

Brava, entrambe le cose. Disillusione e voglia di libertà. Non so dirti se questo sia dovuto alla mia natura o a un problema esistente. Sta di fatto che è stata una scelta sulla quale ho riflettuto diverso tempo. Dopo indugi e ripensamenti ho scelto di fare da me. Certo, vorrei che le cose fossero più facili, ma si sa che Roma non fu costruita in un giorno. Milano Due magari sì, ma è altra roba.

  • Nel prossimo futuro sai già in cosa spenderai maggiormente le tue energie tra letteratura e musica?

A freddo rispondo che darò priorità sempre alla musica. Ho a che fare con essa ogni giorno tra ricerche, improvvisazioni e un’intensa attività con quattro gruppi musicali. La scrittura mi richiede più pace e più concentrazione, diciamo che è meno spontanea e devo sentirmi folgorato da qualcosa per poter mettere nero su bianco qualche frase.

Grazie Luca per il tuo tempo e ancora complimenti.