L’ultima concubina – Lesley Downer

Ah, che bello. Mi sento sempre così dopo aver terminato la lettura di un bel libro. Appagata e un po’ malinconica, come se fossi ritornata a casa dopo un lungo viaggio. E, nel caso di questo libro, si tratta davvero di un lungo viaggio.

L’ULTIMA CONCUBINA

Lesley Downer

Piemme

 

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Trama

Giappone, 1861. Il giorno in cui il corteo reale era passato attraverso il villaggio per scortare la futura sposa dello shogun verso il castello di Edo, la strada, di solito affollata di carri e viaggiatori, era deserta. Nella vallata non si udiva un solo rumore e tutti erano immobili, in attesa. Solo la piccola Sachi aveva infranto le regole e aveva alzato la testa verso la portantina che avanzava lungo la via. L’aveva fissata solo per un attimo, ma era stato abbastanza perché quel gesto cambiasse il corso della sua vita. Quattro anni dopo, Sachi vive ormai stabilmente a Edo. Ha seguito la principessa Kazu fin dal giorno in cui è passata nel suo villaggio e i loro occhi si sono incrociati, scambiandosi una muta promessa. Da allora è stata educata secondo le ferree regole di palazzo e adesso, compiuti i quindici anni, è pronta per essere introdotta al cospetto dello shogun. Così impone la tradizione e così deve essere: la principessa deve offrire in dono al marito una concubina, e Sachi è la prescelta.

L’autrice

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Lesley Downer nata a Londra, da madre cinese e padre canadese. Ma è il Giappone, non la Cina, il paese che ha conquistato il suo cuore: dopo averlo visitato per la prima volta nel 1978, vi si è fermata per quindici anni.Scrive regolarmente recensioni per The New York Times Book Review.Per Piemme ha già pubblicato Geisha: storia di un mondo segreto (2002), considerato uno dei libri più autorevoli sull’argomento, L’ultima concubina (2008) e Il kimono rosso (2011). Attualmente vive tra Londra e New York con il marito Arthur I. Miller.Torna spesso in Giappone.

La mia recensione

La trama del libro è, già a una prima occhiata, affascinante. Ebbene, il libro contiene molto di più . È una storia di guerra, di indipendenza, di morte, di riscatto, di onore e sopportazione. Ma più di tutto è l’ammaliante e vivido ritratto di una società antica prima dell’apertura all’Occidente. Gli usi e i costumi sono particolari per noi che siamo abituati a leggere dell’Ottocento europeo, e per certi versi sorprendenti e quasi incomprensibili. Il libro focalizza l’attenzione sull’importanza del dovere, difatti le persone agivano in base a ciò che si doveva fare, senza pensare se fosse giusto o sbagliato, senza cercare un’alternativa; e sulla condizione delle donne, costrette a essere sottomesse agli uomini e non avere opinioni, a tenere segrete le proprie emozioni quando queste non fossero state del tutto piegate alla rigida imperturbabilità imposta dall’etichetta. Le donne rappresentavano sovente merce di scambio, un modo per gli uomini di famiglia di giungere a particolari privilegi – e questo l’ho trovato anche in Ritratto di donna in cremisi, che ho recensito qui, forse unico elemento di collegamento tra le due lontanissime società. A quei tempi il Giappone era un mondo chiuso, a sé stante, tant’è che la popolazione non aveva neanche idea dell’esistenza dei barbari – europei – e, quando ne vedeva uno, data l’alta statura e i tratti del viso più marcati rispetto agli orientali, lo scambiava per demone. Basti pensare che la protagonista, avendo a che fare con un inglese, rimane sbigottita dalle maniere cortesi di lui che secondo lei si comporta con le donne come un servo, privo della caratteristica indifferenza o durezza dei samurai. Da non dimenticare che le donne qui sono esperte di combattimento, non certo le delicate gentildonne vittoriane.

Le intricate vicende che riguardano i natali di Sachi, ci rivelano con accuratezza la vita della povera gente di montagna ma anche quella, rigida e per certi versi tiranna, delle dame di alto rango. Gli straordinari scenari in cui la storia si esplica mostrano un mondo magico, incontaminato, con il sapore vero della natura popolata tra l’altro da piante e alberi cui non siamo abituati per esempio nelle zone con clima mediterraneo. In un romanzo dal sapore esotico si avvicendano personaggi diversi abilmente tratteggiati in poche pennellate, tra i quali inevitabilmente spiccano l’indipendente Sachi e lo sfuggente Shinzaemon. Il loro legame è ben lontano da quello fisico e vissuto di cui siamo abituati a leggere nei romanzi con ambientazione occidentale: si tratta di un rapporto innocente che non ha bisogno di essere espresso a parole, che conta solo sulla memoria di qualche stretta di mano e forse per questo più vero, legato profondamente all’anima. Un romanzo epico, avventuroso, dall’ambientazione grandiosa. Una lettura che non può mancare nella libreria degli amanti della storia o delle culture orientali.

Valutazione:

5+

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La pace sui social network per la pace nella realtà

Amici, inutile dire che la situazione in questi giorni è critica ed è inutile anche spiegare che i fatti non riguardano solo Stati Uniti e Siria poiché, in un eventuale conflitto, grazie ai giochi d’alleanze, verrebbero coinvolte tante nazioni del mondo. E sappiamo che chi paga le conseguenze della guerra è sempre chi non c’entra nulla, gli innocenti, la popolazione.
E se i grandi della Terra non si curano dell’opinione dei propri concittadini, per una volta usiamo i social network in maniera intelligente e dimostriamo al mondo il nostro rifiuto per la guerra, sperando che la cosa si espanda a macchia d’olio. Seppur non si potranno fermare le armi, cerchiamo di far sentire la nostra voce.
Mettiamo come foto del profilo immagini riguardanti la pace. E poi condividiamo e invitiamo gli amici, sperando che non vi sia mai la terza guerra mondiale.

Cliccate qui per partecipare all’evento su facebook.

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“Waiting Room” di Bianca Cataldi

Cari followers,

il blog ha taciuto per qualche giorno ma ora ecco per voi un post fresco fresco e abbastanza ricco. Buona lettura!

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WAITING ROOM

Bianca Rita Cataldi

Butterfly Edizioni

La trama

 

È il 1942. In una Puglia bruciata dal sole, Emilia e Angelo condividono la passione per il sapere, il desiderio di libertà e il tempo della loro giovinezza. Settant’anni dopo, seduta nella sala d’attesa di un dentista, Emilia rivela a se stessa la verità negata di una giovinezza che adesso, per la prima volta, ha il coraggio di riportare alla luce. Con una scrittura che è poesia del ricordo e caleidoscopio di emozioni, Bianca Rita Cataldi accompagna il lettore tra i sorrisi e le lacrime di una donna come noi, raccontando la storia di un amore mancato, di una generazione nell’età dell’incertezza, di un’attesa che attraversa tutta una vita.

L’autrice

 

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Bianca Rita Cataldi è nata nel 1992 a Bari, dove frequenta la facoltà di Lettere Moderne e studia pianoforte in conservatorio. Finalista al Premio Campiello Giovani nel 2009, ha esordito nel 2011 con il romanzo “Il fiume scorre in te”, pubblicato da Booksprint Edizioni. Nel gennaio 2013 ha fondato il blog/magazine culturale Prudence e da un anno collabora con la casa editrice Butterfly. Scrive recensioni letterarie per numerose case editrici sul suo blog B. among the little women. “Waiting room”, finalista della II edizione del Premio Villa Torlonia, è il suo secondo romanzo.

La mia recensione

 

Il romanzo di Bianca Cataldi si presenta come un libro davvero piacevole, ammantato di malinconia, suddiviso in capitoli brevi che favoriscono una lettura scorrevole e veloce. La voce narrante è quella di Emilia, una signora anziana che, nella sala d’attesa di un dentista, si ritrova a riflettere sulla propria vita e ricordare il suo primo amore, Angelo. L’Emilia del presente è una donna dal temperamento forte, il suo accostarsi agli eventi è spesso velato di ironia tagliente. Grazie a lei l’autrice porta sotto i riflettori anche temi importanti quali la condizione degli anziani al giorno d’oggi, lo stato di abbandono in cui talvolta versano a causa dei “giovani” troppo presi dalla propria frenetica vita, la solitudine del cuore e della mente in cui i ricordi sono più vividi della vita reale. Il racconto si dispiega tra presente e passato in flashback continui che mantengono viva l’attenzione. L’Emilia ragazza è ingenua com’era giusto che fosse alla sua età in quell’epoca. Scopriamo assieme a lei il batticuore per il primo amore, le prime carezze e i primi baci, il tutto intriso di sentimenti di una tenerezza straziante. Bellissimi sono i pensieri sulla giovinezza, puntellati da uno stile che, nonostante la giovane età dell’autrice, risulta piuttosto maturo. È proprio lo stile ciò che ho maggiormente apprezzato nel libro: piacevolmente mutevole nelle diverse situazioni descritte, raggiunge il culmine quando descrive le tribolazioni di Emilia. Le metafore sono così poetiche e armoniose che vien voglia di rileggerle ancora e ancora, anche ad alta voce per assaporarne il suono sulla lingua. Interessante è la figura della giovane scrittrice nella sala d’attesa che, in un certo senso, pare stia scrivendo la storia che Emilia rievoca nella propria mente, quasi fosse la nipote dell’anziana. Il finale risulta commovente e lascia nell’animo un senso di malinconia palpabile. Il racconto delle vicende è dunque egregiamente riuscito, impreziosito dalle perle stilistiche.

Ora parliamo invece di ciò che mi è parso assai improbabile essendo la sottoscritta una grande appassionata della storia di quel periodo. Non avrei avuto da ridire se le vicende giovanili di Emilia fossero state ambientate in un periodo “tranquillo”, ad esempio intorno al 1927-28, dieci anni dopo la fine della prima guerra mondiale e prima della grande crisi del 1929 e quando il fascismo non era ancora troppo opprimente nei confronti della popolazione “fedele” al regime. L’autrice difatti riesce a descrivere bene alcuni aspetti della vita come gli esercizi a scuola in onore del Duce, le feste in famiglia, l’atmosfera tra parenti, i modi di dire, l’uso del voi, gli abiti, le canzoni, la mentalità di un paesino del sud. Tuttavia le vicende sono ambientate in un periodo molto complesso, assai differente da quello degli anni immediatamente precedenti o successivi: il 1942. La guerra non era ancora al culmine ma la vita della popolazione non era rose e fiori. Nel libro sono tutti molto spensierati, mangiano bene, vestono bene, vanno al cinema. Nella realtà c’erano le Camicie Nere e gli assurdi divieti fascisti, c’erano tensioni anche nei piccoli paesi. C’era l’autarchia quindi non potevano essere importati beni dall’estero: il caffè era quasi introvabile, se non al mercato nero – di cui non si fa menzione neanche una volta – dove comunque costava tantissimo; il pane era pane nero. C’erano i razionamenti, non si andava per negozi a comprare ciò che si voleva: ogni cittadino aveva la tessera annonaria che dava diritto a quantità prestabilite di pane, pasta, zucchero, ecc. ma riguardava anche le stoffe, gli aghi… quindi era difficile cucire abiti di qualità. La famiglia di Emilia è benestante ma i suoi membri sono sarti e contadini. Difficile che fossero benestanti con questi mestieri, soprattutto in periodo di guerra: i sarti non avevano molto da cucire e i contadini non potevano vendere granché.

Angelo parla di “andare a prendere un gelato al cioccolato”. Dove? Non è come ora: si va in gelateria, si paga e si mangia. I miei nonni, che hanno sempre vissuto a Martina Franca, uno dei maggiori borghi pugliesi nel quale risiedo anch’io, mi hanno detto che loro non mangiavano nessun tipo di dolce, il massimo erano le arance oppure il pane umido sul quale appiccicavano un po’ di zucchero. La cioccolata l’hanno vista e conosciuta per la prima volta quando nel settembre del ’43 sono arrivati gli inglesi e gli americani. Il gelato esisteva per carità, pure il gelato al cioccolato, ma dubito che fosse reperibile a quei tempi in un piccolo paese in provincia di Bari, dove sono ambientate le vicende di Waiting room. Se si considera poi che il cibo si acquistava con la limitata tessera annonaria, sembra difficile che qualcuno potesse permettersi di andare a prendere un gelato al cioccolato. Stessa cosa per le crostatine alla frutta dal panificio. All’epoca le marmellate si facevano e consumavano maggiormente in casa, ma comunque vale ciò che ho detto per le tessere annonarie.

La madre di Emilia indossa un bracciale d’oro. Quasi impossibile: Mussolini aveva ordinato alla popolazione di donare l’oro alla patria per sostenere i costi della guerra. Chi non aveva consegnato il proprio oro – pochi visto ciò che erano capaci di fare le Camicie Nere – non lo portava certo addosso per mostrarlo in giro. Nel libro in paese ci sono tranquillamente tutti gli uomini: giovani o adulti. La cosa mi sembra strana poiché, se non tutti, perlomeno la maggior parte avrebbero dovuto essere chiamati alle armi. Della guerra che si consuma in quegli anni non si parla quasi mai se non rare volte verso la fine del libro. Sembra che non ci sia nessuna guerra e tutto ciò che essa comporta. All’inizio del ’43 nel libro si dice che sarebbe passato ancora qualche mese e poi la vita si sarebbe chiusa in faccia a Mussolini. Ma sappiamo che la vita di Mussolini non finì il 25 luglio ’43 quando venne arrestato né l’8 settembre con l’armistizio. Il 12 settembre infatti fu liberato da paracadutisti tedeschi dalla prigionia di Campo Imperatore. Dunque non terminò nemmeno la sua attività politica giacché dopo la liberazione creò l’odiata Repubblica Socialista nel nord Italia occupato dai nazisti.

Ora che ho finito di fare la pignola – non poteva non essere così riguardo a un’epoca che amo – vi dico che so per esperienza che scrivere un romanzo storico non è affatto facile, soprattutto quando ci si inoltra in periodi particolari come la guerra, in cui l’ordine delle cose viene sconvolto. Attribuisco dunque questi errori storici non alla mancata volontà dell’autrice di documentarsi ma alla difficoltà di descrivere in maniera precisa le piccole cose di tutti i giorni durante il più disastroso conflitto mondiale. I libri di storia ci insegnano i grandi avvenimenti, gli scontri tra eserciti, ma non parlano di come la gente comune si arrabattava per sopravvivere. Il mio umile consiglio all’autrice – ma anche a tutti gli autori che, affascinati dal passato, vogliono ambientarci una storia – è quello di fare ricerche approfondite e particolareggiate e di contestualizzare le informazioni: ciò che ad esempio si trovava o era possibile fare a Roma, poteva non esserlo in un paesino delle piccole province. La storia deve essere tramandata per quella che è stata realmente o perlomeno nel modo più veritiero possibile.

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Intervista all’autrice

 

Ciao Bianca, benvenuta sul mio blog. Mi fa molto piacere ospitare una mia conterranea, soprattutto giovane e talentuosa come te.

Ciao Ilaria! Grazie infinite per avermi accolta nel tuo blog e, soprattutto, per aver letto il mio romanzo con interesse e attenzione.

  • Dalla tua biografia abbiamo appreso che frequenti la facoltà di lettere e studi pianoforte, dunque hai due grandi passioni: letteratura e musica. Andando indietro nel tempo con la mente, sapresti riconoscere il momento in cui esse sono nate o l’evento che le ha scatenate? A quale delle due sei più legata?

L’amore per la musica nasce da un dispetto. Mi spiego: abbiamo in casa un vecchio Zimmermann verticale sul quale hanno suonato mio nonno, un po’ mia madre, mia sorella ed io. Quando era mia sorella a studiare musica, io ero veramente piccola e andavo lì da lei per disturbarla mentre studiava e per spingere i tasti a caso. Lei si arrabbiava e mi diceva che non potevo toccare lo strumento perché l’avrei sicuramente rotto, non essendo in grado di suonarlo. Così, a nove anni, andai da mia madre e le dissi che volevo iniziare a studiare pianoforte e, da quel giorno in poi, nessuno mi impedì più di strimpellare a mio piacimento. Lo “strimpellare” è diventato studio vero quando sono entrata in Conservatorio, esperienza che ancora continua e che si concluderà tra un paio d’anni con l’agognato diploma. Per quanto riguarda la letteratura credo che il Primo Motore Immobile sia stata mia madre con tutte le fiabe che mi leggeva. Lei è un’insegnante elementare di italiano e ti lascio immaginare quanto questo abbia influito sul mio modo di guardare ai libri e alla cultura in genere: mi ha insegnato ad amare ciò che gli altri bambini ritenevano noioso e poi, spontaneamente, alla lettura ha fatto seguito la scrittura, come in una naturale evoluzione. Non riesco ad immaginare le due cose separatamente e credo che, in generale, tutti i lettori siano anche un po’ scrittori: altrimenti, come potrebbero raffigurarsi nella mente ciò che l’autore di un libro ha scritto o ha nascosto tra le righe? Tra musica e letteratura, comunque, scelgo sicuramente la seconda: è un campo della cultura nel quale sento di potermi muovere senza urtare continuamente contro gli spigoli.

  • Ti piace parlare con gli altri della cultura, immagino, giacché hai creato un blog/magazine culturale e pubblichi recensioni letterarie sul tuo blog. Vuoi parlarci di Prudence e B. among the little women?

Parto dal più recente, Prudence. Si tratta, come hai giustamente detto, di un “blog/magazine”. La doppia definizione dipende dal fatto che non ci sentiamo ancora pronti per assegnarci il titolo di “magazine”, né ne abbiamo le competenze, ma crediamo che definirci soltanto un “blog” sia riduttivo. Siamo un gruppo di amici che ogni mese si siede intorno a un tavolino tondo del bar Stradivari e discute del prossimo tema da trattare, fumando e bevendo una cioccolata calda. Crediamo fermamente che la cultura vada condivisa liberamente, in ogni suo ambito, senza prezzi da pagare o barriere ideali da rispettare. Scriviamo articoli che non hanno un orientamento ben preciso, né politico né sessuale, e speriamo che il nostro progetto possa crescere sempre di più, giorno dopo giorno. Colgo l’occasione per ringraziare tutta la Redazione perché è composta da persone meravigliose che scrivono cose meravigliose e che meritano decisamente di essere lette e conosciute. Passando a B. among the little women: si tratta del mio blog personale, quello sul quale riporto le mie recensioni, le mie opinioni su ciò che mi circonda, le mie “visioni fuggitive”. Detesto ammetterlo ma so di essere una persona molto pigra e questo si evince dal mio blog: riconosco che dovrei curarlo di più, arricchirlo, renderlo più funzionale. Prometto che lo farò col tempo… esami permettendo!

  • Prima di raccontarci del libro che ho recensito qui sul blog, parlaci un po’ del tuo primo romanzo.

Il fiume scorre in te è il frutto acerbo dei miei sedici/diciassette anni, nonché la medicina con la quale ho curato me stessa dalla fine del primo amore. Adesso, ripensandoci, mi viene in mente un sottotitolo che gli calzerebbe a pennello: “Cronaca di un disamore”. Perché è di questo che si tratta: di una relazione che si accartoccia su se stessa, di un progressivo smettere di amare. Dani, accompagnata dal fedele Massimo, viaggia su un treno che la porta indietro nel tempo e, più precisamente, nel passato di Alessandro, l’uomo che ama e che l’ha abbandonata. Nel corso del viaggio, Dani scoprirà tutto ciò che Alessandro le ha nascosto e, per di più, sarà costretta a scegliere se perdonarlo e proseguire il viaggio o se fermarsi e condannare il suo amore per sempre. È un romanzo particolare e ancora adesso non riesco a spiegare con esattezza di che genere si tratti. Di una cosa sono assolutamente certa: è il mio libro del cuore, il mio primo sforzo quasi-letterario e, malgrado tutte le sue piccole grandi ingenuità, non cambierò mai una virgola di ciò che ho scritto perché tra quelle pagine ci sono io tutta intera. Io com’ero.

  • Waiting room. Un titolo che sinceramente all’inizio, leggendo la trama del libro, mi ha un po’ mandato in confusione. Tuttavia più si va avanti nella lettura più se ne comprende il significato, finché nelle ultime pagine si capisce che è azzeccatissimo. Ti è venuta in mente prima l’ambientazione e il suo significato e solo in un secondo momento il titolo oppure il contrario? C’è un messaggio per il lettore nascosto in queste due parole?

Forse non ci crederai, ma non ricordo assolutamente il momento in cui ho pensato al titolo. Credimi, non lo ricordo: è come se fosse sempre stato lì, insieme alle storie che mia nonna mi raccontava quand’ero bambina. Ricordo bene, però, che a un certo punto ho capito che non potevo riferire semplicemente una storia vera: dovevo ampliarla, darle un significato che valesse non solamente per la protagonista ma per tutti coloro che, leggendo, si sarebbero identificati con lei. Ho improvvisamente visto la sala d’attesa del primo capitolo come una metafora della vita che Emilia aveva vissuto e ho capito che quella ragazza senza nome che vedevo al suo fianco ero io mentre scrivevo, anch’io perennemente in attesa del futuro, che m’infilavo nella storia come Hitchcock nei suoi film e ho pensato che quel titolo provvisorio, quel “Waiting room”, sarebbe stato perfetto per esprimere l’angoscia dell’aspettare, il suo corrodere lento, il bianco abbacinante di un ritorno sperato e mai avvenuto.

  • Questo è il tuo primo romanzo con connotazioni storiche. Ti è piaciuta l’esperienza? La ripeterai oppure pensi di indirizzarti verso altri generi?

Diciamo che il romanzo storico non è esattamente pane per i miei denti. È anche vero, però, che non siamo noi a scegliere le nostre storie: sono le storie che ci chiedono di essere raccontate. Se la storia che bussa alla tua porta viene dritta dritta dagli anni ’40, o dagli anni ’60, o dal 1800… tu non puoi chiederle di tornare indietro. Devi rimboccarti le maniche e procacciarti i mezzi per raccontarla. Sicuramente ho commesso moltissime ingenuità in questo mio primo “esperimento storico”, ma non escludo di riprovarci in futuro con maggiore impegno e un bel po’ di studio in più! Il mio prossimo romanzo, comunque, sarà sicuramente ambientato nel nostro tempo e sarà a tematica lgbt: ho steso una bozza ma mi serve ancora molto tempo per trasformarla in un qualcosa che meriti l’appellativo di “romanzo”.

  • Emilia e Angelo. Due giovani il cui futuro, stretto dalle morse di una comunità che segue tradizioni e leggi non scritte, non ha nulla di certo. Ti sei ispirata a qualcuno in particolare per creare questi personaggi?

Ebbene sì! Angelo è la “versione vintage” dell’uomo che amo con le sue piccole fissazioni, il suo naso dantesco e quella follia genuina che gli vedo negli occhi ogni volta che lo guardo. Emilia, invece, è mia nonna così come appare nelle fotografie color seppia, con quello sguardo fiero, i fianchi larghi e la determinazione cocciuta che l’ha guidata per tutta la vita e che ancora la guida, giorno dopo giorno.

  • Emilia resterà per tutta la vita in attesa di quell’amore che se ne è andato durante la giovinezza. Si tratta dunque di un sentimento forte, forgiato nell’anima forse proprio grazie all’innocenza che lo ha visto nascere. Dal passato giungono spesso memorie di amori sbocciati ma mai vissuti che però non sono stati dimenticati. Considerando il mondo in cui viviamo oggi, secondo te una donna – o un uomo – potrebbe vivere nel ricordo di un amore per tutta la vita? È la società a mettere difficoltà e imposizioni sul tragitto di un sentimento che dovrebbe essere imperituro oppure ciò che accade dipende unicamente da ognuno di noi, dalla maniera di vivere e percepire l’amore?

Sicuramente i tempi sono cambiati e, cambiando, hanno trasformato anche il nostro modo d’amare. C’è un adagio arabo che recita “Gli uomini assomigliano più al loro tempo che ai loro padri”, ed è la verità. Certo, credo che ancora oggi si possa amare una sola persona per tutta la vita: mi è capitato spesso di ascoltare i racconti di amici e conoscenti che non hanno mai dimenticato un amore e che hanno atteso per anni, come Emilia, un ritorno che non è mai avvenuto. Inutile dire, però, che amori così duraturi sono sempre più rari, e noi siamo sempre più pronti a ricominciare, ripartire da zero, ricostruirci una vita. Il che, detto per inciso, non è un male se si sta attenti a non prendersi in giro e a non far soffrire inutilmente l’altro. Viviamo in un tempo in cui non è più possibile “piangersi addosso”. Ricordo che il mio primo romanzo terminava proprio su questa frase, “Smetto di piangermi addosso”, ed è così: andiamo di fretta e va di fretta anche il dolore, tentiamo di eliminarlo al più presto consumandolo in distrazioni, lanciandoci nuovamente nel futuro come saette. Ripeto, non è necessariamente un male ma non è nemmeno necessariamente un bene: ognuno di noi merita di avere il suo angolo di dolore e di riflessione sofferta perché è questo che ci fa crescere, forse più di ogni altra cosa. 

  • Ciò che mi è maggiormente piaciuto di Waiting room è lo stile. Molto poetico, ricco di metafore originali e mai scontate, direi maturo nonostante la tua giovane età. Ti sei esercitata nel corso degli anni per migliorarlo oppure l’hai scoperto all’improvviso senza nemmeno sapere di esserne dotata?

Da un lato credo che il mio stile sia sempre stato qui, da qualche parte dentro di me, sin da quand’ero bambina, ma allo stato grezzo. Per molto tempo ho scritto “sbrodolando”, lasciandomi prendere dalla furia del raccontare e riempiendo le pagine di descrizioni inutili e metafore sovrabbondanti. Il tempo, la lettura di un numero spaventoso di libri e le critiche sincere mi stanno insegnando ad asciugare la mia scrittura e a perfezionarmi. Un percorso, questo, che credo sarà senza fine, come ogni educazione.

  • Credo tu sappia bene quanto me che i campi artistici, soprattutto in Italia, sono un settore per niente facile per chi non ha fama pregressa o conoscenze. Tuttavia se la passione è più forte degli ostacoli, non si abbandona il campo. In quale arte, tra letteratura e musica, impegnerai più energie? In quale, avendo successo, ti sentiresti più realizzata?

Sicuramente darò l’anima per la letteratura perché sono nata in una casa piena di libri e non riesco ad immaginare la mia vita senza la parola scritta. La musica è una compagna di vita, un’amica/nemica fedele che mi aspetta tra le corde del pianoforte, ma non è la mia strada. So di non essere una pianista, ma so anche che senza la musica non avrei imparato l’arte dell’organizzazione, dell’impegno, del sacrificio. Se adesso posso restare in piedi tutta la notte per preparare un esame o per scrivere un racconto è anche perché lo studio del pianoforte mi ha insegnato che è il sudore a farci andare avanti, e che senza fatica non si può conquistare nulla che valga la pena di essere conquistato.

Augurandoti il successo che meriti, ti ringrazio per questa piacevole chiacchierata.

Grazie a te, Ilaria! In bocca al lupo per tutto ciò che scrivi e che merita assolutamente di essere letto!

Mary Read, la celebre pirata e soldatessa nel libro di Michela Piazza

Cari followers, eccomi qui con una nuova recensione e annessa intervista all’autrice. Parliamo di mare, di guerra, di una donna travestita da uomo. Parliamo della celebre Mary Read.

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MARY READ – DI GUERRA E DI MARE

Michela Piazza

Butterfly Edizioni

Trama

Mi chiamo Mary Read.  È strano come con un nome, con due semplici parole, si possa delimitare una persona la cui identità rimane, per tutto il resto, così ambigua. Dentro di me sento di essere troppe cose per potermi definire in uno spazio tanto breve. Mi hanno chiamata bambina, mozzo, soldato, moglie, pirata, assassina. Ho avuto due sessi e due nomi. Per questo, forse, la mia vita fa tanta paura.

L’autrice

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Michela Piazza è laureata in Storia. Da sempre adora gli eventi del passato e la narrativa di avventura, due amori che si sono fusi in questo libro. Ha  lavorato come bibliotecaria, traduttrice e correttore di bozze. È stata coautrice del fumetto umoristico “Fotoronmao”, edito su riviste nazionali. Vive ad Arona col marito, il figlio Tito e numerosi gatti viziati. “Mary Read – di Guerra e Mare” è il suo primo romanzo.

La mia recensione

La scrittura dell’autrice è pulita e scorre agli occhi del lettore come un discorso continuo, fluido, soprattutto nella prima parte del libro, senza interruzioni. Alle volte troviamo qualche puntino di sospensione di troppo e dei discorsi di estrazione troppo attuale per l’epoca dei fatti narrati, tuttavia questi particolari non compromettono la validità del testo. I termini riguardanti le navi o l’equipaggiamento militare sono assai specifici e le descrizioni delle azioni a riguardo molto dettagliate; contribuiscono a trasmettere un senso di realtà. Piacevoli e molto tenere – nonostante i giusti impeti d’ira e le riflessioni a posteriori – sono le descrizioni delle scene che vedono protagonista la Mary bambina all’inizio del romanzo. Mai scontato il dispiegarsi delle vicende. Persino per chi già conosce la vita della vera Mary Read, è interessante leggere le scene descritte nello specifico così come immaginate dall’autrice anziché fredde e impersonali come si presentano in un’enciclopedia.

Il personaggio adulto di Mark – alter ego maschile di Mary – pare avere lo spessore di una persona reale, esce dalla carta per mostrarsi quasi davanti agli occhi. Difatti, sebbene non sia in realtà un maschio, appare invece come un uomo in tutti i sensi. La sua segreta identità di donna non ne indebolisce l’animo ma anzi lo fortifica, lo eleva a una dimensione migliore di quella degli altri marinai o soldati “solamente” uomini.

Ho particolarmente apprezzato il personaggio di Harry che, come Mark, pare vivere di vita propria. Le contraddizioni del suo carattere, i suoi discorsi, le sue reazioni, lo rendono un personaggio completo, dalle mille sfaccettature, nel quale la codardia e il coraggio convivono in maniera pacifica, naturale, vera.

Sebbene alle volte Mark e Harry compiano gesti moralmente discutibili, essi non suscitano sdegno nel lettore poiché, vuoi per un piacevole attaccamento ai protagonisti vuoi per l’abilità di descriverli come unici atti possibili, vengono percepiti come naturali, quasi dovuti.

Il terzo personaggio principale, Ian, per quanto fulcro della svolta nella vita di Mary mi è parso un po’ meno vivido. In particolare non mi è stato chiaro il suo atteggiamento nei confronti di Mark perché, si sa, tra uomini, a meno che non si tratti di grandi amici – e non è detto neppure in quei casi – poggiare mani sulla schiena dell’altro o indugiare con le mani su quelle dell’altro o dispensare sorrisi troppo calorosi sono atteggiamenti che possono suscitare fastidio. Forse l’intento era quello di creare da subito una grande complicità tra Mark e Ian, tuttavia ho dapprincipio creduto che Ian fosse omosessuale.

Alcuni capitoli riguardanti le manovre militari possono risultare un po’ troppo prolissi a chi non è appassionato di guerra o storia, mentre di contro gli stessi appaiono assai pregevoli e ricchi di “succulenti” particolari per gli appassionati. Si intuisce che il libro di Michela Piazza non è stato scritto con il solo e unico scopo di colpire il lettore, quanto con il preciso – e riuscitissimo – intento di fornire una cornice storica completa e dettagliata oltre che sulla vita di Mary Read anche su vicende storiche sconosciute ai più o conosciute in modo molto sommario.

Un libro da non perdere per chi ama la storia e/o Mary Read.

Valutazione:

4

Intervista all’autrice

Ciao Michela, benvenuta. È un grande piacere per me ospitare sul mio blog un’appassionata di storia come te.

  • Parliamo subito appunto di questo. Come è nata questa passione? L’hai sentita crescere assieme a te oppure è stato qualche evento o qualche studio particolare a far scattare la scintilla?

Ciao Ilaria, grazie di cuore per avermi ospitata!

Il mio interesse per la Storia si è sviluppato alle scuole medie: ho avuto la fortuna di incontrare una professoressa molto appassionata e competente… Le sue lezioni non erano una mera sequela di date, ma avevano il potere di farti immergere nella Storia. Da allora, mi sono sempre interessata alla vita delle epoche passate… Anche se della Storia, più che le grandi battaglie o le vicende dei Re, mi affascinano gli aspetti quotidiani.

  • Quale periodo storico ti appassiona di più e perché?

Per un periodo ho carezzato l’idea di iscrivermi ad Egittologia; invece poi, all’Università, la mia specializzazione si è spostata verso il tardo Medioevo e la Storia Moderna. Trovo che ogni epoca possieda delle caratteristiche peculiari e, per questo, appassionanti. Del Medioevo apprezzo l’attenzione alla spiritualità e a tutto ciò che non è prettamente materiale; dell’epoca Moderna il fermento e l’apertura verso nuovi orizzonti (geografici e non). Se dovessi scegliere però un periodo in cui vivere… Credo che tornerei al mio primo amore e opterei per l’Antico Egitto! Si tratta di una civiltà magnifica… E poi nutro un grande amore per quella terra.

  • Non per uscire fuori tema, ma parliamo un po’ dell’università, senza voler fare critica a nessuno ma soltanto esaminando l’offerta accademica in base alle aspettative di un appassionato. Il corso di studi che hai seguito ha colmato le tue curiosità storiche e, al contempo, ne ha fatte sorgere altre? Lo ritieni adeguato per chi intende diventare un esperto in questo campo? Oppure avresti gradito l’approfondimento di alcune tematiche e argomenti?

Ho trovato il corso di studi che ho seguito molto interessante. Milano vanta validi docenti, persone che spesso sono animate da una vera passione per la materia che insegnano.  Io ho avuto la fortuna di vedermi assegnare una tesi di ricerca, di poter quindi tradurre documenti originali e lavorare in archivio, il tutto sotto la supervisione di una docente davvero in gamba. Durante gli anni dell’università, ho imparato un metodo di studio e ho potuto coltivare anche passioni per argomenti che esulavano dal corso principale, come le eresie e i movimenti ereticali… Quindi promuoverei la facoltà in sé. Il discorso cambia radicalmente se parliamo del post-laurea… A livello di “carriera”, il titolo di storica non mi ha offerto molti sbocchi: purtroppo, in Italia, la ricerca (in tutti gli ambiti) viene pagata pochissimo o addirittura nulla. Siccome io sentivo l’esigenza di formare una famiglia, ho deciso di dedicarmi a lavori che rimanessero nell’ambito culturale, ma che fossero retribuiti.

  • Bibliotecaria, traduttrice e correttrice di bozze. Quale di questi impieghi ti ha dato di più in termini professionali e/o emotivi?

Sono state esperienze diverse e, per alcuni versi, complementari: lavorare come traduttrice e correttore di bozze mi ha insegnato che in un libro non è importante solo la parte “creativa”, ma che per mandare in stampa un buon prodotto è necessaria molta tecnica e bisogna prestare attenzione ai particolari. Quanto al lavorare in biblioteca… Si tratta di una professione complessa, che va ben al di là del “prestare i libri”. Richiede passione e grande preparazione, competenze che in Italia non sono adeguatamente valutate. Sono stata bibliotecaria per dieci anni, dedicando particolare attenzione alla promozione della lettura degli adolescenti e al settore multiculturale; e, anche se ora ho dovuto cambiare lavoro per motivi logistici, nel mio cuore non smetterò mai di essere una bibliotecaria…

  • Raccontaci qualcosa sul fumetto umoristico di cui sei coautrice.

Il FotoRonMao è una serie umoristica creata con la tecnica del fotoromanzo, che ha per protagonisti tre mici con idiosincrasie molto umane. È stato una rubrica fissa della rivista “Gatto Magazine” ed è uscito anche su altre testate nazionali come “Argos” e “Il mio gatto”.  Il FotoRonMao è nato per gioco e ha sempre mantenuto un’aura gioiosa intorno a sé: per questo vi sono ancora molto affezionata. Io e Andrea Rizzi, l’altro autore, stiamo per esporre le tavole originali in una mostra. È la terza cui partecipa il nostro fumetto e siamo felici che continui a riscontrare interesse! Potete leggere tutti gli episodi qui.

  • Parliamo ora di scrittura. In “Mary Read – di Guerra e Mare” si nota subito l’abilità della tua penna, dunque viene da chiedersi: prima di dedicarti a questo romanzo scrivevi? Se sì, quando e come hai cominciato?

Sin da piccola ho sempre amato le storie, sia quelle lette sia quelle che mi raccontavano. Così credo sia stato naturale, a un certo punto, mettermi a inventare le trame che io stessa avrei voluto leggere… I primi romanzi che ho steso risalgono alle medie ed erano piuttosto ingenui, ma li conservo ancora in una scatola a casa dei miei genitori. Per ora ho pubblicato, oltre a “Mary Read”, due racconti in antologie: il primo, scritto a quattro mani con Andrea Rizzi, è crudo e horror e si trova in “Sussurri dal cuore… E dalle tenebre”; l’altro, romantico e divertente, in “Impronte d’amore”.

  • Come ti è venuta l’idea di scrivere la storia romanzata di Mary Read? Dove hai sentito per la prima volta parlare di lei?

La scelta di raccontare del personaggio di Mary non è stata fatta in modo premeditato: all’università mi sono imbattuta in una sua brevissima biografia e ho avuto un colpo di fulmine per questa figura storica… Ho subito pensato che la sua fosse una vita degna di essere raccontata: in gioventù, Mary è una donna soldato come Lady Oscar e diventa poi una delle più importanti piratesse di tutti i tempi. Scrivendo della sua vita, ci si può cimentare con le grandi ambientazioni classiche dell’avventura (il mare, la guerra, i pirati), ma si possono toccare anche temi delicati come l’amore: le testimonianze del tempo ci tramandano una figura capace di fedeltà e passione, estremamente anticonvenzionale eppure legata ai veri valori della vita.

  • È evidente che hai studiato con cura i particolari della vita marinara e militare dell’epoca. Di quale supporto ti sei avvalsa per le ricerche? La classica biblioteca o il moderno web? È stato molto impegnativo reperire tutte le informazioni necessarie?

Ho avuto la fortuna (grazie alla mia esperienza in archivi e biblioteche) di poter accedere a una ricca documentazione cartacea. Il web è stato fondamentale per implementare e completare nozioni e, soprattutto, per recuperare testi che altrimenti sarebbe stato impossibile trovare: frugando su internet sono riuscita a localizzare volumi rari nelle biblioteche e a scovare testi da acquistare… Sempre via internet, sono riuscita a contattare una studiosa americana con cui ho discusso alcuni punti controversi della documentazione. La parte di ricerca è stata quindi sicuramente impegnativa, ma devo comunque ammettere di essermi molto divertita e di aver trovato spunti utilissimi per la narrazione proprio mentre studiavo il funzionamento delle armi o delle vele…

  • Dal modo in cui racconti la guerra e le manovre militari, nonché l’utilizzo delle armi, mi pare di vedere in te un po’ dell’animo di Mary Read, così appassionata di guerra e di combattimenti, nonché di navigazione, argomenti che in genere interessano appunto maggiormente agli uomini. Qual è la tua opinione sulla vita condotta da Mary ai suoi tempi? Come la giudichi, se la giudichi?

Non avevo mai pensato alla navigazione e alla guerra come interessi prettamente maschili, anche se, ora che mi ci fai riflettere, hai ragione! In realtà, credo che la mia passione per questi argomenti sia connessa all’amore che da sempre mi lega alla narrativa di avventura…

Quanto a Mary Read, di certo si tratta di un personaggio controverso, che cresce in un contesto di truffa e compie, nel corso della propria vita, azioni poco condivisibili… Eppure, non incomprensibili: la lotta per la sopravvivenza, per una ragazza illegittima dell’epoca, non consentiva spazio per troppi scrupoli morali. Partendo dai dati storici, mi sono sforzata di creare una protagonista con un carattere atipico, un carattere in grado appunto di giustificare certe scelte “limite”. Ne è uscito un personaggio introverso, caparbio e selvatico; una persona difficile, ma anche vera: leale, sensibile, capace di forti sentimenti. Il romanzo è scritto in prima persona, quindi un giudizio esterno sulle azioni di Mary è assente… Più che valutarla moralmente, mi interessava indagare i processi mentali che potevano condurre una ragazza a cambiare sesso e identità pur di raggiungere i propri obiettivi… Pur di essere, per assurdo, davvero se stessa.

  • Le scene che descrivi sono molto dettagliate ed è logico pensare che i dettagli siano appunto frutto della tua immaginazione sempre ispirata alla realtà. Tuttavia i personaggi secondari come la madre di Mary, la nonna, la domestica e Old Pete sono inventati di sana pianta?

La madre di Mary ha una grande importanza nel forgiare le scelte che successivamente caratterizzeranno la vita della ragazza: è lei a costringere la figlia ad assumere l’identità del fratellino morto, pur di estorcere denaro alla suocera. È quindi “colpa” sua se Mary crescerà vivendo di inganno e deciderà poi di trascorrere gran parte della propria vita vestendo le spoglie di un maschio. Per creare questo personaggio, mi sono rifatta alle biografie di Mary Read: le azioni che Elizabeth compie sono quelle ivi descritte. Mi sono sforzata però di indagare la sua personalità, di cercare le ragioni dietro questi comportamenti. Anche la nonna è una figura storica. Quanto alla domestica e a Old Pete, si tratta invece di personaggi del tutto inventati… Ma che hanno grande importanza per far procedere la narrazione. 

  • Harry Macarty, un personaggio che mi è molto piaciuto. Dato che conosco solo per grandi linee la vita di Mary Read ti chiedo: Macarty è realmente esistito?

Harry non è un personaggio storico, eppure è molto vivo. Incarna tutto ciò che Mary non riesce a essere: è solare, spontaneo, aperto con tutti. Harry è un baro e un imbroglione, eppure, proprio per questo, tra lui e Mary si instaura un’amicizia molto onesta: entrambi sono truffatori e hanno sempre vissuto ai limiti della morale… Quindi nessuno dei due giudica o si sente giudicato dall’altro. Il loro legame è trasparente e sincero… Se si trascura il fatto che Harry ignora che Mary sia una femmina!

  • Stessa domanda per Ian Van der Velde.

Ian è esistito realmente: il nome è un’invenzione, ma nelle biografie di Mary viene sempre citato un commilitone fiammingo che, con la sua avvenenza, è riuscito a far ricordare alla nostra eroina di essere una donna. Nel romanzo, Mary lotta strenuamente contro i propri sentimenti romantici: li considera una debolezza… Ma scopre che nessuna ragazza, per quanto scaltra e disillusa, è immune all’amore.

  • La vita di Mary Read non si ferma però dove finisce il tuo romanzo. Hai intenzione di scrivere un seguito?

Sì, hai ragione: Mary ha vissuto molte altre avventure… In realtà, la sua vita è divisa in due fasi in maniera naturale. Perciò, chi legge “Di guerra e mare” troverà un romanzo che, in sé, ha una conclusione e potrebbe essere letto senza “costringere” all’acquisto di un seguito. Sin dall’inizio, però, era mia intenzione portare avanti questo progetto sino alla sua conclusione. Devo dire poi che “Di guerra e mare” ha ricevuto un’accoglienza tale da spronarmi a scrivere il seguito accelerando i tempi! Quindi sì, la seconda parte delle avventure di Mary è in fase di stesura e potrete presto assaporarla…

  • Hai in cantiere – o in mente – nuovi progetti a sfondo storico?

Al momento sono totalmente assorbita dalla scrittura del seguito di “Mary Read”. Nonostante abbia già completato la fase di ricerca, il progetto è impegnativo e voglio dedicargli tutte le mie attenzioni. Quindi, per ora, sto accantonando ogni altra idea… Ma mai dire mai: la Storia è un mio grande amore e non credo scomparirà del tutto dai miei scritti futuri.

Grazie Michela per essere stata mia ospite.

Grazie a te per le domande originali e per avermi concesso dello spazio sul tuo blog!

Il mio romanzo in finale

Amici… che gioia immensa! Il mio romanzo TREGUA NELL’AMBRA è tra i finalisti del concorso nazionale ilmioesordio feltrinelli 😀
http://temi.repubblica.it/ilmiolibro-holden/ilmioesordio-romanzo-lista-finalisti/