Il kimono rosso – Lesley Downer

Ho presentato Lesley Downer quando ho recensito L’ultima concubina, potete leggere l’articolo qui. Dato che ho amato quel libro, ho comprato a scatola chiusa Il kimono rosso, senza nemmeno leggere la trama.

 

IL KIMONO ROSSO

Lesley Downer

Piemme

Il kimono rosso

Trama

Mentre saluta il comandante Yamaguchi, suo marito, in partenza per combattere contro i ribelli allo shogun, Hana indossa il suo kimono da cerimonia; i capelli lunghi sono spalmati d’olio e raccolti in un’acconciatura ordinata come vuole la tradizione. A lei il compito di difendere e custodire la loro casa, ma quando la guerra, sempre più sanguinosa e violenta, si avvicina, Hana è in pericolo di vita e deve fuggire a Tokyo. Ad accoglierla sono i colori, i suoni e i profumi di Yoshiwara, il quartiere del piacere, e una casa per cortigiane diventa in modo imprevisto il suo rifugio. Inizialmente intenzionata a raggiungere il marito, la giovane viene in realtà a poco a poco attratta dall’atmosfera vitale del quartiere. Scoprendo dentro di sé una sensualità fino a quel momento ignorata, si trasforma in una perfetta cortigiana e assapora per la prima volta il gusto della libertà e il sottile piacere della seduzione. Ma è Yozo, un coraggioso soldato, a cambiarle definitivamente la vita. Sfuggito alla cattura dei suoi nemici, si dirige nell’unico posto in cui un uomo sa di essere al sicuro: Yoshiwara. Tra Yozo e Hana nascerà un amore appassionato su cui incomberà una minaccia, legata a un segreto nascosto dal giovane e che, una volta rivelato, rischierà di oscurare la loro felicità.

Recensione

Partiamo da una cosa fondamentale: il titolo. Perché nella versione italiana esso è stato così barbaramente modificato? Il titolo originale era The courtesan and the samurai (La cortigiana e il samurai), come vedete nella bella copertina dell’edizione inglese.

courtesan and samurai

La cortigiana e il samurai è senz’altro un titolo azzeccato per la storia. Ma Il kimono rosso? Nel libro appare un kimono rosso ma non ha rilevanza tale da giustificare il titolo del romanzo. Ma va be’, problemi della Piemme.

Come ne L’ultima concubina anche in questo libro la condizione della donna in Giappone è uno dei temi centrali. Assistiamo alla guerra civile che segue la scomparsa dello shogun. Le donne sono in una posizione ancor più svantaggiata degli uomini che combattono al fronte: rimaste sole, devono sfuggire all’esercito nemico e al contempo guadagnarsi da vivere. Molte diventano prostitute e finiscono nel Mondo fluttuante, la città dei piaceri di Yoshiwara. Un luogo che risplende di vestiti pregiati, sfavillanti accessori per capelli, quadri e pipe d’oppio. Un mondo ricco, vivace e sovraffollato, in totale contrapposizione all’oscurità del mondo vero, e che nasconde segreti e violenze.

L’autrice decide stavolta di alternare il racconto tra il vissuto dei due protagonisti, Hana e Yozo, che si conoscono solo a metà libro. Hana, nel tentativo di salvarsi, viene ingannata e venduta; Yozo, soldato al servizio della causa del nord, combatte una guerra persa in partenza.

Trovo sempre divertente, interessante, leggere nei libri di Lesley Downer le descrizioni degli stranieri da parte dei giapponesi, che vedono gli europei come barbari: alti, con i capelli di colori strani (es. biondi), nasi troppo sporgenti e modi di fare troppo gentili con le signore. Ne è un esempio in questo libro Jean Marlin, un sergente francese che combatte al fianco di Yozo, che non passa mai inosservato tra la gente del posto. Considerate che probabilmente all’epoca la statura media della popolazione giapponese era minore di quella attuale (così come per molte altre culture, come gli italiani del sud Italia, per esempio).

Il libro è denso di descrizioni evocative, apprezzabili ma che a volte prevalgono sui sentimenti; è ricco d’avventura, intrigante. Ho trovato poi affascinante il fatto che da qualche parte in quello stesso Giappone in cui Hana e Yozo sfidano il destino, vivano anche Sachi e Shinzaemon, protagonisti de L’ultima concubina.

Avrei preferito leggere la sorte di Enamoto romanzata, inclusa nel libro, invece essa ci viene spiegata dall’autrice in maniera esauriente e documentaristica nella postfazione.

Ho amato di più L’ultima concubina, sarà il fascino del primo amore? In ogni caso anche questo è un buon libro.

Valutazione:

4

Approfondimenti

Yoshiwara

Yoshiwara è stato un famoso yūkaku (quartiere a luci rosse) di Edo, l’odierna Tōkyō.

Nei primi anni del 17 ° secolo, c’era una diffusa prostituzione nelle città di Kyoto, Edo e Osaka. Per contrastare questo fenomeno, un ordine di Tokugawa Hidetada del shogunato Tokugawa limitò la prostituzione a quartieri designati. Questi distretti sono stati Shimabara di Kyōto (1640), Shinmachi per Ōsaka (1624) e Yoshiwara di Edo (1617).

Le classi sociali non sono state rigorosamente divise a Yoshiwara. Un cittadino comune con abbastanza denaro sarebbe passato come pari a un samurai. L’unico requisito per i clienti era il deposito delle armi al cancello d’ingresso della città.

yoshiwara

Yoshiwara divenne una forte zona commerciale. Tradizionalmente le prostitute dovevano solo indossare semplici abiti blu, ma questo è stato raramente applicato. Le cortigiane di alto rango erano spesso vestite con brillanti kimono di seta colorati e costosi ed elaborate decorazioni nei capelli. La moda era così importante in Yoshiwara che spesso ha dettato le tendenze nel resto del Giappone.

La zona fu danneggiata da un vasto incendio nel 1913, poi fu quasi spazzato via da un terremoto nel 1923. Rimase nel mondo degli affari, però, fino a quando la prostituzione fu bandita dal governo giapponese nel 1958.

Ora in Giappone la prostituzione è tecnicamente illegale. La zona conosciuta come Yoshiwara, vicino alla stazione Minowa sulla linea Hibiya , è ora conosciuta come Senzoku Yon-Cho-me e mantiene un gran numero di soaplands e altri locali di facciata per i servizi sessuali.

Annunci

L’ultima concubina – Lesley Downer

Ah, che bello. Mi sento sempre così dopo aver terminato la lettura di un bel libro. Appagata e un po’ malinconica, come se fossi ritornata a casa dopo un lungo viaggio. E, nel caso di questo libro, si tratta davvero di un lungo viaggio.

L’ULTIMA CONCUBINA

Lesley Downer

Piemme

 

51Ep3t2IZKL

Trama

Giappone, 1861. Il giorno in cui il corteo reale era passato attraverso il villaggio per scortare la futura sposa dello shogun verso il castello di Edo, la strada, di solito affollata di carri e viaggiatori, era deserta. Nella vallata non si udiva un solo rumore e tutti erano immobili, in attesa. Solo la piccola Sachi aveva infranto le regole e aveva alzato la testa verso la portantina che avanzava lungo la via. L’aveva fissata solo per un attimo, ma era stato abbastanza perché quel gesto cambiasse il corso della sua vita. Quattro anni dopo, Sachi vive ormai stabilmente a Edo. Ha seguito la principessa Kazu fin dal giorno in cui è passata nel suo villaggio e i loro occhi si sono incrociati, scambiandosi una muta promessa. Da allora è stata educata secondo le ferree regole di palazzo e adesso, compiuti i quindici anni, è pronta per essere introdotta al cospetto dello shogun. Così impone la tradizione e così deve essere: la principessa deve offrire in dono al marito una concubina, e Sachi è la prescelta.

L’autrice

e2dc9a53aac7c63636b6a6441774331414f6744

Lesley Downer nata a Londra, da madre cinese e padre canadese. Ma è il Giappone, non la Cina, il paese che ha conquistato il suo cuore: dopo averlo visitato per la prima volta nel 1978, vi si è fermata per quindici anni.Scrive regolarmente recensioni per The New York Times Book Review.Per Piemme ha già pubblicato Geisha: storia di un mondo segreto (2002), considerato uno dei libri più autorevoli sull’argomento, L’ultima concubina (2008) e Il kimono rosso (2011). Attualmente vive tra Londra e New York con il marito Arthur I. Miller.Torna spesso in Giappone.

La mia recensione

La trama del libro è, già a una prima occhiata, affascinante. Ebbene, il libro contiene molto di più . È una storia di guerra, di indipendenza, di morte, di riscatto, di onore e sopportazione. Ma più di tutto è l’ammaliante e vivido ritratto di una società antica prima dell’apertura all’Occidente. Gli usi e i costumi sono particolari per noi che siamo abituati a leggere dell’Ottocento europeo, e per certi versi sorprendenti e quasi incomprensibili. Il libro focalizza l’attenzione sull’importanza del dovere, difatti le persone agivano in base a ciò che si doveva fare, senza pensare se fosse giusto o sbagliato, senza cercare un’alternativa; e sulla condizione delle donne, costrette a essere sottomesse agli uomini e non avere opinioni, a tenere segrete le proprie emozioni quando queste non fossero state del tutto piegate alla rigida imperturbabilità imposta dall’etichetta. Le donne rappresentavano sovente merce di scambio, un modo per gli uomini di famiglia di giungere a particolari privilegi – e questo l’ho trovato anche in Ritratto di donna in cremisi, che ho recensito qui, forse unico elemento di collegamento tra le due lontanissime società. A quei tempi il Giappone era un mondo chiuso, a sé stante, tant’è che la popolazione non aveva neanche idea dell’esistenza dei barbari – europei – e, quando ne vedeva uno, data l’alta statura e i tratti del viso più marcati rispetto agli orientali, lo scambiava per demone. Basti pensare che la protagonista, avendo a che fare con un inglese, rimane sbigottita dalle maniere cortesi di lui che secondo lei si comporta con le donne come un servo, privo della caratteristica indifferenza o durezza dei samurai. Da non dimenticare che le donne qui sono esperte di combattimento, non certo le delicate gentildonne vittoriane.

Le intricate vicende che riguardano i natali di Sachi, ci rivelano con accuratezza la vita della povera gente di montagna ma anche quella, rigida e per certi versi tiranna, delle dame di alto rango. Gli straordinari scenari in cui la storia si esplica mostrano un mondo magico, incontaminato, con il sapore vero della natura popolata tra l’altro da piante e alberi cui non siamo abituati per esempio nelle zone con clima mediterraneo. In un romanzo dal sapore esotico si avvicendano personaggi diversi abilmente tratteggiati in poche pennellate, tra i quali inevitabilmente spiccano l’indipendente Sachi e lo sfuggente Shinzaemon. Il loro legame è ben lontano da quello fisico e vissuto di cui siamo abituati a leggere nei romanzi con ambientazione occidentale: si tratta di un rapporto innocente che non ha bisogno di essere espresso a parole, che conta solo sulla memoria di qualche stretta di mano e forse per questo più vero, legato profondamente all’anima. Un romanzo epico, avventuroso, dall’ambientazione grandiosa. Una lettura che non può mancare nella libreria degli amanti della storia o delle culture orientali.

Valutazione:

5+

E l’eco rispose – Khaled Hosseini

Eccomi qui oggi con la recensione dell’ultimo libro di un autore che adoro.

E l’eco rispose

Khaled Hosseini

Piemme

 

L’autore

khaled-hosseini-c-2013-by-elena-seibert_custom-d470b97a4fbf2d44d80f59ab4033a1502c8fdc97-s6-c30

Khaled Hosseini, in dari خالد حسینی (Kabul, 4 marzo 1965), è uno scrittore e medico statunitense. Di origine afgana, pashtun, è nato a Kabul, dove ha vissuto la sua infanzia. Dal 1980 vive negli Stati Uniti. È l’autore del libro campione di vendite Il cacciatore di aquiloni. Nel 2007 ha pubblicato il suo secondo libro intitolato Mille splendidi soli che, solo in Italia, ha venduto più di un milione di copie. La casa di produzione di Steven Spielberg, DreamWorks, ha acquistato i diritti di entrambi i romanzi, per trarne dei film.

La vita

Khaled Kidrauhl Hosseini è nato a Kabul, in Afghanistan, ultimo di cinque fratelli. Suo padre era un diplomatico in servizio presso il Ministero degli Esteri afghano e sua madre insegnava persiano e storia in un liceo femminile di Kabul. Nel 1970 il Ministero degli Esteri mandò la sua famiglia a Teheran, in Iran, dove il padre lavorò presso l’ambasciata dell’Afghanistan. Nel 1973 tornarono a Kabul. Nel luglio 1973 il re afghano, Zahir Shah, fu spodestato in un colpo di stato dal cugino, Mohammed Daoud Khan.

Nel 1976 il Ministero trasferì ancora una volta la famiglia Hosseini, questa volta a Parigi. Nel 1980 sarebbero dovuti tornare a Kabul, ma nel frattempo (1979) in Afghanistan il potere era nelle mani di un’amministrazione filo-comunista, appoggiata dall’Armata Rossa. Temendo l’impatto della guerra sovietica in Afghanistan, la famiglia Hosseini chiese e ottenne l’asilo politico negli Stati Uniti e, nel settembre 1980, si trasferirono a San José, in California. Dato che avevano lasciato tutte le loro proprietà in Afghanistan, per un breve periodo vissero di sussidi statali, fino a che il padre riuscì a risollevare le sorti della famiglia intraprendendo numerosi lavori. Khaled Hosseini è tornato in Afghanistan come inviato per l’UNHCR, l’agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati. Attualmente vive nel nord della California con la moglie Roya, da cui ha avuto due figli: Haris e Farah.

Curiosità

Da bambino, Hosseini lesse molti libri di letteratura persiana, insieme a traduzioni di romanzi occidentali. I ricordi di Hosseini del pacifico periodo pre-Sovietico dell’Afghanistan, come le sue esperienze con gli hazara afghani, lo hanno portato a scrivere il suo primo romanzo, Il cacciatore di Aquiloni. Un hazara, Hossein Khan, aveva lavorato per la famiglia dello scrittore quando vivevano in Iran. Quando era in terza elementare Hosseini gli insegnò a leggere e scrivere. Nonostante la sua amicizia con Hossein Khan fosse stata breve e piuttosto formale, i ricordi che lasciò ad Hosseini gli furono di ispirazione per la descrizione del rapporto tra Hassan e Amir.

Fonte: Wikipedia

 

Progetto7

 

 

mille-splendidi-soli

E l’eco rispose

81IzLdondEL._SL1500_

 

 

Mi dicono che devo guadare acque dove presto annegherò. Prima di immergermi, lascio questo sulla spiaggia per te. Prego che tu lo possa trovare, sorella, perché tu sappia cosa c’era nel mio cuore quando sono finito sott’acqua.

Trama

Sulla strada che dal piccolo villaggio di Shadbagh porta a Kabul, viaggiano un padre e due bambini. Sono a piedi e il loro unico mezzo di trasporto è un carretto rosso, su cui Sabur, il padre, ha caricato la figlia di tre anni, Pari. Sabur ha cercato in molti modi di rimandare a casa il figlio, Abdullah, senza riuscirci. Il legame tra i due fratelli è troppo forte perché il ragazzino si lasci scoraggiare. Ha deciso che li accompagnerà a Kabul e niente potrà fargli cambiare idea, anche perché c’è qualcosa che lo turba in quel viaggio, qualcosa di non detto e di vagamente minaccioso di cui non sa darsi ragione. Ciò che avviene al loro arrivo è una lacerazione che segnerà le loro vite per sempre. Attraverso generazioni e continenti, in un percorso che ci porta da Kabul a Parigi, da San Francisco all’isola greca di Tinos, Khaled Hosseini esplora con grande profondità i molti modi in cui le persone amano, si feriscono, si tradiscono e si sacrificano l’una per l’altra.

Recensione

Ho preso il nuovo libro di Hosseini poco dopo l’uscita e, tra un impegno e l’altro, sono riuscita a leggerlo solo in questi giorni. Non c’è niente da fare, la scrittura di Hosseini incanta. Mi è piaciuto molto, all’inizio, il punto di vista di Abdullah bambino che deve gestire l’immenso affetto per la sorella e il dolore della perdita: una nuova prova superata egregiamente dall’autore, dopo i punti di vista sperimentati abilmente ne Il cacciatore di aquiloni e Mille splendidi soli.
I romanzi di Hosseini sono tutti velati di una malinconia dolce, struggente. Le emozioni si susseguono a ritmo serrato, non si fa in tempo a metabolizzarne una che ne arriva un’altra. Come sempre l’autore sfrutta le vicende narrate per dipingere un vivido ritratto dell’Afghanistan, mostrando il Paese “reale”: non quello che conosciamo in modo distorto tramite i mass media ma quello vero, vissuto, quello degli abitanti. I personaggi sono numerosissimi, profondamente complessi, mai scontati, combattuti, veri nella loro codardia o nel loro egoismo.
A questo proposito però devo muovere qualche critica. Di fatto si tratta di un romanzo corale, cosa che in genere non mi piace. Nella prima parte del libro le vicende di Pari, Abdullah, Sabur, Nabi, Parwana sono appassionanti, ci si affeziona a loro perché sono tutti profondamente legati. Ma poi cominciano a subentrare personaggi come Amra, Roshi, Thaila, Markos, Idris, Timur, Adel che in realtà hanno solo un labile legame con quelli principali – no, non me la sento di parlare di protagonisti veri e propri. Pare servano solo a farci volare in una diversa parte del mondo – descritta alle volte in maniera così rapida da apparire insulsa, vedi l’India raccontata in poche righe – o a introdurre in maniera del tutto indifferente per il loro vissuto – ma che ammetto colpisce al cuore il lettore che era rimasto in sospeso – dettagli sulla vita di personaggi precedenti di cui non si è saputo più nulla. Il che è un’abile mossa letteraria, tra l’altro il modo di descrivere i sentimenti di così tante persone diverse è una grande dote dell’autore, ma non contribuisce alla creazione di un sentimento d’attaccamento verso questi nuovi personaggi. Forse la mia spiegazione è un po’ contorta, ma leggendo il libro sarà facile capire a cosa mi riferisco.
Non al livello de Il Cacciatore di aquiloni e Mille splendidi soli, in ogni caso una lettura scorrevole, capace di emozionare.

Valutazione:

4

Un giorno solo, tutta la vita

UN GIORNO SOLO, TUTTA LA VITA

Alyson Richman

Piemme

2236-Sovraok.indd

Trama

Questa storia inizia a New York nel 2000, quando, alle nozze del nipote, Joseph Kohn scorge tra gli invitati una donna dall’aria familiare. Gli occhi azzurro ghiaccio, l’ombra di un tatuaggio sotto la manica. Il presentimento gli toglie il respiro. Le chiede di mostrargli il braccio; non importa se è scortese, lui deve sapere. La certezza è lì, sulla pelle: sei numeri blu, accanto a un piccolo neo che lui non ha mai dimenticato. E allora le dice: “Lenka, sono io. Joseph. Tuo marito”. Perché questa storia, in realtà, inizia a Praga nel 1939. Lenka e Joseph sono due studenti ebrei, si conoscono poco prima dello scoppio della guerra, si innamorano, diventano marito e moglie per lo spazio di una notte. Il giorno dopo, al momento di fuggire negli Stati Uniti Lenka decide di restare, perché non ci sono biglietti a sufficienza per la sua famiglia. Si separano con la promessa di ricongiungersi al più presto, ma Lenka finisce in un campo di concentramento. In mezzo all’orrore, fa ciò di cui è capace, dipingere, unico modo per dare colore a ciò che è privato di luce, per dare forma a ciò che non si può descrivere. Mentre Joseph, in America, si specializza in ostetricia: solo aiutare a dare la vita gli consente di non farsi trascinare a fondo dalle voci di chi non c’è più. Quando ormai si crederanno perduti per sempre, ci sarà un nuovo inizio per entrambi.

L’autrice

aly_2011_0401

Americana, vive a Long Island, New York. I suoi romanzi, tradotti in più di dieci lingue, hanno ottenuto un vasto consenso di critica e di pubblico, tanto negli USA quanto all’estero, e sono stati selezionati e consigliati dai librai indipendenti. Un giorno solo, tutta la vita è diventato un bestseller in poche settimane. Ispirato alle storie vere di vittime e superstiti dell’Olocausto, è un inno alla resistenza dell’animo umano, alla forza dei ricordi, all’intensità di un incancellabile primo amore.

La mia opinione

Parto dal presupposto che si tratta davvero di un bel libro, commuovente e interessante.

La parte iniziale descrive la vita di Lenka da bambina a ragazza in maniera molto veloce e discorsiva, quasi come un riassunto sebbene molto elegante e pittoresco. Man mano che si procede le tematiche diventano sempre più profonde, dal rapporto tra genitori e figli a quello con i morti. Interessantissima la descrizione della vita dentro Terezin, di cui non avevo sentito molto parlare. Lo stile ha parecchi sbalzi di qualità: in alcune scene è ricercato, in altre è appena accettabile, al punto che sembra frutto di due scrittori diversi. Il finale risulta un po’ frettoloso ma lascia un senso di commozione e speranza. Un plauso va all’autrice per l’abilità nel descrivere l’ambientazione storica e la volontà di inserire nel periodo narrato a Terezin delle persone realmente esistite. Da non perdere.

Valutazione:

4

terezin

Recensione “Illuminati” di Adam Kadmon. Da non perdere.

Amici, questa settimana vi parlo non di un romanzo come di consueto ma di un libro che comunque merita attenzione e suscita curiosità e riflessioni.

ILLUMINATI – Viaggio nel cuore nero della cospirazione mondiale

Adam Kadmon

Piemme

 adam kadmon
Sono certa che la maggior parte di voi, se non tutti, abbiano almeno una volta sentito parlare degli “Illuminati”, una leggendaria società segreta che agisce all’oscuro dell’umanità.
Riconoscete questo simbolo? Pochi risponderanno di no, la piramide tronca con l’occhio onniveggente al vertice è proprio il simbolo degli Illuminati.
 2
E, se pure non ne avete mai sentito parlare, il libro di Adam Kadmon – affascinante pseudonimo utilizzato dall’autore che vediamo spesso nel programma Mistero – come scritto nel titolo ci porterà in un viaggio alla scoperta delle teorie del complotto su scala mondiale.
Senza dispensare informazioni a destra e a manca, questo scritto prende piuttosto per mano il lettore – un “profano” ossia non iniziato alle pratiche illuminate – e gli spiega dalle origini tutto ciò che concerne questa società segreta e le sue diverse forme nel tempo o varianti – Illuminati di Baviera, Illuminati di Moriah, Ordine del Serpente, Ordine dell’antico Serpente, Ordine degli Splendenti – nonché gli ambiti in cui essa opera segretamente e gli obiettivi che si pone. La cosa che da maggiore spessore al tutto è la costante presentazione di dati, documenti, articoli, e pure links sul web dove poter controllare di persona le informazioni riferite. E vi assicuro che ciò che viene presentato in questo libro, fiabe moderne come ama definirle Adam che però appaiono tutt’altro che fiabe o teorie visto il numero impressionante di “coincidenze”, oltre a essere sconvolgente, concerne ogni aspetto della nostra vita.
Nella prima parte del libro si descrive l’origine degli ordini da cui discendono gli Illuminati moderni, fatti che sovente la scienza cataloga frettolosamente come miti. Ma, come scrive Adam a pagina 59, 60, 61:
Sembrerebbe infatti che la civiltà umana si sia già evoluta diverse volte e che altrettante volte il suo progresso abbia conosciuto una brusca fase di arresto seguita da un “reset”. Peraltro la ragione per cui non sarebbe rimasta – almeno in apparenza – alcuna traccia di queste civiltà precedenti è semplice e scientificamente dimostrata: qualsiasi opera umana lasciata in balia della natura ne viene completamente riassorbita nell’arco di poche centinaia d’anni. […] Ho detto “in apparenza” perché in verità alcune prove dell’esistenza di civiltà evolute in tempi in cui, secondo l’archeologia accademica, non sarebbe nemmeno dovuto esistere l’Homo sapiens, sono state rinvenute in più di un’occasione. […] Nel 1926, in un blocco di carbone estratto da una miniera del Montana, fu trovato un dente identico a quello di un essere umano moderno: ma il carbone in cui il reperto era incastrato e fossilizzato risaliva a ben dieci milioni di anni fa, un’epoca in cui la razza umana, almeno secondo la storia ufficiale, non esisteva ancora. sempre al carbone è legata un’altra sensazionale scoperta, avvenuta in Scozia nel 1852: la punta di un trapano risalente a undici milioni di anni fa. 140 milioni di anni è invece l’età stimata del “martello di Londra” ritrovato in un blocco di arenaria nel Texas. Vi è poi l’impronta fossile della suola di una scarpa dotata di tacco scoperta nello Utah, ad Antelope Springs, risalente addirittura a un periodo compreso fra i 350 e i 650 milioni di anni fa. […] Sembra assurdo nel XXI secolo continuare a pensare che l’uomo sia stato creato direttamente da un’entità soprannaturale: eppure milioni di persone, indottrinate fin dalla nascita, ne sono convinte. […] Un potere molto antico, integrato a ogni livello del sistema attuale, potrebbe avere tutto l’interesse a impedire che l’umanità scopra le proprie vere origini.
Ora, dopo una succulenta introduzione storica che pungola la curiosità e scatena dubbi, Adam ci parla delle organizzazioni mondiali che sarebbero rette da Illuminati, quali l’ONU, o di famiglie particolarmente ricche e potenti che ne finanzierebbero le azioni, come i Rothschild. E, come è immaginabile, si parla anche del Consiglio Europeo.
Essendo gli Illuminati profondamente legati alla simbologia, essi utilizzerebbero pubblicamente alcuni simboli che, agli occhi dei “profani”, non hanno nulla di strano.
3
4
Da pagina 106, 107:
Il Parlamento Europeo ha una forma chiaramente ispirata alla Torre di Babele e al mito di Nimrod, il primo unificatore dei popoli della Terra. All’interno di questo edificio si discute il futuro delle nazioni che fanno parte dell’Unione Europea. Sempre al suo interno è stata approvata la creazione del MES, poi ratificata da un trattato a firma del Consiglio Europeo. La ratifica è stata presa nella settimana dell’equinozio di primavera sacra agli Illuminati, e il logo del Consiglio Europeo, ricorda in modo impressionante l’occhio di Horus, altro simbolo sacro a questo gruppo di potere occulto. Il Consiglio ha posto il controllo di questo organo sopranazionale (da cui dipende la sopravvivenza economica di ogni singolo cittadino dell’Unione Europea) nella mani di un ristretto numero di persone e stabilito che le popolazioni a esso sottoposte non potranno mai conoscerne le identità. Il Consiglio Europeo ha altresì deciso che gli “occulti” membri del MES saranno assolutamente indipendenti da qualsiasi forma di controllo democratico e che potranno prendere qualsiasi decisione ritengano opportuna senza dover mai rispondere, né civilmente né penalmente, di eventuali errori o abusi di potere, indipendente dal loro effetto sulle tasche e quindi sulle vite dei cittadini.
Ammetterete che questa vicenda è piuttosto inquietante, ancor di più perché ci riguarda da vicino. Nel libro in ogni caso troverete maggiori spiegazioni e il link da cui scaricare direttamente il trattato del MES, affinché possiate leggerlo e accertarne i contenuti.
Parliamo ora di un caso che ha destato molto clamore, sia per l’efferatezza del blitz che per il contenuto del materiale sequestrato. Nel marzo 1990 nell’azienda Jackson Games irruppero agenti della United States Secret Service allo scopo di sequestrare vari materiali. Tra questi anche il gioco di carte chiamato proprio Illuminati. Vi presento alcune immagini delle carte in questione che paiono predire alcuni eventi mondiali.
 5
6
Parlando ancora dell’attentato al World Trade Center, Adam rivela un numero enorme di “coincidenze” scoperte in film o cartoni animati antecedenti anche di diversi anni l’11 settembre 2001.
 7
Un episodio dei Simpson del 1997, esibisce fin troppi segnali d’avvertimento riguardo alla data – anglosassone – 9.11. Si tratta precisamente della puntata in cui la famiglia si reca in gita nella città di New York, dove guarda caso Homer parcheggia proprio ai piedi delle Torri Gemelle. Ma non vi svelo altro.
MatrixDie HardArmageddonTerminator IIGodzilla… sono solo alcuni dei titoli hollywoodiani in cui troviamo indizi sull’attentato, così come si possono trovare “coincidenze” strane in due copertine di altrettanti album di Michael Jackson.
 8
Ma andiamo avanti. Con uno stile che non annoia ma che anzi trascina – pare proprio una piacevole conversazione tra amici – l’autore conduce alla scoperta delle armi quasi fantascientifiche di cui sarebbero in possesso gli Illuminati di Moriah – in sostanza quelli “malvagi”. Dispositivi in grado di provocare terremoti artificiali, scie chimiche, armi psicotroniche. Ebbene, le “teorie” non sono campate in aria ma fondate su ricerche e dati di progetti militari, rilevamenti sismici e molto altro.
Le armi psicotroniche ad esempio furono progettate già negli anni Settanta, dunque oggi potrebbero già essere state abbondantemente realizzate e testate. Si tratta di armi che sfruttano l’elettricità atmosferica per modificare le funzioni e le attività mentali su vasta scala agendo sugli impulsi elettrici del cervello umano.
Da pagina 139:
Questo spiegherebbe il comportamento irrazionale di certe popolazioni che, sebbene sottoposte a sacrifici economici inenarrabili, appaiono incapaci di organizzarsi persino per esigere e ottenere che i loro politici riducano i propri lauti stipendi.
Vittime di armi che agiscono sull’elettricità del cervello, ad esempio bloccando gli impulsi del cuore e uccidendo quindi senza lasciare traccia, potrebbero essere stati alcuni di quei tanti scienziati che nel corso degli anni hanno elaborato invenzioni nel campo della free energy. Queste invenzioni, malgrado la validità e il grande risvolto positivo sull’ambiente e sulle tasche dei cittadini, non sono mai state distribuite né rese note.
Scopo ultimo degli Illuminati sarebbe quello di ridurre drasticamente il numero di individui viventi e istituire un nuovo ordine mondiale retto da un unico governo internazionale. Dunque essi avrebbero agenti in organizzazioni mondiali di particolare rilevanza; innesterebbero la ribellione dei cittadini contro i propri “insolventi” governi – vedi la primavera araba – per proporsi un giorno come soluzione salvifica; scatenerebbero guerre durante i periodi in cui dovrebbero compiere sacrifici umani. Sconvolgente è come le date delle dichiarazioni di guerra degli ultimi anni coincidano con quelle sacre agli Illuminati o come la somma dei numeri che le compongano diano sempre i risultati di numeri importanti per la società segreta. Adam infatti spiega anche quanto sia radicato in essa il culto per il pianeta Venere e il Sole, cui si associano immagini, numeri, simboli e sacrifici.
Da notare ad esempio la strabiliante somiglianza tra la Statua della Libertà, donata da Illuminati francesi alla città di New York, e Semiramide, personaggio femminile facente parte della Trinità adorata nella religione babilonese, da cui i credo degli Illuminati traggono retaggio.
 9
 Ancora sconcertante direi proprio “prova” della presenza degli Illuminati nel governo degli Stati Uniti d’America – quantomeno nel passato, il che fa supporre che vi si siano insediati in maniera continuativa, dunque anche nel presente – è la simbologia presente sulla bancanota da un dollaro. Ci avevate mai fatto caso?
 dollaro
Le attività degli Illuminati ci riguardano ancora più da vicino se consideriamo la loro costante raccolta di informazioni sui traffici telefonici o web, al fine di osservare e monitorare la popolazione mondiale – descritti nel libro modalità e organismi incaricati – o scegliere tra di essi i soggetti ideali per esperimenti del controllo mentale – vedi progetto Monarch.
La prossima data importante per gli Illuminati per un grande sacrificio umano all’egregora che adorano, cadrebbe secondo i cicli venusiani e solari nell’anno 2019. Secondo le teorie cospirazioniste sarebbe proprio quella la data in cui gli Illuminati di Moriah scateneranno dall’ombra… cosa? Non ve lo dico, se siete curiosi leggete il libro. Vi anticipo soltanto che potrebbe essere un evento catastrofico per l’umanità intera.
Da pagina 238:
Che sia in corso qualcosa di preoccupante lo si può sospettare anche dall’ampio dispiegamento di mezzi e tecnologie militari come il già citato scudo antimissile NATO attualmente in fase di realizzazione: secondo i suoi promotori servirebbe a proteggere l’Europa, ma paradossalmente, è fonte continua di tensione con la Russia che lo considera una minaccia al suo territorio. Si noti che, per “coincidenza”, questi sitemi bellici a scopo “difensivo” saranno pronti proprio per l’inizio del fatidico 2019.
Che sia a questi eventi riferita la carta del gioco Illuminati che finora – per “fortuna” – non ha ancora trovato riscontri nella realtà?
 world war
Quante cose ancora non vi ho raccontato di questo libro? Tante, tantissime. Sono davvero troppe e troppo interessanti, rivelatrici, per poterle elencare seccamente in una recensione. Dunque vi invito a leggerlo e, se non crederete a queste “favole”, perlomeno vi troverete spunto per riflettere su molte cose che al giorno d’oggi diamo per scontate. Per quanto mi riguarda tantissime coincidenze e pure così inquietanti, non possono essere soltanto “coincidenze”.

Valutazione:

5+

Buona lettura e… occhi aperti!

Mille splendidi soli – Khaled Hosseini

Un libro che ho molto amato. L’avete letto?

 

MILLE SPLENDIDI SOLI

Khaled Hosseini

Piemme

mille-splendidi-soli1

Trama

A quindici anni, Mariam non è mai stata a Herat. Dalla sua “kolba” di legno in cima alla collina, osserva i minareti in lontananza e attende con ansia l’arrivo del giovedì, il giorno in cui il padre le fa visita e le parla di poeti e giardini meravigliosi, di razzi che atterrano sulla luna e dei film che proietta nel suo cinema. Mariam vorrebbe avere le ali per raggiungere la casa del padre, dove lui non la porterà mai perché Mariam è una “harami”, una bastarda, e sarebbe un’umiliazione per le sue tre mogli e i dieci figli legittimi ospitarla sotto lo stesso tetto. Vorrebbe anche andare a scuola, ma sarebbe inutile, le dice sua madre, come lucidare una sputacchiera. L’unica cosa che deve imparare è la sopportazione. Laila è nata a Kabul la notte della rivoluzione, nell’aprile del 1978. Aveva solo due anni quando i suoi fratelli si sono arruolati nella jihad. Per questo, il giorno del loro funerale, le è difficile piangere. Per Laila, il vero fratello è Tariq, il bambino dei vicini, che ha perso una gamba su una mina antiuomo ma sa difenderla dai dispetti dei coetanei; il compagno di giochi che le insegna le parolacce in pashtu e ogni sera le dà la buonanotte con segnali luminosi dalla finestra. Mariam e Laila non potrebbero essere più diverse, ma la guerra le farà incontrare in modo imprevedibile. Dall’intreccio di due destini, una storia che ripercorre la storia di un paese in cerca di pace, dove l’amicizia e l’amore sembrano ancora l’unica salvezza.

Recensione

Non si possono contare le lune che brillano sui suoi tetti, né i mille splendidi soli che si nascondono dietro i suoi muri.

Versi con cui il poeta Saib Tabrizi scrisse su Kabul. Versi riportati nel libro di Khaled Hosseini e da cui è stato tratto il titolo.

 

Ci troviamo a Kabul, capitale dell’Afghanistan. Le protagoniste sono Mariam e Laila. Hanno età diverse, vite diverse.

Mariam è una harami, termine usato per indicare i figli illegittimi. Infatti suo padre Jalil aveva avuto una relazione clandestina con sua madre, una domestica di nome Nana. Nana e Mariam vivono quasi esiliate in una kolba in cima ad una collina ma suo padre va a trovarla ogni giovedì raccontandole del mondo meraviglioso che c’è in città. Mariam vede in lui un uomo importante, un esempio da seguire. Quando un giovedì egli non si presenta alla kolba, Mariam decide di discendere la collina per recarsi a Herat e andare a trovarlo. Viene malamente rifiutata dai domestici e ritorna a casa. Ma qui l’attende una terribile sorpresa. Sua madre Nana, già segnata dalla depressione e dall’odio profondo verso Jalil, non ha saputo sopportare l’allontanamento della figlia e si è impiccata. A quel punto il destino di Mariam viene forzatamente messo in mano al padre che, per evitare vergogne sulla sua rispettabile famiglia ufficiale, la fa frettolosamente sposare con un uomo molto più grande di lei: Rashid, un calzolaio di un’altra città.

Laila è invece una ragazza più fortunata. Nonostante debba sopportare la sofferenza per la morte dei fratelli partiti per la guerra, nella sua vita c’è spazio per lo studio, fortemente voluto da suo padre. Inoltre tra le braccia di Tariq, suo amico sin dall’infanzia, trova l’amore. Un amore non destinato a durare poiché anche Tariq si arruola per la guerra.

Un drammatico bombardamento farà incontrare Mariam e Laila, legate poi per sempre dalla volontà di combattere i soprusi di Rashid, di proteggere i figli di Laila, di conquistare la libertà.

La storia profonda di un’amicizia vera e solidale tra due donne oppresse dalle convenzioni sociali e dalla guerra. Un romanzo di denuncia che da voce a tutte le donne che soffrono silenziosamente ogni giorno e che non hanno mezzi per ribellarsi. Ma troviamo anche la speranza e la forza dell’amore ancor più accentuata in situazioni critiche come i conflitti civili.

Con maestria Khaled Hosseini ha scritto un romanzo dal sapore epico e immortale, destinato a restare nella storia della letteratura quale testimonianza di quelle vicende di cui non si sente parlare nei telegiornali.

La lettura è scorrevole e incuriosisce progressivamente il lettore regalando ogni sorta di emozioni. L’autore dimostra di essere perfettamente in grado di descrivere dei fatti dal punto di vista femminile, contrariamente a “Il cacciatore di aquiloni” che invece ha protagonisti maschili.

Sicuramente uno dei libri più belli che abbia mai letto.

Valutazione:

5