Dear woman

Dear Woman,
sometimes you’ll just be too much woman.
Too smart,
too beautiful,
too strong.
Too much of something that makes a man feel like less of a man,
which will make you feel like you have to be less of a woman.
The biggest mistake you can make
is removing jewels from your crown
to make it easier for a man to carry.
When this happens, I need you to understand
you do not need a smaller crown—
you need a man with bigger hands.

Michael Reid

 

 

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Ho sceso, dandoti il braccio

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Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.

Eugenio Montale

 

 

Attesa

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Esci dalla statale a sinistra e
scendi giù dal colle. Arrivato
in fondo, gira ancora a sinistra.
Continua sempre a sinistra. La strada
arriva a un bivio. Ancora a sinistra.
C’è un torrente, sulla sinistra.
Prosegui. Poco prima
della fine della strada incroci
un’altra strada. Prendi quella
e nessun’altra. Altrimenti
ti rovinerai la vita
per sempre. C’è una casa di tronchi
con il tetto di tavole, a sinistra.
Non è quella che cerchi. È quella
appresso, subito dopo
una salita. La casa
dove gli alberi sono carichi
di frutta. Dove flox, forsizia e calendula
crescono rigogliose. È quella
la casa dove, in piedi sulla soglia,
c’è una donna
con il sole nei capelli. Quella
che è rimasta in attesa
fino ad ora.
La donna che ti ama.
L’unica che può dirti:
“Come mai ci hai messo tanto?”

Raymond Carver

Io sono respiro puro – Maria Fornaro

 

Oggi parliamo di una silloge poetica.

 

IO SONO RESPIRO PURO

Maria Fornaro

Youcanprint

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Il libro

La poesia è divenuta elemento importante della vita dell’autrice, è l’universo in cui si perde e attraverso essa riesce a concretizzare tutte le sue emozioni, le sue sensazioni, i suoi pensieri e i suoi ricordi. È la componente assolutamente imprescindibile della natura umana, come l’aria, che dà forza all’anima. Di animo passionale e tumultuoso, celato nel passato sotto montagne di grigia quotidianità, ora, finalmente, esplode in tutto il suo essere travolgente, regalando versi che toccano l’anima di ognuno di noi. I versi risultano la trasfigurazione in chiave simbolica dell’amore protagonista indiscusso che assurge a unico, vero motivo di vita. L’amore che lenisce le pene, che sussurra, che grida ed infiamma le passioni. Ne risulta una vena poetica impregnata di una grande sensibilità in un caleidoscopio di emozioni che nascono dal cuore, dai ricordi, dalle paure, dai desideri. È una forza travolgente senza tempo.

L’autrice

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Maria Fornaro nasce a Fragagnano (TA) nel dicembre del 1964. Sposata dal 1994, ha due figli.

Laureata in Materie Letterarie all’Università di Bari, dopo un breve periodo di insegnamento e varie altre esperienze lavorative nel campo museale, si è dedicata interamente alla propria famiglia. Le piace leggere, ascoltare, discutere e mettersi in gioco. Scrive per diletto e per emozioni e pensa come Daniel Glattauer che “scrivere è come baciare, solo senza labbra, ma con la mente”.

I suoi autori preferiti sono Valerio Massimo Manfredi, Glenn Cooper, Kahlil Gibran, Michail Bulgakov, Edgar Lee Masters, Nikolaj Vasil’evič Gogol’, Franz Kafka, Khaled Hosseini, Carlos Ruiz Zafón, Henrik Ibsen, Thomas Mann, Giovanni Verga, Luigi Pirandello.

Ho iniziato a scrivere sull’onda di emozioni che mi hanno travolta, emozioni che hanno lenito ferite e accarezzato l’animo e il cuore. Non sapevo di saper scrivere e non so ancora se so farlo, ma lo faccio perché il mio cuore comanda le mie dita.

Pubblicazioni:

  • Alcune poesie della Fornaro sono state inserite nella raccolta di poesie “I poeti contemporanei” n.12, edito dalla Casa Editrice Pagine di Roma nel 2012.
  • Libro di poesie “Io sono respiro puro”, Ed. Youcanprint.

 

La mia opinione

Alla base della silloge poetica della Fornaro c’è l’amore, il desiderio dell’amore, il pensiero dell’amore, un amore spesso fisico. Le poesie sono come pensieri trascritti su carta, molto semplici, discorsive, con metafore chiare che rispecchiano la natura  e nelle quali uno dei temi più ricorrenti è il mare.

Valutazione:

3

Link utili

Nobel italiani per la Letteratura: Eugenio Montale

Quinto appuntamento con la rubrica Nobel italiani per la letteratura. Parliamo di Eugenio Montale, vincitore del premio nel 1975.

Codesto solo oggi possiamo dirti: ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

 

Eugenio Montale

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Eugenio Montale (Genova 1896 – Milano 1981) è stato un poeta e critico letterario italiano, premio Nobel per la letteratura nel 1975. Nato da una famiglia di commercianti, frequentò le scuole tecniche e studiò canto, ma rinunciò alla carriera musicale. Partecipò dal 1917 alla prima guerra mondiale come ufficiale sul fronte della Vallarsa in Trentino. Tornato a Genova, prese contatto con i poeti liguri (primo fra tutti Camillo Sbarbaro) e con l’ambiente torinese: furono anni di intense letture di italiani e stranieri, specie i simbolisti francesi.

Del 1916 è il testo che segna la sua nascita come poeta: Meriggiare pallido e assorto (vedi in fondo all’articolo). Nel 1925 firmò il Manifesto degli intellettuali antifascisti di Benedetto Croce e pubblicò, per le edizioni di Piero Gobetti, il suo primo libro, Ossi di seppia. Con un cliché nuovo e personalissimo, filtrato attraverso Pascoli, D’Annunzio e gli scrittori della ‘Voce’, la raccolta propone un linguaggio scabro ed essenziale, un po’ abbassato verso i modi colloquiali e ironici di Gozzano, vicino alla concretezza delle cose. Il paesaggio ligure (centrato su Monterosso, dove i Montale avevano una villa) che vi domina è il ‘correlativo oggettivo’ di una condizione esistenziale, in cui il senso della vita risulta inafferrabile e le vie di uscita dalla catena delle necessità naturali si possono solo intravedere, e in forma ipotetica. Si tratta di una poesia metafisica che ‘nasce dal cozzo della ragione contro qualcosa che non è ragione’.

Montale aveva anche iniziato un’attività di critico, collaborando a varie riviste, con aperture intellettuali molto ampie. A lui si deve la scoperta di Italo Svevo in Italia (Omaggio a Svevo, 1925). A Trieste, dove era stato invitato da Svevo per l’anno seguente, conobbe Umberto Saba e altri scrittori triestini come Virginio Giotti e Silvio Benco. L’incontro con il poeta americano Ezra Pound nel 1926 lo aprì alla letteratura anglosassone.

Nel 1928 Montale fu nominato direttore del Gabinetto Vieusseux a Firenze, ma ne venne allontanato dopo dieci anni perché non iscritto al partito fascista. Si dedicò allora, oltre all’attività di critico, a quella di traduttore. Nel vivace ambiente fiorentino stabilì stimolanti rapporti intellettuali con Vittorini, Gadda, Landolfi, Pratolini, Contini. Nel 1939 uscirono Le occasioni, poesie in parte già precedentemente pubblicate su riviste. In esse Montale continua l’indagine esistenziale degli Ossi di seppia. Nel modificarsi e svanire di una realtà indecifrata e incupita, acquista forza il tema della memoria (anch’essa gracile), sollecitata da ‘occasioni’ di richiamo, e si delineano le figure salvifiche di alcune donne. Il linguaggio si fa meno penetrabile e i messaggi appaiono più nascosti; Montale però non muove verso l’irrazionale gorgo analogico degli ermetici, ma riafferma la sua tensione razionale e pudicamente sentimentale. Nel 1943 pubblicò in Svizzera, per interessamento di Contini, il volumetto Finisterre.

Dopo la guerra e la breve esperienza politica nelle file del Partito d’azione, divenne per poco tempo condirettore della rivista ‘Il mondo’. Nel 1948 si trasferì a Milano, dove lavorò al ‘Corriere della Sera’ e al ‘Corriere d’informazione’, e pubblicò il Quaderno di traduzioni. Nel 1956 uscì La bufera e altro, che comprende anche le poesie già comparse in Finisterre. La ‘bufera’ è la guerra intesa come catastrofe della storia e della civiltà, e simbolo dunque di una disperata condizione umana e personale. Dalla speranza di un’immaginata salvezza attraverso la donna-angelo e dai lampi di fiducia nella possibilità di un mondo diverso, Montale passa all’angoscia per il presente. Nell’amara esperienza dell’orrore della guerra e degli anni cupi della Guerra Fredda, la poesia diventa il segno di un’estrema umana resistenza e di decenza nel quotidiano ‘mare / infinito di creta e di mondiglia’.

Ho imparato una verità che pochi conoscono: che l’arte largisce le sue consolazioni soprattutto agli artisti falliti.

Nel 1966 Montale pubblicò i saggi Auto da fé, una lucida riflessione sulle trasformazioni culturali in corso. Nel 1967 venne nominato senatore a vita. Nel 1971 uscì Satura, cui seguirono nel 1973 Diario del ’71 e ’72 e nel 1977 Quaderno di quattro anni. A partire da Satura il registro linguistico di Montale subisce una svolta. La sua poesia sceglie uno stile basso e prosastico, in cui la parodia, l’ironia amara, il tono epigrammatico sostituiscono quello lirico. Questo perché il mondo gli appare ora perduto in una civiltà dell’immagine, che ha rinunciato alla ricerca del senso di sé e alla tensione etica. Dalla bufera della guerra si è passati alla palude immobile nel vuoto del presente.

La poetica – in pillole –

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Montale ha scritto relativamente poco: quattro raccolte di brevi liriche, un “quaderno” di traduzioni di poesia e vari libri di traduzioni in prosa, due volumi di critica letteraria e uno di prose di fantasia. A ciò si aggiungono gli articoli della collaborazione al Corriere della sera. Il quadro è perfettamente coerente con l’esperienza del mondo così come si costituisce nel suo animo negli anni di formazione, che sono poi quelli in cui vedono la luce le liriche della raccolta Ossi di seppia. Scrivere è per Montale principalmente strumento e testimonianza dell’indagine sulla condizione esistenziale dell’uomo moderno, in cerca di un assoluto che è però inconoscibile.

La sua poesia, tesa fra realismo e simbolismo, si caratterizza per la varietà e la precisione del lessico, oltre che per l’attenzione alla qualità sonora della parola.

Cronologia delle opere

ANNO TITOLO GENERE
1922 Accordi
1925 Ossi di seppia
1932 La casa dei doganieri e altri versi Raccolta poetica poi confluita nelle Occasioni
1939 Le occasioni
1943 Finisterre
1946 Intenzioni (Intervista immaginaria) Saggi
1948 Quaderno di traduzioni
1956 La bufera e altro
Farfalla di Dinard
Raccolta di racconti apparsi tra il 1946 e il 1950 sul ‘Corriere della Sera’ e sul ‘Corriere d’informazione’
1966 Auto da fé
1969 Fuori di casa Cronache di viaggio
1971 Satura
Diario del ’71
Raccolta di poesie poi confluite in Diario del ’71 e del ’72
1973 Diario del ’71 e del ’72
1976 Sulla poesia Saggi
1977 Quaderno di quattro anni
1980 Altri versi
1981 Prime alla Scala Articoli di critica musicale
1983 Quaderno genovese Postumo
1990 Diario postumo Postumo
 

Curiosità

Onorificenze

Grande ufficiale dell'Ordine al merito della Repubblica italiana - nastrino per uniforme ordinaria Grande ufficiale dell’Ordine al merito della Repubblica italiana
— 27 dicembre 1961
Cavaliere di gran croce dell'Ordine al merito della Repubblica italiana - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di gran croce dell’Ordine al merito della Repubblica italiana
— 2 giugno 1965
Fonti: Encarta, Wikipedia

 

Alcune poesie

Meriggiare pallido e assorto

Meriggiare pallido e assorto
presso un rovente muro d’orto,
ascoltare tra i pruni e gli sterpi
schiocchi di merli, frusci di serpi.

Nelle crepe dei suolo o su la veccia
spiar le file di rosse formiche
ch’ora si rompono ed ora s’intrecciano
a sommo di minuscole biche.

Osservare tra frondi il palpitare
lontano di scaglie di mare
mentre si levano tremuli scricchi
di cicale dai calvi picchi.

E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com’è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.

Portami il girasole

Portami il girasole ch’io lo trapianti
nel mio terreno bruciato dal salino,
e mostri tutto il giorno agli azzurri specchianti
del cielo l’ansietà del suo volto giallino.

Tendono alla chiarità le cose oscure,
si esauriscono i corpi in un fluire
di tinte: queste in musiche.
Svanire è dunque la ventura delle venture.

Sarcofaghi

Ora sia il tuo passo
piú cauto: a un tiro di sasso
di qui ti si prepara
una più rara scena.
La porta corrosa d’un tempietto
è rinchiusa per sempre.
Una grande luce è diffusa
sull’erbosa soglia.
E qui dove peste umane
non suoneranno, o fittizia doglia,
vigila steso al suolo un magro cane.
Mai piú si muoverà
in quest’ora che s’indovina afosa.
Sopra il tetto s’affaccia
una nuvola grandiosa.

Cigola la carrucola del pozzo

Cigola la carrucola del pozzo
l’acqua sale alla luce e vi si fonde.
Trema un ricordo nel ricolmo secchio,
nel puro cerchio un’immagine ride.
Accosto il volto a evanescenti labbri:
si deforma il passato, si fa vecchio,
appartiene ad un altro…

Ah che già stride
la ruota, ti ridona all’atro fondo,
visione, una distanza ci divide.

Non chiederci la parola

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.

Ah l’uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l’ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

I limoni

Ascoltami, i poeti laureati
si muovono soltanto fra le piante
dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti.
lo, per me, amo le strade che riescono agli erbosi
fossi dove in pozzanghere
mezzo seccate agguantanoi ragazzi
qualche sparuta anguilla:
le viuzze che seguono i ciglioni,
discendono tra i ciuffi delle canne
e mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni.

Meglio se le gazzarre degli uccelli
si spengono inghiottite dall’azzurro:
più chiaro si ascolta il susurro
dei rami amici nell’aria che quasi non si muove,
e i sensi di quest’odore
che non sa staccarsi da terra
e piove in petto una dolcezza inquieta.
Qui delle divertite passioni
per miracolo tace la guerra,
qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza
ed è l’odore dei limoni.

Vedi, in questi silenzi in cui le cose
s’abbandonano e sembrano vicine
a tradire il loro ultimo segreto,
talora ci si aspetta
di scoprire uno sbaglio di Natura,
il punto morto del mondo, l’anello che non tiene,
il filo da disbrogliare che finalmente ci metta
nel mezzo di una verità.
Lo sguardo fruga d’intorno,
la mente indaga accorda disunisce
nel profumo che dilaga
quando il giorno piú languisce.
Sono i silenzi in cui si vede
in ogni ombra umana che si allontana
qualche disturbata Divinità.

Ma l’illusione manca e ci riporta il tempo
nelle città rurnorose dove l’azzurro si mostra
soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase.
La pioggia stanca la terra, di poi; s’affolta
il tedio dell’inverno sulle case,
la luce si fa avara – amara l’anima.
Quando un giorno da un malchiuso portone
tra gli alberi di una corte
ci si mostrano i gialli dei limoni;
e il gelo dei cuore si sfa,
e in petto ci scrosciano
le loro canzoni
le trombe d’oro della solarità.

Spesso il male di vivere ho incontrato

Spesso il male di vivere ho incontrato:
era il rivo strozzato che gorgoglia,
era l’incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.

Bene non seppi, fuori del prodigio
che schiude la divina indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.

Nobel italiani per la Letteratura: Salvatore Quasimodo

Eccoci al quarto appuntamento della rubrica Nobel italiani per la Letteratura. Sotto i riflettori: Salvatore Quasimodo, vincitore del premio nel 1959.

La poesia è la rivelazione di un sentimento che il poeta crede che sia personale e interiore, che il lettore riconosce come proprio.

Salvatore Quasimodo

 

 

S Quasimodo

 

 

Salvatore Quasimodo (Modica, Ragusa 1901 – Napoli 1968) fu poeta, traduttore e critico italiano, esponente di spicco del movimento ermetico (vedi approfondimento in fondo all’articolo). Cominciò a scrivere versi giovanissimo, all’età di quindici anni. Dopo il conseguimento, nel 1919, del diploma di maturità tecnica a Messina, si trasferì a Roma per continuare gli studi, che fu costretto ad abbandonare per problemi economici. Figura importante della giovinezza fu monsignor Rampolla del Tindaro, che gli insegnò il greco e il latino.

Negli anni Trenta si stabilì a Firenze, presso il cognato Elio Vittorini. Qui conobbe Eugenio Montale, Arturo Loria, Alessandro Bonsanti e il gruppo di scrittori legato a ‘Solaria’, rivista sulla quale pubblicò altre poesie. La prima raccolta, Acque e terre, è del 1930; nel 1932 uscì Oboe sommerso. Trasferitosi a Milano, fu assunto dal settimanale ‘Tempo’ e insegnò al Conservatorio.

Con Erato e Apollion (1936), Nuove poesie 1936-1942 (1942; confluite nello stesso anno nel volume Ed è subito sera), La vita non è sogno (1949), Falso e vero verde (1949-1955), la sua fama di poeta crebbe progressivamente, e i premi letterari si moltiplicarono, fino al conferimento del Nobel per la letteratura nel 1959.

Molto importanti sono le traduzioni raccolte nel volume Lirici greci (1940), in cui la sua vocazione alla semplicità e all’eleganza trova nei testi antichi il luogo ideale in cui esercitarsi. A queste sarebbero poi seguite, tra le altre, le traduzioni di Omero, Virgilio e Catullo, ma anche di Shakespeare e Neruda, e la pubblicazione delle antologie Lirica d’amore italiana dalle origini ai nostri giorni (1957) e Poesia italiana del dopoguerra (1958). La produzione critica include un saggio sulla funzione politica del poeta (Il poeta e il politico, 1960, discorso di accettazione del premio Nobel) e una serie di scritti sul teatro apparsi originariamente in ‘Omnibus’ e ‘Il Tempo’ e poi parzialmente raccolti in volume nel 1961.

Mentre nella prima fase della sua evoluzione il poeta aveva mostrato predilezione per le immagini rarefatte e per l’ambientazione in una Sicilia dal sapore mitico, che lo avvicinò all’ermetismo, in seguito la sua opera cominciò a riflettere in modo più diretto l’opposizione al regime fascista e l’orrore della guerra, particolarmente in Giorno dopo giorno (1947). In seguito prevalse un andamento di carattere narrativo, non di rado legato a temi di cronaca.

Cronologia delle opere

 

ANNO TITOLO GENERE
1930 Acque e terre Raccolta poetica; alcune poesie confluirono poi in Erato e Apollion
1932 Oboe sommerso Raccolta poetica poi confluita in
Ed è subito sera
1936 Erato e Apollion Raccolta poetica poi confluita in
Ed è subito sera
1938 Poesie Raccolta antologica
1942 Nuove poesie 1936-1942

Ed è subito sera

Raccolta poetica poi confluita in Ed è subito sera
Raccolta di poesie
1946 Con il piede straniero sopra il cuore Raccolta di poesie
1947 Giorno dopo giorno Raccolta di poesie
1949 La vita non è sogno Raccolta di poesie
1954 Falso e vero verde Raccolta di poesie
1958 La terra impareggiabile Raccolta di poesie
1960 Il poeta e il politico e altri saggi Raccolta di saggi e articoli;
comprende il discorso di accettazione del premio Nobel
1961 Scritti sul teatro Raccolta di articoli sul teatro
1964 L’amore di Galatea Mito in tre atti musicato da Michele Lizzi
1966 Dare e avere Raccolta di poesie
1971 Poesie e discorsi sulla poesia Raccolta postuma di saggi e articoli
1977 A colpo omicida e altri scritti Raccolta postuma di saggi e articoli
 

Curiosità

 

  • A Quasimodo, il poeta leccese Carlo Infante, ha dedicato nel 2011 l’Ode a Salvatore Quasimodo, pubblicata nella settima edizione dell’antologia poetica nazionale La Poesia nel Cassetto, Pubbligrafica Romana, Roma, 2011.
  • Appare in un piccolo cameo nel film La notte (film 1961) di Michelangelo Antonioni.
  • Quasimodo, lui stesso traduttore di classici dell’antichità, ha avuto traduzioni delle sue opere in diverse decine di lingue. Anche in sardo è stata tradotta da ultimo tutta la sua opera poetica: Salvatore Quasimodo, Edd est subitu sero. Tottu sas poesias, tradotte da Gian Gavino Irde, Cagliari, Aipsa, 2007, con introduzione di Alessandro Quasimodo e prefazione di Giulio Angioni.

 

 

Fonte: Encarta, Wikipedia

 

Alcune poesie

 

Autunno

Autunno mansueto, io mi posseggo
e piego alle tue acque a bermi il cielo,
fuga soave d’alberi e d’abissi.

Aspra pena del nascere
mi trova a te congiunto;
e in te mi schianto e risano:

povera cosa caduta
che la terra raccoglie.

Specchio

Ed ecco sul tronco
si rompono le gemme:
un verde più nuovo dell’erba
che il cuore riposa:
il tronco pareva già morto,
piegato sul fosso.
E tutto sa di miracolo;
e sono quell’acqua di nube
che oggi rispecchia nei fossi
più azzurro il suo pezzo di cielo,
quel verde che spacca la scorza
che pure stanotte non c’era.


Lamento per il Sud

La luna rossa, il vento, il tuo colore
di donna del Nord, la distesa di neve…
Il mio cuore è ormai su queste praterie,
in queste acque annuvolate dalle nebbie.
Ho dimenticato il mare, la grave
conchiglia soffiata dai pastori siciliani,
le cantilene dei carri lungo le strade
dove il carrubo trema nel fumo delle stoppie,
ho dimenticato il passo degli aironi e delle gru
nell’aria dei verdi altipiani
per le terre e i fiumi della Lombardia.
Ma l’uomo grida dovunque la sorte d’una patria.
Più nessuno mi porterà nel Sud.
Oh, il Sud è stanco di trascinare morti
in riva alle paludi di malaria,
è stanco di solitudine, stanco di catene,
è stanco nella sua bocca
delle bestemmie di tutte le razze
che hanno urlato morte con l’eco dei suoi pozzi,
che hanno bevuto il sangue del suo cuore.
Per questo i suoi fanciulli tornano sui monti,
costringono i cavalli sotto coltri di stelle,
mangiano fiori d’acacia lungo le piste
nuovamente rosse, ancora rosse, ancora rosse.
Più nessuno mi porterà nel Sud.
E questa sera carica d’inverno
è ancora nostra, e qui ripeto a te
il mio assurdo contrappunto
di dolcezze e di furori,
un lamento d’amore senza amore.

 

 

Uomo del mio tempo

Sei ancora quello della pietra e della fionda,
uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,
con le ali maligne, le meridiane di morte,
t’ho visto – dentro il carro di fuoco, alle forche,
alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,
con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,
senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,
come sempre, come uccisero i padri, come uccisero
gli animali che ti videro per la prima volta.
E questo sangue odora come nel giorno
Quando il fratello disse all’altro fratello:
«Andiamo ai campi». E quell’eco fredda, tenace,
è giunta fino a te, dentro la tua giornata.
Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue
Salite dalla terra, dimenticate i padri:
le loro tombe affondano nella cenere,
gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.

 

 

Approfondimenti

 

Ermetismo

Corrente poetica italiana sviluppatasi negli anni Venti e in modo più consistente negli anni Trenta del XX secolo. Il gruppo degli ermetici si raccolse soprattutto attorno a due riviste fiorentine, ‘Il frontespizio’ e ‘Campo di Marte’, ed ebbe come interlocutori critici privilegiati il cattolico Carlo Bo e Oreste Macrì (1913-1998). Fortemente contrari all’enfasi retorica dannunziana come pure agli aspetti più flebili e convenzionali della lirica di Giovanni Pascoli, gli ermetici si rifacevano invece alle esperienze del simbolismo, in particolare quello di autori come Stéphane Mallarmé e Paul Valéry, cercando di riconsegnare alla parola poetica una carica espressiva assoluta e rifiutando gli aspetti comunicativi del linguaggio così come l’effusione sentimentale diretta. Cercarono invece di fare della parola poetica un momento ‘puro’ e ‘assoluto’, in cui si risolvessero e culminassero le tensioni esistenziali e conoscitive di ciascuno e, ancora di più, il senso della vita, con valenze religiose più o meno accentuate.

IL VALORE EVOCATIVO DELLA PAROLA

La parola degli ermetici dilata il suo valore evocativo e si muove in uno spazio atemporale in cui le linee di forza sono rintracciabili lungo i solchi intricati e allusivi delle metafore e delle analogie, che sembrano aprire a un linguaggio esoterico.

La concentrazione linguistica e la protettiva ambiguità delle parole spiegano come l’etichetta di ‘ermetismo’ abbia avuto successo. Il termine, che sottolinea la chiusura quasi iniziatica del testo poetico, risale all’uso fattone nel 1935 dal critico crociano Francesco Flora. In seguito passò a indicare tutta la nuova poesia italiana con l’eccezione di Umberto Saba, ed è stato quindi applicato anche a Giuseppe Ungaretti e a Eugenio Montale. Oggi si preferisce impiegarlo per indicare poeti quali Salvatore Quasimodo, Alfonso Gatto, Leonardo Sinisgalli, Mario Luzi, Piero Bigongiari.

L’ermetismo contribuì ad avvicinare la poesia italiana alla cultura europea e, nonostante la sua tendenza a un’aristocratica autoreferenzialità, ha lasciato i segni anche in giovani che poi hanno battuto altre strade e che hanno maturato posizioni antifasciste quali, oltre al già citato Alfonso Gatto, Romano Bilenchi, Elio Vittorini e Vasco Pratolini. Il superamento e la liquidazione dell’ermetismo avvennero, non senza qualche ingenerosità nei confronti di questa corrente, al tempo del neorealismo e dell’impegno sociale e politico nel secondo dopoguerra.

 

Nobel italiani per la Letteratura: Giosuè Carducci

Cari followers,

metto un attimo in pausa la rubrica sugli autori italiani tra Ottocento e Novecento – di cui potete leggere i primi due articoli qui. Con la nuova, breve rubrica rimango comunque in tema: in sei appuntamenti vi parlerò dei Nobel italiani per la Letteratura. Le motivazioni che mi hanno spinta a dedicare tempo e spazio a questo argomento sono pressoché le medesime che mi hanno pungolata per la rubrica sugli autori italiani. Da sempre la letteratura alimenta l’animo e pone le basi per il rinnovamento delle idee, dunque in un tumultuoso periodo come quello che stiamo vivendo credo possa essere corroborante e anche ispiratore conoscere le personalità che nel nostro Paese si sono distinte in questo campo artistico.

Ma cos’è il Premio Nobel?

 

Il premio Nobel è un’onorificenza di valore mondiale, attribuita annualmente a persone che si sono distinte nei diversi campi dello scibile, «apportando considerevoli benefici all’umanità», per le loro ricerche, scoperte ed invenzioni, per l’opera letteraria, per l’impegno in favore della pace mondiale.
Il premio fu istituito in seguito alle ultime volontà di Alfred Nobel (1833-1896), chimico e industriale svedese, inventore della dinamite, firmate al Club Svedese-Norvegese di Parigi il 27 novembre 1895. La prima assegnazione dei premi risale al 1901, quando furono consegnati il premio per la pace, per la letteratura, per la chimica, per la medicina e per la fisica. Dal 1969 si assegna anche il premio per l’economia in memoria di Alfred Nobel. La cerimonia di consegna dei premi si tiene a Stoccolma il 10 dicembre, anniversario della morte del fondatore, ad esclusione del premio per la pace che si assegna anch’esso il 10 dicembre, ma ad Oslo.
I premi Nobel nelle specifiche discipline (fisica, chimica, medicina, letteratura, economia) sono comunemente ritenuti i più prestigiosi assegnabili in tali campi. Anche il premio Nobel per la pace conferisce grande prestigio ma, tuttavia, per l’opinabilità delle valutazioni politiche la sua assegnazione è stata qualche volta accompagnata da accese polemiche.

I premi Nobel italiani per la letteratura

 

Il Nobel per la letteratura è stato finora assegnato a sei italiani, tra i quali figurano tre poeti (Carducci, Montale e Quasimodo), due autori di teatro (Pirandello e Fo) e un narratore, unica donna del gruppo, Grazia Deledda. La recente assegnazione del premio a Dario Fo è stata accompagnata, soprattutto in Italia, da pareri discordanti sui meriti letterari del grande attore, che all’estero è molto stimato soprattutto per la sua produzione come autore teatrale.

Seguiamo l’ordine cronologico e parliamo di Giosuè Carducci, che vinse il premio Nobel nel 1906.

La vita

 

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Giosuè Carducci (Valdicastello, Lucca 1835 – Bologna 1907) era figlio di un medico affiliato alla Carboneria. Trascorse la fanciullezza in Maremma, il cui paesaggio farà rivivere in tante sue poesie. Dopo essersi laureato alla Scuola Normale Superiore di Pisa con una tesi sulla poesia cavalleresca (1856), insegnò in un ginnasio, esperienza, questa, che sarebbe confluita nelle autobiografiche Risorse di San Miniato (1863). Il suo interesse per la filologia lo indusse a fondare, nel 1859, la rivista “Il Poliziano”, che tuttavia ebbe vita breve.

All’insegnamento, dal quale era stato sospeso per tre anni a causa delle sue idee filorepubblicane, tornò a dedicarsi tra il 1860 e il 1904, quando, su nomina del ministro Terenzio Mamiani, fu titolare della cattedra di eloquenza dell’Università di Bologna. In politica combatté il papato e la monarchia, ma a questa si riavvicinò verso la fine degli anni Settanta e, in seguito, nominato senatore nel 1890, si schierò con il governo conservatore di Francesco Crispi. Vinse il premio Nobel nel 1906.

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La poesia

 

Carducci fu ostile al sentimentalismo romantico e allo spiritualismo che caratterizzavano la poesia italiana di quegli anni, e fu acceso sostenitore di un ritorno alle forme classiche e al naturalismo pagano. L’antiromanticismo carducciano – che fu, da subito, antimanzonismo – non si tradusse, tuttavia, nella fredda ripresa di moduli e motivi classici. L’opera poetica di Carducci presenta invece un convivere di elementi tra loro diversi, sicché a una sensibilità romantica si ascrivono l’attenzione a una resa lirica di paesaggi interiori (si pensi alla memoria dell’infanzia che impronta poesie come Davanti San Guido o San Martino, al raccoglimento di Nevicata, contenuta nelle Odi barbare, al luminoso fantasticare di Sogno d’estate) e l’idea di una missione civile del poeta. Se questi è il supremo “artiere” (evidente la suggestione dantesca di “miglior fabbro”) nell’arte di forgiare versi, egli è altresì il rapsodo, il vate la cui parola non si esaurisce nel cerchio della letteratura: si pensi a poesie dal contenuto tra loro diversissimo, ma tutte “impegnate”, come il famoso Inno a Satana (1863), che suscitò scandalo per il suo radicale laicismo, l’ode Alla Regina d’Italia (1878) e la rima A Vittore Hugo (1881).
All’anima classica va riferita invece la struggente nostalgia per le età eroiche del passato che permea, ad esempio, le poesie “romane” delle Odi barbare o quelle che ricreano in pochi tratti il mondo di un Medioevo comunale.

Giosuè Carducci in Mugello.

Giosuè Carducci in Mugello.

 

 

Le raccolte

 

Le raccolte giovanili (Juvenilia, 1850-1857; Levia Gravia, 1857-1870) esprimono le concezioni laiche e repubblicane di Carducci, e costituiscono un complesso apprendistato poetico, in cui egli sperimentò molte forme della tradizione lirica italiana. In Giambi ed epodi (1882), che comprendeva componimenti già pubblicati nella raccolta Poesie (1871), prevalsero i toni polemici.
Le Rime nuove (1861-1887) sono probabilmente la raccolta migliore, quella in cui Carducci seppe alternare con maggiore ricchezza l’ispirazione intima e privata alla poesia storica e politica. Questo doppio registro caratterizza anche, sia pure con minore felicità espressiva, l’ultima raccolta di versi, Rime e ritmi (1898). Grande importanza hanno le Odi barbare (1877-1893), che cercano di riprodurre in versi italiani i metri della lirica greco-latina.
Grande influenza ebbe il magistero carducciano nel campo della critica. Suoi allievi furono Giovanni Pascoli, Severino Ferrari, Renato Serra, Manara Valgimigli e, se la sua lezione si iscrive entro i confini storici del positivismo, l’attenzione ai valori testuali evidente negli studi su Petrarca, Poliziano, Parini fa di Carducci un precursore della critica stilistica. A rendere meno paludata la figura di un poeta stretto nella propria ufficialità contribuisce lo sterminato, vivace ed estroso epistolario.

Cronologia delle opere

 

  • 1850-60 – Juvenilia, Raccolta di poesie
  • 1863 – Inno a Satana
  • 1861-71 –Levia gravia, Raccolta di poesie; con lo pseudonimo di Enotrio Romano
  • 1871 – Poesie, Raccolta di poesie
  • 1872 – Primavere elleniche, Raccolta poetica poi confluita nelle Rime nuove
  • 1873 – Nuove poesie di Enotrio Romano, Raccolta di poesie
  • 1874 – Studi letterari, Raccolta di saggi
  • 1877 – Odi barbare, Raccolta di poesie
  • 1882 – Giambi ed epodi, Raccolta di poesie – Nuove odi barbare, Raccolta di poesie – Le risorse di San Miniato al Tedesco e la prima edizione delle mie rime, Scritto autobiografico poi confluito in Confessioni e battaglie – Confessioni e battaglie, Raccolta di scritti polemici e autobiografici, vol. I; vol. II 1883; vol. III 1884
  • 1887 – Rime nuove, Raccolta di poesie
  • 1889 – Terze odi barbare, Raccolta di poesie
  • 1893 – Odi barbare, Raccolta poetica comprendente le Odi barbare del 1877, le Nuove odi barbare e le Terze odi barbare
  • 1899 – Rime e ritmi, Raccolta di poesie
  • 1903 – Parini minore, Saggio di critica letteraria
  • 1907 – Parini maggiore, Saggio di critica letteraria

 

 

Riporto alcuni degli scritti più significativi.

 

 

Traversando la Maremma toscana

 

Tratto dalla più ricca e varia raccolta di liriche di Giosuè Carducci – le Rime nuove, composte tra il 1861 e il 1887 – questo sonetto rievoca la mattinata del 10 aprile 1885, quando il poeta, in viaggio da Livorno a Roma, attraversò la Maremma e rivide i luoghi della sua infanzia: Castagneto, oggi Castagneto Carducci, e Bolgheri, celebrata in un’altra famosa poesia di Carducci, Davanti a San Guido.

 

Dolce paese, onde portai conforme
l’abito fiero e lo sdegnoso canto
e il petto ov’odio e amor mai non s’addorme,
pur ti riveggo, e il cuor mi balza in tanto. 

Ben riconosco in te le usate forme
con gli occhi incerti tra l’sorriso e il pianto,
e in quelle seguo de’ miei sogni l’orme
erranti dietro il giovenile incanto.

Oh, quel che amai, quel che sognai, fu in vano;
e sempre corsi, e mai non giunsi il fine;
e dimani cadrò. Ma di lontano
pace dicono al cuor le tue colline
con le nebbie sfumanti e il verde piano
ridente ne le pioggie mattutine.

21 aprile 1885

Giosuè Carducci con gli amici di Maremma.

Il comune rustico

 

Questa lirica fa parte della raccolta Rime nuove e fu composta da Giosuè Carducci tra il 10 e il 12 agosto 1885, dopo una vacanza estiva in Friuli. Il poeta, affascinato dalla bellezza del paesaggio e attratto dalla semplicità e dalla laboriosità degli abitanti, immaginò il passato medievale della regione e rievocò nella poesia un momento della vita di una piccola comunità attorno all’anno Mille: il comune rustico appunto, animato dai valori che Carducci – in aperta polemica con il Medioevo popolato di diavoli e di streghe caro al Romanticismo – attribuiva all’età medievale, ossia la libertà, la giustizia, il senso del dovere, l’amor di patria.

O che tra faggi e abeti erma su i campi
smeraldini la fredda orma si stampi
al sole del mattin puro e leggero,
o che foscheggi immobile nel giorno
morente su le sparse ville intorno
a la chiesa che prega o al cimitero

che tace, o noci de la Carnia, addio!
Erra tra i vostri rami il pensier mio
sognando l’ombre d’un tempo che fu.
Non paure di morti ed in congreghe
diavoli goffi con bizzarre streghe,
ma del comun la rustica virtù

accampata a l’opaca ampia frescura
veggo ne la stagion de la pastura
dopo la messa il giorno de la festa.
Il consol dice, e poste ha pria le mani
sopra i santi segnacoli cristiani:
– Ecco, io parto fra voi quella foresta

d’abeti e di pini ove al confin nereggia.
E voi trarrete la mugghiante greggia
e la belante a quelle cime là.
E voi, se l’unno o se lo slavo invade,
eccovi, figli, l’aste, ecco le spade,
morrete per la nostra libertà. –

Un fremito d’orgoglio empieva i petti,
ergea le bionde teste; e de gli eletti
in su le fronti il sol grande feriva.
Ma le donne piangenti sotto i veli
invocavan la Madre alma de’ cieli.
Con la mano tesa il console seguiva:

– Questo, al nome di Cristo e di Maria,
ordino e voglio che nel popol sia. –
A man levata il popol dicea Sì.
E le rosse giovenche di su ’l prato
vedean passare il piccolo senato,
brillando sugli abeti il mezzodì.

Piano d’Arta, 10-12 agosto 1885

 

Piemonte

 

Fa parte della raccolta Rime e ritmi ed è forse la più celebre delle poesie epiche di Carducci, gonfia di patriottismo e di ammirazione per i Savoia. Fu composta nell’estate del 1890 a Ceresole Reale, una località di villeggiatura montana dominata dal Gran Paradiso. Nella fantasia di Carducci il panorama si amplia fino a comprendere tutte le Alpi piemontesi, da dove scendono i fiumi che bagnano Aosta, Ivrea, Biella, Cuneo, Mondovì, Torino, e Asti, patria di Vittorio Alfieri, il cui patriottismo evoca in Carducci il ricordo della prima guerra d’indipendenza e di Carlo Alberto di Savoia. La seconda parte della poesia è tutta dedicata al re sabaudo, del quale è sottolineata l’incertezza politica poi riscattata dalla partecipazione alla guerra contro l’Austria: perciò il re viene accolto tra gli eroi piemontesi della libertà d’Italia che, guidati da Santorre di Santarosa, ne accompagnano l’anima davanti Dio, al quale chiedono di rendere “l’Italia a gl’italiani”.


Su le dentate scintillanti vette
salta il camoscio, tuona la valanga
da’ ghiacci immani rotolando per le
selve croscianti:

ma da i silenzi de l’effuso azzurro
esce nel sole l’aquila, e distende
in tarde ruote digradanti il nero
volo solenne.

Salve, Piemonte! A te con melodia
mesta da lungi risonante, come
gli epici canti del tuo popol bravo,
scendono i fiumi.

Scendon pieni, rapidi, gagliardi,
come i tuoi cento battaglioni, e a valle
cercan le deste a ragionar di gloria
ville e cittadi:

la vecchia Aosta di cesaree mura
ammantellata, che nel varco alpino
èleva sopra i barbari manieri
l’arco d’Augusto:

Ivrea la bella che le rosse torri
specchia sognando a la cerulea Dora
nel largo seno, fosca intorno è l’ombra
di re Arduino:

Biella tra ‘l monte e il verdeggiar de’ piani
lieta guardante l’ubere convalle,
ch’armi ed aratri e a l’opera fumanti
camini ostenta:

Cuneo possente e pazïente, e al vago
declivio il dolce Mondovì ridente,
e l’esultante di castella e vigne
suol d’Aleramo;

e da Superga nel festante coro
de le grandi Alpi la regal Torino
incoronata di vittoria, ed Asti
repubblicana.

Fiere di strage gotica e de l’ira
di Federico, dal sonante fiume
ella, o Piemonte, ti donava il carme
novo d’Alfieri.

Venne quel grande, come il grande augello
ond’ebbe nome; e a l’umile paese
sopra volando, fulvo, irrequïeto,
– Italia, Italia –

egli gridava a’ dissueti orecchi,
a i pigri cuori, a gli animi giacenti:
– Italia, Italia – rispondeano l’urne
d’Arquà e Ravenna:

e sotto il volo scricchiolaron l’ossa
sé ricercanti lungo il cimitero
de la fatal penisola a vestirsi
d’ira e di ferro.

– Italia, Italia! – E il popolo de’ morti
surse cantando a chiedere la guerra;
e un re a la morte nel pallor del viso
sacro e nel cuore

trasse la spada. Oh anno de’ portenti,
oh primavera de la patria, oh giorni,
ultimi giorni del fiorente maggio,
oh trionfante

suon de la prima italica vittoria
che mi percosse il cuor fanciullo! Ond’io
vate d’Italia a la stagion piú bella,
in grige chiome

oggi ti canto, o re de’ miei verd’anni,
re per tant’anni bestemmiato e pianto,
che via passasti con la spada in pugno
ed il cilicio

al cristian petto, italo Amleto. Sotto
il ferro e il fuoco del Piemonte, sotto
di Cuneo ‘l nerbo e l’impeto d’Aosta
sparve il nemico.

Languido il tuon de l’ultimo cannone
dietro la fuga austriaca morìa:
il re a cavallo discendeva contra
il sol cadente:

a gli accorrenti cavalieri in mezzo,
di fumo e polve e di vittoria allegri,
trasse, ed, un foglio dispiegato, disse
resa Peschiera.

Oh qual da i petti, memori de gli avi,
alte ondeggiando le sabaude insegne,
surse fremente un solo grido: Viva
il re d’Italia!

Arse di gloria, rossa nel tramonto,
l’ampia distesa del lombardo piano;
palpitò il lago di Virgilio, come
velo di sposa

che s’apre al bacio del promesso amore:
pallido, dritto su l’arcione, immoto,
gli occhi fissava il re: vedeva l’ombra
del Trocadero.

E lo aspettava la brumal Novara
e a’ tristi errori mèta ultima Oporto.
Oh sola e cheta in mezzo de’ castagni
villa del Douro,

che in faccia il grande Atlantico sonante
a i lati ha il fiume fresco di camelie,
e albergò ne la indifferente calma
tanto dolore!

Sfaceasi; e nel crepuscolo de i sensi
tra le due vite al re davanti corse
una miranda visïon: di Nizza
il marinaro

biondo che dal Gianicolo spronava
contro l’oltraggio gallico: d’intorno
splendeagli, fiamma di piropo al sole,
l’italo sangue.

Su gli occhi spenti scese al re una stilla,
lenta errò l’ombra d’un sorriso. Allora
venne da l’alto un vol di spirti, e cinse
del re la morte.

Innanzi a tutti, o nobile Piemonte,
quei che a Sfacteria dorme e in Alessandria
diè a l’aure primo il tricolor, Santorre
di Santarosa.

E tutti insieme a Dio scortaron l’alma
di Carl’Alberto. – Eccoti il re, Signore,
che ne disperse, il re che ne percosse.
Ora, o Signore,

anch’egli è morto, come noi morimmo,
Dio, per l’Italia. Rendine la patria.
A i morti, a i vivi, pe ‘l fumante sangue
da tutt’i campi,

per il dolore che le regge agguaglia
a le capanne, per la gloria, Dio,
che fu ne gli anni, pe ‘l martirio, Dio,
che è ne l’ora,

a quella polve eroïca fremente,
a quella luce angelica esultante,
rendi la patria, Dio; rendi l’Italia
a gl’italiani.

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Nella piazza di San Petronio

 

Composta tra il 6 e il 7 febbraio 1877, Nella piazza di San Petronio è un omaggio che Giosuè Carducci offrì a Bologna, la città nella quale visse dal 1860 fino alla morte. La piazza bolognese è rappresentata al tramonto, quando il sole, illuminando le torri, i palazzi e la cattedrale che vi si affacciano, sembra risvegliare il ricordo del glorioso passato medievale della città. Nell’aria fredda di febbraio si diffonde allora la nostalgia di tramonti primaverili e dei balli che si tenevano sulla piazza nelle serate tiepide e profumate.

 

Surge nel chiaro inverno la fosca turrita Bologna,
e il colle sopra bianco di neve ride.

È l’ora soave che il sol morituro saluta
le torri e ‘l tempio, divo Petronio, tuo;

le torri i cui merli tant’ala di secolo lambe,
e del solenne tempio la solitaria cima.

Il cielo in freddo fulgore adamàntino brilla;
e l’aër come velo d’argento giace

su ‘l fòro, lieve sfumando a torno le moli
che levò cupe il braccio clipeato de gli avi.

Su gli alti fastigi s’indugia il sole guardando
con un sorriso languido di viola,

che ne la bigia pietra nel fosco vermiglio mattone
par che risvegli l’anima de i secoli,

e un desio mesto pe ‘l rigido aëre sveglia
di rossi maggi, di calde aulenti sere,

quando le donne gentili danzavano in piazza
e co’ i re vinti i consoli tornavano.

Tale la musa ride fuggente al verso in cui trema
un desiderio vano de la bellezza antica.

Alla stazione una mattina d’autunno

 

L’importanza delle Odi barbare risiede, più che nei contenuti, negli aspetti metrici e formali. Nelle poesie della raccolta, infatti, Carducci sperimenta versi non tradizionali e non legati dalla rima, cercando di riprodurre i metri della lirica greca e latina. Le variazioni metriche obbligano a una lettura più attenta e scandita dei versi, con il risultato di conferire forte rilievo alla parola singola. Per quanto riguarda il linguaggio, invece, Carducci rimane legato a un lessico aulico e ricco di latinismi, con l’importante eccezione della poesia Alla stazione una mattina d’autunno, dove il poeta utilizza, sorprendentemente, termini moderni come “fanali”, “tessera”, “sportelli sbattuti”, che acquistano maggiore risalto proprio perché inseriti in un contesto metrico e linguistico classicheggiante.

Oh quei fanali come s’inseguono
accidïosi là dietro gli alberi,
tra i rami stillanti di pioggia
sbadigliando la luce su ‘l fango!

Flebile, acuta, stridula fischia
la vaporiera da presso. Plumbeo
il cielo e il mattino d’autunno
come un grande fantasma n’è intorno.

Dove e a che move questa, che affrettasi
a’ carri fóschi, ravvolta e tacita
gente? a che ignoti dolori
o tormenti di speme lontana?

Tu pur pensosa, Lidia, la tessera
al secco taglio dài de la guardia,
e al tempo incalzante i begli anni
dài, gl’istanti gioiti e i ricordi.

Van lungo il nero convoglio e vengono
incappucciati di nero i vigili,
com’ombre; una fioca lanterna
hanno, e mazze di ferro: ed i ferrei

freni tentati rendono un lugubre
rintócco lungo: di fondo a l’anima
un’eco di tedio risponde
doloroso, che spasimo pare.

E gli sportelli sbattuti al chiudere
paion oltraggi: scherno par l’ultimo
appello che rapido suona:
grossa scroscia su’ vetri la pioggia.

Già il mostro, conscio di sua metallica
anima, sbuffa, crolla, ansa, i fiammei
occhi sbarra; immane pe ‘l buio
gitta il fischio che sfida lo spazio.

Va l’empio mostro; con traino orribile
sbattendo l’ale gli amor miei portasi.
Ahi, la bianca faccia e ‘l bel velo
salutando scompar ne la tenebra.

O viso dolce di pallor roseo,
o stellanti occhi di pace, o candida
tra’ floridi ricci inchinata
pura fronte con atto soave!

Fremea la vita nel tepid’aere,
fremea l’estate quando mi arrisero;
e il giovine sole di giugno
si piacea di baciar luminoso

in tra i riflessi del crin castanei
la molle guancia: come un’aureola
più belli del sole i miei sogni
ricingean la persona gentile.

Sotto la pioggia, tra la caligine
torno ora, e ad esse vorrei confondermi;
barcollo com’ebro, e mi tócco,
non anch’io fossi dunque un fantasma.

Oh qual caduta di foglie, gelida,
continua, muta, greve, su l’anima!
io credo che solo, che eterno,
che per tutto nel mondo è novembre.

Meglio a chi ‘l senso smarrì de l’essere,
meglio quest’ombra, questa caligine:
io voglio io voglio adagiarmi
in un tedio che duri infinito.

Fonti: Encarta, Wikipedia

Amore no! Non seppi il vero Amor per cui si ride e piange: Amore non mi tanse e non mi tange. Guido Gozzano

Cari followers, come anticipato su Facebook ho deciso di creare una nuova rubrica che avrà come tema centrale la letteratura italiana tra Ottocento e Novecento.

Nel mondo è tanto decantata quella inglese che senz’altro ha enorme valore, ma quella nostrana non è da meno. Il periodo in cui viviamo è difficile sotto molti punti di vista, si dice che l’Italia fa schifo, che non vale niente. Ebbene, queste affermazioni possono essere vere per ciò che riguarda la politica, il governo, diverse istituzioni. Ma sentire che “l’Italia fa schifo”… no, mi spiace ma non ci sto. Il nostro è uno dei più bei Paesi del mondo, ricco in arte, storia, letteratura, cultura. E il miglior modo per conoscere la società in cui si vive e costruire un futuro migliore è conoscere il passato, ciò che è stato. Da qui la necessità di creare questa rubrica, perché da sempre la letteratura alimenta l’animo e pone le basi per il rinnovamento delle idee. Una rubrica che cercherò sempre di presentare in maniera “leggera”, in modo che non annoi chi non è appassionato: la vasta diffusione della cultura deriva da un approccio semplice, capace di far scoccare la scintilla d’interesse.

A inaugurare la rubrica sarà Guido Gozzano, uno degli autori che preferisco e che – purtroppo – ho conosciuto solo durante gli studi universitari.

Amore no! Amore no! Non seppi
il vero Amor per cui si ride e piange:
Amore non mi tanse e non mi tange;
invano m’offersi alle catene e ai ceppi.

Guido Gozzano, Convito

La vita

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Guido Gustavo Gozzano (Torino, 19 dicembre 1883 – Torino, 9 agosto 1916) nacque da una famiglia benestante di Agliè Canavese. Studiò dapprima in casa con un’insegnante privata, poi dai barnabiti e quindi al liceo Cavour; si iscrisse nel 1904 alla facoltà di giurisprudenza, preferendo ai corsi dei giuristi quelli storico-letterari di Arturo Graf (vedi approfondimento in fondo all’articolo). Entrato in contatto con vari scrittori si distinse presto in società per l’eleganza della persona e la raffinatezza dei versi che cominciava a pubblicare su giornali e riviste. La sua vita si svolgeva fra Torino e Agliè Canavese, nella villa Al Meleto, dove sua madre organizzava recite cui egli partecipava.

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Gozzano ad Agliè con la madre e un’amica.

Il 1906 fu l’anno in cui nacquero i componimenti de La via del rifugio, che dopo un attentissimo lavoro di limatura fu pubblicata nel 1907 ed ebbe grande successo. Fu il momento dell’amore per Amalia Guglielminetti (vedi approfondimento in fondo all’articolo), di cui sono testimonianza le Lettere, pubblicate postume. Dopo aver rinunciato a proseguire gli estranei studi giuridici, nel 1909, anno di enorme creatività, raccolse il corpo di poesie che compongono I colloqui (1911), dove è contenuto il suo componimento forse più celebre, La signorina Felicita, e diede inizio al poemetto Le farfalle.

Tra i continui spostamenti, pur nel ristretto raggio fra Torino, Marina d’Albaro, il Canavese e la Valle d’Aosta, proseguì a scrivere e a pubblicare in rivista poesie e prose, e a lavorare alle Epistole entomologiche, frutto di un’osservazione sistematica dell’evoluzione dei bruchi da lui allevati, ma in realtà materiale poetico quanto le incompiute Farfalle in cui esse dovevano confluire. Il suo stato di salute, minato dalla tisi, si fece preoccupante, ed effimero fu il benessere ricavato da una lunga crociera fino in India (1912 – 1913), su cui al ritorno scrisse alcuni articoli raccolti postumi nel volume Verso la cuna del mondo.

La poetica

In Gozzano il dandismo cui è stato accostato è apparente. Non corretta è la sua classificazione tra i poeti crepuscolari – nonostante gli evidenti elementi di contatto con l’arte crepuscolare -, giacché il termine crepuscolarismo è stato usato a partire dal 1910 per indicare un tipo di poesia in declino rispetto alla grande tradizione di Pascoli e D’Annunzio. Gozzano è estraneo a rigide pose letterarie: un distacco ironico e il rigore con cui svolge i suoi delicati ricami di sillabe e di rime governano sempre la sua malinconia e il suo sentimento della morte. Eugenio Montale affermò: “Gozzano fu il primo dei poeti del Novecento che riuscisse ad attraversare D’Annunzio per approdare a un territorio suo, l’unico capace di fare scintille accostando l’aulico al prosaico.”

I temi

  • La Torino d’altri tempi
  • L’ambiente canavesano e la natura
  • La malattia e la morte
  • Le terre remote

Le opere

ANNO – TITOLO – GENERE

  • 1907 – La via del rifugio – Raccolta di poesie
  • 1911 – I colloqui – Raccolta di poesie
  • 1914 – I tre talismani – Fiabe per bambini
  • 1917 – Verso la cuna del mondo. Lettere dall’India – Articoli scritti durante il viaggio in India; postumi

La principessa si sposa – Fiaba per bambini; postuma

  • 1918 – L’altare del passato – Racconti; postumi
  • 1919 – L’ultima traccia – Racconti; postumi
  • 1924 – Primavere romantiche – Raccolta di poesie; postume
  • 1951 – Lettere d’amore – Lettere ad Amalia Guglielminetti; postume
  • 1980 – Tutte le poesie – Edizione critica delle poesie

Curiosità

  • Una delle cose che molti non sanno è che Gozzano, nel suo eclettismo, toccò anche il cinema, arrivando a scrivere il copione di un film su San Francesco. La realizzazione esigeva circa tremila metri di pellicola, quattro artisti principali di grande spessore e una regia spettacolare.

La mia opinione

Nelle opere di Gozzano c’è una malinconia dolce e assidua come una risacca, che guarda al passato o semplicemente alla possibilità, a ciò che sarebbe potuto essere e non è stato. Gozzano prende situazioni quotidiane, semplici e comuni, per spogliarle elegantemente della veste dell’apparenza, come un gentiluomo farebbe con una donna, ed elevarle a un piano intellettuale ed emotivo superiore, mostrando attraverso di esse i tormenti più profondi dell’animo umano, con un’ironia raffinata che tocca la vita, la morte, l’amore.

Vi riporto alcuni dei suoi componimenti da I colloqui che, secondo me, sono i più significativi.

Le due strade

I.

Tra bande verdigialle d’innumeri ginestre
la bella strada alpestre scendeva nella valle.

Ecco, nel lento oblio, rapidamente in vista
apparve una ciclista a sommo del pendio.

Ci venne incontro: scese. «Signora: Sono Grazia!»
sorrise nella grazia dell’abito scozzese.

«Tu? Grazia? la bambina?» – «Mi riconosce ancora?»
«Ma certo!» E la Signora baciò la Signorina.

La bimba Graziella! Diciott’anni? Di già?
La Mamma come sta? E ti sei fatta bella!

«La bimba Graziella: così cattiva e ingorda!…»
«Signora, si ricorda quelli anni?» – «E così bella

vai senza cavalieri in bicicletta?…» – «Vede…»
«Ci segui un tratto a piede?» – «Signora, volentieri…»

«Ah! ti presento, aspetta, l’Avvocato: un amico
caro di mio marito. Dagli la bicicletta…»

Sorrise e non rispose. Condussi nell’ascesa
la bicicletta accesa d’un gran mazzo di rose.

E la Signora scaltra e la bambina ardita
si mossero: la vita una allacciò dell’altra.

II.

Adolescente l’una nelle gonnelle corte,
eppur già donna: forte bella vivace bruna

e balda nel solino dritto, nella cravatta,
la gran chioma disfatta nel tocco da fantino.

Ed io godevo, senza parlare, con l’aroma
degli abeti l’aroma di quell’adolescenza.

– O via della salute, o vergine apparita,
o via tutta fiorita di gioie non mietute,

forse la buona via saresti al mio passaggio,
un dolce beveraggio alla malinconia!

O bimba nelle palme tu chiudi la mia sorte;
discendere alla Morte come per rive calme,

discendere al Niente pel mio sentiere umano,
ma avere te per mano, o dolcesorridente!

Così dicevo senza parola. E l’altra intanto
vedevo: triste accanto a quell’adolescenza!

Da troppo tempo bella, non più bella tra poco
colei che vide al gioco la bimba Graziella.

Belli i belli occhi strani della bellezza ancora
d’un fiore che disfiora, e non avrà domani.

Sotto l’aperto cielo, presso l’adolescente
come terribilmente m’apparve lo sfacelo!

Nulla fu più sinistro che la bocca vermiglia
troppo, le tinte ciglia e l’opera del bistro

intorno all’occhio stanco, la piega di quei labri,
l’inganno dei cinabri sul volto troppo bianco,

gli accesi dal veleno biondissimi capelli:
in altro tempo belli d’un bel biondo sereno.

Da troppo tempo bella, non più bella tra poco,
colei che vide al gioco la bimba Graziella.

– O mio cuore che valse la luce mattutina
raggiante sulla china tutte le strade false?

Cuore che non fioristi, è vano che t’affretti
verso miraggi schietti in orti meno tristi;

tu senti che non giova all’uomo soffermarsi,
gettare i sogni sparsi, per una vita nuova.

Discenderai al niente pel tuo sentiere umano
e non avrai per mano la dolcesorridente,

ma l’altro beveraggio avrai fino alla morte:
il tempo è già più forte di tutto il tuo coraggio. –

Queste pensavo cose, guidando nell’ascesa
la bicicletta accesa d’un gran mazzo di rose.

III.

Erano folti intorno gli abeti nell’assalto
dei greppi fino all’alto nevaio disadorno.

I greggi, sparsi a picco, in lenti beli e mugli
brucavano ai cespugli di menta il latte ricco;

e prossimi e lontani univan sonnolenti
al ritmo dei torrenti un ritmo di campani.

Lungi i pensieri foschi! Se non verrà l’amore
che importa? Giunge al cuore il buono odor dei boschi.

Di quali aromi opimo odore non si sa:
di resina? di timo? o di serenità?…

IV.

Sostammo accanto a un prato e la Signora, china,
baciò la Signorina, ridendo nel commiato.

«Bada che aspetterò, che aspetteremo te;
si prenda un po’ di the, si cicaleccia un po’…»

«Verrò, Signora; grazie!» Dalle mie mani, in fretta,
tolse la bicicletta. E non mi disse grazie.

Non mi parlò. D’un balzo salì, prese l’avvio;
la macchina il fruscìo ebbe d’un piede scalzo,

d’un batter d’ali ignote, come seguita a lato
da un non so che d’alato volgente con le rote.

Restammo alle sue spalle. La strada, come un nastro
sottile d’alabastro, scendeva nella valle.

«Signora!… Arrivederla!…» gridò di lungi, ai venti.
Di lungi ebbero i denti un balenio di perla.

Tra la verzura folta disparve, apparve ancora.
Ancor s’udì: «…Signora!…». E fu l’ultima volta.

Grazia è scomparsa. Vola – dove? – la bicicletta…
«Amica, e non m’ha detto una parola sola!»

«Te ne duole?» – «Chi sa!» – «Fu taciturna, amore,
per te, come il Dolore…» – «O la Felicità!…»

Il buon compagno

Non fu l’Amore, no. Furono i sensi
curiosi di noi, nati pel culto
del sogno… E l’atto rapido, inconsulto
ci parve fonte di misteri immensi.

Ma poi che nel tuo bacio ultimo spensi
l’ultimo bacio e l’ultimo sussulto,
non udii che quell’arido singulto
di te, perduta nei capelli densi.

E fu vano accostare i nostri cuori
già riarsi dal sogno e dal pensiero;
Amor non lega troppo eguali tempre.

Scenda l’oblio; immuni da languori
si prosegua più forti pel sentiero,
buoni compagni ed alleati: sempre.

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Guido Gozzano e Amalia Guglielminetti.

Convito

I.

M’è dolce cosa nel tramonto, chino
sopra gli alari dalle braci roche,
m’è dolce cosa convitar le poche
donne che mi sorrisero in cammino.

II.

Trasumanate già, senza persone,
sorgono tutte… E quelle più lontane,
e le compagne di speranze buone
e le piccole, ancora, e le più vane:
mime crestaie fanti cortigiane
argute come in un decamerone…

Tra le faville e il crepitio dei ceppi
sorgono tutte, pallida falange…
Amore no! Amore no! Non seppi
il vero Amor per cui si ride e piange:
Amore non mi tanse e non mi tange;
invano m’offersi alle catene e ai ceppi.

O non amate che mi amaste, a Lui
invan proffersi il cuor che non s’appaga.
Amor non mi piagò di quella piaga
che mi parve dolcissima in altrui…
A quale gelo condannato fui?
Non varrà succo d’erbe o l’arte maga?

III.

– Un maleficio fu dalla tua culla,
né varrà l’arte maga, o sognatore!
Fino alla tomba il tuo gelido cuore
porterai con la tua sete fanciulla,
fanciullo triste che sapesti nulla,
ché ben sa nulla chi non sa l’Amore.

Una ti bacierà con la sua bocca,
sforzando il chiuso cuore che resiste;
e quell’una verrà, fratello triste,
forse l’uscio picchiò con la sua nocca,
forse alle spalle già ti sta, ti tocca;
già ti cinge di sue chiome non viste…

Si dilegua con occhi di sorella
indi ciascuna. E si riprende il cuore.

«Fratello triste, cui mentì l’Amore,
che non ti menta l’altra cosa bella!» 

Cocotte

I.

Ho rivisto il giardino, il giardinetto
contiguo, le palme del viale,
la cancellata rozza dalla quale
mi protese la mano ed il confetto…

II.

«Piccolino, che fai solo soletto?»
«Sto giocando al Diluvio Universale.»

Accennai gli stromenti, le bizzarre
cose che modellavo nella sabbia,
ed ella si chinò come chi abbia
fretta d’un bacio e fretta di ritrarre
la bocca, e mi baciò di tra le sbarre
come si bacia un uccellino in gabbia.

Sempre ch’io viva rivedrò l’incanto
di quel suo volto tra le sbarre quadre!
La nuca mi serrò con mani ladre;
ed io stupivo di vedermi accanto
al viso, quella bocca tanto, tanto
diversa dalla bocca di mia Madre!

«Piccolino, ti piaccio che mi guardi?
Sei qui pei bagni? Ed affittate là?»
«Sì… vedi la mia mamma e il mio Papà?»
Subito mi lasciò, con negli sguardi
un vano sogno (ricordai più tardi)
un vano sogno di maternità…

«Una cocotte!…»
«Che vuol dire, mammina?»
«Vuol dire una cattiva signorina:
non bisogna parlare alla vicina!»
Co-co-tte… La strana voce parigina
dava alla mia fantasia bambina
un senso buffo d’ovo e di gallina…

Pensavo deità favoleggiate:
i naviganti e l’Isole Felici…
Co-co-tte… le fate intese a malefici
con cibi e con bevande affatturate…
Fate saranno, chi sa quali fate,
e in chi sa quali tenebrosi offici!

III.

Un giorno – giorni dopo – mi chiamò
tra le sbarre fiorite di verbene:
«O piccolino, non mi vuoi più bene!…»
«È vero che tu sei una cocotte?»
Perdutamente rise… E mi baciò
con le pupille di tristezza piene.

IV.

Tra le gioie defunte e i disinganni,
dopo vent’anni, oggi si ravviva
il tuo sorriso… Dove sei, cattiva
Signorina? Sei viva? Come inganni
(meglio per te non essere più viva!)
la discesa terribile degli anni?

Oimè! Da che non giova il tuo belletto
e il cosmetico già fa mala prova
l’ultimo amante disertò l’alcova…
Uno, sol uno: il piccolo folletto
che donasti d’un bacio e d’un confetto,
dopo vent’anni, oggi ti ritrova

in sogno, e t’ama, in sogno, e dice: T’amo!
Da quel mattino dell’infanzia pura
forse ho amato te sola, o creatura!
Forse ho amato te sola! E ti richiamo!
Se leggi questi versi di richiamo
ritorna a chi t’aspetta, o creatura!

Vieni! Che importa se non sei più quella
che mi baciò quattrenne? Oggi t’agogno,
o vestita di tempo! Oggi ho bisogno
del tuo passato! Ti rifarò bella
come Carlotta, come Graziella,
come tutte le donne del mio sogno!

Il mio sogno è nutrito d’abbandono,
di rimpianto. Non amo che le rose
che non colsi. Non amo che le cose
che potevano essere e non sono
state… Vedo la case, ecco le rose
del bel giardino di vent’anni or sono!

Oltre le sbarre il tuo giardino intatto
fra gli eucalipti liguri si spazia…
Vieni! T’accoglierà l’anima sazia.
Fa ch’io riveda il tuo volto disfatto;
ti bacierò; rifiorirà, nell’atto,
sulla tua bocca l’ultima tua grazia.

Vieni! Sarà come se a me, per mano,
tu riportassi me stesso d’allora.
Il bimbo parlerà con la Signora.
Risorgeremo dal tempo lontano.
Vieni! Sarà come se a te, per mano,
io riportassi te, giovine ancora.

L’onesto rifiuto

Un mio gioco di sillabe t’illuse.
Tu verrai nella mia casa deserta:
lo stuolo accrescerai delle deluse.
So che sei bella e folle nell’offerta
di te. Te stessa, bella preda certa,
già quasi m’offri nelle palme schiuse.

Ma prima di conoscerti, con gesto
franco t’arresto sulle soglie, amica,
e ti rifiuto come una mendica.
Non sono lui, non sono lui! Sì, questo
voglio gridarti nel rifiuto onesto,
perché più tardi tu non maledica.

Non sono lui! Non quello che t’appaio,
quello che sogni spirito fraterno!
Sotto il verso che sai, tenero e gaio,
arido è il cuore, stridulo di scherno
come siliqua stridula d’inverno,
vôta di semi, pendula al rovaio…

Per te serbare immune da pensieri
bassi, la coscienza ti congeda
onestamente, in versi più sinceri…
Ma (tu sei bella) fa ch’io non ti veda:
il desiderio della bella preda
mentirebbe l’amore che tu speri.

Non posso amare, Illusa! Non ho amato
mai! Questa è la sciagura che nascondo.
Triste cercai l’amore per il mondo,
triste pellegrinai pel mio passato,
vizioso fanciullo viziato,
sull’orme del piacere vagabondo…

Ah! Non volgere i tuoi piccoli piedi
verso l’anima buia di chi tace!
Non mi tentare, pallida seguace!…
Pel tuo sogno, pel sogno che ti diedi,
non son colui, non son colui che credi!

Curiosa di me, lasciami in pace!

 

Approfondimenti

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Arturo Graf (Atene 1848 – Torino 1913) è stato un filologo, critico e poeta italiano. Figlio di un tedesco e di un’italiana, laureato in legge a Napoli, dal 1875 iniziò la sua brillante carriera accademica prima come libero docente di letteratura italiana a Roma, poi, dal 1882 fino al 1907, come professore ordinario a Torino. Particolarmente importanti i suoi studi sulla cultura e sull’immaginario medievale in cui il metodo d’indagine critica ed erudita costituisce un’eclettico esempio all’interno dell’alveo della corrente scuola storica. Nel 1883 fondò con Guido Novati e Rodolfo Renier il Giornale storico della letteratura italiana. Copiosa fu anche la sua produzione poetica.

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Amalia Guglielminetti (Torino, 4 aprile 1881 – Torino, 4 dicembre 1941) è stata una scrittrice e poetessa italiana. Studiò in scuole religiose. Iniziò a collaborare dal 1901 con la Gazzetta del Popolo, pubblicando poesie sul suo supplemento domenicale, parte delle quali saranno raccolte nel volume Voci di giovinezza, edito nel 1903. Si tratta di versi scolastici che non lasciarono alcuna traccia nel panorama letterario torinese. Molto diversa e favorevole fu invece l’accoglienza riservata alle poesie de Le Vergini folli, il cui manoscritto, offerto in visione al professor Arturo Graf, fu da questi pubblicamente definito collana preziosissima di versi belli e nuovi. Guido Gozzano, con il quale Amalia iniziò una relazione poco dopo la pubblicazione del libro, le aveva inviato la sua Via del rifugio e la Guglielminetti ricambiò l’offerta con le sue Vergini folli. Nel 1935 ella si trasferì a Roma tentando la carriera giornalistica ma non ebbe successo e fece così ritorno due anni dopo a Torino, dove passò gli ultimi anni della sua vita in solitudine. Morì il 4 dicembre 1941 a causa di una setticemia generata da una ferita che si era fatta diversi giorni prima cadendo dalle scale nel tentativo di raggiungere il rifugio antiaereo dopo aver udito le sirene d’allarme per il bombardamento. Nel 2012 l’editore Bietti ne ha ripubblicato l’opera in versi e l’epistolario con Guido Gozzano.

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Guido Gozzano e Amalia Guglielminetti.
Fonti: encarta, wikipedia, personali appunti universitari

Vi saluto con un componimento piuttosto lungo ma pregevolissimo: La signorina Felicita, per chi vuole immergersi in un “dialogo” con l’autore e i suoi personaggi.

La signorina Felicita ovvero la Felicità

                           10 luglio: Santa Felicita.

I.

Signorina Felicita, a quest’ora
scende la sera nel giardino antico
della tua casa. Nel mio cuore amico
scende il ricordo. E ti rivedo ancora,
e Ivrea rivedo e la cerulea Dora
e quel dolce paese che non dico.

Signorina Felicita, è il tuo giorno!
A quest’ora che fai? Tosti il caffè:
e il buon aroma si diffonde intorno?
O cuci i lini e canti e pensi a me,
all’avvocato che non fa ritorno?
E l’avvocato è qui: che pensa a te.

Pensa i bei giorni d’un autunno addietro,
Vill’Amarena a sommo dell’ascesa
coi suoi ciliegi e con la sua Marchesa
dannata, e l’orto dal profumo tetro
di busso e i cocci innumeri di vetro
sulla cinta vetusta, alla difesa…

Vill’Amarena! Dolce la tua casa
in quella grande pace settembrina!
La tua casa che veste una cortina
di granoturco fino alla cimasa:
come una dama secentista, invasa
dal Tempo, che vestì da contadina.

Bell’edificio triste inabitato!
Grate panciute, logore, contorte!
Silenzio! Fuga dalle stanze morte!
Odore d’ombra! Odore di passato!
Odore d’abbandono desolato!
Fiabe defunte delle sovrapporte!

Ercole furibondo ed il Centauro,
le gesta dell’eroe navigatore,
Fetonte e il Po, lo sventurato amore
d’Arianna, Minosse, il Minotauro,
Dafne rincorsa, trasmutata in lauro
tra le braccia del Nume ghermitore…

Penso l’arredo – che malinconia! –
penso l’arredo squallido e severo,
antico e nuovo: la pirografia
sui divani corinzi dell’Impero,
la cartolina della Bella Otero
alle specchiere… Che malinconia!

Antica suppellettile forbita!
Armadi immensi pieni di lenzuola
che tu rammendi pazïente… Avita
semplicità che l’anima consola,
semplicità dove tu vivi sola
con tuo padre la tua semplice vita!
II.

Quel tuo buon padre – in fama d’usuraio –
quasi bifolco, m’accoglieva senza
inquietarsi della mia frequenza,
mi parlava dell’uve e del massaio,
mi confidava certo antico guaio
notarile, con somma deferenza.

«Senta, avvocato…» E mi traeva inqueto
nel salone, talvolta, con un atto
che leggeva lentissimo, in segreto.
Io l’ascoltavo docile, distratto
da quell’odor d’inchiostro putrefatto,
da quel disegno strano del tappeto,

da quel salone buio e troppo vasto…
«…la Marchesa fuggì… Le spese cieche…»
da quel parato a ghirlandette, a greche…
«dell’ottocento e dieci, ma il catasto…»
da quel tic-tac dell’orologio guasto…
«…l’ipotecario è morto, e l’ipoteche…»

Capiva poi che non capivo niente
e sbigottiva: «Ma l’ipotecario
è morto, è morto!!…». – «E se l’ipotecario
è morto, allora…» Fortunatamente
tu comparivi tutta sorridente:
«Ecco il nostro malato immaginario!».
III.

Sei quasi brutta, priva di lusinga
nelle tue vesti quasi campagnole,
ma la tua faccia buona e casalinga,
ma i bei capelli di color di sole,
attorti in minutissime trecciuole,
ti fanno un tipo di beltà fiamminga…

E rivedo la tua bocca vermiglia
così larga nel ridere e nel bere,
e il volto quadro, senza sopracciglia,
tutto sparso d’efelidi leggiere
e gli occhi fermi, l’iridi sincere
azzurre d’un azzurro di stoviglia…

Tu m’hai amato. Nei begli occhi fermi
rideva una blandizie femminina.
Tu civettavi con sottili schermi,
tu volevi piacermi, Signorina:
e più d’ogni conquista cittadina
mi lusingò quel tuo voler piacermi!

Ogni giorno salivo alla tua volta
pel soleggiato ripido sentiero.
Il farmacista non pensò davvero
un’amicizia così bene accolta,
quando ti presentò la prima volta
l’ignoto villeggiante forestiero.

Talora – già la mensa era imbandita –
mi trattenevi a cena. Era una cena
d’altri tempi, col gatto e la falena
e la stoviglia semplice e fiorita
e il commento dei cibi e Maddalena
decrepita, e la siesta e la partita…

Per la partita, verso ventun’ore
giungeva tutto l’inclito collegio
politico locale: il molto Regio
Notaio, il signor Sindaco, il Dottore;
ma – poiché trasognato giocatore –
quei signori m’avevano in dispregio…

M’era più dolce starmene in cucina
tra le stoviglie a vividi colori:
tu tacevi, tacevo, Signorina:
godevo quel silenzio e quegli odori
tanto tanto per me consolatori,
di basilico d’aglio di cedrina…

Maddalena con sordo brontolio
disponeva gli arredi ben detersi,
rigovernava lentamente ed io,
già smarrito nei sogni più diversi,
accordavo le sillabe dei versi
sul ritmo eguale dell’acciottolio.

Sotto l’immensa cappa del camino
(in me rivive l’anima d’un cuoco
forse…) godevo il sibilo del fuoco;
la canzone d’un grillo canterino
mi diceva parole, a poco a poco,
e vedevo Pinocchio e il mio destino…

Vedevo questa vita che m’avanza:
chiudevo gli occhi nei presagi grevi;
aprivo gli occhi: tu mi sorridevi,
ed ecco rifioriva la speranza!
Giungevano le risa, i motti brevi
dei giocatori, da quell’altra stanza.
IV.

Bellezza riposata dei solai
dove il rifiuto secolare dorme!
In quella tomba, tra le vane forme
di ciò ch’è stato e non sarà più mai,
bianca bella così che sussultai,
la Dama apparve nella tela enorme:

«È quella che lasciò, per infortuni,
la casa al nonno di mio nonno… E noi
la confinammo nel solaio, poi
che porta pena… L’han veduta alcuni
lasciare il quadro; in certi noviluni
s’ode il suo passo lungo i corridoi…».

Il nostro passo diffondeva l’eco
tra quei rottami del passato vano,
e la Marchesa dal profilo greco,
altocinta, l’un piede ignudo in mano,
si riposava all’ombra d’uno speco
arcade, sotto un bel cielo pagano.

Intorno a quella che rideva illusa
nel ricco peplo, e che morì di fame,
v’era una stirpe logora e confusa:
topaie, materassi, vasellame,
lucerne, ceste, mobili: ciarpame
reietto, così caro alla mia Musa!

Tra i materassi logori e le ceste
v’erano stampe di persone egregie;
incoronato dalle frondi regie
v’era Torquato nei giardini d’Este.
«Avvocato, perché su quelle teste
buffe si vede un ramo di ciliege?»

Io risi, tanto che fermammo il passo,
e ridendo pensai questo pensiero:
Oimè! La Gloria! un corridoio basso,
tre ceste, un canterano dell’Impero,
la brutta effigie incorniciata in nero
e sotto il nome di Torquato Tasso!

Allora, quasi a voce che richiama,
esplorai la pianura autunnale
dall’abbaino secentista, ovale,
a telaietti fitti, ove la trama
del vetro deformava il panorama
come un antico smalto innaturale.

Non vero (e bello) come in uno smalto
a zone quadre, apparve il Canavese:
Ivrea turrita, i colli di Montalto,
la Serra dritta, gli alberi, le chiese;
e il mio sogno di pace si protese
da quel rifugio luminoso ed alto.

Ecco – pensavo – questa è l’Amarena,
ma laggiù, oltre i colli dilettosi,
c’è il Mondo: quella cosa tutta piena
di lotte e di commerci turbinosi,
la cosa tutta piena di quei «cosi
con due gambe» che fanno tanta pena…

L’Eguagliatrice numera le fosse,
ma quelli vanno, spinti da chimere
vane, divisi e suddivisi a schiere
opposte, intesi all’odio e alle percosse:
così come ci son formiche rosse,
così come ci son formiche nere…

Schierati al sole o all’ombra della Croce,
tutti travolge il turbine dell’oro;
o Musa – oimè! – che può giovare loro
il ritmo della mia piccola voce?
Meglio fuggire dalla guerra atroce
del piacere, dell’oro, dell’alloro…

L’alloro… Oh! Bimbo semplice che fui,
dal cuore in mano e dalla fronte alta!
Oggi l’alloro è premio di colui
che tra clangor di buccine s’esalta,
che sale cerretano alla ribalta
per far di sé favoleggiar altrui…

«Avvocato, non parla: che cos’ha?»
«Oh! Signorina! Penso ai casi miei,
a piccole miserie, alla città…
Sarebbe dolce restar qui, con Lei!…»
«Qui, nel solaio?…» – «Per l’eternità!»
«Per sempre? Accetterebbe?…» – «Accetterei!»

Tacqui. Scorgevo un atropo soletto
e prigioniero. Stavasi in riposo
alla parete: il segno spaventoso
chiuso tra l’ali ripiegate a tetto.
Come lo vellicai sul corsaletto
si librò con un ronzo lamentoso.

«Che ronzo triste!» – «È la Marchesa in pianto…
La Dannata sarà che porta pena…»
Nulla s’udiva che la sfinge in pena
e dalle vigne, ad ora ad ora, un canto:
O mio carino tu mi piaci tanto,
siccome piace al mar una sirena…

Un richiamo s’alzò, querulo e rôco:
«È Maddalena inqueta che si tardi:
scendiamo; è l’ora della cena!». – «Guardi,
guardi il tramonto, là… Com’è di fuoco!…
Restiamo ancora un poco!» – «Andiamo, è tardi!»
«Signorina, restiamo ancora un poco!…»

Le fronti al vetro, chini sulla piana,
seguimmo i neri pippistrelli, a frotte;
giunse col vento un ritmo di campana,
disparve il sole fra le nubi rotte;
a poco a poco s’annunciò la notte
sulla serenità canavesana…

«Una stella!…» – «Tre stelle!…» – «Quattro stelle!…»
«Cinque stelle!» – «Non sembra di sognare?…»
Ma ti levasti su quasi ribelle
alla perplessità crepuscolare:
«Scendiamo! È tardi: possono pensare
che noi si faccia cose poco belle…»
V.

Ozi beati a mezzo la giornata,
nel parco dei marchesi, ove la traccia
restava appena dell’età passata!
Le Stagioni camuse e senza braccia,
fra mucchi di letame e di vinaccia,
dominavano i porri e l’insalata.

L’insalata, i legumi produttivi
deridevano il busso delle aiole;
volavano le pieridi nel sole
e le cetonie e i bombi fuggitivi…
Io ti parlavo, piano, e tu cucivi
innebriata dalle mie parole.

«Tutto mi spiace che mi piacque innanzi!
Ah! Rimanere qui, sempre, al suo fianco,
terminare la vita che m’avanzi
tra questo verde e questo lino bianco!
Se Lei sapesse come sono stanco
delle donne rifatte sui romanzi!

Vennero donne con proteso il cuore:
ognuna dileguò, senza vestigio.
Lei sola, forse, il freddo sognatore
educherebbe al tenero prodigio:
mai non comparve sul mio cielo grigio
quell’aurora che dicono: l’Amore…»

Tu mi fissavi… Nei begli occhi fissi
leggevo uno sgomento indefinito;
le mani ti cercai, sopra il cucito,
e te le strinsi lungamente, e dissi:
«Mia cara Signorina, se guarissi
ancora, mi vorrebbe per marito?».

«Perché mi fa tali discorsi vani?
Sposare, Lei, me brutta e poveretta!…»
E ti piegasti sulla tua panchetta
facendo al viso coppa delle mani,
simulando singhiozzi acuti e strani
per celia, come fa la scolaretta.

Ma, nel chinarmi su di te, m’accorsi
che sussultavi come chi singhiozza
veramente, né sa più ricomporsi:
mi parve udire la tua voce mozza
da gli ultimi singulti nella strozza:
«Non mi ten…ga mai più… tali dis…corsi!»

«Piange?» E tentai di sollevarti il viso
inutilmente. Poi, colto un fuscello,
ti vellicai l’orecchio, il collo snello…
Già tutta luminosa nel sorriso
ti sollevasti vinta d’improvviso,
trillando un trillo gaio di fringuello.

Donna: mistero senza fine bello!
VI.

Tu m’hai amato. Nei begli occhi fermi
luceva una blandizie femminina;
tu civettavi con sottili schermi,
tu volevi piacermi, Signorina;
e più d’ogni conquista cittadina
mi lusingò quel tuo voler piacermi!

Unire la mia sorte alla tua sorte
per sempre, nella casa centenaria!
Ah! Con te, forse, piccola consorte
vivace, trasparente come l’aria,
rinnegherei la fede letteraria
che fa la vita simile alla morte…

Oh! questa vita sterile, di sogno!
Meglio la vita ruvida concreta
del buon mercante inteso alla moneta,
meglio andare sferzati dal bisogno,
ma vivere di vita! Io mi vergogno,
sì, mi vergogno d’essere un poeta!

Tu non fai versi. Tagli le camicie
per tuo padre. Hai fatta la seconda
classe, t’han detto che la Terra è tonda,
ma tu non credi… E non mediti Nietzsche…
Mi piaci. Mi faresti più felice
d’un’intellettuale gemebonda…

Tu ignori questo male che s’apprende
in noi. Tu vivi i tuoi giorni modesti,
tutta beata nelle tue faccende.
Mi piace. Penso che leggendo questi
miei versi tuoi, non mi comprenderesti,
ed a me piace chi non mi comprende.

Ed io non voglio più essere io!
Non più l’esteta gelido, il sofista,
ma vivere nel tuo borgo natio,
ma vivere alla piccola conquista
mercanteggiando placido, in oblio
come tuo padre, come il farmacista…

Ed io non voglio più essere io!
VII.

Il farmacista nella farmacia
m’elogiava un farmaco sagace:
«Vedrà che dorme le sue notti in pace:
un sonnifero d’oro, in fede mia!»
Narrava, intanto, certa gelosia
con non so che loquacità mordace.

«Ma c’è il notaio pazzo di quell’oca!
Ah! quel notaio, creda: un capo ameno!
La Signorina è brutta, senza seno,
volgaruccia, Lei sa, come una cuoca…
E la dote… la dote è poca, poca:
diecimila, chi sa, forse nemmeno…»

«Ma dunque?» – «C’è il notaio furibondo
con Lei, con me che volli presentarla
a Lei; non mi saluta, non mi parla…»
«È geloso?» – «Geloso! Un finimondo!…»
«Pettegolezzi!…» – «Ma non Le nascondo
che temo, temo qualche brutta ciarla…»

«Non tema! Parto.» – «Parte? E va lontana?»
«Molto lontano… Vede, cade a mezzo
ogni motivo di pettegolezzo…»
«Davvero parte? Quando?» – «In settimana…»
Ed uscii dall’odor d’ipecacuana
nel plenilunio settembrino, al rezzo.

Andai vagando nel silenzio amico,
triste perduto come un mendicante.
Mezzanotte scoccò, lenta, rombante
su quel dolce paese che non dico.
La Luna sopra il campanile antico
pareva «un punto sopra un I gigante».

In molti mesti e pochi sogni lieti,
solo pellegrinai col mio rimpianto
fra le siepi, le vigne, i castagneti
quasi d’argento fatti nell’incanto;
e al cancello sostai del camposanto
come s’usa nei libri dei poeti.

Voi che posate già sull’altra riva,
immuni dalla gioia, dallo strazio,
parlate, o morti, al pellegrino sazio!
Giova guarire? Giova che si viva?
O meglio giova l’Ospite furtiva
che ci affranca dal Tempo e dallo Spazio?

A lungo meditai, senza ritrarre
la tempia dalle sbarre. Quasi a scherno
s’udiva il grido delle strigi alterno…
La Luna, prigioniera fra le sbarre,
imitava con sue luci bizzarre
gli amanti che si baciano in eterno.

Bacio lunare, fra le nubi chiare
come di moda settant’anni fa!
Ecco la Morte e la Felicità!
L’una m’incalza quando l’altra appare;
quella m’esilia in terra d’oltremare,
questa promette il bene che sarà…
VIII.

Nel mestissimo giorno degli addii
mi piacque rivedere la tua villa.
La morte dell’estate era tranquilla
in quel mattino chiaro che salii
tra i vigneti già spogli, tra i pendii
già trapunti da bei colchici lilla.

Forse vedendo il bel fiore malvagio
che i fiori uccide e semina le brume,
le rondini addestravano le piume
al primo volo, timido, randagio;
e a me randagio parve buon presagio
accompagnarmi loro nel costume.

«Vïaggio con le rondini stamane…»
«Dove andrà?» – «Dove andrò? Non so… Vïaggio,
vïaggio per fuggire altro vïaggio…
Oltre Marocco, ad isolette strane,
ricche in essenze, in datteri, in banane,
perdute nell’Atlantico selvaggio…

Signorina, s’io torni d’oltremare,
non sarà d’altri già? Sono sicuro
di ritrovarla ancora? Questo puro
amore nostro salirà l’altare?»
E vidi la tua bocca sillabare
a poco a poco le sillabe: giuro.

Giurasti e disegnasti una ghirlanda
sul muro, di viole e di saette,
coi nomi e con la data memoranda:
trenta settembre novecentosette…
Io non sorrisi. L’animo godette
quel romantico gesto d’educanda.

Le rondini garrivano assordanti,
garrivano garrivano parole
d’addio, guizzando ratte come spole,
incitando le piccole migranti…
Tu seguivi gli stormi lontananti
ad uno ad uno per le vie del sole…

«Un altro stormo s’alza!…» – «Ecco s’avvia!»
«Sono partite…» – «E non le salutò!…»
«Lei devo salutare, quelle no:
quelle terranno la mia stessa via:
in un palmeto della Barberia
tra pochi giorni le ritroverò…»

Giunse il distacco, amaro senza fine,
e fu il distacco d’altri tempi, quando
le amate in bande lisce e in crinoline,
protese da un giardino venerando,
singhiozzavano forte, salutando
diligenze che andavano al confine…

M’apparisti così come in un cantico
del Prati, lacrimante l’abbandono
per l’isole perdute nell’Atlantico;
ed io fui l’uomo d’altri tempi, un buono
sentimentale giovine romantico…

Quello che fingo d’essere e non sono!