Arrivederci

Ciao amici,

come state?

Scrivo questo post oggi per salutarvi. Mi piace molto curare il blog e le sue diverse rubriche, purtroppo però devo prendermi qualche mese di pausa per problemi di natura personale. È un arrivederci, non un addio. Tornerò a scrivervi presto, forse in primavera. Nel frattempo non dimenticate di leggere qualche bel libro e guardare bei film, di cui magari parleremo insieme.

Un saluto a tutti, passate un buon inverno.

A presto!

Ilaria

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Tregua #3 è arrivato

Ciao amici!

Tanti di voi mi hanno chiesto più di una volta quando sarebbe uscito, ebbene: eccolo qui!

 

TREGUA #3 – LO STESSO SANGUE

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Primavera 1944. In fuga dopo quello che potrebbe essere classificato come omicidio, Elisa ed Enea lasciano in tutta fretta Martina Franca per riparare a Napoli, dove un misterioso e altolocato amico di Enea può offrire loro rifugio. Mentre il rapporto con lo stravagante pittore si fa involontariamente sempre più stretto, la ragazza è dolorosamente consapevole della vita che ha lasciato in sospeso e dell’uomo che ama, di cui purtroppo ha perso ogni traccia. Spinta dal senso del dovere, dall’amore e dalla volontà di sentirsi ancora viva, di essere utile al mondo, prende una decisione che la cambia per sempre e la spinge a entrare di forza nel cuore cruento e palpitante del conflitto mondiale, nonché nelle case e negli animi dei patrioti della grande Resistenza nell’Italia occupata dai nazisti.
Un viaggio negli aspetti più umani della guerra: la prima linea vista dai civili e i soprusi della libertà negata da un popolo straniero che fa da padrone, alla scoperta delle reazioni umane nei momenti più disperati e, ancora una volta, della forza dell’amore e della speranza.

Per chi non ha letto i libri precedenti ricordo che si tratta di una trilogia, e questo è l’ultimo.

Per festeggiare l’uscita di Tregua #3, il primo capitolo della saga Tregua #1 è disponibile in download gratuito e Tregua #2 costa solo 0,99 €. Mentre Tregua #3 è in offerta lancio a 1,99 €. Sono disponibili anche in versione cartacea.

Cosa aspettate? Approfittatene, condividete, invitate gli amici!

Qui sotto i link. Buona lettura a tutti, magari lasciatemi un commento su Amazon 😉

PS

Se qualcuno ha voglia di mettere mipiace su Facebook alla mia pagina autrice e alla pagina dedicata alla saga ve ne sarò grata 🙂

Tutti pronti al Pluto fly-by

Salve amici,

oggi è una data storica!

Da ultima ruota del carro del Sistema Solare a protagonista indiscusso di discorsi, servizi e timeline della Rete: l’ora del riscatto di Plutone è finalmente arrivata. L’enigmatico pianeta nano scoperto 85 anni fa ha iniziato a svelare, negli ultimi giorni, il suo vero aspetto agli “occhi” della sonda New Horizons, che martedì 14 luglio, alle 13:49:57 ora italiana transiterà, dopo un viaggio di 5 miliardi di km, a soli 12.500 km dal corpo celeste. Le sue caratteristiche geologiche – soprattutto, le sue misteriose macchie scure – stanno accendendo le discussioni degli astronomi di tutto il mondo. (Fonte: Focus.it)

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Plutone

Plutone è un pianeta nano orbitante nelle regioni periferiche del sistema solare, con un’orbita eccentrica a cavallo dell’orbita di Nettuno; fu scoperto nel 1930 da Clyde Tombaugh e inizialmente classificato come il nono pianeta. Riclassificato come pianeta nano il 24 agosto 2006 e battezzato formalmente 134340 Pluto dalla UAI, Plutone è il secondo più massiccio pianeta nano del sistema solare, dopo Eris, e il decimo corpo celeste più massiccio che orbita direttamente attorno al Sole.

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Dopo la sua scoperta, il nuovo corpo celeste venne battezzato in onore di Plutone, divinità romana dell’oltretomba; le prime lettere del nome, PL, sono anche le iniziali dell’eminente astronomo Percival Lowell che per primo ne postulò l’esistenza. Il suo simbolo astronomico è il monogramma di Lowell (Pluto symbol.svg).

In virtù dei suoi parametri orbitali, Plutone è anche considerato un classico esempio di oggetto transnettuniano. Pur avendo la sua orbita il semiasse maggiore più lungo di quello dell’orbita di Nettuno, esso si avvicina al Sole più dello stesso Nettuno. Plutone è stato assunto quale elemento di riferimento della classe dei pianeti nani transnettuniani, denominati ufficialmente plutoidi dall’ Unione Astronomica Internazionale.

Plutone ha cinque satelliti conosciuti, il più massiccio e importante dei quali è certamente Caronte, scoperto nel 1978 e avente un raggio poco più della metà di quello di Plutone.

New Horizons

New Horizons è una sonda spaziale sviluppata dalla NASA per l’esplorazione di Plutone e del suo satellite Caronte. Il lancio è avvenuto il 19 gennaio 2006 dalla base di Cape Canaveral.

Con una velocità di 58 536 km/h (circa 16,26 km/s), raggiunta allo spegnimento del terzo stadio, è l’oggetto artificiale che ha raggiunto la velocità maggiore nel lasciare la Terra.

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Si prevede che raggiungerà Plutone il 14 luglio 2015 attorno alle 14:00 ora italiana.

La missione prevede che la sonda continui poi il viaggio nella fascia di Kuiper per inviare dati alla Terra sulla fascia. L’obiettivo primario è di studiare la geologia e la morfologia del pianeta nano Plutone e del suo satellite Caronte, creare una mappa della superficie dei due corpi celesti e analizzarne l’atmosfera. Altri obiettivi sono lo studio dell’atmosfera dei due corpi celesti al variare del tempo, l’analisi ad alta risoluzione di alcune zone di Plutone e Caronte, l’analisi della ionosfera e delle particelle cariche, la ricerca di atmosfera attorno a Caronte, lo studio dei quattro satelliti minori Stige, Notte, Cerbero e Idra, la ricerca di eventuali satelliti o anelli sconosciuti e possibilmente l’analisi di un ulteriore oggetto della fascia di Kuiper.

La sonda contiene una parte delle ceneri di Clyde Tombaugh, l’astronomo che nel 1930 scoprì Plutone.

Clyde Tombaugh

Clyde Tombaugh.

Clyde Tombaugh.

Clyde William Tombaugh (Streator, 4 febbraio 1906 – Las Cruces, 17 gennaio 1997) è stato un astronomo statunitense. È conosciuto soprattutto per la scoperta nel 1930 di Plutone, che venne considerato il nono pianeta del sistema solare. Oggi Plutone è stato riclassificato come pianeta nano.
Tombaugh nacque in Illinois, nel 1906, da una famiglia contadina. Appassionato di astronomia fin da ragazzo, si costruì da solo un telescopio per fare schizzi dei pianeti. Inviò poi gli schizzi a V.M. Slipher, direttore del Lowell Observatory di Flagstaff, in Arizona. Questi dovette rimanerne impressionato, perché offrì un posto all’Osservatorio a Tombaugh, che vi entrò nel 1929, abbandonando per sempre il mondo agricolo della sua famiglia di origine.
Percival Lowell, sulla base di presunte imperfezioni nelle previsioni dei moti di Urano e Nettuno, aveva previsto già nel 1905 la posizione di un eventuale nono pianeta. Per facilitarne l’individuazione, Tombaugh inventò una macchina che mostrava alternativamente le lastre fotografiche di una stessa zona del cielo scattate a distanza di alcune ore, per scoprire se qualcosa si era mosso rispetto allo sfondo delle stelle fisse. Era un lavoro impegnativo, perché ogni fotogramma di cielo conteneva migliaia di oggetti, dei tipi più vari. Si calcola che, alla fine, Tombaugh osservò circa 45 milioni di oggetti celesti[1]. Il 18 febbraio 1930, sei mesi dopo il suo arrivo all’Osservatorio Lowell, Tombaugh individuò Plutone.

Tombaugh stesso racconta così la scoperta di Plutone:

«Improvvisamente mi balzò agli occhi un oggetto di quindicesima magnitudine. – Eccolo – mi dissi. Un’emozione incredibile mi travolse: questa sarebbe stata una scoperta storica.
Mi diressi subito nell’ufficio del direttore. Cercando di controllarmi, entrai nell’ufficio ostentando indifferenza. – Dr. Slipher, ho trovato il suo Pianeta X.»
«Il Dottore sobbalzò dalla sedia, mostrando uno sguardo compiaciuto ma riservato.»
Risultò subito chiaro che Plutone era molto piccolo, forse troppo per perturbare a sufficienza l’orbita di Urano e Nettuno. Tombaugh continuò invano la ricerca del decimo pianeta.

Scoprì inoltre, a partire dal 1929, ben 14 asteroidi.

Il fly-by

Martedì 14 luglio, dopo un viaggio lungo 9 anni e mezzo e 5 miliardi di km, New Horizons sarà protagonista di uno storico fly-by di Plutone. Poiché un giorno su Plutone dura 6,4 giorni terrestri, possiamo dire che manca solo un giorno all’incontro tra la sonda e il pianeta nano.

Sarà un incontro fugace, una toccata e fuga in cui la sonda viaggerà a 49.600 km/h, arrivando a 12.500 km da Plutone.

Si tratterà di un passaggio ravvicinato e non di un ingresso nell’orbita del corpo celeste. La sonda è stata quindi progettata per raccogliere il maggior numero di dati nel breve periodo (meno di 24 ore) in cui Plutone apparirà relativamente vicino agli strumenti di New Horizons, per poi trasmettere queste informazioni al nostro pianeta.

Le foto di maggiore interesse scientifico saranno processate, spiegate e diffuse sul web. Ma si tratterà di una minima parte dei dati raccolti: solo l’1% delle informazioni relative al fly-by arriverà sulla Terra “in tempo reale”, nei giorni del passaggio ravvicinato.

Le altre saranno spedite sulla Terra in un periodo di 26 mesi a partire dal 14 settembre, con una velocità massima di download pari a circa 1,2 kilobit/sec (migliaia di volte più lenta di quella della vostra connessione di casa): quella consentita dalla rete di ricezione della la rete di ricezione NASA (DSN o Deep Space Network) a Terra, e dalle grandi distanze (in fin dei conti, nessuna missione spaziale ha mai raggiunto Plutone). (Fonte: Focus.it)

Vi lascio il link da cui seguire “in diretta” il fly-by: qui.

Buon volo!

Fonti: Wikipedia, Focus.it

2 giugno: non solo sinonimo di scampagnate

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Ok, apro quest’articolo con un breve aneddoto.

Ho imparato il significato reale della festa del 2 giugno in prima media e da allora non l’ho più dimenticato. Il fatto è che non è stato un libro di storia a imprimermi nella mente ciò che ricordo ma la professoressa di italiano e storia che, picchiettando gli enormi anelli d’oro e gemme sulla cattedra, ripeteva incessantemente il significato della festa della Repubblica, e come si era storicamente arrivati a quel giorno. All’epoca devo dire che quel rumore ridondante e la voce squillante di lei non erano proprio accolti a braccia aperte, ma valutando la questione in seguito, devo riconoscere che il metodo della prof. ha funzionato.

Parliamo allora un po’ della festività del 2 giugno, e vale la pena farlo perché negli ultimi anni feste dal significato storico vengono spesso ricordate solo per il modo in cui occupiamo quel tempo libero: per esempio il 25 aprile e il 2 giugno sono associati più alle scampagnate che si usano fare che a ciò che successe in quelle date decenni fa.

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Le elezioni politiche italiane del 2 giugno 1946, furono le prime elezioni della storia italiana dopo il periodo di dittatura fascista, che aveva interessato il Paese nel ventennio precedente. Immaginate dunque, dopo vent’anni di dittatura e una guerra devastante appena conclusa, quanto la gente avesse non solo la voglia ma una vera e propria necessità di scrollarsi di dosso gli orrori e la mancanza di libertà patiti per così tanto tempo. Immaginate come si accostò alla possibilità di decidere finalmente del futuro del proprio Paese.

Si votò per l’elezione di un’Assemblea Costituente cui sarebbe stato affidato il compito di redigere la nuova carta costituzionale, come stabilito con il Decreto Legislativo Luogotenenziale n. 151 del 25 giugno 1944. Contemporaneamente si tenne un referendum istituzionale per la scelta fra Monarchia e Repubblica. Uno degli elementi più importanti fu il fatto che il Referendum fu a suffragio universale, votarono cioè gli uomini di tutti i ceti sociali e per la prima volta in Italia anche le donne. Una grande conquista soprattutto per quelle donne che avevano supportato la Resistenza o combattuto loro stesse al fianco dei partigiani e che in generale avevano patito gli ideali maschilisti del regime fascista.

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La Repubblica vinse il confronto con la Monarchia e l’Italia rinacque sotto nuove spoglie, quelle che conosciamo oggi (anche se nel corso degli anni si è un po’ perso il senso di ciò per cui combatterono i nostri nonni). Contemporaneamente la famiglia regnante, i Savoia, fu esiliata. Analizzando le azioni dell’ultimo re d’Italia durante l’avvento del fascismo (il re praticamente “consegnò” a Mussolini il governo del Paese e in seguito non fece molto per imporsi o rimediare al danno) non c’è da stupirsi che la scelta del popolo ricadde sulla Repubblica. Inoltre (e qui mi concedo il lusso di fare un po’ di ironia, ma non troppa) assistendo ora alle illuminanti apparizioni televisive e pubblicitarie (sob!) del principe Emanuele Filiberto di Savoia, direi che i nonni furono proprio saggi a togliere le redini del Paese ai Savoia.

In definitiva comunque auguro a voi tutti una serena festa della Repubblica facendo, perché no, una bella scampagnata, ma tenendo sempre a mente il retaggio di Paese e cittadini che ci portiamo dietro.

Liebster Award

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Salve amici,

oggi sono lieta di parlarvi del Liebster Award.

Di cosa si tratta?

Il Liebster Award è un premio che viene conferito da blogger ad altri blogger meritevoli, con lo scopo di farli conoscere nella rete e per far sì che a loro volta promuovano altri blog che li hanno colpiti.

Come prima cosa ringrazio Valentina del blog Valentina Reads per la nomination.

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Ecco le regole:

  • Ringraziare il blog che ti ha nominato.
  • Rispondere alle 10 domande.
  • Nominare altri 10 blog.
  • Porre 10 domande.
  • Comunicare la nomina ai 10 blog scelti.

Partiamo subito: domande e risposte!

Perché hai aperto un blog?

Mmm… non me lo ricordo quasi più. Ah, sì, in tutta sincerità: per pubblicizzare l’uscita dei miei libri. Solo che poi le cose sono cambiate: l’intento originario è passato in secondo piano man mano che cominciavo a condividere le mie passioni tramite questo “diario online”. E quindi ora sul blog parlo di arte, cultura, letteratura e storia in rubriche che mi vengono in mente all’improvviso, anche di notte.

Ci parli delle tue passioni?

Mi piace leggere, scrivere, fare ricerche storiche e osservare il cielo notturno. E anche se la sola cosa che deve necessariamente essere svolta di notte è osservare il cielo notturno con il telescopio, anche per le altre passioni tolgo tempo al sonno. Di giorno infatti lavoro e sono una mamma. Certe volte mi chiedo anch’io come faccio a fare tutte queste cose insieme. Comunque, dicevamo? Ah, già. Leggo montagne di libri sin da quando avevo 7-8 anni e quello fu lo stesso periodo in cui cominciai a scrivere storie illustrate (perché adoravo anche disegnare manga, solo che questo è passato in secondo piano col tempo). Amo i romanzi storici, d’altro canto un’altra delle mie grandi passioni è la storia, soprattutto quella europea della prima metà del Novecento, comprese le due guerre mondiali. E poi ho sempre amato tutto ciò che concerne l’astronomia (il fanciullesco sogno di diventare astronauta ha lasciato pesanti strascichi) per cui è un campo in cui mi piace dilettarmi.

Quanto pensi che i commenti e le interazioni siano utili per un blogger e in che modo?

I commenti e le interazioni sono molto importanti, del resto: se non avessimo voluto un confronto con gli altri avremmo scritto su un diario segreto e non su un blog pubblico. Confrontare le proprie idee con quelle altrui è, secondo me, una delle attività più elevate che riusciamo a fare a livello umano e sociale. Aiuta a crescere come persone, conoscerne altre e accettare le critiche.

Di cosa parli nel blog?

Recensisco i libri che leggo, parlo delle opere d’arte che mi colpiscono di più, di alcune importanti scoperte scientifiche e storiche, di celebrazioni internazionali, di avvenimenti storici, di film particolarmente meritevoli (sempre dal punto di vista storico >_<), di classici, poesia, dell’attuale situazionale editoriale in Italia… insomma, di tutto ciò che è arte, cultura, letteratura e storia. A volte in maniera confusa, lo ammetto, visto che le rubriche saltano fuori come funghi dopo la pioggia e non sono presentate con settimane d’anticipo e attenta pianificazione come avviene su altri blog… ma a me va bene così. La parte più importante è l’idea, a mettere ordine ci penso mentre la sviluppo e la condivido.

Hai creato un rapporto di amicizia con altri blogger? Vi siete mai conosciuti personalmente?

Ho instaurato un’amicizia con alcuni blogger, ma non ho avuto il piacere di incontrarne nessuno personalmente poiché la maggior parte vive lontano da me e considerando la mia vita super impegnata fare un viaggio di piacere è un’evenienza piuttosto rara. Comunque mai dire mai.

Come immagini il tuo blog tra due anni? Vorresti vederlo crescere/cambiare e in che modo?

Non ho idea di come sarà il mio blog tra due anni, forse con la barra delle rubriche ancora più affollata 😀 Mi piacerebbe sicuramente vederlo crescere a livello di contatti (e perché no, amicizie) ma cambiare forse no. Mi sta bene così.

La cosa che sai fare meglio?

Mmm… giocare ai videogiochi? Ecco, in questo sono brava, e forse dovrei inserirlo tra le mie passioni nella domanda precedente, anche se non è esattamente al livello delle altre e forse non sarebbe sano indicarmi come una Dragon Age addicted. Seriamente: non lo so. Studiare? Sognare? Isolarmi dal mondo? >_< Si dovrebbe chiederlo a chi mi conosce.

Quanto tempo dedichi al tuo blog?

Ultimamente meno di quanto vorrei. Ho già detto che sono parecchio incasinata, per cui non lo ripeto (ops!). Mi piacerebbe riuscire a trovare più tempo per curarlo meglio.

Come nascono i tuoi post?

A parte quelli che riguardano le recensioni dei libri letti, che sono il naturale completamento del processo di lettura, appena un’idea mi si affaccia alla mente o se scopro che oggi è l’anniversario della nascita di un fisico, uno storico o la celebrazione di una scoperta… ecco, il mio post è pronto.

Un saluto a chi legge?

Grazie a chi si è affacciato in questo piccolo spazio culturale (a volte un po’ delirante) e ancor di più a chi segue le mie rubriche. Mi farebbe piacere ascoltare le vostre opinioni e le vostre critiche, sapete dove trovarmi. A presto!

Eccomi qua ora a comunicarvi i blog da me scelti:

Ed ecco, miei cari blogger nominati, le domande a cui dovrete rispondere:

  1. Un aggettivo che ti descrive?
  2. Da piccola, cosa avresti voluto fare da grande?
  3. Di cosa parla il tuo blog?
  4. Quali sono le tue passioni?
  5. Qual è il più bel libro che hai letto (uno solo)? Perché?
  6. Qual è secondo te l’elemento che non può assolutamente mancare in un buon romanzo?
  7. Un libro che non consiglieresti nemmeno al tuo peggior nemico?
  8. Qual è il tuo piatto preferito? E quello che invece detesti?
  9. Il tuo sogno nel cassetto?
  10. Un saluto per i tuoi followers?

 

Grazie a tutti! Stay tuned!

I falò dell’autunno – Irène Némirovsky

Un bel libro di Irène Némirovsky. Ho presentato l’autrice quando ho recensito Il ballo, potete leggere l’articolo qui.

 

I FALÒ DELL’AUTUNNO

Irène Némirovsky

Adelphi

 

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Trama

“Vedi,” dice la nonna alla nipote, immaginando di prenderla per mano e condurla attraverso vasti campi in cui vengono bruciate le stoppie “sono i falò dell’autunno, che purificano la terra e la preparano per nuove sementi”. Ma Thérèse è giovane, non ha la saggezza della nonna: ancora non sa che prima di poter ritrovare Bernard, l’uomo che ama da sempre, a cui ha dedicato la vita intera, le toccherà attraversare con pena e con fatica quei vasti campi, e subire le dolorose devastazioni provocate da quegli incendi. Perché Bernard, l’adolescente intrepido, impaziente di dar prova del proprio coraggio, partito volontario nel 1914, è tornato dalla guerra cinico e disincantato: quattro anni al fronte l’hanno trasformato in uno sciacallo, uno che non crede più a niente, che aspira solo a diventare ricco, molto ricco – e che per farlo si rotolerà nel fango della Parigi cosmopolita del dopoguerra, in quella palude dove sguazza la canaglia dei politicanti, dei profittatori, degli speculatori. Alla dolce, alla fedele e innamorata Thérèse, e ai figli che ha avuto da lei, preferirà sempre il letto della sua amante e lo scintillio dei salotti parigini. Ci vorranno la fine delle grandiose illusioni della Belle Epoque, la rovina finanziaria, e poi un’altra guerra, la prigionia, la morte del primogenito, perché Bernard ritrovi la sua anima: la cenere degli anni perduti servirà a purificare il terreno per una vita diversa.

Recensione

Siamo a Parigi. La storia si muove tra il primo e il quarto decennio del Novecento, comprendendo gli anni di entrambe le guerre mondiali.

Conosciamo Thérèse, Martial, Bernard e Renée che sono ancora dei ragazzini; molto diversi tra loro per caratteri e aspirazioni, accomunati da sogni e speranze per il futuro. Un futuro che però viene loro strappato di mano dalla prima guerra mondiale. I due uomini si arruoleranno – ciascuno a suo modo e con un proprio diverso destino -, le due donne resteranno in Francia per ritagliarsi una vita secondo la propria indole. Ma la storia non si ferma qui, procede a salti temporali – a volte anche molto ampi, per esempio dieci anni – fino a quel futuro che diventa presente e che non è come ognuno di loro aveva progettato. Ci saranno intrighi, tradimenti, disperazione e morte.

Alcuni personaggi come per esempio Bernard, appaiono estremamente affascinanti, vivi, palpitanti nonostante in certi contesti giustamente criticabili. La protagonista femminile,Thérèse, alle volte mi è sembrata un po’ “spenta”, tuttavia fedele fino alla morte e anche oltre.

Certi passaggi, certe scene degli amori che si consumano durante la storia, in verità non appaiono affatto e ci si ritrova a immaginarli per dare un senso di maggior completezza al tutto. I pensieri dei personaggi assumono la forma di lunghi monologhi interiori tuttavia interessanti; alle volte si parla meglio di affari che di amore.

Durante il racconto di un periodo in un campo di concentramento nazista si parla dell’organizzazione di giochi e canzoni, della ricezione di pacchi di viveri ed effetti. Avendo conoscenze pregresse sulle politiche adottate nei campi nazisti, la cosa mi è parsa strana, così ho ricordato la biografia dell’autrice. La Némirovsky è stata internata ad Auschwitz nel luglio del 1942, per morirvi poi di tifo un mese dopo. Considerando le informazioni che giravano all’epoca sulle attività che si svolgevano nei campi di concentramento, è comprensibile che l’autrice descrivesse alcune cose per come le venivano riferite e non secondo la realtà dei fatti che ben conosciamo noi ora in tempi postumi.

Ebbene, il fatto che lei nutrisse in un certo senso una speranza sulla sorte degli internati nei campi è una cosa che mi ha profondamente colpita e amareggiata, dato che proprio lei ha finito appunto i suoi giorni ad Auschwitz.

Nell’opera appare evidente la sua vena pétainiste, con la quale viene specificato che i giovani dell’epoca hanno seminato male il loro campo.

Il titolo riconduce alla rigenerazione morale del Paese dopo l’incendio del 1940, ma anche alla prova più difficile – bruciante come il fuoco – per ogni coppia: il tradimento.

Lo stile dell’autrice è in un certo senso inquadrabile e assimilabile a quello di altre autrici della stessa epoca, il che non guasta, anzi dona a tutta l’opera quel senso di “realtà” profonda e vera di chi ha davvero vissuto quel periodo storico.

Le descrizioni dei viali parigini appaiono così vivide che bruciano davanti agli occhi, come pennellate su quadri appena dipinti, si “vedono”. Allo stesso modo ben raccontati sono i sentimenti rivolti alla guerra e al governo da parte di giovani illusi prima dalla gloria e poi dal denaro.

Molto brava, la Némirovsky merita tutta la gloria che la Shoah le ha negato.

Valutazione:

4

Le Origini della Notte – Andrea Micalone

Ciao amici,

come procede la settimana? Tra il lavoro e lo studio trovate il tempo per leggere? Io lo trovo anche a discapito del sonno 😉

Questa volta ho scelto di cambiare un po’ genere di lettura: ecco a voi la recensione di un fantasy.

LE ORIGINI DELLA NOTTE (SERIE: IL TRAMONTO DELLA LUNA)

Andrea Micalone

Selfpublishing

GRATUITO

Le Origini Della Notte - andrea micalone

Trama

Cosa sono le strane creature avvistate tra i ghiacci dai cacciatori di pinguini? Dove sono finiti i seimila abitanti della cittadina di Bardumillar, ridente borgo ai piedi delle montagne? E soprattutto, chi è il ragazzo delle risaie dotato di incredibili poteri che la gente chiama il “Salvatore”?
Da queste domande prende avvio il primo appassionante capitolo della saga che sta ridefinendo il fantasy classico. Tra battaglie campali e intrighi di potere, il “Tramonto della Luna” ha avuto inizio.

L’autore

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Andrea Micalone è nato ad Atri (Te) il 18/11/1990. Diplomatosi al Liceo Scientifico Tecnologico “G.Marconi” di Pescara, sta ora seguendo il corso di Laurea in Lettere Moderne all’università “G. D’annunzio” di Chieti. Ha scritto il suo primo libro all’età di otto anni e da allora non ha più smesso di sprecare inchiostro, nel tentativo di emulare i suoi inarrivabili punti di riferimento. Nel 2010 una sua poesia è stata selezionata per la pubblicazione nell’antologia di poeti contemporanei “Il Sogno”, curato dal collettivo Poesiaèrivoluzione. Sempre nel 2010 ha ricevuto poi il Premio Speciale della giuria alla Dodicesima Edizione del Premio Nazionale di Poesia “Oreste Pelagatti” tenutosi a Civitella del Tronto. Nel 2011 ha pubblicato una sua raccolta di racconti con Arduino Sacco Editore, dal titolo “Buonanotte ai Sognatori”. Nel 2013 invece, grazie al romanzo di genere fantascientifico “Hodoeporicon”, è rientrato tra gli otto finalisti del Premio Urania della Arnoldo Mondadori Editore.

Recensione

Che bello parlare di giovani autori italiani che, nonostante le difficoltà incontrate nel mondo dell’editoria, si impegnano per far conoscere le proprie storie. È il caso di Andrea Micalone, che ha deciso di distribuire gratuitamente il primo capitolo della sua saga fantasy.

Le Origini della Notte trasporta il lettore in un mondo intriso di magia.

Benché io non sia un’affezionata del genere (per quanto riguarda i libri, almeno) ho trascorso piacevoli ore in compagnia di questo romanzo.

La storia è coinvolgente e ben narrata. Le atmosfere e alcuni luoghi (per esempio la città dei nani e i problemi del Concilio) ricordano quelli del videogioco Dragon Age: Origins. Considerato che il videogioco in questione è il mio preferito ho apprezzato le affinità tra il libro e il gioco appunto, perché comunque non sono esagerate e non si può dire che l’autore ne abbia abusato.

I personaggi sono numerosi mentre i protagonisti sono descritti in maniera efficace, con un retroscena di esperienze che rende credibili le loro qualità e peculiarità caratteriali.

La narrazione è scorrevole nonostante i numerosi colpi di scena e la violenza di alcuni passaggi. Lo stile fresco facilita una lettura piacevole e veloce, adatta soprattutto ai lettori più giovani.

Un libro consigliato agli amanti del genere ma anche a coloro che vogliono avvicinarsi per la prima volta al fantasy, e grazie alla distribuzione gratuita non ci sono davvero scuse per lasciarselo sfuggire.

Valutazione:

4

Allora, dove trovarlo? C’è solo l’imbarazzo della scelta:

Buona lettura!

Le notti non muoiono all’alba – Laura Mars

Amici,

eccoci giunti finalmente ad agosto. Quanti di voi partiranno per le vacanze? Dove siete diretti? Non dimenticate di portare in valigia qualche libro o il vostro e-reader e magari date spazio a letture tutte italiane, come quella che vi segnalo oggi.

 

LE NOTTI NON MUOIONO ALL’ALBA

Laura Mars

Self-publishing

Copertina Nuova

Trama

Sono sette cugini, figli di quattro fratelli dal passato turbolento. Hanno ereditato la passione per le due ruote dai genitori. Sono carismatici e affascinanti, talmente uniti fra loro da decidere di vivere insieme: sono i sette ragazzi Clifford.
Siamo nel quartiere di Astoria, Queens. Ryan, il penultimo dei ragazzi in ordine di età, è appena tornato a casa dopo un lungo periodo trascorso in California, dove si era rifugiato in seguito ad un violento litigio che lo ha diviso da Noah, il suo migliore amico.
Dall’età di sedici anni, Ryan e Noah sono stati inseparabili. Simili nel carattere quanto nell’aspetto, le loro analogie sono tali da renderli persino fratelli agli occhi degli estranei.
Tuttavia, sei anni più tardi, Noah commette un torto che Ryan non può perdonargli, e che decreta la fine della loro viscerale amicizia.
Deluso, tradito, arrabbiato, nonché fermamente intenzionato a riprendere il corso della sua vita, Ryan è deciso a lasciarsi alle spalle quel rapporto ormai irrecuperabile, benché spesso la nostalgia e il ricordo dei bei momenti passati con Noah siano tanto intensi da impedirglielo. A turbare ulteriormente la sua esistenza c’è Nikki, l’esuberante e maliziosa vicina, che non si preoccupa di celargli il suo sfacciato interesse, suscitando in lui un sentimento feroce in bilico fra insofferenza e attrazione. Perché a Nikki, allegra e scapestrata, alla continua ricerca di una figura maschile stabile nella propria vita, Ryan evoca il suo primo grande amore, il solo ragazzo che abbia mai avuto, con la quale è ancora in buoni rapporti, e che altri non è che Noah…
Primo capitolo di una trilogia, narrato alternativamente da entrambi i protagonisti, Le notti non muoiono all’alba è una storia indimenticabile di lealtà e di amicizia, che dimostra come i legami, a volte, possano sopravvivere ben oltre la loro fine, e ben oltre la scomparsa di chi si ama.

L’autrice

Laura Mars è nata in provincia di Roma nel gennaio del 1985, la settimana successiva alla memorabile nevicata. Cela il suo nome autentico dietro a quello dell’eroina di un vecchi thriller paranormale. Ha un diploma di tecnico dell’abbigliamento e moda e si dedica alla scrittura dall’età di dodici anni. Vive e respira cinema, letteratura e musica.
Per alcuni mesi ha collaborato con la rivista online Kultural.eu, firmando i suoi articoli con il nome di Laura Loxley. Nel gennaio del 2013 ha pubblicato su Amazon il romanzo d’esordio, “Le notti non muoiono all’alba”, capostipite di una trilogia.

Un estratto dal libro

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-Nikki?-la chiamai, smuovendola dolcemente.
-Vattene, Ryan.-borbottò in risposta, con una lucidità che mi lasciò allibito.
Non mi mossi. Non potevo muovermi. Restai a guardarla mentre lei, fiacca, sbronza e in disordine, mi fissava ostile, e in quell’istante preciso mi resi conto che l’amavo più di qualsiasi altra cosa avessi mai amato sulla faccia della terra, più profondamente e intensamente di quanto avessi mai amato un’altra persona prima di allora, in quella maniera sfrenata, folle e incondizionata che lei meritava. L’amavo perché era meravigliosamente imprevedibile, travolgente come un uragano, esplosiva quanto un vulcano attivo, impetuosa alla pari di un maremoto. L’amavo perché non nascondeva mai ciò che provava senza curarsi delle conseguenze, perché era allegra, dolce, divertente e vivace, una miscela esplosiva di androgina femminilità, e perché, sebbene mi avesse appena respinto, nulla al mondo avrebbe mai più potuto strapparmi da lei.
Ammetterlo fu come arrendersi dopo aver combattuto un’estenuante battaglia contro me stesso, con la consapevolezza che sarei andato incontro alla sconfitta. Mi provocò un immediato ristoro nell’animo, un sollievo struggente, quasi doloroso. Mi sentivo davvero bene per la prima volta da quando io e Noah avevamo troncato la nostra viscerale amicizia. Ero finalmente emerso dall’involucro d’acciaio in cui mi ero rintanato da allora.

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Come i social network svelano i nostri segreti

Quasi tutti, al giorno d’oggi, utilizzano i social network in maniera più o meno costante. Ora, stando alle teorie del complotto, diverse organizzazioni – segrete e non – raccolgono informazioni sulla popolazione mondiale attraverso i social network: le abitudini, le amicizie, le preferenze, foto e quant’altro. A mio parere queste teorie sono fondate – Dio solo sa quante informazioni private vengono riversate sul web ogni giorno in piena libertà – ma non è di questo che voglio parlare. La mia riflessione è di natura psicologica.

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La mia laurea non è in psicologia – sono un’educatrice -, ma all’università ho seguito diversi corsi di psicologia che, mi sono accorta, risultano incredibilmente utili nella vita quotidiana. Prendiamo come esempio facebook: è il social che permette di condividere praticamente tutto in maniera semplice e veloce, uno dei più utilizzati.

Si possono carpire informazioni personali più di quanto si immagina. Oltre alla data e al luogo di nascita, alle parentele, alle preferenze di vario genere, alle amicizie, agli spostamenti, è facilissimo dipingere un quadro – non completo ma una prima impressione non superficiale – della personalità di ciascuno. Come? Guardate la bacheca di una persona: attraverso ciò che condivide o che pubblica possiamo capire molte cose.

È una persona che scrive pensieri di proprio pugno o più spesso si limita a condividere immagini con frasi fatte da pagine fan? Nel primo caso probabilmente si tratta di una personalità cosciente di sé, pensante – e non prendetelo come un insulto, “pensante” nel senso che formula pensieri propri e li ritiene abbastanza interessanti o utili da condividerli – e forse coraggiosa in un certo senso oppure menefreghista. Non dimenticate infatti che i famigerati mipiace e i commenti degli altri utenti hanno un effetto fortemente inibitorio. Nel secondo caso invece, potremmo trovarci di fronte a una persona di indole docile, facilmente uniformabile alla massa – vedi condivisione di sole frasi fatte -, più influenzabile, meno indipendente, più schiva.

Che genere di immagine del profilo ha questa persona? Uno scatto semplice, uno scatto artistico, uno scatto provocante, un’immagine o un disegno, una scritta? Se ad esempio cambia spesso immagine del profilo, presentando se stessa ogni volta in una versione migliorata, possiamo desumere che si tratti di una persona semplicemente vanitosa oppure di una persona che ha bisogno di sentirsi apprezzata, alla continua ricerca dell’approvazione altrui anche su cose “futili” come la propria immagine, quindi insicura.

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Questa persona permette agli altri di scrivere sul proprio diario o di condividere sul proprio diario o di essere taggata nei post? Se no, forse potrebbe trattarsi semplicemente di una persona che non ama essere trascinata in cose che non le interessano oppure di una persona possessiva, con un forte bisogno di controllo, che predilige la solitudine.

Condivide spesso foto di sé? Oppure ama postare paesaggi, proprie creazioni – decoupage, cucina, disegni, poesie? Risponde chiaramente a domande diritte, invadenti e/o inquisitorie? Risponde in maniera educata o si infervora non appena qualcuno la contraddice? Si può capire se mente oppure no, se ha la tendenza a mentire.

È un utente molto attivo? Trascorre tanto tempo sui social network? Partecipa alle discussioni? Quando scrive qualcosa – commento, post – questa persona utilizza molti smile, cuoricini e punti esclamativi oppure ha un modo di scrivere pacato, quasi indifferente? Sono piccoli ma interessanti indizi da non sottovalutare.

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Come vedete, sono molteplici i dati da analizzare per comprendere la personalità di qualcuno; oltretutto se l’analisi in questione viene effettuata lungo un arco di tempo ampio – e qui facebook ci da una mano attraverso il diario suddiviso per anni ed eventi importanti – il risultato sarà ancor più rispondente a verità.

Credo che l’analisi dell’attività sui social network possa rientrare tra le indagini utili – non principali ma complementari – nei casi di valutazione della personalità come ad esempio idoneità nell’esercitare un determinato mestiere – es. psicologo, maestro, educatore -, in processi penali o esercizio di patria potestà.

In ogni caso, non condividere ogni istante della vita privata e tutti gli stati d’animo evita di fornire al mondo un quadro completo della propria personalità, mentalità, affettività. La riservatezza, di questi tempi, non è un difetto né una mancanza.

La Memoria. Non oggi, ogni giorno.

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Ho una proposta. Anziché fare tutti le “brave persone” solo oggi, partecipando a qualche evento o condividendo foto della Shoah, pensiamo a domani e a tutti i giorni di cui è composto l’anno. E in quei giorni diventiamo e restiamo tolleranti. Apriamo la mente, il cuore, cerchiamo di capire gli “altri”, perché l’odio non nasce con la persona ma viene inculcato dalla società. Spogliamoci dei pregiudizi, guardiamo attraverso gli occhi degli “altri”, comprendiamone le motivazioni, le azioni. Piangere oggi è un espediente per mettere a tacere la coscienza e continuare a ignorare tutto l’anno i barconi che affondano con il loro carico di disperazione, carne e sangue. Il miglior modo per serbare memoria delle vittime di tutti i genocidi è porre le basi affinché essi non si ripetano, mai più. Possiamo agire nel nostro piccolo, nella quotidianità, insegnando ai bambini – gli adulti di domani – cosa è giusto. E ogni anno la Giornata della memoria sarà un promemoria per continuare a fare la nostra parte, ogni giorno.

Natale, Natale

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Da piccola, a casa della nonna, mi sedevo accanto all’albero di Natale e al buio osservavo le lucine che danzavano tra i rami dell’abete, illuminandone ora il tronco ora gli aghi più esterni. Le carte lucide dei regali scintillavano a tratti, cariche di promesse, e le statuette del presepe stavano lì, immote e mute, ad aspettare assieme a me. Non erano i pacchettini che avrei aperto né i dolci che avrei mangiato a gonfiarmi il cuore di gioia, anche se allora non lo sapevo. Era l’attesa stessa il momento migliore, colmata dalle voci e dalle risate degli adorati nonni, degli zii, dei cugini, d’una famiglia che, tra gli alti e i bassi, lo stress e gli impegni, finalmente si riuniva. Ogni Natale che verrà porterà con sé il marchio indelebile di questi ricordi preziosi al cuore e grazie ai quali mi sento ricca. Non è mai tardi per riscoprire il valore della famiglia, per stringere in un abbraccio i nonni o far pace con uno zio o un cugino che si è allontanato durante il percorso della vita.

Buon Natale a tutti.

Ilaria

Bettina, Giovanna e la prevenzione. La Austen in Italia nel 1932

Cari followers, eccomi con un articolo breve e conciso. Non si tratta di una recensione.

Per finalità romanzesche mi sono interessata alle prime edizioni italiane di Orgoglio e pregiudizio. Ebbene, ora riderete.

La primissima traduzione italiana risale al 1932 e il titolo adottato fu Orgoglio e prevenzione.

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Il lavoro del traduttore Giulio Caprin è stato encomiabile ed è stato assurto a punto di riferimento per tutte le traduzioni successive. Ad ogni modo il significato moderno del termine “prevenzione” – dico moderno appunto perché all’epoca invece era usato come sinonimo di preconcetto, venire prima – mi pare un po’ ambiguo e mi riservo di non fare commenti inadeguati al contesto.

Non è finita qui. Vista la fisima fascista per l’italianizzazione di ogni cosa, sono stati tradotti anche i nomi dei personaggi, per cui:
Elizabeth diventa Bettina (!!); Jane diventa Giovanna, e così via.
Mi mancano però Darcy, Bingley e Wickham. Qualche intuizione?

Grazie Rolihlahla

Nessuno è nato schiavo, né signore, né per vivere in miseria, ma tutti siamo nati per essere fratelli.

Nelson Mandela

 

La scomparsa di Nelson Mandela rappresenta un lutto per l’intera umanità. Non solo leader della lotta contro l’apartheid in Sudafrica ma simbolo e incarnazione della libertà, della perseveranza della giustizia. Un uomo che ha dato moltissimo al mondo mettendo se stesso in secondo piano, un uomo che ha fatto la storia e di cui certamente si avvertirà forte la mancanza.

La vita

L’educazione è il grande motore dello sviluppo personale. È grazie all’educazione che la figlia di un contadino può diventare medico, il figlio di un minatore il capo miniera o un bambino nato in una famiglia povera il presidente di una grande nazione. Non ciò che ci viene dato, ma la capacità di valorizzare al meglio ciò che abbiamo è ciò che distingue una persona dall’altra.

Nelson Mandela

 

 

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Nelson Rolihlahla Mandela (Qunu, Umtata, 18 luglio 1918 –  Johannesburg, 5 dicembre 2013), politico sudafricano e presidente del Sudafrica (1994-1999), primo nero a ricoprire questa carica nel paese. Incarcerato per più di venticinque anni per motivi politici, è divenuto il simbolo della lotta contro l’apartheid.

Figlio di un capo della tribù thembu, prese a interessarsi di politica quando ancora era studente; insieme a Oliver Tambo, da allora suo fedele compagno di lotta, partecipò nel 1940 ad alcuni scioperi studenteschi che gli costarono l’espulsione dal college. Nel 1944 con Tambo e Anton Lembede fu tra i membri fondatori della lega giovanile dell’African National Congress (ANC), diventandone il segretario nazionale nel 1948 e due anni dopo il presidente. Inizialmente contrario alla cooperazione con altri gruppi etnici, Mandela cambiò opinione nel 1952 nel corso della campagna di disobbedienza, durante la quale auspicò l’azione congiunta di tutti i gruppi razziali nella lotta contro la segregazione razziale. Nel dicembre 1952 venne arrestato e condannato a nove mesi, ma la pena fu sospesa; gli venne però proibito di partecipare a qualsiasi riunione o di lasciare il distretto di Johannesburg per un periodo di nove anni. Nel dicembre 1956 fu accusato di tradimento con altre 156 persone: il processo durò fino al 1961, ma nessuno venne condannato. Nel 1958 sposò Nkosikazi Nomzamo Madikizela, più nota come Winnie Mandela.

In seguito al massacro di Sharpeville (1960) in cui 67 cittadini di colore furono uccisi dalle forze dell’ordine sudafricane nel corso di una manifestazione contro l’apartheid, l’ANC e il Pan-African Congress (PAC), partito sorto dalla scissione di una sua minoranza, furono messi fuori legge. Nel 1962 Mandela lasciò il Sudafrica per partecipare alla prima conferenza panafricana di Addis Abeba, quindi passò in Algeria, dove fu addestrato nelle tecniche di guerriglia, e infine si recò a Londra, dove incontrò gli altri leader della resistenza politica sudafricana. Tornato in Sudafrica fu arrestato per aver lasciato illegalmente il paese e condannato a cinque anni di reclusione. Con lui furono incarcerati molti altri attivisti antiapartheid. Al processo (1963-64) Mandela assunse personalmente la propria difesa e quella dei suoi compagni. Condannato all’ergastolo, trascorse diciotto anni nel penitenziario di Robben Island, quindi venne trasferito nel carcere di Pollsmoor, a Città del Capo.

Nessuno conosce veramente una nazione fino a che non è stato nelle sue prigioni. Una Nazione non dovrebbe essere giudicata da come tratta i suoi cittadini migliori, ma da come tratta i suoi cittadini di più basso rango.

Nelson Mandela

 

La campagna di protesta contro le autorità sudafricane per la sua liberazione assunse una dimensione mondiale. Nel 1985 Mandela rifiutò la libertà condizionata offerta dal presidente Botha, e chiese che il governo rivedesse la propria posizione sulla questione dell’apartheid. Il presidente De Klerk liberò Mandela nel febbraio 1990 dopo aver nuovamente riconosciuto la legalità dell’African National Congress e degli altri partiti politici soppressi. Mandela assunse la direzione del partito e avviò le trattative con il governo; il dialogo fra le parti fu difficile e spesso aspro, ma finalmente, nel 1991, il governo revocò l’ultima legge che regolava l’apartheid.

Per l’impegno dimostrato nel processo di democratizzazione del paese e di pacifica convivenza multirazziale, Mandela e De Klerk, nel 1993, ricevettero il premio Nobel per la pace. Nel maggio 1994, con le prime elezioni libere del paese, in cui ebbe diritto di voto anche la popolazione nera, Mandela divenne il primo presidente nero del paese; due anni dopo, nel maggio 1996, varò la nuova costituzione del Sudafrica. Non ricandidatosi per un nuovo mandato, dopo le elezioni del giugno 1999 che hanno visto trionfare l’African National Congress, “Madiba” (il Vecchio) come viene affettuosamente chiamato dal suo popolo ha lasciato le cariche di presidente del partito e del Sudafrica al suo vicepresidente, Thabo Mbeki.

Per gli uomini, la libertà nella propria terra è l’apice delle aspirazioni.

Nelson Mandela

 

Il vescovo Desmond Tutu consegna al presidente Nelson Mandela le copie del rapporto finale della Commissione per la verità e la riconciliazione. Istituita nel 1995, la Commissione fu presieduta da Tutu ed ebbe un duplice scopo: accertare le violazioni dei diritti umani compiute in Sudafrica durante il lungo regime dell'apartheid e favorire la ripresa del dialogo nel paese. La Commissione concluse i suoi lavori nel 1998 con la ferma condanna della segregazione razziale, considerata un grave crimine contro l'umanità.

Il vescovo Desmond Tutu consegna al presidente Nelson Mandela le copie del rapporto finale della Commissione per la verità e la riconciliazione. Istituita nel 1995, la Commissione fu presieduta da Tutu ed ebbe un duplice scopo: accertare le violazioni dei diritti umani compiute in Sudafrica durante il lungo regime dell’apartheid e favorire la ripresa del dialogo nel paese. La Commissione concluse i suoi lavori nel 1998 con la ferma condanna della segregazione razziale, considerata un grave crimine contro l’umanità.

Fonte: Encarta

 

 

La filosofia Ubuntu

 

Una persona che viaggia attraverso il nostro paese e si ferma in un villaggio non ha bisogno di chiedere cibo o acqua: subito la gente le offre del cibo, la intrattiene. Ecco, questo è un aspetto di Ubuntu, ma ce ne sono altri. Ubuntu non significa non pensare a sé stessi; significa piuttosto porsi la domanda: voglio aiutare la comunità che mi sta intorno a migliorare?

Nelson Mandela

 

 

 

 

L’autobiografia

LUNGO CAMMINO VERSO LA LIBERTA'

Non c’è nessuna strada facile per la libertà.

Nelson Mandela

 

L’autobiografia di Nelson Mandela assume ora una valenza ancor più significativa: oltre alle persone cui egli ha migliorato indirettamente la vita, è ai libri che spetta ora rendere immortale la sua memoria come esempio di vera umanità e struggente amore per le proprie origini.

Lungo cammino verso la libertà merita di essere letto con attenzione. Non solo per conoscere a fondo la vita di Mandela, quanto piuttosto per fare un passo alla volta assieme a lui in quel cammino che come dice il titolo è lungo ma porta alla libertà. Provate a immaginare la sofferenza di un popolo che, nella propria terra, si vede privato da stranieri dei diritti fondamentali. Con quale autorità? Quale arroganza hanno dimostrato i bianchi instaurando il regime dell’apartheid?

Mandela attraverso le pagine ci mostra la parte più intima di sé, quella di un uomo che cresce e matura perseguendo più che la propria felicità, la realizzazione di ciò in cui crede con ogni fibra del suo essere. Non un uomo senza peccato, ma un uomo che è stato capace di cambiare la storia. Un uomo straordinario.
Un libro che entra nel cuore e che commuove, la cui lettura potrebbe essere validamente inserita nell’istituzione scolastica di tutto il mondo.

Approfondimenti

 

Apartheid

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Un gruppo di sudafricani legge il resoconto di uno scontro tra la polizia e i minatori neri avvenuto nel 1973; lo scontro fece undici vittime.

Politica di segregazione razziale formalmente adottata in Sudafrica dal 1948 al 1993. Nella lingua afrikaans il termine apartheid significa ‘separazione’ e indica la rigida divisione razziale che regolava le relazioni tra la minoranza bianca e la maggioranza non bianca della popolazione. Nel novembre del 1993 fu raggiunto un accordo che mise fine all’apartheid e nel 1994 si tennero le prime elezioni politiche in cui votavano gli appartenenti a tutte le razze.

L’apartheid fu adottato nel 1948 dopo la vittoria elettorale del Partito nazionalista del Sudafrica (NP). Le leggi dell’apartheid classificavano i cittadini in tre principali gruppi razziali: bianco, bantu (neri africani) e coloured (persone con discendenza mista). Successivamente venne istituita una quarta categoria per gli asiatici (indiani e pakistani).

Le leggi prescrivevano i luoghi in cui ciascun gruppo poteva vivere, che tipo di lavori poteva esercitare e a che tipo di sistema scolastico poteva accedere. Le leggi proibivano quasi tutte le relazioni interrazziali, istituivano luoghi pubblici separati (ad esempio, riservando alcune spiagge ai bianchi) ed escludevano i non bianchi da ogni forma di rappresentanza politica. Gli oppositori dell’apartheid furono perseguiti penalmente e il governo inasprì la propria politica di repressione fino a trasformare il Sudafrica in uno stato di polizia.

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Il leader politico sudafricano Stephen Biko è uno dei martiri del regime dell’apartheid in Sudafrica. Arrestato nel 1977 per attività politiche contro il governo della minoranza bianca segregazionista, morì in seguito alle percosse e ai maltrattamenti della polizia. Nella foto, seguaci di Biko riuniti nella sua città natale per commemorare il decimo anniversario della morte.

La segregazione razziale fu contrastata dall’African National Congress (ANC), fondato nel 1912 dai neri. Dopo gli scioperi contro l’apartheid che culminarono nel massacro di Sharpeville nel marzo del 1960, il governo mise al bando tutte le organizzazioni politiche nere, compreso l’ANC. Tuttavia le dimostrazioni, gli scontri violenti, gli scioperi e i boicottaggi che si susseguirono sempre più frequenti negli anni Sessanta e Settanta da parte degli oppositori dell’apartheid, il fallimento della politica dei bantustan e la condanna internazionale che aveva isolato il Sudafrica, costrinsero il governo ad allentare le restrizioni, ad esempio quelle che riguardavano il contatto quotidiano tra membri delle diverse componenti etniche (petty apartheid).

Dalla metà degli anni Settanta fino alla metà degli anni Ottanta il governo attuò una serie di riforme che permisero alle rappresentanze sindacali nere di organizzarsi e di svolgere una limitata attività politica. La Costituzione del 1984 estese la rappresentanza parlamentare agli asiatici e ai coloured, ma non ai neri, nonostante costituissero oltre il 75% della popolazione. Si accesero nuove rivolte nelle città e, essendo cresciuta la pressione internazionale contro il Sudafrica, le politiche governative dell’apartheid cominciarono ad allentarsi.

Nel 1990 il nuovo presidente Frederik Willem de Klerk revocò ufficialmente la messa al bando trentennale dell’ANC e liberò il suo leader, Nelson Mandela. Nel 1993 venne raggiunto e sottoscritto da Mandela e De Klerk un accordo sulle modalità della transizione del Sudafrica alla democrazia. Nelle prime libere elezioni del 1994 Mandela divenne il primo presidente nero nella storia del Sudafrica, a capo di una coalizione governativa che comprendeva anche il Partito nazionale.

Fonte: Encarta

 

Grazie Rolihlahla, senza di te il mondo sarà più povero. Ma tu vivrai in eterno.

Accadde oggi: nel 1922 Howard Carter entra nella tomba di Tutankhamon

Oh, che bello. Oggi vi parlo della tomba di Tutankhamon, nell’anniversario della scoperta. Non ve l’avevo detto? Sono appassionata anche di storia egizia. Passione che ho avuto la fortuna di nutrire anche dal vivo, durante un lungo viaggio in Egitto.

L’arte, la cultura e la storia egizie sono così vaste che risulta impossibile parlarne brevemente, per cui focalizziamo l’attenzione su ciò che riguarda Tutankhamon.

Chi è Tutankhamon

La maschera di Tutankhamon, diciotto chili di oro massiccio, è conservata al museo egizio del Cairo.

La sontuosa maschera funeraria del faraone egizio Tutankhamon, risalente alla metà del XIV secolo a.C., è uno straordinario lavoro di oreficeria e intarsio di pietre dure (lapislazzuli e cornalina).
Diciotto chili di oro massiccio, è conservata al Museo egizio del Cairo.

Tutankhamon (XIV secolo ca. a.C.) fu un faraone della XVIII dinastia che regnò dal 1350 al 1341 ca. a.C. Succeduto ad Akhenaton, dopo il breve regno del fratellastro Semenkhara, reintrodusse il culto di Ammone, abbandonato per volere di Akhenaton, e riportò la capitale a Tebe, ponendo così fine alla crisi politica e religiosa che aveva opposto il suo predecessore alla ricca e potente casta dei sacerdoti di Ammone.

Poco si sa del regno di Tutankhamon e, considerata la sua giovane età (morì a circa diciannove anni), è probabile che il Paese fosse di fatto governato da Horemheb, capo dell’esercito. La sua notorietà deriva soprattutto dal ritrovamento della sua tomba da parte di Howard Carter (vedi approfondimento in fondo all’articolo) nel 1922. Sfuggita ai saccheggi, conteneva intatto il corredo funerario del faraone, oltre alla sua mummia, attualmente conservati al Museo egizio del Cairo.

La scoperta della tomba

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La scoperta della tomba del faraone Tutankhamon, vissuto nel XIV secolo a.C., rappresenta una delle maggiori conquiste dell’archeologia del XX secolo. Gli scavi furono iniziati nel 1922 dagli studiosi Howard Carter e Lord Carnarvon. Gli archeologi identificarono le tracce della tomba di Tutankhamon sotto i detriti di quella di Ramesse VI, nella Valle dei Re (vedi approfondimento in fondo all’articolo). A differenza degli altri sepolcri, quello di Tutankhamon, che comprende ben quattro stanze sotterranee, non era stato saccheggiato dai ladri, e gli studiosi vi trovarono oltre 5000 oggetti, fra i quali la celebre maschera mortuaria in oro del faraone, gioielli, mobili, armi, ventagli, statue, oggi esposti presso il Museo egizio del Cairo.

La tomba

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Si tratta della tomba più dimessa, ma è anche la più famosa della valle per l’immenso tesoro artistico e archeologico scopertovi. La tomba è modesta perché fu eseguita affrettatamente per un faraone di secondaria importanza, morto giovanissimo. Tutankhamon visse nel periodo travagliato dalle lotte politico-religiose originate dalla morte del grande faraone eretico Akhenaton, disordini sedati dopo qualche anno dopo dal potente Horemheb. La tomba venne limitata a un corto corridoio conducente all’anticamera su cui si affacciano, a destra, la camera sepolcrale e la stanza del tesoro, mentre di fronte è un’altra stanza destinata ad accogliere le offerte e l’arredo. Di tutto il complesso solo la camera sepolcrale fu decorata con una raffigurazione di Aj, secondo martito di Nefertiti, e successore di Tutankhamon, mentre compie la cerimonia dell’apertura degli occhi e della bocca del defunto in sembianze di Osiride.

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Appena riempita del corredo e sigillata, la tomba venne visitata dai ladri che, disturbati, ne asportarono solo pochi oggetti. Riordinata sommariamente e sigillata di nuovo dai Sacerdoti ebbe la fortuna, cent’anni dopo, di rimanere sepolta dai detriti prodotti nello scavo della tomba di Rameses IX. Il materiale di scarto ne cancellò ogni traccia cos’ che essa fu dimenticata per quasi tremila anni.

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Parte dell’arredo funebre di Tutankhamon accatatato nell’anticamera della tomba: al centro della foto, il più bello dei tre letti funebri, quello i cui lati sono vacche con le corna a forma di lira che racchiudono il disco solare. Al di sotto di esso è stipato del pane.

Il tesoro

In tutti gli ambienti della tomba di Tutankhamon furono rinvenuti oggetti preziosi: gioielli, amuleti, monili, oggetti rituali, sigilli, strumenti musicali, sedie, carri, statue, portantine, maschere e sarcofagi in oro massiccio decorato finemente e con pietre preziose. Basti pensare che persino alcune delle pareti interne erano ricoperte da un sottile foglio d’oro ottenuto con battitura a freddo.

Sono stata sia nella Valle dei Re che nel Museo del Cairo e vi assicuro che gli oggetti realizzati per i reali hanno davvero una fattura che lascia a bocca aperta.

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Approfondimenti

Howard Carter

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Howard Carter (Swaffham, Norfolk 1873 – Londra 1939) fu un archeologo ed egittologo britannico. Dal 1891 al 1899 partecipò a una spedizione di scavi in Egitto; nel 1892 collaborò con l’egittologo britannico Flinders Petrie nel sito di Tell el-Amarna e gli fu affidato l’incarico di sovrintendente al dipartimento di antichità del governo egiziano. Tra le sue scoperte più importanti si annoverano le tombe dei faraoni Tutmosi IV, Amenofi I e della regina Hatshepsut. Nel 1922 Carter e l’egittologo britannico George Herbert Carnarvon effettuarono uno dei maggiori ritrovamenti del XX secolo: nella Valle dei Re, a Luxor, scoprirono la tomba di Tutankhamon, faraone della XVIII dinastia. La tomba, intatta, conteneva una ricchissima collezione di tesori conservata attualmente al Museo egizio del Cairo.

Valle dei Re

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Necropoli situata sulla riva occidentale del Nilo di fronte a Luxor, in Egitto, luogo di sepoltura dei faraoni del Nuovo Regno (1570-1070 a.C). Sebbene sia vicina al fiume, la valle è celata da alte rocce e la via d’accesso è lunga, stretta e tortuosa. Prima del Nuovo Regno le necropoli reali erano costituite da complessi formati da tombe-piramidi e templi. Amenofi I (1551-1524 a.C.) ruppe la tradizione, facendo costruire il proprio tempio a poca distanza dal fiume e la tomba a nord-ovest, tra le rocce. I suoi successori ne seguirono l’esempio, scegliendo tuttavia di costruire le tombe all’interno della valle, probabilmente per cercare di impedire che fossero depredate.

Gli scavi hanno portato alla luce 34 tombe, a partire da quella di Seti I, trovata dall’italiano Belzoni nel 1817; il corpo di Seti I, insieme con altre 39 mummie reali spostate dai sepolcri, fu scoperto nel 1881 in una grande camera funeraria scavata nelle rocce che si affacciano sul Nilo. Quasi tutte le tombe contengono numerosi vani le cui pareti recano testi geroglifici incisi e dipinti, nonché scene magiche e simboliche. L’ultima tomba scoperta (1922) fu quella di Tutankhamon, faraone della XVIII dinastia, l’unica scampata a saccheggi in tempi antichi. Sebbene avesse subito due furti, la tomba conteneva ancora oltre 5000 oggetti sepolti insieme con il giovane re. Tranne Hatshepsut, sposa di Tutmosi II, che regnò a pieno titolo, le mogli dei faraoni venivano sepolte alcuni chilometri più a sud, nella Valle delle Regine.

Fonte: Encarta, Wikipedia, Arte e storia dell’Egitto (Bonechi)

Giornata internazionale contro la violenza sulle donne

Abbiamo la Festa della Donna e, negli ultimi anni, è stato “necessario” istituire la Giornata mondiale contro la violenza sulle donne, che ricorre oggi. Una bella contraddizione a parer mio. Che bella cosa che si è fatta istituendo appunto la Giornata mondiale contro la violenza sulle donne, no? No. Perché non dovrebbe esistere il problema di fondo. Allora dov’è la “falla”? Nell’educazione che si da ai bambini che poi diventano uomini? Nei continui messaggi a sfondo sessuale trasmessi dai mass media? Nella nostra “avanzata” cultura? In ogni caso si tratta di un problema grave, che deturpa la società.

Ecco alcune delle frasi “tipiche” dette da donne vittime di violenza.

  • Lui mi ama.

  • Questa è stata l’ultima volta.

  • Cambierà.

  • È stata colpa mia.

  • Mi vergogno.

Parole che dovrebbero far riflettere, soprattutto se si considera quante donne vengono uccise dai propri compagni/mariti/fidanzati.

Non è accettabile. Neanche un solo schiaffo.

Non è accettabile.

 

Si dovrebbe, secondo me, introdurre nelle scuole dei laboratori o delle lezioni orientati a queste problematiche: per colmare le lacune nell’educazione dei ragazzi e per suscitare un istinto alla ribellione alla violenza nelle ragazze. E poi bisognerebbe dare una bella scossa alla società intera, perché se le vittime di violenza hanno paura o vergogna di parlare delle proprie problematiche un po’ di colpa ce l’hanno pure i cittadini “per bene”.

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Quarta edizione del Festival dell’Immagine: “Alla scoperta del centro storico”

Salve amici, oggi vi parlo di un festival artistico che si tiene nella mia città.

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L’Associazione Un’altra Martina presenta la quarta edizione del Festival dell’Immagine. Anno dopo anno essa raccoglie sempre più artisti e spettatori. Il tema di quest’anno mi è particolarmente caro: Alla scoperta del centro storico. Il centro storico di Martina Franca, a cui come ben sapete dedico un’intera rubrica qui sul blog – Pillole di arte martinese – è un’esplosione d’arte che merita di essere ammirata e valorizzata.

Partecipate in tanti. Per info cliccate qui.

20 novembre: Giornata internazionale per i diritti dell’infanzia

Oggi ricorre la Giornata internazionale per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Essa celebra la data in cui la Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia venne approvata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite (vedi approfondimento in fondo all’articolo) a New York, il 20 novembre 1989. Ogni anno, il 20 novembre, si ricorda questa data in quasi tutti i paesi del mondo.

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La Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia

La Convenzione ONU sui Diritti dell’infanzia esprime un consenso su quali sono gli obblighi degli Stati e della comunità internazionale nei confronti dell’infanzia. Tutti i Paesi del mondo hanno ratificato questa Convenzione. La Convenzione è stata ratificata dall’Italia il 27 maggio 1991 con la legge n. 176. Oggi aderiscono alla Convenzione 193 Stati. La Convenzione è uno strumento giuridico e un riferimento a ogni sforzo compiuto in cinquant’anni di difesa dei diritti dei bambini.

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Curiosità

  • Soltanto due Paesi al mondo non hanno ratificato la Convenzione sui diritti dell’infanzia: Somalia e Stati Uniti.

E qui non posso evitare di fare una considerazione personale. Tralasciando per un attimo la faccenda della Somalia, di cui non condivido la mancanza ma che posso – con sforzo – comprendere visto i numerosi problemi di ogni genere da cui il Paese è afflitto, vi pare accettabile che proprio gli Stati Uniti, Paese in cui ha sede l’ONU e in cui è stata redatta la Convenzione sui diritti dell’infanzia, non l’abbia riconosciuta dal punto di vista giuridico? Purtroppo non è una barzelletta ma l’ennesima dimostrazione che in realtà gli Stati Uniti, gonfi della propria superiorità, fanno ciò che vogliono e anche – è il caso di dirlo – il buono e il cattivo tempo.

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PARTE PRIMA

ARTICOLO 1
Ai sensi della presente Convenzione si intende per fanciullo ogni essere umano avente un’età inferiore a diciott’anni, salvo se abbia raggiunto prima la maturità in virtù della legislazione applicabile.

ARTICOLO 2
1. Gli Stati parti si impegnano a rispettare i diritti enunciati nella presente Convenzione ed a garantirli ad ogni fanciullo che dipende dalla loro giurisdizione, senza distinzione di sorta ed a prescindere da ogni considerazione di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o altra del fanciullo o dei suoi genitori o rappresentanti legali, dalla loro origine nazionale, etnica o sociale, dalla loro situazione finanziaria, dalla loro incapacità, dalla loro nascita o da ogni altra circostanza.
2. Gli Stati parti adottano tutti i provvedimenti appropriati affinché il fanciullo sia effettivamente tutelato contro ogni forma di discriminazione o di sanzione motivate dalla condizione sociale, dalle attività, opinioni professate o convinzioni dei suoi genitori, dei suoi rappresentanti legali o dei suoi familiari.

ARTICOLO 3
1. In tutte le decisioni relative ai fanciulli, di competenza sia delle istituzioni pubbliche o private di assistenza sociale, dei tribunali, delle autorità amministrative o degli organi legislativi, l’interesse superiore del fanciullo deve essere una considerazione preminente.
2. Gli Stati parti si impegnano ad assicurare al fanciullo la protezione e le cure necessarie al suo benessere, in considerazione dei diritti e dei doveri dei suoi genitori, dei suoi tutori o di altre persone che hanno la sua responsabilità legale, ed a tal fine essi adottano tutti i provvedimenti legislativi ed amministrativi appropriati.
3. Gli Stati parti vigilano affinché il funzionamento delle istituzioni, servizi e istituti che hanno la responsabilità dei fanciulli e che provvedono alla loro protezione sia conforme alle norme stabilite dalle autorità competenti in particolare nell’ambito della sicurezza e della salute e per quanto riguarda il numero e la competenza del loro personale nonché l’esistenza di un adeguato controllo.

ARTICOLO 4
Gli Stati parti si impegnano ad adottare tutti i provvedimenti legislativi, amrninistrativi ed altri, necessari per attuare i diritti riconosciuti dalla presente Convenzione. Trattandosi di diritti economici, sociali e culturali, essi adottano tali provvedimenti entro i limiti delle risorse di cui dispongono e, se del caso, nell’ambito della cooperazione internazionale.

ARTICOLO 5
Gli Stati parti rispettano la responsabilità, il diritto ed il dovere dei genitori o, se del caso, dei membri della famiglia allargata o della collettività, come previsto dagli usi locali, dei tutori o altre persone legalmente responsabili dei fanciulli, di dare a quest’ultimo, in maniera corrispondente allo sviluppo delle sue capacità, l’orientamento ed i consigli adeguati all’esercizio dei diritti che gli sono riconosciuti dalla presente Convenzione.

ARTICOLO 6
1. Gli Stati parti riconoscono che ogni fanciullo ha un diritto inerente alla vita.
2. Gli Stati parti assicurano in tutta la misura del possibile la sopravvivenza e lo sviluppo del fanciullo.

ARTICOLO 7
1. Iil fanciullo è registrato immediatamente al momento della sua nascita e da allora ha diritto ad un nome, ad acquisire una cittadinanza e, nella misura del possibile, a conoscere i suoi genitori ed a essere allevato da essi.
2. Gli Stati parti vigilano affinché questi diritti siano attuati in conformità con la loro legislazione nazionale e con gli obblighi che sono imposti loro dagli strumenti internazionali applicabili in materia, in particolare nei casi in cui se ciò non fosse fatto, il fanciullo verrebbe a trovarsi apolide.

ARTICOLO 8
1. Gli Stati parti si impegnano a rispettare il diritto dei fanciullo a preservare la propria identità, ivi compresa la sua nazionalità, il suo nome e le sue relazioni familiari, così come riconosciuti dalla legge, senza ingerenze illegali.
2. Se un fanciullo è illegalmente privato degli elementi costitutivi della sua identità o di alcuni di essi, gli Stati parti devono concedergli adeguata assistenza e potezione affinché la sua identità sia ristabilita il più rapidamente possibile.

ARTICOLO 9
1. Gli Stati parti vigilano affinché il fanciullo non sia separato dai suoi genitori contro la loro volontà a meno che le autorità competenti non decidano, sotto riserva di revisione giudiziaria e conformemente con le leggi di procedura applicabili, che questa separazione è necessaria nell’interesse preminente dei fanciullo. Una decisione in questo senso può essere necessaria in taluni casi particolari, ad esempio quando i genitori maltrattano o trascurano il fanciullo oppure se vivono separati ed una decisione debba essere presa riguardo al luogo di residenza del fanciullo.
2. In tutti i casi previsti al paragrafo 1 del presente articolo, tutte le parti interessate devono avere la possibilità di partecipare alle deliberazioni e di far conoscere le loro opinioni.
3. Gli Stati parti rispettano il diritto del fanciullo separato da entrambi i genitori o da uno di essi, di intrattenere regolarmente rapporti personali e contatti diretti con entrambi i suoi genitori, a meno che ciò non sia contrario all’interesse preminente del fanciullo.
4. Se la separazione è il risultato di provvedimenti adottati da uno Stato parte, come la detenzione, l’imprigionamento, l’esilio, l’espulsione o la morte (compresa la morte, quale che ne sia la causa, sopravvenuta durante la detenzione) di entrambi i genitori o di uno di essi, o del fanciullo, lo Stato parte fornisce dietro richiesta ai genitori, al fanciullo oppure, se del caso, ad un altro membro della famiglia, le informazioni essenziali concernenti il luogo dove si trovano il familiare o i familiari, a meno che la divulgazione di tali informazioni possa mettere a repentaglio il benessere del fanciullo. Gli Stati parti vigilano inoltre affinché la presentazione di tale domanda non comporti di per sé conseguenze pregiudizievoli per la persona o per le persone interessate.

ARTICOLO 10
1. In conformità con l’obbligo che incombe agli Stati parti in virtù del paragrafo 1 dell’art. 9, ogni domanda presentata da un fanciullo o dai suoi genitori in vista di entrare in uno Stato parte o di lasciarlo ai fini di un ricongiungimento familiare sarà considerata con uno spirito positivo, con umanità e diligenza. Gli Stati parti vigilano inoltre affinché la presentazione di tale domanda non comporti conseguenze pregiudizievoli per gli autori della domanda e per i loro familiari.
2. Un fanciullo i cui genitori risiedono in Stati diversi ha diritto ad intrattenere rapporti personali e contatti diretti regolari con entrambi i suoi genitori, salve circostanze eccezionali. A tal fine, ed in conformità con l’obbligo incombente agli Stati parti, in virtù del paragrafo 1 dell’art. 9, gli Stati parti rispettano il diritto del fanciullo e dei suoi genitori di abbandonare ogni paese, compreso il loro e di fare ritorno nel proprio paese. Il diritto di abbandonare ogni paese può essere regolamentato solo dalle limitazioni stabilite dalla legislazione, necessarie ai fini della protezione della sicurezza interna, dell’ordine pubblico, della salute o della moralità pubbliche, o dei diritti e delle libertà di altrui, compatibili con gli altri diritti riconosciuti nella presente Convenzione.

ARTICOLO 11
1. Gli Stati parti adottano provvedimenti per impedire gli spostamenti ed i non-ritorni illeciti di fanciulli all’estero.
2. A tal fine, gli Stati parti favoriscono la conclusione di accordi bilaterali o unilaterali oppure l’adesione ad accordi esistenti.

ARTICOLO 12
1. Gli Stati parti garantiscono al fanciullo capace di discernimento il diritto di esprimere liberamente la sua opinione su ogni questione che lo interessa, le opinioni del fanciullo essendo debitamente prese in considerazione tenendo conto della sua età e del suo grado di maturità.
2. A tal fine, si darà in particolare al fanciullo la possibilità di essere ascoltato in ogni procedura giudiziaria o amministrativa che lo concerne, sia direttamente, sia tramite un rappresentante o un organo appropriato, in maniera compatibile con le regole di procedura della legislazione nazionale.

ARTICOLO 13
1. Il fanciullo ha diritto alla libertà di espressione. Questo diritto comprende la libertà di ricercare, di ricevere e di divulgare informazioni ed idee di ogni specie, indipendentemente dalle frontiere, sotto forma orale, scritta, stampata o artistica, o con ogni altro mezzo a scelta del fanciullo.
2. L’esercizio di questo diritto può essere regolamentato unicamente dalle limitazioni stabilite dalla legge e che sono necessarie:
a) al rispetto dei diritti o della reputazione di altrui; oppure
b) alla salvaguardia della sicurezza nazionale, dell’ordine pubblico, della salute o della moralità pubbliche.

ARTICOLO 14
1. Gli Stati parti rispettano il diritto dei fanciullo alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione.
2. Gli Stati parti rispettano il diritto ed il dovere dei genitori oppure, se del caso, dei rappresentanti legali del bambino, di guidare quest’ultimo nell’esercizio del summenzionato diritto in maniera che corrisponda allo sviluppo delle sue capacità.
3. La libertà di manifestare la propria religione o convinzioni può essere soggetta unicamente alle limitazioni prescritte dalla legge, necessarie ai fini del mantenimento della sicurezza pubblica, dell’ordine pubblico, della sanità e della moralità pubbliche, oppure delle libertà e diritti fondamentali dell’uomo.

ARTICOLO 15
1. Gli Stati parti riconoscono i diritti del fanciullo alla libertà di associazione ed alla libertà di riunirsi pacificamente
2. L’esercizio di tali diritti può essere oggetto unicamente delle limitazioni stabilite dalla legge, necessarie in una società democratica nell’interesse della sicurezza nazionale, della sicurezza o dell’ordine pubblico, oppure per tutelare la sanità o la moralità pubbliche, o i diritti e le libertà altrui.

ARTICOLO 16
1. Nessun fanciullo sarà oggetto di interferenze arbitrarie o illegali nella vita privata, nella sua famiglia, nel suo domicilio o nella sua corrispondenza, e neppure di affronti illegali al suo onore e alla sua reputazione.
2. Il fanciullo ha diritto alla protezione della legge contro tali interferenze o tali affronti.

ARTICOLO 17
Gli Stati parti riconoscono l’importanza della funzione esercitata dai mass media e vigilano affinché il fanciullo possa accedere ad una informazione ed a materiali provenienti da fonti nazionali ed internazionali varie, soprattutto se finalizzati a promuovere il suo benessere sociale, spirituale e morale nonché la sua salute fisica e mentale. A tal fine, gli Stati parti:
a) incoraggiano i mass media a divulgare informazioni e materiali che hanno una utilità sociale e culturale per il fanciullo e corrispondono allo spirito dell’art. 29;
b) incoraggiano la cooperazione internazionale in vista di produrre, di scambiare e di divulgare informazioni e materiali di questo tipo provenienti da varie fonti culturali, nazionali ed internazionali;
c) incoraggiano la produzione e la diffusione di libri per l’infanzia;
d) incoraggiano i mass media a tenere conto in particolar modo delle esigenze linguistiche dei fanciulli autoctoni o appartenenti ad un gruppo minoritario;
e) favoriscono l’elaborazione di principi direttivi appropriati destinati a proteggere il fanciullo dalle informazioni e dai materiali che nuocciono al suo benessere in considerazione delle disposizioni degli arti. 13 e 18.

ARTICOLO 18
1. Gli Stati parti faranno del loro meglio per garantire il riconoscimento del principio comune secondo il quale entrambi i genitori hanno una responsabilità comune per quanto riguarda l’educazione dei fanciullo ed il provvedere al suo sviluppo. La responsabilità di allevare il fanciullo e di provvedere al suo sviluppo incombe innanzitutto ai genitori del fanciullo oppure, se del caso, ai suoi rappresentanti legali i quali devono essere guidati principalmente dall’interesse preminente del fanciullo.
2. Al fine di garantire e di promuovere i diritti enunciati nella presente Convenzione, gli Stati parti accordano gli aiuti appropriati ai genitori ed ai rappresentanti legali dei fanciullo nell’esercizio della responsabilità che incombe loro di allevare il fanciullo e provvedono alla creazione di istituzioni, istituti e servizi incaricati di vigilare sul benessere del fanciullo.
3. Gli Stati parti adottano ogni appropriato provvedimento per garantire ai fanciulli i cui genitori lavorano, il diritto di beneficiare dei servizi e degli istituti di assistenza all’infanzia, per i quali essi abbiano i requisiti necessari.

ARTICOLO 19
1. Gli Stati parti adottano ogni misura legislativa, amministrativa, sociale ed educativa per tutelare il fanciullo contro ogni forma di violenza, di oltraggio o di brutalità fisiche o mentali, di abbandono o di negligenza, di maltrattamenti o di sfruttamento, compresa la violenza sessuale, per tutto il tempo in cui è affidato all’uno o all’altro, o ad entrambi i suoi genitori, al suo rappresentante legale (o rappresentanti legali), oppure ad ogni altra persona che ha il suo affidamento.
2. Le suddette misure di protezione comporteranno, in caso di necessità, procedure efficaci per la creazione di programmi sociali finalizzati a fornire l’appoggio necessario al fanciullo e a coloro ai quali egli è affidato, nonché per altre forme di prevenzione, ed ai fini dell’individuazione, del rapporto dell’arbitrato, dell’inchiesta, della trattazione e dei seguiti da dare ai casi di maltrattamento del fanciullo di cui sopra; esse dovranno altresì includere, se necessario, procedure di intervento giudiziario.

ARTICOLO 20
1. Ogni fanciullo il quale è temporaneamente o definitivamente privato del suo ambiente familiare oppure che non può essere lasciato in tale ambiente nel suo proprio interesse, ha diritto ad una protezione e ad aiuti speciali dello Stato.
2. Gli Stati parti prevedono per questo fanciullo una protezione sostitutiva, in conformità con la loro legislazione nazionale.
3. Tale protezione sostitutiva può in particolare concretizzarsi per mezzo di sistemazione in una famiglia, della kafatab di diritto islamico, dell’adozione o in caso di necessità, del collocamento in un adeguato istituto per l’infanzia. Nell’effettuare una selezione tra queste soluzioni, si terrà debitamente conto della necessità di una certa continuità nell’educazione del fanciullo, nonché della sua origine etnica, religiosa, culturale e linguistica.

ARTICOLO 21
Gli Stati parti che ammettono e/o autorizzano l’adozione, si accertano che l’interesse superiore del fanciullo sia la considerazione fondamentale in materia, e:
a) vigilano affinché l’adozione di un fanciullo sia autorizzata solo dalle autorità competenti le quali verificano, in conformità con la legge e con le procedure applicabili ed in base a tutte le informazioni affidabili relative al caso in esame, che l’adozione può essere effettuata in considerazione della situazione del bambino in rapporto al padre ed alla madre, genitori e rappresentanti legali e che, ove fosse necessario, le persone interessate hanno dato il loro consenso all’adozione in cognizione di causa, dopo aver acquisito i pareri necessari;
b) riconoscono che l’adozione all’estero può essere presa in considerazione come un altro mezzo per garantire le cure necessarie al fanciullo, qualora quest’ultimo non possa essere messo a balia in una famiglia, oppure in una famiglia di adozione, oppure essere allevato in maniera adeguata;
c) vigilano, in caso di adozione all’estero, affinché il fanciullo abbia il beneficio di garanzie e di norme equivalenti a quelle esistenti per le adozioni nazionali;
d) adottano ogni adeguata misura per vigilare affinché, in caso di adozione all’estero, il collocamento del fanciullo non diventi fonte di profitto materiale indebito per le persone che ne sono responsabili;
e) ricercano le finalità del presente articolo stipulando accordi o intese bilaterali o multilaterali a seconda dei casi, e si sforzano in questo contesto di vigilare affinché le sistemazioni di fanciulli all’estero siano effettuate dalle autorità o dagli organi competenti.

ARTICOLO 22
1. Gli Stati parti adottano misure adeguate affinché il fanciullo il quale cerca di ottenere lo statuto di rifugiato, oppure è considerato come rifugiato ai sensi delle regole e delle procedure del diritto internazionale o nazionale applicabile, solo o accompagnato dal padre o dalla madre o da ogni altra persona, possa beneficiare della protezione e della assistenza umanitaria necessarie per consentirgli di usufruire dei diritti che gli sono riconosciuti dalla presente Convenzione e dagli altri strumenti internazionali relativi ai diritti dell’uomo o di natura umanitaria di cui detti Stati sono parti.
2. A tal fine, gli Stati parti collaborano, a seconda di come lo giudichino necessario, a tutti gli sforzi compiuti dall’Organizzazione delle Nazioni Unite e le altre organizzazioni intergovernative o non governative competenti che collaborano con l’organizzazione delle Nazioni Unite, per proteggere ed aiutare i fanciulli che si trovano in tale situazione e per ricercare i genitori o altri familiari di ogni fanciullo rifugiato al fine di ottenere le infortmazioni necessarie per ricongiungerlo alla sua famiglia. Se il padre, la madre o ogni altro familiare sono irreperibili, al fanciullo sarà concessa, secondo i principi enunciati nella presente Convenzione, la stessa protezione di quella di ogni altro fanciullo definitivamente oppure temporaneamente privato del suo ambiente familiare per qualunque motivo.

ARTICOLO 23
1. Gli stati parti riconoscono che i fanciulli mentalmente o fisicamente handicappati devono condurre una vita piena e decente, in condizioni che garantiscano la loro dignità, favoriscano la loro autonomia ed agevolino una loro attiva partecipazione alla vita della comunità.
2. Gli Stati parti riconoscono il diritto dei fanciulli handicappati di beneficiare di cure speciali ed incoraggiano e garantiscono, in considerazione delle risorse disponibili, la concessione, dietro richiesta, ai fanciulli handicappati in possesso dei requisiti richiesti, ed a coloro i quali ne hanno la custodia, di un aiuto adeguato alle condizioni del fanciullo ed alla situazione dei suoi genitori o di coloro ai quali egli è affidato.
3. In considerazione delle particolari esigenze dei minori handicappati, l’aiuto fornito in conformità con il paragrafo 2 del presente articolo è gratuito ogni qualvolta ciò sia possibile, tenendo conto delle risorse finanziarie dei loro genitori o di coloro ai quali il minore è affidato. Tale aiuto è concepito in modo tale che i minori handicappati abbiano effettivamente accesso alla educazione, alla formazione, alle cure sanitarie, alla riabilitazione, alla preparazione al lavoro ed alle attività ricreative e possano beneficiare di questi servizi in maniera atta a concretizzare la più completa integrazione sociale ed il loro sviluppo personale, anche nell’ambito culturale e spirituale.
4. In uno spirito di cooperazione internazionale, gli Stati parti favoriscono lo scambio di informazioni pertinenti nel settore delle cure sanitarie preventive e del trattamento medico, psicologico e funzionale dei minori handicappati, anche mediante la divulgazione di informazioni concernenti i metodi di riabilitazione ed i servizi di formazione professionale, nonché l’accesso a tali dati, in vista di consentire agli Stati parti di migliorare le proprie capacità e competenze e di allargare la loro esperienza in tali settori. A tal riguardo, si terrà conto in particolare delle necessità dei paesi in via di sviluppo.

ARTICOLO 24
1. Gli Stati parti riconoscono il diritto del minore di godere del miglior stato di salute possibile e di beneficiare di servizi medici e di riabilitazione. Essi si sforzano di garantire che nessun minore sia privato dei diritto di avere accesso a tali servizi.
2. Gli Stati parti si sforzano di garantire l’attuazione integrale del summenzionato diritto ed in particolare, adottano ogni adeguato provvedimento per:
a) diminuire la mortalità tra i bambini lattanti ed i fanciulli;
b) assicurare a tutti i minori l’assistenza medica e le cure sanitarie necessarie, con particolare attenzione per lo sviluppo delle cure sanitarie primarie;
c) lottare contro la malattia e la malnutrizione, anche nell’ambito delle cure sanitarie primarie, in particolare mediante l’utilizzazione di tecniche agevolmente disponibili e la fornitura di alimenti nutritivi e di acqua potabile, tenendo conto dei pericoli e dei rischi di inquinamento dell’ambiente naturale;
d) garantire alle madri adeguate cure prenatali e postnatali
e) fare in modo che tutti i gruppi della società in particolare i genitori ed i minori, ricevano informazioni sulla salute e sulla nutrizione del minore, sui vantaggi dell’allattamento al seno, sull’igiene e sulla salubrità dell’ambiente e sulla prevenzione degli incidenti e beneficino di un aiuto che consenta loro di mettere in pratica tali informazioni;
f) sviluppare le cure sanitarie preventive, i consigli ai genitori e l’educazione ed i servizi in materia di pianificazione familiare.
3. Gli Stati parti adottano ogni misura efficace atta ad abolire le pratiche tradizionali pregiudizievoli per la salute dei minori.
4. Gli Stati parti si impegnano a favorire ed a incoraggiare la cooperazione internazionale in vista di una graduale e completa attuazione del diritto riconosciuto nel presente articolo. A tal fine saranno tenute in particolare considerazione le necessità dei paesi in via di sviluppo.

ARTICOLO 25
Gli Stati parti riconoscono al fanciullo che è stato collocato dalla autorità competente al fine di ricevere cure, una protezione oppure una terapia fisica o mentale, il diritto ad una verifica periodica di detta terapia e di ogni altra circostanza relativa alla sua collocazione.

ARTICOLO 26
1. Gli Stati parti riconoscono ad ogni fanciullo il diritto di beneficiare della sicurezza sociale, compresa la previdenza sociale, ed adottano le misure necessarie per garantire una completa attuazione di questo diritto in conformità con la loro legislazione nazionale.
2. Le prestazioni, se necessarie, dovranno essere concesse in considerazione delle risorse e della situazione dei minore e delle persone responsabili del suo mantenimento e tenendo conto di ogni altra considerazione relativa ad una domanda di prestazione effettuata dal fanciullo o per suo conto.

ARTICOLO 27
1. Gli Stati parti riconoscono il diritto di ogni fanciullo ad un livello di vita sufficiente per consentire il suo sviluppo fisico, mentale, spirituale, morale e sociale.
2. Spetta ai genitori o ad altre persone che hanno l’affidamento del fanciullo la responsabilità fondamentale di assicurare, entro i limiti delle loro possibilità e dei loro mezzi fininziari, le condizioni di vita necessarie allo sviluppo del fanciullo.
3. Gli Stati parti adottano adeguati provvedimenti, in considerazione delle condizioni nazionali e compatibilmente con i loro mezzi, per aiutare i genitori ed altre persone aventi la custodia del fanciullo di attuare questo diritto ed offrono, se del caso, una assistenza materiale e programmi di sostegno, in particolare per quanto riguarda l’alimentazione, il vestiario e l’alloggio.
4. Gli Stati parti adottano ogni adeguato provvedimento al fine di provvedere al ricupero della pensione alimentare del fanciullo presso i suoi genitori o altre persone aventi una responsabilità finanziaria nei suoi confronti, sul loro territorio o all’estero. In particolare, per tener conto dei casi in cui la persona che ha una responsabilità finanziaria nei confronti dei fanciullo vive in uno Stato diverso da quello del fanciullo, gli Stati parti favoriscono l’adesione ad accordi internazionali oppure la conclusione di tali accordi, nonché l’adozione di ogni altra intesa appropriata.

ARTICOLO 28
1. Gli Stati parti riconoscono il diritto del fanciullo all’educazione, ed in particolare, al fine di garantire l’esercizio di tale diritto gradualmente ed in base all’uguaglianza delle possibilità:
a) rendono l’insegnamento primario obbligatorio e gratuito per tutti;
b) incoraggiano l’organizzazione di varie forme di insegnamento secondario sia generale sia professionale, che saranno aperte ed accessibili ad ogni fanciullo e adottano misure adeguate come la gratuità dell’insegnamento e l’offerta di una sovvenzione finanziaria in caso di necessità;
c) garantiscono a tutti l’accesso all’insegnamento superiore con ogni mezzo appropriato, in funzione delle capacità di ognuno;
d) fanno in modo che l’informazione e l’orientamento scolastico e professionale siano aperti ed accessibili ad ogni fanciullo;
e) adottano misure per promuovere la regolarità della frequenza scolastica e la riduzione del tasso di abbandono della scuola.
2. Gli Stati parti adottano ogni adeguato provvedimento per vigilare affinché la disciplina scolastica sia applicata in maniera compatibile con la dignità del fanciullo in quanto essere umano ed in conformità con la presente Convenzione.
3. Gli Stati parti favoriscono ed incoraggiano la cooperazione internazionale nel settore dell’educazione, in vista soprattutto di contribuire ad eliminare l’ignoranza e l’analfabetismo nel mondo e facilitare l’accesso alle conoscenze scientifiche e tecniche ed ai metodi di insegnamento moderni. A tal fine, si tiene conto in particolare delle necessità dei paesi in via di sviluppo.

ARTICOLO 29
1. Gli Stati parti convengono che l’educazione dei fanciullo deve avere come finalità:
a) di favorire lo sviluppo della personalità del fanciullo nonché lo sviluppo delle sue facoltà e delle sue attitudini mentali e fisiche in tutta la loro potenzialità; di inculcare al fanciullo il rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali e dei principi consacrati nella Carta delle Nazioni Unite;
b) di inculcare al fanciullo il rispetto dei suoi genitori, della sua identità, della sua lingua e dei suoi valori culturali, nonché il rispetto dei valori nazionali dei paese nel quale vive, del paese di cui può essere originario e delle civiltà diverse dalla sua;
c) preparare il fanciullo ad assumere le responsabilità della vita in una società libera, in uno spirito di comprensione, di pace, di tolleranza, di uguaglianza tra i sessi e di amicizia tra tutti i popoli e gruppi etnici, nazionali e religiosi, con le persone di origine autoctona;
d) di inculcare al fanciullo il rispetto dell’ambiente naturale.
2. Nessuna disposizione del presente articolo o dell’art. 28 sarà interpretata in maniera da nuocere alla libertà delle persone fisiche o morali di creare e di dirigere istituzioni didattiche a condizione che i principi enunciati al paragrafo 1 del presente articolo siano rispettati e che l’educazione impartita in tali istituzioni sia conforme alle norme minime prescritte dallo Stato.

ARTICOLO 30
Negli Stati in cui esistono minoranze etniche, religiose o linguistiche oppure persone di origine autoctona, un fanciullo autoctono o che appartiene a una di tali minoranze non può essere privato del diritto di avere una propria vita culturale, di professare e di praticare la propria religione o di far uso della propria lingua insieme agli altri membri del suo gruppo.

ARTICOLO 31
1. Gli Stati parti riconoscono al fanciullo il diritto al riposo ed al tempo libero, di dedicarsi al gioco e ad attività ricreative proprie della sua età e di partecipare liberamente alla vita culturale ed artistica.
2. Gli Stati parti rispettano e favoriscono il diritto dei fanciullo di partecipare pienamente alla vita culturale ed artistica ed incoraggiano l’organizzazione, in condizioni di uguaglianza, di mezzi appropriati di divertimento e di attività ricreative, artistiche e culturali.

ARTICOLO 33
Gli Stati parti adottano ogni adeguata misura, comprese misure legislative, amministrative, sociali ed educative per proteggere i fanciulli contro l’uso illecito di stupefacenti e di sostanze psicotrope, così come definite dalle Convenzioni internazionali pertinenti e per impedire che siano utilizzati fanciulli per la produzione e il traffico illecito di queste sostanze.

ARTICOLO 34
Gli Stati parti si impegnano a proteggere il fanciullo contro ogni forma di sfruttamento sessuale e di violenza sessuale. A tal fine, gli Stati adottano in particolare ogni adeguata misura a livello nazionale, bilaterate e multilaterale per impedire:
a) che dei fanciulli siano incitati o costretti a dedicarsi ad una attività sessuale illegale;
b) che dei fanciulli siano sfruttati a fini di prostituzione o di altre pratiche illegali;
c) che dei fanciulli siano sfruttati ai fini della produzione di spettacoli o di materiale a carattere pornografico.

ARTICOLO 35
Gli Stati parti adottano ogni adeguato provvedimento a livello nazionale, bilaterale e multilaterale per impedire il rapimento, la vendita o la tratta di fanciulli per qualunque fine e sotto qualsiasi forma.

ARTICOLO 36
Gli Stati parti proteggono il fanciullo contro ogni altra forma di sfruttamento pregiudizievole al suo benessere in ogni suo aspetto.

ARTICOLO 37
Gli Stati parti vigilano affinché:
a) nessun fanciullo sia sottoposto a tortura o a pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti. Né la pena capitale né l’imprigionamento a vita senza possibilità di rilascio devono essere decretati per reati commessi da persone di età inferiore a diciotto anni;
b) nessun fanciullo sia privato di libertà in maniera illegale o arbitraria. L’arresto, la detenzione o l’imprigionamento di un fanciullo devono essere effettuati in conformità con la legge, costituire un provvedimento di ultima risorsa ed avere la durata più breve possibile;
c) ogni fanciullo privato di libertà sia trattato con umanità e con il rispetto dovuto alla dignità della persona umana ed in maniera da tener conto delle esigenze delle persone della sua età. In particolare, ogni fanciullo privato di libertà sarà separato dagli adulti, a meno che si ritenga preferibile di non farlo nell’interesse preminente del fanciullo, ed egli avrà diritto di rimanere in contatto con la sua famiglia per mezzo di corrispondenza e di visite, tranne che in circostanze eccezionali; d) i fanciulli privati di libertà abbiano diritto ad avere rapidamente accesso ad un’assistenza giuridica o ad ogni altra assistenza adeguata, nonché il diritto di contestare la legittimità della loro privazione di libertà dinnanzi un Tribunale o alta autorità competente, indipendente ed imparziale, ed una decisione sollecita sia adottata in materia.

ARTICOLO 38
1. Gli Stati parti si impegnano a rispettare ed a far rispettare le regole del diritto umanitario internazionale loro applicabili in caso di conflitto armato, e la cui protezione si estende ai fanciulli.
2. Gli Stati parti adottano ogni misura possibile a livello pratico per vigilare che le persone che non hanno raggiunto l’età di quindici anni non partecipino direttamente alle ostilità.
3. Gli Stati parti si astengono dall’arruolare nelle loro forze armate ogni persona che non ha raggiunto l’età di quindici anni. Nell’incorporare persone aventi più di quindici anni ma meno di diciotto anni, gli Stati parti si sforzano di arruolare con precedenza i più anziani.
4. In conformità con l’obbligo che spetta loro in virtù dei diritto umanitario internazionale di proteggere la popolazione civile in caso di conflitto armato, gli Stati parti adottano ogni misura possibile a livello pratico affinché i fanciulli coinvolti in un conflitto armato possano beneficiare di cure e di protezione.

ARTICOLO 39
Gli Stati parti adottano ogni adeguato provvedimento per agevolare il riadattamento fisico e psicologico ed il reinserimento sociale di ogni fanciullo vittima di qualsivoglia forma di negligenza, di sfruttamento o di maltrattamenti; di torture o di ogni altra forma di pene o di trattamenti crudeli, inumani o elegradanti, o di un conflitto armato. Tale riadattamento e tale reinserimento devono svolgersi in condizioni tali da favorire la salute, il rispetto della propria persona e la dignità del fanciullo.

ARTICOLO 40
1. Gli Stati parti riconoscono ad ogni fanciullo sospettato accusato o riconosciuto colpevole di reato penale il diritto ad un trattamento tale da favorire il suo senso della dignità e del valore personale, che rafforzi il suo rispetto per i diritti dell’uomo e le libertà fondamentali e che tenga conto della sua età nonché della necessità di facilitare il suo reinserimento nella società e di fargli svolgere un ruolo costruttivo in seno a quest’ultima.
2. A tal fine, e tenendo conto delle disposizioni pertinenti degli strumenti internazionali, gli Stati parti vigilano in particolare:
a) affinché nessun fanciullo sia sospettato, accusato o riconosciuto colpevole di reato penale a causa di azioni o di omissioni che non erano vietate dalla legislazione nazionale o internazionale nel momento in cui furono commesse;
b) affinché ogni fanciullo sospettato o accusato di reato penale abbia almeno diritto alle seguenti garanzie:
I) di essere ritenuto innocente fino a quando la sua colpevolezza non sia stata legalmente stabilita;
II) di essere informato il prima possibile e direttamente, oppure, se del caso, tramite i suoi genitori o rappresentanti legali, delle accuse portate contro di lui, e di beneficiare di un’assistenza legale o di ogni altra assistenza appropriata per la preparazione e la presentazione della sua difesa;
III) che il suo caso sia giudicato senza indugio da un’autorità o istanza giudiziaria competenti, indipendenti ed imparziali per mezzo di un procedimento equo ai sensi di legge in presenza del suo legale o di altra assistenza appropriata, nonché in presenza dei suoi genitori o rappresentanti legali a meno che ciò non ritenuto contrario all’interesse preminente del fanciullo a causa in particolare della sua età o della sua situazione;
IV) di non essere costretto a rendere testimonianza o dichiararsi colpevole; di interrogare o far interrogare i testimoni a carico e di ottenere la comparsa e l’interrogatorio dei testimoni a suo discarico a condizioni di parità;
V) qualora venga riconosciuto che ha commesso reato penale, di poter riccorrere contro questa decisione ed ogni altra misura decisa di conseguenza dinnanzi una autorità o istanza giudiziaria superiore competente, indipendente ed imparziale, in conformità con la legge;
VI) di farsi assistere gratuitamente da un interprete se non comprende o non parla la lingua utilizzata;
VII) che la sua vita privata sia pienamente rispettata in tutte le fasi della procedura.
3. Gli Stati parti si sforzano di promuovere l’adozione di leggi, di procedure, la costituzione di autorità e di istituzioni destinate specificamente ai fanciulli sospettati, accusati o riconosciuti colpevoli di aver commesso reato, ed in particolar modo:
a) di stabilire un’età minima al di sotto della quale si presume che i fanciulli non abbiano la capacità di commettere reato;
b) di adottare provvedimenti ogni qualvolta ciò sia possibile ed auspicabile per trattare questi fanciulli senza ricorrere a procedure giudiziarie rimanendo tuttavia inteso che i diritti dell’uomo e le garanzie legali debbono essere integralmente rispettate.
4. Sarà prevista tutta una gamma di disposizioni concernenti in particolar modo le cure, l’orientamento, la supervisione, i consigli, la libertà condizionata, il collocamento in famiglia, i programmi di formazione generale e professionale, nonché soluzioni alternative all’assistenza istituzionale, in vista di assicurare ai fanciulli un trattamento conforme al loro benessere e proporzionato sia alla loro situazione sia al reato.

ARTICOLO 41
Nessuna delle disposizioni della presente Convenzione pregiudica disposizioni più propizie all’attuazione dei diritti del fanciullo che possono figurare:
a) nella legislazione di uno Stato parte; oppure
b) nel diritto internazionale in vigore per questo Stato.

PARTE SECONDA

ARTICOLO 42
Gli Stati parti si impegnano a far largamente conoscere i principi e le disposizioni della presente Convenzione, con mezzi attivi ed adeguati sia agli adulti sia ai fanciulli.

ARTICOLO 43
1. Al fine di esaminare i progressi compiuti dagli Stati parti nell’esecuzione degli obblighi da essi contratti in base alla presente Convenzione, è istituito un Comitato dei Diritti del Fanciullo che adempie alle funzioni definite in appresso.
2. Il Comitato si compone di dieci esperti di alta moralità ed in possesso di una competenza riconosciuta nel settore oggetto della presente Convenzione. Isuoi membri sono eletti dagli Stati parti tra i loro cittadini e partecipano a titolo personale, secondo il criterio di un’equa ripartizione geografica ed in considerazione dei principali ordinamenti giuridici.
3. I membri del Comitato sono eletti a scrutinio segreto su una lista di persone designate dagli Stati parti. Ciascun Stato parte può designare un candidato tra i suoi cittadini.
4. La prima elezione avrà luogo entro sei mesi a decorrere dalla data di entrata in vigore della presente Convenzione. Successivamente, si svolgeranno elezioni ogni due anni. Almeno quattro mesi prima della data di ogni elezione, il Segretario Generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite inviterà per iscritto gli Stati parti a proporre i loro candidati entro un termine di due mesi. Quindi il Segretario Generale stabilirà l’elenco alfabetico dei candidati in tal modo designati, con l’indicazione degli Stati parti che li hanno designati, e sottoporrà tale elenco agli Stati parti alla presente Convenzione.
5. Le elezioni avranno luogo in occasione delle riunioni degli Stati parti, convocate dal Segretario Generale presso la Sede dell’Organizzazione delle Nazioni Unite. In queste riunioni per le quali il numero legale sarà rappresentato da due terzi degli Stati parti, i candidati eletti al Comitato sono quelli che ottengono il maggior numero di voti, nonché la maggioranza assoluta degli Stati parti presenti e votanti.
6. I membri dei Comitato sono eletti per quattro anni. Essi sono rieleggibili se la loro candidatura è ripresentata. Il mandato di cinque dei membri eletti nella prima elezione scade alla fine di un periodo di due anni; i nomi di tali cinque membri saranno estratti a sorte dal presidente della riunione immediatamente dopo la prima elezione.
7. In caso di decesso o di dimissioni di un membro del Comitato oppure se, per qualsiasi altro motivo, un membro dichiara di non poter più esercitare le sue funzioni in seno al Comitato, lo Stato parte che aveva presentato la sua candidatura nomina un altro esperto tra i suoi cittadini per coprire il seggio resosi vacante, fino alla scadenza del mandato corrispondente, sotto riserva dell’approvazione del Comitato.
8. Il Comitato adotta il suo regolamento interno.
9. Il Comitato elegge il suo Ufficio per un periodo di due anni.
10. Le riunioni del Comitato si svolgono normalmente presso la Sede della Organizzazione delle Nazioni Unite, oppure in ogni altro luogo appropriato determinato dal Comitato. Il Comitato si riunisce di regola ogni anno. La durata delle sue sessioni è determinata e se necessario modificata da una riunione degli Stati parti alla presente Convenzione, sotto riserva dell’approvazione dell’Assemblea Generale.
11. Il Segretario Generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite mette a disposizione del Comitato il personale e le strutture di cui quest’ultimo necessita per adempiere con efficacia alle sue mansioni in base alla presente Convenzione.
12. I membri del Comitato istituito in base alla presente Convenzione ricevono con l’approvazione dell’Assembica Generale emolumenti prelevati sulle risorse dell’Organizzazione delle Nazioni Unite alle condizioni e secondo le modalità stabilite dall’Assemblea Generale.

ARTICOLO 44
1. Gli Stati parti si impegnano a sottoporre al Comitato, tramite il Segretario Generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, rapporti sui provvedimenti che essi avranno adottato per dare effetto ai diritti riconosciuto nella presente Convenzione e sui progressi realizzati per il godimento di tali diritti:
a) entro due anni a decorrere dalla data dell’entrata in vigore della presente Convenzione per gli Stati parti interessati;
b) in seguito, ogni cinque anni.
2. I rapporti compilati in applicazione del presente articolo debbono se del caso indicare i fattori e le difficoltà che impediscono agli Stati parti di adempiere agli obblichi previsti nella presente Convenzione. Essi debbono altresì contenere informazioni sufficienti a fornire al Comitato una comprensione dettagliata dell’applicazione della Convenzione nel paese in esame.
3. Gli Stati parti che hanno presentato al Comitato un rapporto iniziale completo non sono tenuti a ripetere nei rapporti che sottoporranno successivamente – in conformità con il capoverso b) del paragrafo 1 del presente articolo – le informazioni di base in precedenza fornite.
4. Il Comitato può chiedere agli Stati parti ogni informazione complementare relativa all’applicazione della Convenzione.
5. Il Comitato sottopone ogni due anni all’Assemblea generale, tramite il Consiglio Economico e Sociale, un rapporto sulle attività del Comitato.
6. Gli Stati parti fanno in modo affinché i loro rapporti abbiano una vasta diffusione nei loro paesi.

ARTICOLO 45
Al fine di promuovere l’attuazione effettiva della Convenzione ed incoraggiare la cooperazione internazionale nel settore oggetto della Convenzione:
a) le Istituzioni Specializzate, il Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia ed altri organi delle Nazioni Unite hanno diritto di farsi rappresentare nell’esame dell’attuazione di quelle disposizioni della presente Convenzione che rientrano nell’ambito del loro mandato. Il Comitato può invitare le Istituzioni Specializzate, il Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia ed ogni altro organismo competente che riterrà appropriato, a dare pareri specializzati sull’attuazione della Convenzione in settori di competenza dei loro rispettivi mandati. il Comitato può invitare le Istituzioni Specializzate, il Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia ed altri organi delle Nazioni Unite a sottoporgli rapporti sull’attuazione della Convenzione in settori che rientrano nell’ambito delle loro attività;
b) il Comitato trasmette, se lo ritiene necessario, alle Istituzioni Specializzate, al Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia ed agli altri organismi competenti ogni rapporto degli Stati parti contenente una richiesta di consigli tecnici o di assistenza tecnica, o che indichi una necessità in tal senso, accompagnato da eventuali osservazioni e proposte dei Comitato concernenti tale richiesta o indicazione;
c) il Comitato può raccomandare all’Assemblea Generale di chiedere al Segretario Generale di procedere, per conto dei Comitato, a studi su questioni specifiche attinenti ai diritti del fanciullo;
d) il Comitato può fare suggerimenti e raccomandazioni generali in base alle informazioni ricevute in applicazione degli artt. 44 e 45 della presente Convenzione. Questi suggerimenti e raccomandazioni generali sono trasmessi ad ogni Stato parte interessato e sottoposti all’Assemblea Generale insieme ad eventuali osservazioni degli Stati parti.

PARTE TERZA

ARTICOLO 46
La presente Convenzione è aperta alla firma di tutti gli Stati.

ARTICOLO 47
La presente Convenzione è soggetta a ratifica. Gli strumenti di ratifica saranno depositati presso il Segretario Generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite.

ARTICOLO 48
La presente Convenzione rimarrà aperta all’adesione di ogni Stato. Gli strumenti di adesione saranno depositati presso il Segretario Generale della Organizzazione delle Nazioni Unite.

ARTICOLO 49
1. La presente Convenzione entrerà in vigore il trentesimo giorno successivo alla data del deposito presso il Segretario Generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite del ventesimo strumento di ratifica o di adesione.
2. Per ciascuno degli Stati che ratificheranno la presente Convenzione o che vi aderiranno dopo il deposito del ventesimo strumento di ratifica o di adesione la Convenzione entrerà in vigore il trentesimo giorno successivo al deposito da parte di questo Stato del suo strumento di ratifica o di adesione.

ARTICOLO 50
1. Ogni Stato parte può proporre un emendamento e depositarne il testo presso il Segretario Generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite. Il Segretario Generale comunica quindi la proposta di emendamento agli Stati parti, con la richiesta di far sapere se siano favorevoli ad una Conferenza degli Stati parti al fine dell’esame delle proposte e della loro votazione. Se, entro quattro mesi a decorrere dalla data di questa comunicazione, almeno un terzo degli Stati parti si pronuncia a favore di tale Conferenza, il Segretario Generale convoca la Conferenza sotto gli auspici dell’Organizzazione delle Nazioni Unite. Ogni emendamento adottato da una maggioranza degli Stati parti presenti e votanti alla Conferenza è sottoposto per approvazione all’Assemblea Generale.
2. Ogni emendamento adottato in conformità con le disposizioni del paragrafo 1 dei presente articolo entra in vigore dopo essere stato approvato dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ed accettato da una maggioranza di due terzi degli Stati parti.
3. Quando un emendamento entra in vigore esso ha valore obbligatorio per gli Stati parti che lo hanno accettato, gli altri Stati parti rimanendo vincolati dalle disposizioni della presente Convenzione e da tutti gli emendamenti precedenti da essi accettati.

ARTICOLO 51
1. Il Segretario Generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite riceverà e comunicherà a tutti gli Stati il testo delle riserve che saranno state formulate dagli Stati all’atto della ratifica o dell’adesione.
2. Non sono autorizzate riserve incompatibili con l’oggetto e le finalità della presente Convenzione.
3. Le riserve possono essere ritirate in ogni tempo per mezzo di notifica scritta indirizzate in tal senso al Segretario Generale delle Nazioni Unite il quale ne informerà quindi tutti gli Stati. Tale notifica avrà effetto alla data in cui è ricevuta dal Segretario Generale.

ARTICOLO 52
Ogni Stato parte può denunciare la presente Convenzione per mezzo di notifica scritta indirizzata al Segretario Generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite. La denuncia avrà effetto un anno dopo la data di ricezione della notifica da parte del Segretario Generale.

ARTICOLO 53
Il Segretario Generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite è designato come depositario della presente Convenzione.

ARTICOLO 54
L’originale della presente Convenzione i cui testi in lingua araba, cinese, francese, inglese, russa e spagnola fanno ugualmente fede, sarà depositata presso il Segretario Generale delle Nazioni Unite.

Approfondimenti

 

Assemblea generale delle Nazioni Unite

New York. Sede dell'Assemblea generale dell'ONU.

New York. Sede dell’Assemblea generale dell’ONU.

L’Assemblea generale delle Nazioni Unite è uno dei sei organi principali dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU); è composta da tutti gli stati membri, ciascuno dei quali dispone di un voto.

Statuto

Secondo lo statuto, chiamato anche Carta dell’ONU, l’Assemblea generale può discutere qualsiasi problema o argomento sottoposto alla sua attenzione e può rivolgere raccomandazioni sia agli stati membri sia al Consiglio di sicurezza; non può farlo invece quando si tratti di questioni già all’esame del Consiglio stesso (a meno che a proporle non sia proprio quest’ultimo). Uno degli aspetti più importanti e spesso di difficile comprensione dell’attività dell’Assemblea è rappresentato dal fatto che, secondo la Carta, le risoluzioni dell’Assemblea non hanno efficacia vincolante: la forza delle sue raccomandazioni rimane infatti circoscritta all’impatto prodotto sull’opinione pubblica mondiale.

Attività

L’Assemblea si riunisce ogni anno in sessione ordinaria, con inizio il terzo martedì di settembre e termine, di solito, a Natale. Dietro richiesta della maggioranza dei suoi membri, può anche riunirsi in sessioni straordinarie; in base alla risoluzione ‘United for Peace’ del novembre 1950, questo può avvenire anche su richiesta della maggioranza dei membri del Consiglio di sicurezza, qualora la decisione di quest’ultimo organo sia ostacolata dal veto di uno dei membri permanenti.

Le decisioni dell’Assemblea sono prese a maggioranza semplice; la maggioranza dei due terzi è richiesta solo per le raccomandazioni concernenti il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale, l’elezione dei membri di uno qualsiasi degli altri cinque organi dell’ONU, l’ammissione, sospensione ed espulsione dei membri e le questioni di bilancio. Entrambe le maggioranze vengono conteggiate in base al numero dei paesi membri presenti e votanti.

L’Assemblea elegge un presidente e ventuno vicepresidenti per ciascuna sessione. Il programma di lavoro viene ripartito tra sette commissioni principali, di cui due si occupano di questioni di politica e sicurezza, mentre le altre trattano questioni economiche, finanziarie, amministrative, argomenti di natura sociale e umanitaria, questioni legali.

L’organizzazione del lavoro di ciascuna sessione è affidata al Comitato generale, composto dal presidente dell’assemblea, dai ventuno vicepresidenti e dai presidenti delle sette commissioni principali (eletti all’interno delle stesse). La commissione di verifica dei poteri, composta di nove membri, esamina le credenziali dei delegati. L’Assemblea è affiancata da due comitati permanenti e può istituire degli organi ad hoc. Essa ha competenza esclusiva per la determinazione del bilancio dell’ONU, al quale contribuiscono tutti i membri in base a una quota concordata.

Fonti: Encarta, Wikipedia

Intermezzo astronomico: la cometa Ison

Sì, una volta ve l’ho detto: sono appassionata di astronomia. Sebbene questa passione sia secondaria a quella per la letteratura e l’arte, è comunque forte. Sapete bene che il mio non è un blog scientifico, per cui solo ogni tanto pubblicherò qualche articolo a riguardo. È il caso di oggi. L’ultima cometa (vedi approfondimento in fondo all’articolo) che ricordo di aver visto è quella di Hale-Bopp.

halebopp

Cometa Hale-Bopp.

La ricordate? La doppia coda era uno spettacolo incredibile; adoravo il fatto che fosse sempre lì, “ferma”, e io potessi osservarla ogni sera. Ero soltanto una bambina – avevo dieci anni – ma ero già appassionata di astronomia. In queste settimane abbiamo l’opportunità di ammirare invece la cometa Ison, già definita “la cometa del secolo”.

Ison

La cometa ISON, chiamata anche C/2012 S1 (ISON), è una cometa radente e non periodica scoperta il 21 settembre 2012 dal bielorusso Vitali Nevski e dal russo Artyom Novichonok. La scoperta è stata effettuata utilizzando un telescopio riflettore di 0,4 m dell’International Scientific Optical Network vicino a Kislovodsk in Russia. La ISON dovrebbe essere la prima cometa ben visibile a occhio nudo dall’emisfero boreale sin dal 1997 quando la Hale-Bopp offrì un magnifico spettacolo nei cieli serali di inizio primavera. Nel primo scorcio del 2007 si rese visibile l’ancor più appariscente Cometa McNaught ma questo soprattutto per chi la osservò dall’emisfero sud della Terra.

Cometa Ison. Foto scattata dal telescopio spaziale Hubble.

Cometa Ison. Foto scattata dal telescopio spaziale Hubble.

Al momento della scoperta la cometa si trovava a circa 615 milioni di km di distanza dal Sole, ovvero poco oltre l’orbita gioviana.
La scoperta della cometa è stata effettuata dagli astronomi Vitali Nevski e Artyom Novichonok il 21 settembre 2012, entrambi lavorano all’International Scientific Optical Network in Russia. Dopo tre giorni durante i quali vengono misurate posizioni astrometriche per calcolare un’orbita preliminare, il 24 settembre 2012, dopo che nel frattempo sono state trovate immagini di prescoperta risalenti fino al dicembre 2011, viene annunciata ufficialmente la scoperta della cometa[2]. La scoperta che aveva già suscitato notevoli aspettative tra gli astronomi professionisti e gli astrofili fa il giro del mondo in poche ore. In seguito sono state scoperte immagini di prescoperta risalenti fino al 30 settembre 2011 [3].

Denominazione

La denominazione “C/2012 S1 (ISON)” deriva da: “C”, in quanto non periodica; “2012”, in quanto scoperta in tale anno; “S1”, in quanto prima cometa scoperta nella seconda metà del mese di settembre; “ISON”, in quanto scoperta nel corso del programma di ricerca International Scientific Optical Network. Il nome “Cometa ISON” con cui è comunemente indicata dalla stampa rischia di essere, pertanto, fonte di possibile confusione: se nel corso dello stesso programma di osservazione venisse scoperta una cometa dello stesso genere a fine febbraio 2015 essa verrebbe denominata C/2015 D1 (ISON).

Orbita

Nell’ottobre 2012 ISON si trovava fra l’orbita di Giove e l’orbita di Saturno. La cometa arriverà al perielio il 28 novembre 2013 ad una distanza di 0,012 UA dalla superficie solare. La sua orbita è iperbolica e molto inclinata rispetto al piano dell’eclittica, elementi che fanno ritenere altamente probabile che la cometa provenga dalla nube di Oort. Altri calcoli effettuati mostrano che la cometa passerà a circa 0,07 UA da Marte il 1º ottobre 2013 ed il 26 dicembre 2013 passerà a circa 0,4 UA, circa 60 milioni di km, dalla Terra. Cioè 160 volte la distanza Terra-Luna. Per confronto, la luminosissima cometa Hale-Bopp, passò a 197 milioni di km dalla Terra.

Visibilità

Al momento della scoperta ISON aveva una magnitudine apparente di 18,8. Questa cometa, al suo primo passaggio al perielio, passaggio particolarmente vicino al Sole, come le altre comete provenienti dalla Nube di Oort non ha finora mai subito stress gravitazionali né shock termici, questo fa sì che potrebbe creare una lunga coda luminosissima facendola diventare circa 100 volte più luminosa di Venere e probabilmente anche più luminosa della Luna. Con una magnitudine apparente negativa sarebbe facilmente visibile anche in pieno giorno ma essendo una cometa radente potrebbe disintegrarsi al momento del passaggio al perielio. Da metà novembre 2013 la cometa sarà visibile a occhio nudo a est, nelle ore che precedono l’alba. Si potrà ammirare fino a gennaio 2014.

Approfondimenti

Cometa

Cometa Corpo celeste di aspetto nebuloso, appartenente al sistema solare. Le comete descrivono in genere orbite ellittiche, spesso molto allungate, e sono caratterizzate da una o più “code” brillanti e fluorescenti, che si formano quando esse transitano in prossimità del Sole.

Composizione

Le comete sono composte principalmente da un nucleo circondato da una nube fluorescente, detta chioma (in greco, infatti, comētēs significa “chiomata”). Secondo il modello proposto intorno al 1950 dall’astronomo statunitense Fred L. Whipple e oggi confermato dalle più recenti osservazioni, il nucleo contiene praticamente tutta la massa della cometa ed è formato da una quantità di sostanze volatili, come acqua, ammoniaca e anidride carbonica, che gli conferiscono l’aspetto di “una palla di neve sporca”.

La maggior parte del gas che forma la chioma e la coda è invece composto da molecole frammentate, o radicali, degli elementi chimici più comuni nello spazio, quali idrogeno atomico, carbonio, azoto e ossigeno. I radicali, ad esempio CH, NH e OH, hanno origine dalla rottura delle molecole di metano (CH4), ammoniaca (NH3) e acqua (H2O), che si trovano sotto forma di ghiaccio o di composti più complessi nel nucleo della cometa. La teoria della “palla di neve sporca” è avvalorata dall’osservazione che molte delle comete conosciute percorrono orbite che deviano in modo significativo dal semplice moto newtoniano.

Ciò fornisce una chiara evidenza del fatto che i gas emessi producono un effetto a jet, deviando il nucleo dal suo cammino altrimenti prevedibile. Inoltre, le comete a corto periodo, osservate per più rivoluzioni, tendono a indebolirsi lentamente con il tempo, come ci si aspetterebbe da una struttura simile a quella proposta da Whipple. Infine, l’esistenza di gruppi di comete suggerisce che i nuclei cometari siano oggetti relativamente solidi.

La testa di una cometa, formata da nucleo e chioma, può raggiungere dimensioni considerevoli, confrontabili con quelle del pianeta Giove. Nella maggior parte dei casi, tuttavia, il volume della parte solida non supera i pochi chilometri cubici.

 

Avvicinamento al sole

Quando una cometa si avvicina al Sole, il calore di quest’ultimo determina la sublimazione del ghiaccio, dando luogo alla formazione di una brillante coda, che a volte si estende per milioni di chilometri. La coda è in genere diretta dalla parte opposta rispetto al Sole, anche quando la cometa è in allontanamento da quest’ultimo: infatti le particelle che la costituiscono vengono respinte per effetto del vento solare, un tenue flusso di particelle emesso di continuo e a una velocità di 400 km/s dalla corona solare. Le code delle comete, composte da molecole ionizzate per effetto degli urti con le particelle provenienti dal Sole, sono spesso curve e composte da polveri “spazzate” dalla pressione della radiazione solare.

Quando una cometa si allontana dal Sole, il gas e la polvere vengono dispersi e la coda scompare gradualmente. La diversa lunghezza della coda e la scarsa distanza dal Sole e dalla Terra rendono più o meno visibili le comete; alcune di esse, caratterizzate da un’orbita relativamente piccola, hanno code così brevi da essere praticamente inosservabili senza l’ausilio di opportuni strumenti. Delle circa 1400 comete catalogate, meno della metà è visibile a occhio nudo e meno del 10% è molto brillante.

La cometa di Halley, che ha un periodo di circa 76 anni, è ricomparsa l'ultima volta nel 1986, anno a cui si riferisce questa foto. Le comete orbitano inosservate nel sistema solare fino a quando si avvicinano alla nostra stella abbastanza da risentire degli effetti del suo calore. Quest'ultimo scioglie parte dei ghiacci di cui sono costituite, generando la coda che ce le rende visibili.

La cometa di Halley, che ha un periodo di circa 76 anni, è ricomparsa l’ultima volta nel 1986, anno a cui si riferisce questa foto. Le comete orbitano inosservate nel sistema solare fino a quando si avvicinano alla nostra stella abbastanza da risentire degli effetti del suo calore. Quest’ultimo scioglie parte dei ghiacci di cui sono costituite, generando la coda che ce le rende visibili.

Fonti: Encarta, Wikipedia

Tardiva giustizia per Priebke

Non si augura la morte a nessuno, ma la lunga vita di quest’uomo è stata davvero una beffa per tutte le persone che ha sulla coscienza, per i loro congiunti. Se c’è un aldilà, spero che le vittime di Priebke gliele suonino.

Non metto la sua foto né la sua biografia, per principio, però vi lascio il link dell’articolo de Il Messaggero.

Cliccate qui.

Come sempre accade si ricordano i carnefici anziché le vittime. E allora parliamo brevemente di loro, di ciò che hanno subito.

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In una cava adiacente la via Ardeatina, a Roma, il 24 marzo 1944 i nazisti fucilarono 335 ostaggi, partigiani, ebrei, detenuti politici, semplici civili, prelevati per rappresaglia dopo che il giorno precedente un attentato di partigiani dei GAP romani in via Rasella aveva provocato la morte di 32 soldati delle SS. Voluto da Hitler, organizzato dal comandante delle SS a Roma Herbert Kappler, l’eccidio ebbe tra gli esecutori l’ufficiale nazista Erich Priebke, che nel 1997 è stato condannato da un tribunale italiano per crimini contro l’umanità.

Subito dopo la fine della guerra il comune di Roma bandì un concorso per la sistemazione delle cave ardeatine e la costruzione di un monumento in ricordo delle vittime dell’eccidio nel luogo stesso in cui avvenne: le cave di pozzolana della via Ardeatina; fu il primo concorso d’architettura nell’Italia liberata.
Dalle due fasi del concorso uscirono vincitori ex aequo due gruppi: quello formato dagli architetti Nello Aprile, Cino Calcaprina, Aldo Cardelli, Mario Fiorentino e dallo scultore Francesco Coccia e quello formato dagli architetti Giuseppe Perugini e Mirko Basaldella. Ai due gruppi fu assegnato l’incarico di un progetto comune per la costruzione di un sacrario, la sistemazione del piazzale e il consolidamento delle gallerie fatte esplodere dai nazisti dopo l’eccidio: quello che è stato chiamato monumento, o mausoleo, ai martiri delle Fosse Ardeatine.
Il monumento fu inaugurato il 24 marzo 1949.

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Fonte: Encarta, Wikipedia

 

Pillole di arte martinese

Certe volte mi vengono idee improvvise e le metto subito in atto. Forse questo post sarà l’articolo inaugurale di una nuova rubrica: Pillole di arte martinese, dove per martinese si intende di Martina Franca, la splendida città barocca in cui vivo. La storia della città, la sua arte, il centro storico, mi hanno sempre affascinata, tant’è che ho fatto ricerche per conto mio, ho girovagato più volte per ore nel centro storico e ho partecipato a un corso di guida turistica specializzato sulla città – in italiano, inglese, tedesco. In Italia abbiamo il 60% del patrimonio artistico mondiale ma purtroppo esso non viene sempre valorizzato come dovrebbe; grazie a questo mio piccolo spazio pubblico, ho deciso di fare la mia parte per far conoscere le meraviglie di una città colma d’arte come è Martina Franca. E poi per i lettori di Tregua nell’ambra credo sarà una cosa interessante conoscere più da vicino i luoghi in cui si muovono i personaggi.

Cliccate sulla foto per ingrandire.

Cattura

Martina Franca, posizione geografica. Da atlante Encarta.

Introduzione alla storia di Martina Franca

Martina Franca (TA) è situata a 431 m su un rilievo delle Murge meridionali, in bella posizione pressoché equidistante dal mar Ionio a sud e dal mar Adriatico a nord.
Il centro si formò attorno al X secolo con l’unirsi di più casolari sparsi, da uno dei quali, Casale di San Martino, avrebbe derivato il nome; l’appellativo di Franca ha come probabile origine la franchigia concessa nel 1294 da Filippo I d’Angiò. Al dominio angioino seguì, agli inizi del Cinquecento, quello del casato napoletano dei Caracciolo, che istituirono il territorio in ducato, protrattosi sino ai primi dell’Ottocento.
Per dotarsi di una nuova residenza, nel 1668 il duca Petracone V avviò la costruzione dell’enorme Palazzo Ducale, ultimato nel secolo successivo; fu l’inizio di una straordinaria attività edilizia, in ambito sia civile sia religioso, che cambiò volto all’intero abitato, conferendo a Martina Franca una veste eccezionalmente scenografica.
Tra le testimonianze più significative della città settecentesca si ricordano, in forme per lo più barocche, la collegiata di San Martino, il Palazzo della Corte o dell’Università, la chiesa di San Domenico, la chiesa della Madonna del Carmine, molti palazzi tra cui il Palazzo Motolese e il Palazzo Grassi.

Fonte: Encarta

 

Cliccate sulla foto per ingrandire.

Martina Franca. Parte della facciata del Palazzo Ducale e la Fontana dei Delfini, inaugurata nel 1934 dal sindaco Delfino per celebrare l'arrivo dell'acquedotto in paese.

Martina Franca. Parte della facciata del Palazzo Ducale e la Fontana dei Delfini, inaugurata nel 1934 dal sindaco Delfino per celebrare l’arrivo dell’acquedotto in paese.

Ogni tanto ciò che serve è un po’ di silenzio.

Vorrei dire solo una cosa visto che con l’ultima tragedia saltata alle luci della ribalta si sono sollevate polemiche e principi di cui non voglio nemmeno fare il nome. Indipendentemente dalla nazionalità, dalle questioni politiche, dalle motivazioni delle parti coinvolte… i morti sono tutti uguali e meritano uguale rispetto. Silenzio.

Cattura

Premio Strega 1999: Buio – Dacia Maraini

Parliamo oggi di un’opera vincitrice del Premio Strega (vedi approfondimento in fondo all’articolo) nel 1999.

BUIO

Dacia Maraini

BUR

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Trama

Cos’è il buio per un bambino se non l’immagine dell’altro che si insinua nel suo sguardo infantile quando la fiducia si trasforma drammaticamente in timore e paura? Cos’è il buio se non l’afasia di un corpo ancora non sviluppato nel momento in cui esso incontra quel qualcosa di incomprensibile e misterioso che costituisce il comportamento sessuale dell’adulto? E’ possibile cancellare questo buio senza uccidere il bambino che è in ciascuno di noi? Dodici storie che raccontano della violenza sull’infanzia e sull’adolescenza.

L’autrice

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Dacia Maraini (Fiesole, 13 novembre 1936) è una scrittrice, poetessa, saggista, drammaturga e sceneggiatrice italiana.

Primogenita dello scrittore ed etnologo toscano di antiche origini ticinesi Fosco Maraini e della principessa siciliana e pittrice Topazia Alliata, appartenente all’antico casato siciliano di origini pisane degli Alliata di Salaparuta. La nonna materna si chiamava Sonia Ortúzar Ovalle, cantante lirica che non poté debuttare, era la figlia di un diplomatico cileno. La nonna paterna di Dacia era la scrittrice Yoï Pawloska Crosse, per metà polacca e per metà inglese.
Dacia trascorse la sua infanzia in Giappone dove la sua famiglia si stabilì dal 1939 al 1946. Lì, dal 1943 al 1946, la famiglia fu internata in un campo di concentramento giapponese, dove patirono una fame estrema. Al ritorno in Italia, si trasferirono in Sicilia, presso i nonni materni, nella Villa Valguarnera di Bagheria, e in seguito, si trasferirono a Roma. Quindi, il padre Fosco tornò a Firenze. Questi anni sono raccontati dalla stessa Maraini nel suo romanzo Bagheria.
Dopo la separazione dei genitori, a 18 anni Dacia raggiunse il padre, che nel frattempo si era trasferito a Roma, e nella capitale riscosse il suo primo successo con il romanzo La vacanza (1962). Seguono L’età del malessere (1963), A memoria (1967), Memorie di una ladra (1972), Donna in guerra (1975), Il treno per Helsinki (1984), Isolina (1985, Premio Fregene 1985), La lunga vita di Marianna Ucrìa (1990, Premio Campiello; Libro dell’Anno 1990), Bagheria (1993), Voci (1994), Un clandestino a bordo (1996), Dolce per sé (1997) e la raccolta di racconti Buio (1999) che ha vinto il Premio Strega. Nel 2001 ha pubblicato La nave per Kobe, in cui rievoca l’esperienza infantile della prigionia in Giappone, e Amata scrittura. Laboratorio di analisi letture proposte conversazioni. Nel 2004 è la volta di Colomba. Nel 2007 pubblica Il gioco dell’universo (Mondadori) con il quale vince il Premio Cimitile nella sezione di narrativa. Nel 2008 pubblica Il treno dell’ultima notte. Nel 2010 “La seduzione dell’altrove”. Nel 2011 “La grande festa”.
Si è occupata molto anche di teatro; nel 1973 ha fondato a Roma con Maricla Boggio, il Teatro della Maddalena, gestito e diretto soltanto da donne. Ha scritto più di sessanta testi teatrali rappresentati in Italia e all’estero, tra cui ricordiamo Manifesto dal carcere e Dialogo di una prostituta con un suo cliente.
Fu a lungo compagna di Alberto Moravia, con cui visse dal 1962 al 1978. Tra i premi vinti, oltre al Premio Cimitile, Campiello e Strega, c’è anche il Premio Pinuccio Tatarella.
È vegetariana e si è espressa pubblicamente in favore dei diritti animali.
Nel 2007 riceve il Premio leopardiano La Ginestra.
Il 18 novembre 2010, l’Università degli Studi di Foggia le ha conferito la laurea magistrale honoris causa in Progettista e dirigente dei servizi educativi e formativi.
Nel 2012 le viene assegnato il premio Alabarda d’oro per la letteratura.

Fonte: Wikipedia

La mia opinione

Non sono solita leggere raccolte di racconti e non saprei dire cosa mi abbia spinta a prendere in mano Buio, però è stata davvero una lettura intensa. Non solo piacevole, grazie allo stile particolare e scorrevole dell’autrice, ma appunto intensa: si tratta di storie di sofferenza, solitudine, violenza. Chi tiene il filo conduttore dei diversi racconti è la commissaria Adele Sofia, un personaggio per certi versi curioso e accattivante, realistico. I protagonisti dei diversi racconti condividono condizioni di disagio che, già dal principio, li rendono vittime. Brillante è il modo in cui l’autrice scava, attraverso le vicende, nella parte più oscura dell’animo umano senza il clamore tipico della cronaca nera e senza sentimentalismi, semplicemente mettendo a nudo la verità. Una perla della letteratura che esplica benissimo la tragicità insita nella nostra epoca.

Valutazione:

5

Approfondimenti

Premio Strega

Il Premio Strega è un riconoscimento che viene assegnato annualmente a un libro pubblicato in Italia tra il 1º aprile dell’anno precedente ed il 31 marzo dell’anno in corso. Dal 1986 è organizzato e gestito dalla Fondazione Bellonci. È universalmente riconosciuto come il premio letterario più prestigioso d’Italia, oltre a godere di una consolidata fama in Europa e nel resto del mondo.

Origini ed evoluzione

Il Premio è stato istituito nel 1947, all’interno del salotto letterario di Maria e Goffredo Bellonci, con il contributo di Guido Alberti, proprietario della casa produttrice del Liquore Strega, che dà il nome al Premio e continua a finanziare la manifestazione.
Nel dopoguerra, il Premio diventa un traino per il mondo della cultura italiana, logorato da oltre vent’anni di dittatura fascista e dal recente conflitto. “Cominciarono, nell’inverno e nella primavera 1944, a radunarsi amici, giornalisti, scrittori, artisti, letterati, gente di ogni partito unita nella partecipazione di un tema doloroso nel presente e incerto nel futuro. Poi, dopo il 4 giugno, finito l’incubo, gli amici continuarono a venire: è proprio un tentativo di ritrovarsi uniti per far fronte alla disperazione e alla dispersione”, ha scritto Maria Bellonci, ideatrice del Premio.
Il primo scrittore a ricevere il Premio Strega, nel 1947, è stato Ennio Flaiano, con il libro Tempo di uccidere. Ad oltre sessant’anni dall’istituzione, dieci donne hanno vinto il Premio: per prima, nel 1957, Elsa Morante, seguita da Natalia Ginzburg, Anna Maria Ortese, Lalla Romano, Fausta Cialente, la stessa Maria Bellonci, Mariateresa Di Lascia, Dacia Maraini, Margaret Mazzantini e Melania G. Mazzucco.
Fino all’edizione del 2012, soltanto lo scrittore Paolo Volponi ha vinto più di una volta il Premio Strega, due per l’esattezza: nel 1965, con La macchina mondiale; nel 1991, con La strada per Roma.
Alcune delle opere premiate con il Premio Strega sono divenute colonne portanti della letteratura contemporanea: da Il nome della rosa di Umberto Eco, che ha venduto cinquanta milioni di copie in tutto il mondo, grazie alla traduzione in decine di lingue, a Il gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, un classico della letteratura italiana.
All’edizione del 2012, il Premio Strega è stato assegnato ogni anno ad un solo scrittore, poiché non si sono mai verificate condizioni di parità nel computo finale dei voti. Nel 2006, tuttavia, accanto a Caos Calmo di Sandro Veronesi, anche la Costituzione italiana ha ricevuto un Premio Strega onorario, al di fuori della classica competizione.

Modalità di premiazione

Il meccanismo del Premio prevede che la scelta del vincitore sia affidata ad un gruppo di quattrocento uomini e donne di cultura, tra cui gli ex vincitori. Coloro che compongono la giuria sono tuttora chiamati Amici della domenica, dal giorno prescelto per le loro prime riunioni. I quattrocento giurati possono proporre dei titoli a loro graditi, purché ogni candidatura sia supportata almeno da due di loro; un’ulteriore selezione (tipicamente nel mese di giugno) designa la cinquina delle opere finaliste. In ultimo, il primo giovedì del mese di luglio, nel ninfeo di Villa Giulia a Roma, è scelta l’opera vincitrice, con votazione finale degli Amici della domenica. La designazione del vincitore ha suscitato talvolta polemiche nel mondo della cultura e dell’editoria, alimentando l’attenzione dell’opinione pubblica per il Premio.

Vincitori

1947 – Ennio Flaiano – Tempo di uccidere
1948 – Vincenzo Cardarelli – Villa Tarantola
1949 – Giovanni Battista Angioletti – La memoria
1950 – Cesare Pavese – La bella estate
1951 – Corrado Alvaro – Quasi una vita
1952 – Alberto Moravia – I racconti
1953 – Massimo Bontempelli – L’amante fedele
1954 – Mario Soldati – Lettere da Capri
1955 – Giovanni Comisso – Un gatto attraversa la strada
1956 – Giorgio Bassani – Cinque storie ferraresi
1957 – Elsa Morante – L’isola di Arturo
1958 – Dino Buzzati – Sessanta racconti
1959 – Giuseppe Tomasi di Lampedusa – Il gattopardo
1960 – Carlo Cassola – La ragazza di Bube
1961 – Raffaele La Capria – Ferito a morte
1962 – Mario Tobino – Il clandestino
1963 – Natalia Ginzburg – Lessico famigliare
1964 – Giovanni Arpino – L’ombra delle colline
1965 – Paolo Volponi – La macchina mondiale
1966 – Michele Prisco – Una spirale di nebbia
1967 – Anna Maria Ortese – Poveri e semplici
1968 – Alberto Bevilacqua – L’occhio del gatto
1969 – Lalla Romano – Le parole tra noi leggere
1970 – Guido Piovene – Le stelle fredde
1971 – Raffaello Brignetti – La spiaggia d’oro
1972 – Giuseppe Dessì – Paese d’ombre
1973 – Manlio Cancogni – Allegri, gioventù
1974 – Guglielmo Petroni – La morte del fiume
1975 – Tommaso Landolfi – A caso
1976 – Fausta Cialente – Le quattro ragazze Wieselberger
1977 – Fulvio Tomizza – La miglior vita
1978 – Ferdinando Camon – Un altare per la madre
1979 – Primo Levi – La chiave a stella
1980 – Vittorio Gorresio – La vita ingenua
1981 – Umberto Eco – Il nome della rosa
1982 – Goffredo Parise – Sillabario n.2
1983 – Mario Pomilio – Il Natale del 1833
1984 – Pietro Citati – Tolstoj
1985 – Carlo Sgorlon – L’armata dei fiumi perduti
1986 – Maria Bellonci – Rinascimento privato
1987 – Stanislao Nievo – Le isole del paradiso
1988 – Gesualdo Bufalino – Le menzogne della notte
1989 – Giuseppe Pontiggia – La grande sera
1990 – Sebastiano Vassalli – La chimera
1991 – Paolo Volponi – La strada per Roma
1992 – Vincenzo Consolo – Nottetempo, casa per casa
1993 – Domenico Rea – Ninfa plebea
1994 – Giorgio Montefoschi – La casa del padre
1995 – Mariateresa Di Lascia – Passaggio in ombra
1996 – Alessandro Barbero – Bella vita e guerre altrui di Mr. Pyle, gentiluomo
1997 – Claudio Magris – Microcosmi
1998 – Enzo Siciliano – I bei momenti
1999 – Dacia Maraini – Buio
2000 – Ernesto Ferrero – N.
2001 – Domenico Starnone – Via Gemito
2002 – Margaret Mazzantini – Non ti muovere
2003 – Melania G. Mazzucco – Vita
2004 – Ugo Riccarelli – Il dolore perfetto
2005 – Maurizio Maggiani – Il viaggiatore notturno
2006 – Sandro Veronesi – Caos Calmo
2007 – Niccolò Ammaniti – Come Dio comanda
2008- Paolo Giordano – La solitudine dei numeri primi
2009 – Tiziano Scarpa – Stabat Mater
2010 – Antonio Pennacchi – Canale Mussolini
2011 – Edoardo Nesi – Storia della mia gente
2012 – Alessandro Piperno – Inseparabili. Il fuoco amico dei ricordi
2013 – Walter Siti – Resistere non serve a niente
Fonte: Wikipedia, Encarta

L’isola dell’amore proibito – Tracey Garvis Graves

L’isola dell’amore proibito. Dal titolo sembra un Harmony, ma non lo è.

 

 

L’ISOLA DELL’AMORE PROIBITO

Tracey Garvis Graves

Garzanti

 

 

9788811684176

 

 

Trama

L’acqua cristallina lambisce dolcemente i suoi piedi nudi. Anna apre gli occhi all’improvviso e davanti le si apre la distesa sconfinata di un mare dalle mille sfumature, dal turchese allo smeraldo più intenso. Intorno, una spiaggia di un bianco accecante, ombreggiata da palme frondose. Le dita della ragazza stringono ancora spasmodicamente la mano di TJ, disteso accanto a lei, esausto dopo averla trascinata fino alla riva. Anna non ricorda niente di quello che è successo, solo il viaggio in aereo, il fondale blu che si avvicina troppo velocemente e gli occhi impauriti di TJ, il ragazzo di sedici anni a cui dovrebbe dare ripetizioni per tutta l’estate. Un lavoro inaspettato, ma chi rifiuterebbe una vacanza retribuita alle Maldive? E poi Anna, insegnante trentenne, è partita per un disperato bisogno di fuga da una relazione che non sembra andare da nessuna parte. Ma adesso la loro vita passata non è più importante. Anna e TJ sono naufraghi e l’isola è deserta. La priorità è quella di sopravvivere fino ai soccorsi. I giorni diventano settimane, poi mesi e infine anni. L’isola sembra un paradiso, eppure è anche piena di pericoli. I due devono imparare a lottare insieme per la vita. Ma per Anna la sfida più grande è quella di vivere accanto a un ragazzo che sta diventando un uomo. Perché quella che all’inizio era solo un’amicizia innocente, attimo dopo attimo si trasforma in un’attrazione potente che li lega sempre più indissolubilmente.

La mia recensione

Ora, sapete bene che sono molto critica nei confronti dei libri che leggo, se vi dico dunque che questo libro è uno di quelli che mi è rimasto nel cuore e che non dimenticherò mai, che ne dite?

Innanzitutto la trama è originale e le vicende si incastrano alla perfezione con uno dei più grandi disastri degli ultimi anni: lo tsunami del 2004.

L’isola dell’amore proibito non è una semplice storia d’amore, ma una storia di vita, di rinascita, di speranza. È di una tenerezza struggente, ma non melensa, una tenerezza che non riguarda semplicemente il rapporto tra i personaggi ma la vita del protagonista maschile, T.J.

Il ragazzino infatti, a sedici anni, ha appena vinto la propria battaglia contro il cancro; non è al pieno delle forze ma è assetato di vita, invece si ritrova naufrago su un’isola deserta. All’inizio è Anna, da donna matura, che lo sostiene, lo guida, lo incoraggia. Ma poi nel corso degli anni, senza nemmeno che il lettore si renda conto del momento in cui il cambiamento è avvenuto, i ruoli si invertono: perché T.J., costretto dalle esigenze di sopravvivenza, diventa un uomo nel fisico e nello spirito e tocca a lui proteggere Anna dalle insidie dell’isola. Uno dei grandi meriti dell’autrice secondo me è proprio la capacità di rendere reale e vivida la trasformazione di T.J. da adolescente impacciato a uomo che considera l’isola ormai come il proprio territorio. Il legame che si instaura lentamente tra i due protagonisti provoca non pochi sensi di colpa in Anna, che comprende bene quali conseguenze potrebbero esserci in un’eventuale ritorno nel mondo.

La narrazione procede a punti di vista alterni di capitolo in capitolo, Anna e T.J., così che si comprendono profondamente i sentimenti di ognuno. La prima parte, quella ambientata sull’isola, è magica, intrisa del fascino della natura selvaggia ma anche crudele per la quotidiana lotta per la sopravvivenza.

Non sono solita sciogliermi in lacrime quando leggo, anche se i libri sono toccanti, ma questo romanzo – dopo anni – è stato capace di farmi commuovere quando la vita sull’isola finisce – non vi dico se in bene o in male altrimenti vi rovino la sorpresa. Un libro che cattura: l’ho letto in un giorno e ho già voglia di rileggerlo.

5+

194 anni fa nasceva Léon Foucault

Diversamente dal solito, in questo articolo non trattiamo di libri ma di scienza. 194 anni fa nasceva Léon Foucalt, anniversario di cui mi fa molto piacere parlare vista la mia passione – più o meno segreta – per l’astronomia.

Léon Foucault

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Léon Jean-Bernard Foucault (Parigi 1819-1868), fu un fisico francese. Il suo nome è legato alla misura della velocità della luce (vedi approfondimento in fondo all’articolo) e alla prima prova fornita a dimostrazione della rotazione terrestre.

Foucault misurò la velocità della luce con un esperimento analogo a quello della ruota dentata, effettuato poco tempo prima da Armand Fizeau. Dimostrò inoltre che la velocità della luce dipende dal mezzo in cui si propaga e, in particolare, che è maggiore nell’aria di quanto non sia nell’acqua.

Nel 1851 fornì la sua spettacolare dimostrazione della rotazione della Terra mediante un pendolo nella cupola del Panthéon di Parigi. Il pendolo era costituito da un grosso peso sospeso a un filo molto lungo (Foucault utilizzò un peso di 28 kg attaccato a un filo lungo 67 m). Posto il pendolo in oscillazione in un piano verticale ma libero di ruotare, a causa del moto di rotazione della Terra il piano di oscillazione ruota leggermente rispetto al terreno sottostante. L’effetto è più pronunciato al Polo Nord e al Polo Sud, dove il pendolo compie una rotazione completa ogni 24 ore, e diminuisce con la latitudine: all’equatore, infatti, non si osserva alcuna rotazione. Il peso del pendolo recava all’estremità inferiore uno stilo che segnava la traccia delle oscillazioni su un fondo di sabbia; nell’arco di una giornata, Foucault mostrò che la traccia non rimaneva sempre nella stessa posizione, ma compiva una rotazione completa; poiché in assenza di forze esterne il piano di oscillazione del pendolo deve rimanere sempre uguale a se stesso, la rotazione della traccia rappresentava una dimostrazione incontestabile della rotazione della Terra.

Il pendolo di Foucault al Pantheon di Parigi.

Il pendolo di Foucault al Pantheon di Parigi.

Nel campo dell’elettromagnetismo (vedi approfondimento in fondo all’articolo), Foucault fu uno dei primi scienziati a dimostrare l’esistenza delle correnti parassite (vedi approfondimento in fondo all’articolo) generate dai campi magnetici. Sviluppò inoltre un metodo di misurazione della curvatura degli specchi dei telescopi e ideò strumenti di vario genere, tra i quali un prisma polarizzante e il giroscopio (vedi approfondimento in fondo all’articolo), che è la base della moderna bussola giroscopica.

Nel 1866 lo scienziato fu colpito da quello che allora era un morbo misterioso che gli tolse l’uso delle gambe e poi anche quello della parola: non è chiaro se si trattasse di sclerosi laterale amiotrofica – malattia all’epoca non conosciuta – o di una sclerosi multipla primariamente progressiva. Si fece posizionare lo specchio che aveva inventato e che inseguiva il moto degli astri, in modo da vedere la volta stellata anche se paralizzato nel letto. Morì nel febbraio 1868 a Parigi e fu sepolto nel cimitero di Montmartre.

Approfondimenti

 

Velocità della luce

Grandezza fisica considerata una delle costanti naturali fondamentali. Essa è pari a 299.792.458 m/s e viene indicata con la lettera c. È la velocità con cui la radiazione elettromagnetica, e quindi la luce, si propaga nello spazio vuoto.

Il suo valore fu determinato sperimentalmente per la prima volta, quasi contemporaneamente, dall’astronomo Armand Fizeau (1819-1869) e dal fisico Jean-Bernard-Léon Foucault nel XIX secolo, che bene approssimarono il valore misurato in seguito. In un mezzo rifrangente, caratterizzato da un indice di rifrazione n, la velocità di propagazione della luce viene ridotta di un fattore 1/n, e risulta pari a c/n.

LUCE1

La luce del sole impiega 8 minuti per raggiungere la Terra.

 

Elettromagnetismo

Teoria che studia le connessioni e l’interdipendenza fra fenomeni elettrici e magnetici, derivandoli da un unico sistema di equazioni. Tali equazioni sono le cosiddette “equazioni di Maxwell”, che descrivono la propagazione del campo elettromagnetico e costituiscono il nucleo della teoria dell’elettromagnetismo, formulata nel 1873 dal fisico britannico James Clerk Maxwell.

Le equazioni di Maxwell mostrano che il campo elettromagnetico si propaga in forma di onde, le onde elettromagnetiche appunto, con velocità pari a 1/√eµ. Nel vuoto, tale velocità corrisponde a quella di propagazione della luce: è partendo da questa osservazione che Maxwell riuscì a interpretare la luce come una delle manifestazioni del campo elettromagnetico. Per confermare la teoria di Maxwell si dovette attendere circa vent’anni, quando il fisico tedesco Heinrich Rudolf Hertz riuscì a mostrare la reale esistenza delle onde elettromagnetiche, generandole con oscillatori elettronici (dipoli metallici lineari alimentati da corrente di altissima frequenza) e rivelandoli con circuiti elettrici risonanti.

Secondo la teoria di Maxwell, le onde elettromagnetiche si propagavano in un mezzo, l’etere, che permeava tutto lo spazio: lo stesso dunque avrebbe dovuto essere vero per la luce. Ma gli esperimenti di fine secolo mostrarono che l’etere non esisteva: partendo da queste considerazioni, Albert Einstein formulò la sua teoria della relatività ristretta, che, partendo da una revisione dei concetti di spazio e tempo, conteneva anche le equazioni di propagazione e trasformazione dei campi elettromagnetici dinamici. Oggi questa teoria, inquadrata nella relatività, è definita elettrodinamica, mentre alla teoria che spiega i fenomeni elettrodinamici in relazione al mondo microscopico, sviluppata successivamente, viene dato il nome di elettrodinamica quantistica.

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Correnti parassite o correnti di Foucault

Effetto elettromagnetico che si osserva in un corpo conduttore massiccio attraversato da un campo magnetico variabile. Il fenomeno consiste nell’insorgenza di correnti elettriche parassite, che circolano su circuiti chiusi all’interno del corpo conduttore, dissipando energia. Tali correnti sono alimentate dalla forza elettromotrice indotta che insorge per induzione elettromagnetica: secondo la legge di Faraday-Neumann, se il conduttore è investito da un campo magnetico il cui flusso attraverso la sua superficie varia nel tempo, si produce una forza elettromotrice indotta, pari appunto alla variazione di flusso nell’unità di tempo; il verso delle correnti parassite, così come prescrive la legge di Lenz, è tale da opporsi al campo magnetico che le ha generate. Poiché, come risulta dalla seconda legge di Ohm, la resistenza elettrica diminuisce all’aumentare della sezione del conduttore, in un corpo massiccio è relativamente piccola, ed è quindi piuttosto intensa la corrente che vi può circolare. Questo spiega il motivo per cui le correnti di Foucault, che nei comuni fili elettrici sono di intensità pressoché trascurabile, si rilevano soprattutto all’interno di conduttori di grosse dimensioni.

La presenza di correnti parassite all’interno di un conduttore si può rivelare facilmente osservando che il corpo in questione a poco a poco si riscalda. Come è noto, infatti, l’attraversamento di un conduttore da parte di una corrente elettrica avviene con dispendio di energia, che viene dissipata sotto forma di calore – un fenomeno noto con il nome di effetto Joule.

Il fenomeno delle correnti parassite trova un impiego nei freni elettrodinamici, utilizzati soprattutto per mezzi pesanti come i treni. Il principio di funzionamento di questo tipo di freni sfrutta essenzialmente la legge di Lenz, vale a dire, il fatto che il campo magnetico generato dalle correnti di Foucault si opponga al campo magnetico che le ha generate. Durante la frenata, le ruote metalliche del treno vengono investite dal campo magnetico di un apposito elettromagnete, e quindi interessate dal fenomeno delle correnti parassite. Queste correnti generano a loro volta un campo magnetico opposto a quello che le ha prodotte, causando il rallentamento delle ruote, tanto più efficientemente quanto maggiore è la velocità di rotazione. Poiché l’efficienza della frenata diminuisce al diminuire della velocità, i freni elettrodinamici hanno la caratteristica di produrre un rallentamento non brusco, ma graduale.

 

Giroscopio

Qualunque sistema fisico dotato di una simmetria di rotazione intorno a un asse. Con il termine giroscopio si indica comunemente un corpo di forma sferica o di ruota o di disco, montato su sospensione cardanica in modo da poter ruotare in qualunque direzione.

Le caratteristiche fondamentali di un sistema di questo tipo sono l’elevata inerzia, ovvero la permanenza dell’asse di rotazione, e la precessione, ovvero la tendenza dell’asse di rotazione a disporsi ad angolo retto rispetto al piano individuato dall’asse stesso e da una qualsiasi forza a esso applicata, e che consiste sostanzialmente in un lento moto conico dell’asse. Queste due proprietà sono comuni a qualunque corpo in rotazione intorno a un asse di simmetria, compresa la Terra.

Un giroscopio vincolato a mantenere costante la direzione del proprio asse di rotazione viene detto talvolta girostato: in quasi tutte le applicazioni pratiche, il giroscopio funziona appunto in questo modo. Il prefisso ‘giro’ viene d’abitudine aggiunto al nome dell’applicazione come, ad esempio, ‘girobussola’, ‘girostabilizzatore’ e ‘giropilota’.

L’elevata inerzia dell’asse di rotazione e la forza di gravità vengono sfruttate per utilizzare un giroscopio come indicatore di direzione o bussola. Brevemente, se immaginiamo di porre un giroscopio sull’equatore, montato con l’asse orizzontale di rotazione in direzione est-ovest, esso continuerà a indicare l’equatore, mantenendo la medesima direzione nello spazio, mentre la Terra ruota da ovest verso est: di conseguenza, l’estremo est dell’asse si muoverà verso l’alto rispetto al suolo. Se alla struttura portante del giroscopio si applica un tubo, parzialmente riempito di mercurio, in modo che subisca la stessa deflessione dell’asse del giroscopio rispetto al suolo, il peso del mercurio, che si accumula verso l’estremo più basso (ovest), applica una forza verticale all’asse del giroscopio. Il giroscopio tende a resistere a questa forza, e precede intorno al suo asse verticale, verso il meridiano. Nella girobussola le forze di controllo sono applicate automaticamente con intensità e direzione opportune, in modo che l’asse del giroscopio mantenga la direzione del meridiano, vale a dire punti fra nord e sud.

Le girobussole sono ormai montate su tutte le navi del mondo. Esse sono esenti dalle anomalie delle bussole magnetiche; indicano il nord geografico invece del nord magnetico e hanno abbastanza stabilità da rendere possibile il governo di apparecchi ausiliari come registratori di rotta, giropiloti e bussole ripetitrici. Il giropilota da marina non ha un proprio giroscopio, ma acquisisce elettricamente qualunque scostamento dalla rotta prestabilita rilevata dalla girobussola; questi segnali elettrici sono amplificati e applicati a un servomeccanismo che controlla il timone in modo che la nave riprenda la giusta rotta.

Orizzonte giroscopico artificiale. Per guidare un aereo è indispensabile una strumentazione che fornisca le informazioni necessarie per l’orientamento anche in caso di scarsa visibilità. L’orizzonte artificiale, costituito da una coppia di giroscopi, indica l’inclinazione del velivolo rispetto all’orizzonte. In caso di volo cieco, esso diventa lo strumento di bordo più importante; perciò si trova al centro del cruscotto.

Orizzonte giroscopico artificiale. Per guidare un aereo è indispensabile una strumentazione che fornisca le informazioni necessarie per l’orientamento anche in caso di scarsa visibilità. L’orizzonte artificiale, costituito da una coppia di giroscopi, indica l’inclinazione del velivolo rispetto all’orizzonte. In caso di volo cieco, esso diventa lo strumento di bordo più importante; perciò si trova al centro del cruscotto.

Fonti: Encarta, Wikipedia

 

Un nuovo anno scolastico

Quanto è sottovalutato da noi il valore dell’istruzione… ragazzi che non vogliono andare a scuola, che la abbandonano o si lamentano come se fossero in carcere. Mi piange il cuore al ricordo dei giovani che ho conosciuto in Africa che, avidi di conoscenza e consapevoli che la scuola avrebbe dato loro la possibilità di imparare un mestiere onesto ed evitare delinquenza e prostituzione, non volevano mai terminare le lezioni e anche fuori dall’orario scolastico continuavano a fare domande, prendere appunti. Apprezzate ciò che vi sembra così scontato o addirittura una rottura di scatole, non per i vostri genitori, né per gli insegnanti, ma per voi stessi. Una società giusta e capace di creare un futuro migliore non può basarsi su ignoranti o lavativi, ma su persone che conoscono la cultura, passata e presente, e che per questo possono pensare e giudicare con la propria testa. Buon anno scolastico a tutti gli studenti.

L’età dell’innocenza – Edith Wharton

 

 

Eccomi con una nuova recensione.

L’ETÀ DELL’INNOCENZA

Edith Wharton

 

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Trama

Nel ricco mondo dell’alta società newyorkese di fine Ottocento un uomo e una donna si incontrano, si amano, si consumano di passione, si lasciano. E’ la storia di un amore distrutto dalle regole di una società ipocrita, dalle sue rigide convenzioni e dai pettegolezzi spietati. E’ la storia di una donna che per amore sarebbe andata contro tutto e tutti, e di un uomo che a quel mondo falso e pettegolo non ha saputo sottrarsi.

L’autrice

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Edith Wharton (New York 1862 – Saint-Brice-sous-Forêt, Val d’Oise 1937), scrittrice statunitense. Nel 1885, Edith Newbold Jones sposò il banchiere Edward Wharton, dal quale divorziò nel 1913. Nel 1902 pubblicò un romanzo storico, La valle della decisione, ma la sua fama letteraria si deve alla Casa della gioia (1905), popolata, come gran parte della sua narrativa successiva, da figure attinte al chiuso e rigido mondo sociale cui la scrittrice stessa apparteneva. Nel 1907 si stabilì definitivamente in Francia; nel 1911 diede alle stampe il romanzo breve Ethan Frome, tragica vicenda d’amore fra gente semplice ambientata in un gelido New England. Seguì una serie di altri romanzi, resoconti di viaggio, racconti (fra cui alcune memorabili ghost stories) e poesie. I romanzi comprendono L’usanza del paese (1913) e L’età dell’innocenza (1920), da cui nel 1993 il regista Martin Scorsese trasse un film di successo, che ridestò l’interesse per la scrittrice.

Edith Wharton ritrasse la società vittoriana con distacco ironico. Come il suo amico romanziere Henry James, che esercitò una profonda influenza sulla sua opera, l’interesse della scrittrice fu rivolto soprattutto al sottile intreccio delle emozioni in una società che censurava la libera espressione delle passioni. L’intensità tragica dei suoi racconti derivava dall’aver colto le contraddizioni di questo ambiente artificioso.

La mia opinione

L’età dell’innocenza è uno di quei libri che, da bravo classico, presenta uno stile elegante e discorsivo, tipico degli autori dell’epoca. Le descrizioni della vita newyorkese di quel periodo sono condite di pungente ironia e di acute osservazioni sui sentimenti umani. Tuttavia devo dire che la storia è un po’ piatta e non mi è piaciuta particolarmente. Dopo la lettura ho visto il film e, ancor più del libro, l’ho trovato di una noia quasi mortale. Peccato.

Valutazione:

2

11 settembre 2001 – 11 settembre 1973

Ricordiamo con rispetto i morti del famoso 11 settembre 2001. Anche se sono convinta che il miglior modo per onorarne la memoria è parlare della verità di ciò che è accaduto e non di ciò che ci hanno propinato i media. Ciò a cui mi riferisco è disponibile sul web in tutte le forme e le salse e credo che quasi tutti ne abbiano sentito parlare – vi invito a leggere un articolo particolarmente esaustivo qui. Personalmente, dopo tutte le informazioni che ho raccolto e i libri dedicati che ho letto, non credo affatto alla leggenda dell’attentato terroristico contro gli Stati Uniti. In ogni caso, vorrei oggi riportare alla mente un altro 11 settembre, quello del 1973, ben più esoso in termini di vite umane ingiustamente cancellate, senza contare tutte le conseguenze. Vi lascio a tal proposito il link di qualche interessante articolo da leggere.

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Salvador Allende, il presidente cileno deposto dal colpo di Stato in data 11 settembre 1973.

 

 

Informare per resistere

Wikipedia

Huffington post

La pace sui social network per la pace nella realtà

Amici, inutile dire che la situazione in questi giorni è critica ed è inutile anche spiegare che i fatti non riguardano solo Stati Uniti e Siria poiché, in un eventuale conflitto, grazie ai giochi d’alleanze, verrebbero coinvolte tante nazioni del mondo. E sappiamo che chi paga le conseguenze della guerra è sempre chi non c’entra nulla, gli innocenti, la popolazione.
E se i grandi della Terra non si curano dell’opinione dei propri concittadini, per una volta usiamo i social network in maniera intelligente e dimostriamo al mondo il nostro rifiuto per la guerra, sperando che la cosa si espanda a macchia d’olio. Seppur non si potranno fermare le armi, cerchiamo di far sentire la nostra voce.
Mettiamo come foto del profilo immagini riguardanti la pace. E poi condividiamo e invitiamo gli amici, sperando che non vi sia mai la terza guerra mondiale.

Cliccate qui per partecipare all’evento su facebook.

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Settant’anni fa l’armistizio con gli Alleati: una pace che portò purtroppo alla guerra civile e al martirio del suolo italiano

8 settembre 1943, ore 19.42. Il maresciallo Pietro Badoglio parla dai microfoni di Radio EIAR:

Il governo italiano, riconosciuta la impossibilità di continuare la impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane. La richiesta è stata accolta. Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza.

L’armistizio di Cassibile

Il generale Castellano (in borghese) ed il generale Eisenhower si stringono la mano dopo la firma dell'armistizio a Cassibile, il 3 settembre 1943.

Il generale Castellano (in borghese) ed il generale Eisenhower si stringono la mano dopo la firma dell’armistizio a Cassibile, il 3 settembre 1943.

Accordo che stabiliva le condizioni dell’armistizio chiesto dall’Italia agli Alleati dopo la caduta del regime fascista. Fu firmato a Cassibile, in provincia di Siracusa, il 3 settembre 1943 alla presenza del comandante delle forze alleate Eisenhower dai generali Giuseppe Castellano, per l’Italia, e Walter Bedell Smith, per gli Alleati. L’armistizio, articolato in 12 punti, prevedeva che l’Italia si ritirasse dalla guerra e dall’alleanza con la Germania e consegnasse la flotta e gli aerei nelle basi meridionali agli Alleati. L’Italia si impegnava inoltre ad accettare le direttive di ordine politico ed economico che sarebbero state comunicate in un secondo tempo. Secondo gli accordi l’armistizio doveva essere divulgato sei ore prima dell’imminente sbarco angloamericano sulle coste italiane, ma una serie di fraintendimenti tra le parti costrinse a rinviare l’operazione. La notizia dell’armistizio fu diffusa in tutto il mondo l’8 settembre 1943.

Le conseguenze

La scelta

L’annuncio dell’armistizio prese parecchi italiani alla sprovvista: le circostanze in cui esso venne reso pubblico determinarono la sensazione tra militari e civili di essere stati abbandonati e lasciati a sé stessi, rispettivamente i primi dagli ufficiali ed i secondi dall’autorità pubblica, e vi è stato chi ha visto nell’8 settembre e nelle sue conseguenze il momento della venuta meno del tessuto connettivo nazionale.
Nei giorni immediatamente successivi all’armistizio, con l’eclissi del potere dello Stato regio, iniziarono a delinearsi i due schieramenti della guerra civile, i partigiani e i fascisti, entrambi convinti di rappresentare legittimamente l’Italia. Molti di coloro che imbracciarono le armi si trovarono, colti di sorpresa dall’armistizio, da una parte o dall’altra quasi casualmente e dovettero compiere la propria scelta di campo sulla base delle circostanze. La decisione fu resa maggiormente drammatica per la solitudine in cui avvenne, in quanto di fronte al crollo dello Stato non esisteva più la possibilità di rifarsi ad un’autorità, ma solo ai propri valori. Naturalmente le scelte non furono tutte istantanee e basate su certezze assolute.
La scelta fu particolarmente gravosa per i militari, vincolati da una parte al giuramento al re e dall’altra al rispetto dell’alleanza con i tedeschi, pena in entrambi i casi il proprio onore di soldati; risolsero il problema facendo appello alla propria coscienza: alcuni, considerando sciolto il giuramento al Re per via del suo comportamento, si presentarono ai comandi tedeschi chiedendo d’essere arruolati, ricevendo come distintivo una fascia da braccio con un tricolore e la scritta Im Dienst der Deutschen Wehrmacht (al servizio della Wehrmacht germanica); altri, pur essendo del medesimo avviso, scelsero comunque di non parteggiare per l’Asse.
Disordini e scontri a fuoco avvennero durante i giorni dell’armistizio, ma raramente coinvolsero italiani di entrambi gli schieramenti. Lo stato maggiore del Regio Esercito provvide in alcuni casi a modificare i comandi con elementi di sicura fede monarchica, come accadde alla 1ª Divisione corazzata “M”, che divenne 136ª Divisione corazzata “Centauro II” e fu assegnata al generale Giorgio Carlo Calvi di Bergolo, genero del re; tuttavia il Comando Supremo non giudicava affidabile la divisione, che infatti durante gli eventi dell’8 settembre non si mosse a difesa di Roma. Ciò non di meno, vi furono alcuni episodi in cui italiani delle due parti si scontrarono.

Rilevanti fatti di sangue si registrarono in Sardegna, dove il contingente italiano, godendo di una netta superiorità numerica e di una buona qualità dei reparti a disposizione, tra i quali la 184ª Divisione paracadutisti “Nembo”, obbligò i tedeschi ad una veloce ritirata dall’isola. Di conseguenza, diversamente che dal resto d’Italia, non vi fu margine di manovra per quegli italiani che non avessero voluto obbedire alle disposizioni armistiziali e che pertanto dovettero compiere la scelta di campo immediatamente. La Sardegna fu quindi teatro di uno dei primi episodi di guerra civile, quando all’annuncio dell’armistizio il XII battaglione della “Nembo”, al comando del maggiore Mario Rizzatti, si ammutinò per seguire i tedeschi della 90ª Divisione Panzergrenadier e continuare quindi la lotta contro gli angloamericani. A sedare questa sedizione venne inviato il tenente colonnello Alberto Bechi Luserna, che fu ucciso dagli ammutinati. Cinque giorni dopo veniva ucciso da un ignoto il maresciallo ordinario Pierino Vascelli, che, sebbene non si fosse unito agli ammutinati, non aveva nascosto i propri sentimenti fascisti.
Si schierarono con i tedeschi anche il 63º battaglione della legione Camicie Nere Tagliamento, un centinaio di paracadutisti della scuola di Viterbo, una parte del 10º reparto Arditi presso Civitavecchia, nonché i militari della Xª Flottiglia MAS di stanza a La Spezia, al comando del principe Junio Valerio Borghese, che ricostituì il corpo mantenendo lo stesso nome, principalmente come fanteria di marina. In altre parti d’Italia i fascisti non presero posizione contro i reparti fedeli alla monarchia, ma si limitarono a non opporre resistenza ai tedeschi.
Nel clima generale in cui tutti erano come posseduti da un “bisogno di grandi tradimenti” contro i quali rivalersi, entrambe le parti (sebbene tra i partigiani non mancasse una minoranza di convinti monarchici) erano accomunate dalla condanna del re e di Badoglio: i fascisti li accusavano di aver tradito l’alleanza con i tedeschi e di aver così compromesso l’onore dell’Italia agli occhi del mondo, mentre i resistenti di aver impedito all’8 settembre di «trasformarsi in una trionfale e redentrice giornata di resurrezione» (Silvio Trentin).
I primi gruppi di fascisti ripresero l’iniziativa; contemporaneamente a Roma – perduranti ancora i combattimenti fra Regio Esercito e Wehrmacht – veniva fondato dagli esponenti dell’antifascismo politico il primo Comitato di Liberazione Nazionale, mentre, specialmente in Piemonte e in Abruzzo, si formarono i primi gruppi partigiani. In quei giorni furono gettate le basi sia della “resistenza attiva” sia della “resistenza passiva”, con la popolazione civile che offriva solidarietà ed aiuto ai soldati che si davano alla macchia o che sceglieva “di non scegliere”, mettendosi nella “zona grigia” o fra gli “attendisti”.

La Repubblica Sociale Italiana

Organismo statale sorto in Italia dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 nei territori centrosettentrionali del paese occupati dai nazisti (a esclusione di quelli annessi di fatto al Terzo Reich, come il Trentino, l’Alto Adige e il Friuli). Detta anche Repubblica di Salò (dal nome del comune sul lago di Garda, in provincia di Brescia, che fu sede del governo), fu presieduta da Benito Mussolini, che ne ufficializzò la costituzione in un discorso trasmesso da radio Monaco il 18 settembre 1943. Il governo, i cui ministeri furono dislocati in diverse città dell’Italia settentrionale, si costituì il 23 settembre al rientro di Mussolini in Italia e fu riconosciuto soltanto dalle nazioni dell’Asse e dagli stati satelliti.

La Repubblica di Salò fu nei fatti uno strumento al servizio dell’occupazione tedesca, sebbene Mussolini tentasse di rilanciare un’autonoma proposta politica riprendendo i toni sociali e repubblicani tipici delle origini del fascismo. Più che da Mussolini la RSI fu orientata dagli esponenti oltranzisti del regime, tra i quali Alessandro Pavolini, segretario del neocostituito Partito fascista repubblicano, e il maresciallo Rodolfo Graziani, responsabile della Difesa.

Un tribunale della RSI processò a Verona i gerarchi del Gran consiglio del fascismo, che, nella seduta del 25 luglio 1943, avevano votato un ordine del giorno contro Mussolini, provocandone la caduta. Il processo si concluse il 10 gennaio 1944 con cinque condanne a morte, che colpirono tra gli altri il genero di Mussolini, Galeazzo Ciano, e il generale Emilio De Bono, quadrumviro della marcia su Roma del 1922.

In mancanza di una partecipazione alle operazioni contro le forze degli Alleati, anche per la diffidenza con la quale i tedeschi guardavano alle formazioni “repubblichine”, compito principale della RSI diventò la repressione antipartigiana, nella quale si distinse per spietatezza la X MAS di Junio Valerio Borghese. Fu inoltre costituito un esercito della RSI, al quale molti giovani si sottrassero non rispondendo alla leva o disertando, e una milizia fascista, autonoma struttura militare ricostituita da Mussolini. Non mancò peraltro l’apporto all’esercito della RSI e alla milizia di gruppi di giovani che in buona fede avevano vissuto l’armistizio dell’8 settembre come una grave onta inferta all’onore nazionale e un tradimento nei confronti dell’alleato tedesco.

Le rare iniziative di carattere politico, come la manifestazione fascista al teatro Lirico di Milano (16 dicembre 1944), non ottennero risonanza e dimostrarono l’isolamento sostanziale, rispetto alla maggioranza della popolazione, in cui agiva la RSI. I suoi destini furono perciò intrecciati alle sorti delle forze di occupazione tedesche, così che la RSI crollò con l’avanzata degli Alleati e con il successo della Resistenza. La morte di Mussolini, giustiziato dai partigiani il 28 aprile 1945, e quella dei principali capi fascisti (Pavolini, Starace, Farinacci) suggellò la fine della RSI.

La Resistenza

La Resistenza armata al nazifascismo si organizzò dopo l’armistizio dell’8 settembre, quando dalle fila dell’esercito lasciato allo sbando uscirono i primi gruppi di volontari combattenti, reclutati dalle nascenti formazioni partigiane. Queste furono costituite dai rappresentanti dell’antifascismo, che crearono il Comitato di liberazione nazionale (CLN), al quale si collegarono successivamente organismi analoghi nati su base regionale: Il CLN fu lo strumento politico della guerra partigiana, le cui prime azioni furono messe a segno nell’inverno 1943-44 nel territorio alle spalle delle linee tedesche.

La Resistenza fu espressione di una volontà di riscatto dal fascismo e di difesa dell’Italia dall’aggressione tedesca e coinvolse complessivamente circa 300.000 uomini armati, che svolsero attività di guerriglia e di controllo, dove possibile, del territorio liberato dai nazifascisti. Fu dunque guerra patriottica di liberazione dall’occupazione tedesca, ma fu anche guerra civile contro la Repubblica sociale italiana, nel cui esercito pure militarono gruppi di giovani che in buona fede considerarono l’armistizio con gli Alleati un tradimento nei confronti dell’alleato tedesco.

Il movimento della Resistenza si sviluppò sostanzialmente nell’Italia del Nord e, in secondo luogo, nell’Italia centrale. I raggruppamenti più numerosi furono quelli organizzati dai comunisti nelle Brigate Garibaldi; gli uomini del Partito d’azione formarono le brigate di Giustizia e Libertà, i socialisti le Matteotti. Operarono inoltre altre formazioni di diversa impronta ideologica: cattolica, liberale, nazionalista e monarchica. Quasi assente fu la Resistenza nell’Italia meridionale, che peraltro al 12 ottobre 1943 era già stata occupata dalle forze angloamericane fino alla linea Gustav, il fronte difensivo tedesco che tagliava la penisola dalle foci del Volturno, sul Tirreno, fino a Termoli, sul litorale Adriatico. Fece eccezione l’insurrezione di Napoli, dove il popolo nelle quattro giornate liberò la città dall’occupazione tedesca.

L’unità operativa che i diversi gruppi della Resistenza italiana riuscirono, seppure imperfettamente, a conseguire sul piano militare non ebbe riscontro in un’analoga unità d’azione politica. Gli obiettivi finali per i quali era giustificata la lotta di liberazione apparivano assai divergenti a seconda delle appartenenze partitiche: tali divergenze erano presenti tra le stesse forze di sinistra. Il Partito d’azione, il Partito comunista e il Partito socialista rifiutavano l’idea che lo scopo della guerra partigiana fosse quello di ripristinare lo stato liberale prefascista; sulla base di questa comune premessa, tuttavia, anche questi partiti differivano tra di loro su contenuti e modalità della struttura del nuovo stato democratico per il quale si battevano. Gli azionisti ritenevano che fosse necessario attribuire alle organizzazioni partigiane un ruolo rilevante nella costruzione di una nuova democrazia, dai contenuti sociali più avanzati di quelli del vecchio stato monarchico; per i comunisti e i socialisti, invece, i CLN dovevano esaurire la loro funzione in ambito militare, lasciando ai partiti il compito di promuovere le future forme politiche e istituzionali.

Altrettanto differenti erano le motivazioni ideologiche che circolavano tra i partigiani. Molti di quelli che militavano nelle formazioni di sinistra, spinti da una forte carica ideologica, pensavano che la guerra di liberazione dovesse sfociare in un cambiamento radicale della società. Tale cambiamento per i comunisti coincideva con la rivoluzione sociale, per gli azionisti con l’instaurazione di una democrazia avanzata, libera dai compromessi e dalle debolezze che nel 1922 avevano portato alla vittoria del fascismo. La caduta della monarchia avrebbe dovuto rappresentare la premessa obbligata di qualsiasi rinnovamento futuro. La monarchia continuava invece a riscuotere consensi tra i partigiani democratico-cristiani, liberali e autonomi, oltre che tra i soldati e gli ufficiali delle forze dell’esercito che, non avendo aderito alla Repubblica di Salò, avevano scelto di partecipare alla Resistenza. Inoltre il modello dello stato prefascista appariva tutt’altro che accantonato.

I partigiani del Nord operarono prevalentemente nelle montagne e nelle campagne, ma la loro azione si saldò anche agli imponenti scioperi operai che nel marzo del 1944 paralizzarono le maggiori città industriali (Torino, Milano, Genova). Nelle fabbriche e nelle città, soprattutto per opera dei militanti comunisti clandestini, si organizzarono nuclei partigiani denominati GAP (Gruppi d’azione patriottica), formati ciascuno da tre o quattro militanti, che svolgevano operazioni di sabotaggio, atti di guerriglia e opera di propaganda politica.

Via via che cresceva il ruolo combattente della Resistenza, si poneva il problema del rapporto con gli interlocutori politici e militari italiani e Alleati. Frequenti attriti si manifestarono anche dopo che i partigiani furono ufficialmente militarizzati nel Corpo volontari della libertà (giugno 1944), comandato dal generale Raffaele Cadorna, con vicecomandanti il comunista Luigi Longo e l’azionista Ferruccio Parri, e riconosciuto sia dai comandi militari alleati che dal governo nazionale. Causa dei contrasti con il governo italiano che operava nei territori liberati erano le strategie politiche da assumere per il futuro, mentre tra le forze militari angloamericane correva il timore che a guerra conclusa i partigiani divenissero protagonisti di azioni insurrezionali. Confermava tale timore l’esperienza, peraltro di breve durata, delle repubbliche partigiane che si formarono in alcune zone del Nord, liberate dall’occupazione nazifascista tra l’estate e l’autunno del 1944.

La Resistenza culminò nell’insurrezione generale, proclamata dal Comitato di liberazione nazionale per l’Alta Italia il 25 aprile 1945 e conclusasi con la liberazione delle principali città del Nord prima dell’arrivo delle forze alleate; la resa incondizionata dei tedeschi si ebbe il 29 aprile.

Fonti: Encarta, Wikipedia

 

Per approfondire gli accadimenti legati alla Resistenza, di cui qui ho riportato una sintesi, visitate la pagina Wikipedia dedicata.

Vi lascio con due estratti dal seguito di Tregua nell’ambra: il primo tratto dalla campagna d’Italia cui partecipa anche Alec, il secondo dalle attività della Resistenza ad Asti cui partecipa Elisa. E non chiedetemi cosa ci fa lì perché al momento non posso dirvelo 😉

 

Estratto 1

Alec si risistemò lo zaino sulla spalla gocciante, sistemò le armi e corse verso la boscaglia che gli stava dinanzi, i suoi uomini disposti in formazione come ordinato, pronti a fare fuoco. Si portò davanti a loro e fu il primo ad addentrarsi nella vegetazione, i sensi tesi al massimo nel buio, preparati a cogliere anche il minimo infido stormire di fronde. Avanzò velocemente ma con cautela con le armi puntate verso un nemico invisibile. I piedi che calpestavano un tappeto di bossoli. Dopo pochi metri alla luce lunare filtrata dai fogliami degli alberi, scorse uno sbarramento di legno e filo spinato. Attorno a lui altri soldati, altre vite intrecciate alla morte. Il fumo che si levava dai tronchi bruciati e dal terreno violentato cominciò a ottenebrargli la visuale. Socchiuse gli occhi e seguitò ad avanzare. Lo sbarramento c’era, ma era praticamente distrutto, travi e detriti di ferro sparsi ovunque. Lo valicò con facilità, affiancato dal sergente Wilson e da un paio di reclute. Oltre quello, il nulla. Soltanto frammenti indefinibili e macerie. Nessuna tenda, nessun nazista.

Gli uomini cominciarono a tranquillizzarsi ma lui intimò di non abbassare la guardia. Si chiese se i tedeschi fossero fuggiti. Che fosse invece una trappola? Considerato il numero dei soldati britannici e quello dei tedeschi non credeva potesse trattarsi di un’imboscata. I nemici erano in netta inferiorità; se erano riusciti a resistere fino a quel momento era stato solo grazie alla conformazione morfologica del territorio. Continuarono ad addentrarsi nei boschi e trovarono una cinquantina di cadaveri. Tutti sottoufficiali e soldati semplici. Alec diede ordine ai suoi uomini di raccogliere armi ed equipaggiamento.

Si chinò sul corpo senza vita di un tedesco. Gli occhi ancora aperti in un’espressione di terrore, la divisa bruciata, gli arti inferiori atrocemente mutilati dal fosforo, le ossa dell’avambraccio in bella vista. Non gli fece alcuna impressione, aveva visto cose ben peggiori. Sfilò con attenzione un Gewehr 98 dalla spalla ustionata del cadavere.

Continuarono ad avanzare. Per diverse centinaia di metri non trovarono anima viva, soltanto altri cadaveri dilaniati dalle granate e arsi dal fosforo, sguardi vacui che parevano seguirli a ogni passo e ossa fuori dalle membra. Raggiunsero con facilità l’area retrostante, quella che non era stata percossa dai fuochi dell’artiglieria. Ciò voleva dire che il resto dei crucchi aveva battuto in ritirata. Alec si fermò e gli uomini attorno a lui fecero altrettanto. In quel momento udì una voce familiare.

«Alec!»

Russell gli correva incontro dalla vegetazione alla sua destra. Anch’egli era bagnato fradicio come tutti gli altri.

«Russ, al momento giusto. Uomini a posto?», gli chiese Alec non appena l’amico si fu avvicinato.

«Sì, griglia 5001B sicura. Anche qui sembra tutto tranquillo.»

«Prima di accamparci dobbiamo scoprire dove sono. Andiamo in avanscoperta», disse Alec guardandosi attorno.

«Era quello che pensavo anch’io. Aspettami. Vado a dare nuovi ordini ai miei.» Si mosse nella direzione dalla quale era giunto.

Alec si voltò verso il suo plotone, i cinque sergenti erano proprio dietro di lui. «Sullivan, Adams, scegliete tre caporali e venite con me.»

«Sissignore», risposero quelli allontanandosi tra gli alberi alla ricerca dei loro uomini migliori.

Estratto 2

L’Osteria dei santi – appellativo nient’affatto adatto ai suoi avventori – si trovava subito dopo il ponte sul fiume. Era costruita in travi di legno scuro e pesante, con un’insegna anch’essa lignea che dondolava allegramente a ogni refolo di brezza. Sul lato ovest, nascoste alla via e alla cima della china su cui erano i miei compagni, erano parcheggiate diverse camionette militari.
Varcai la soglia del locale quasi fosse quella di casa mia. Indossai una maschera civettuola e mi mossi ancheggiando fino al bancone. Il posto era zeppo di nazisti. Non solo ufficiali, come potei notare in una rapida scorsa sulle loro spalline, ma pure soldati semplici. Dall’uniforme parevano tutti membri dell’Heer, niente SS. Una bruma di fumo aleggiava nel punto più alto del soffitto spiovente, mentre l’aria ad altezza d’uomo puzzava dannatamente di alcol. Risa maschili ed esclamazioni in tedesco infastidivano i timpani.
Mi sedetti rapidamente su uno sgabello. Un uomo mi venne incontro dall’altra parte. Con un gesto del palmo gettò dietro di sé un moccolo di candela che si esibiva squallido sul bancone bisunto, quindi mi concesse un’occhiata curiosa.
«Mia cara, non vi ho mai vista da queste parti, qualche problema?», mi chiese in un italiano dalla forte inflessione piemontese. Aveva il viso rincagnato e il capo privo di capelli, a parte qualche ciuffo sale e pepe ai lati.
Risposi con un sorriso suadente. «È gentile da parte vostra prendervi pena per me. Tuttavia credo sappiate bene perché giovani donne astigiane decidano di frequentare questo posto, non è vero?» Pronunciai il tutto con un tono di voce basso, nel tentativo di apparire sicura del fatto mio e al contempo mascherare quanto più possibile l’inevitabile strascico della mia parlata meridionale.
«Oh, bene, capisco benissimo», rispose poggiando i gomiti sul bancone e sporgendosi verso di me. Un tanfo di sudore rancido mi raggiunse senza pietà. «Mi piange il cuore nel vedere una così bella italiana vendersi», asserì rivolgendo un’impudica occhiata all’apertura del mio cappotto.
Afferrai al volo l’occasione per portarlo fuori da lì. Non potevo certo dirgli che i partigiani stavano per distruggere la sua osteria; oltretutto era probabile che fosse in buoni rapporti con i nazisti. «Magari potremmo approfondire la questione. Diciamo… in privato?», incalzai ammiccando.
Dio, pensai. Se mi vedesse Enea scoppierebbe a ridere.
Un rossore improvviso e visibile nonostante la luce poco intensa dei lampadari si fece strada attraverso il collo tarchiato per approdare infine alle orecchie leggermente a punta dell’oste.
Annuì fingendosi sicuro di sé, come se si fosse trovato decine di volte in situazioni come quella.

Via col vento – Margaret Mitchell

Rossella: Voi non siete un gentiluomo!

Rhett: E voi non siete una signora; non è un titolo di demerito, le signore non mi hanno mai interessato.

Più volte in passato mi è capitato di sentir parlare del romanzo Via col vento; ho sempre ascoltato distrattamente e non mi è mai venuto in mente di leggerlo. E probabilmente se l’avessi letto da adolescente non l’avrei apprezzato molto. Ora invece finalmente l’ho letto e l’ho amato.

 

 

VIA COL VENTO

Margaret Mitchell

Mondadori

 

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L’autrice

 

 

MARGMITCHELL

Margaret Munnerlyn Mitchell (Atlanta, 8 novembre 1900 – 16 agosto 1949) fu una scrittrice e giornalista statunitense, che assurse alla notorietà nel 1936 con il suo romanzo Via col vento, che le valse il premio Pulitzer l’anno seguente e la trasposizione cinematografica nel celebre, omonimo film del 1939.

All’eta di 14 anni entra nel Washington Seminar, un collegio femminile, dove studia rivelando il suo talento. Compiuti i 18 anni si iscrive al corso superiore di medicina allo Smith College di Northampton, nel Massachusetts, ma gli studi vengono interrotti da un evento triste. Sua madre muore e lei ritorna a casa, ad Atlanta, dove nel 1922 sposa Berrien Kinnard Upshaw. Il matrimonio si rivela un fallimento e lui esce dalla sua vita lasciandole la libertà necessaria per ricominciare da capo.
Negli anni Venti, Margaret diventa una collaboratrice dell’Atlanta Journal Sunday Magazine: memorabile fu la sua intervista a Rodolfo Valentino – di cui ho parlato in questo articolo. Nel 1926 Margaret sposa John Marsh, un agente pubblicitario, e lascia il lavoro per poter dedicarsi alla letteratura. Nello stesso anno comincia a scrivere un romanzo, la cui lavorazione la terrà impegnata per dieci anni. Il libro viene stampato e distribuito nel giugno del 1936 col titolo Via col vento, prendendo a prestito il verso suggestivo di una poesia di Ernest Dowson. Ed è subito un successo strepitoso: in sole quattro settimane vengono vendute ben 180.000 copie.
Nel 1937, grazie al suo romanzo, la Mitchell vince il Premio Pulitzer e l’anno seguente è candidata al Premio Nobel per la letteratura. Visto il grande successo, quasi immediatamente partono le trattative col produttore cinematografico David O. Selznick, che dal libro vuole trarre un film. Margaret fa molta resistenza e non vorrebbe partecipare né alla stesura della sceneggiatura, né alla scelta del cast. Nel 1939, dal romanzo è stato tratto il film Via col vento con Vivien Leigh, Clark Gable, Olivia de Havilland e Leslie Howard – vedi approfondimento in fondo all’articolo.
Quando scoppia la seconda guerra mondiale, la Mitchell entra a far parte della Croce Rossa e diventa istruttrice di primo soccorso. Nel 1943 crea una Recreation Room a favore dei soldati di stanza nel Piedmont Park. Dopo la guerra, Margaret ritorna a casa con il proposito di riprendere a scrivere. La sera dell’11 agosto 1949, mentre attraversa una strada della sua città, un taxista ubriaco non si accorge di lei e la investe: Margaret Mitchell muore il 16 agosto 1949 dopo cinque giorni di coma. Sulla vita della scrittrice è stato realizzato un film tv: La travolgente storia d’amore di Margaret Mitchell (1994), interpretato da Shannen Doherty.

Fonte: Wikipedia

 

Via col vento – Trama

 

Rossella O’Hara è la viziata e capricciosa ereditiera della grande piantagione di Tara, in Georgia. Ma l’illusione di una vita facile e agiata si infrangerà in brevissimo tempo, quando i venti della Guerra Civile cominceranno a spirare sul Sud degli Stati Uniti, spazzando via in pochi anni la società schiavista. Il più grande e famoso romanzo popolare americano narra così, in un colossale e vivissimo affresco storico, le vicende di una donna impreparata ai sacrifici: la tragedia della guerra, la decimazione della sua famiglia, la necessità di dover farsi carico della piantagione di famiglia e di doversi adattare a una nuova società. E soprattutto la sua lunga, travagliata ricerca dell’amore e la storia impossibile con l’affascinante e spregiudicato Rhett Butler, avventuriero che lei comprenderà di amare solo troppo tardi.

Curiosità

 

 

Il romanzo Via col vento è destinato a essere immortale. Perché?

La cripta della civiltà, presso l’Università Oglethorpe ad Atlanta, Georgia, è considerata da tutti (in primo luogo dal celebre libro del Guinness dei Primati, che l’ha inserita in elenco nel 1990) la prima “capsula del tempo”, destinata ad essere aperta in una data precisa del futuro, il 28 maggio 8113.
Creata nel 1936, la cripta vanta dimensioni della cripta sono ragguardevoli, simili a quelle di uno spazioso loft. La camera è sigillata da una porta in acciaio inossidabile e chiusa ermeticamente. Il suo contenuto include un manuale per imparare l’inglese, la documentazione relativa a tutti gli sport, i divertimenti e i passatempi in uso durante il secolo scorso, filmati dei grandi della Terra, un uccello di plastica, il modellino di un treno, i manichini di un uomo e di una donna, due pipe, un gioco in scatola, 800 libri significativi su ogni argomento importante per il genere umano e 200 romanzi considerati rappresentativi della cultura umana tra cui anche Via col vento.

 

La mia recensione

 

Questo libro è un autentico capolavoro. Di primo acchito pare un romanzo d’amore ambientato durante la guerra di secessione americana – vedi approfondimento in fondo all’articolo, ma poi si rivela anche la struggente storia di un’amicizia tra due donne, il ritratto delle sofferenze cagionate dalla guerra. L’ambientazione è affascinante – soprattutto per ciò che riguarda Tara nei giorni d’oro e Atlanta durante l’assedio – e i personaggi sono analizzati con cura tramite punti di vista diversi, particolari e particolareggiati. L’autrice guida il lettore alla scoperta dell’anima degli uomini e delle donne della Confederazione degli Stati Uniti – quando ancora non erano tutti “Stati Uniti”; del rapporto di essi con gli schiavi neri – qui qualche osservazione mi ha dato un po’ fastidio ma capisco che non si tratta di discriminazione fine a se stessa quanto alla descrizione del rapporto che c’era all’epoca tra padroni e schiavi; delle intenzioni originarie del primo Ku Klux Klan; di un periodo importantissimo per la storia americana che la maggior parte degli europei conosce solo superficialmente. Si tratta di un romanzo pieno di dolore, di struggente malinconia per un passato spensierato che non può tornare.

La protagonista, Rossella O’Hara, possiede una personalità volitiva e audace che la rende una vera pioniera nella società in cui vive. Il suo iniziale egoismo, fine a se stesso, le darà la forza di affrontare e vincere sfide impossibili da superare per una donna di buona famiglia come tutte le altre; la sua franchezza cruda spinge il lettore a fare i conti con il proprio io, con la verità di ciò che è, senza barriere di sorta imposte dalla società. Temprata dalla vita e sostenuta dalla sua ardente personalità, Rossella subisce più trasformazioni fino a diventare fredda di fronte al pericolo, instancabile di fronte alle avversità, e soltanto alla fine una donna matura.

I personaggi che ho amato di più, oltre alla protagonista, sono stati: Geraldo O’Hara, padre di Rossella e uomo saggio nonostante lo spirito giovane e allegro; Melania Wilkes, cognata di Rossella e donna il cui aspetto minuto non ne pregiudica la forza d’animo, stabile punto di riferimento per tutti e rifugio sicuro da ogni sofferenza; Rhett Butler, incorreggibile mascalzone che non è soltanto un uomo bello e coraggioso, ma un grande pensatore che non ha problemi a esporre con cruda sincerità il proprio pensiero.

Un romanzo epico, malinconico e struggente, indimenticabile.

Per quanto riguarda il film la mia opinione è abbastanza positiva anche se, come è risaputo, i film non sono quasi mai all’altezza dei libri. Questo perché in un film non è facile riportare il tormento interiore dei protagonisti che invece un romanzo trasmette in maniera più vivida. E questo è anche il caso del film Via col vento. Suggerisco la visione del film solo dopo la lettura del romanzo, cosicché si possano comprendere appieno gli stati d’animo e le scelte di Rossella O’Hara. Devo dire che Clark Gable è assolutamente perfetto nel ruolo di Rhett Butler – anche se forse leggermente rabbonito rispetto al personaggio letterario – e Vivien Leigh è una superba Rossella, perfettamente capace delle espressioni crudeli o disperate che il ruolo richiede. Nel film la storia risulta leggermente mutilata, difatti mancano alcuni personaggi come Dilcey, Wade, Ella, Baldo, Will – quest’ultimo ha un ruolo portante nel momento in cui Rossella si trasferisce in maniera permanente ad Atlanta, lasciando Tara nelle sue mani – o alcuni fatti secondari che rendono più ricca la storia.

Valutazione:

5+

Approfondimenti

 

Via col vento – Il film

 

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Via col vento (Gone with the Wind) è un film drammatico diretto da Victor Fleming nel 1939.
Universalmente riconosciuto come uno dei film più famosi della storia del cinema, ha stabilito dei record che rimangono tuttora insuperati. Il film venne prodotto da David O. Selznick e distribuito dalla Metro-Goldwyn-Mayer; la sceneggiatura, in buona parte dovuta a Sidney Howard, è tratta dal romanzo omonimo di Margaret Mitchell, vincitore del premio Pulitzer nel 1937.
La lavorazione del film fu molto complessa e travagliata, come per molti film di quel periodo storico: complessivamente richiese circa due anni per poter essere realizzato e il suo completamento è dovuto principalmente al grande sforzo economico e lavorativo di Selznick, la cui intenzione era di farne un grande affresco storico, oltre che una semplice storia d’amore; per raggiungere il suo scopo Selznick vi dedicò quasi tutte le sue energie nel periodo della produzione. Proprio la grandiosità produttiva e il grande successo di pubblico rendono questo film una pietra miliare indiscutibile nella storia del cinema; si è trattato, infatti, del primo caso di successo planetario nella storia del cinema.
Ufficialmente la regia è attribuita a Victor Fleming, ma durante la produzione si sono succeduti George Cukor e Sam Wood. Lo stesso Selznick (considerato da molti il vero autore del film) ha avuto una forte presenza nella direzione così come su molti aspetti del film, tra cui anche la sceneggiatura, il montaggio e la scelta degli attori, a dimostrazione che questo più degli altri è il “suo” film.

 

I protagonisti

 

Cattura

Clark Gable e Vivien Leigh in una celebre scena di Via col vento (1939).

Quando Selznick propose il film alla Warner Bros., i due principali candidati ad interpretare le parti di Rossella e Rhett erano Bette Davis ed Errol Flynn. I due, tuttavia erano poco tempo prima venuti a lite e mal si sopportavano: Selznick avrebbe dovuto cambiare almeno uno dei due, ma poi gli accordi con la WB saltarono e Selznick fu costretto a ripiegare altrove. Una volta accordatosi con la MGM Selznick rimase indeciso se contattare Clark Gable o Gary Cooper, ma quando quest’ultimo rispose affermando:

Via col vento sta per diventare il più grande flop della storia del cinema, e sarà Clark Gable a perderci la faccia e non Gary Cooper.

 

il produttore non ebbe più dubbi e assegnò la parte a Clark Gable senza indugiare e con l’approvazione di tutto il pubblico americano; la MGM fu d’accordo fin dall’inizio e Gable venne scritturato. In quel periodo Gable stava divorziando da Ria Langham e la moglie voleva 400.000 dollari per concedere il divorzio al marito; questi, tuttavia, non era in grado di pagare una somma così alta tutta insieme, ma alla fine ricevette come compenso 400.000 per il divorzio, più 120.000 dollari per sé.

 

Clark Gable mentre legge Via col vento.

Clark Gable mentre legge Via col vento.

 

Molto più complicata e travagliata è stata la scelta per l’attrice che doveva interpretare Rossella. Furono provinate circa 1400 attrici, tra cui Paulette Goddard, Susan Hayward, Katharine Hepburn, Carole Lombard, Jean Arthur, Tallulah Bankhead, Norma Shearer, Barbara Stanwyck, Joan Crawford, Lana Turner, Joan Fontaine, Bette Davis, Alicia Rhett (alla quale poi andò il ruolo di Lydia Wilkes) e Loretta Young; al momento dell’inizio delle riprese nel dicembre 1938 non si aveva ancora un nome definitivo e si dovette cominciare senza la protagonista.

Vivien Leigh.

Vivien Leigh.

In mezzo a questo elenco di star hollywoodiane la parte venne assegnata alla poco conosciuta Vivien Leigh; questa ottenne un provino quando venne presentata quasi per caso al fratello del produttore, Myron Selznick, mentre si girava la scena dell’incendio di Atlanta. Alla fine rimasero in lizza due attrici: Paulette Goddard e appunto Vivien Leigh. Una leggenda vuole che la Goddard perse il ruolo perché non riuscì a dimostrare di essere realmente sposata a Charlie Chaplin, con cui conviveva, e questo per il moralista e capo della MGM Louis B. Mayer era del tutto inaccettabile. Nemmeno Vivien Leigh era sposata e conviveva con Laurence Olivier, ma a differenza della Goddard la storia non era nota al grande pubblico e per questo ottenne la parte e 25.000 dollari. I due si sposarono comunque poco tempo dopo, il 31 agosto 1940 come promesso a Mayer.

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Fonte: Wikipedia

Alcune scene del film

 

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Guerra di secessione

 

Guerra civile che oppose tra il 1861 e il 1865 gli Stati Uniti d’America (l’Unione) a undici stati secessionisti del Sud, organizzati nella Confederazione degli Stati Uniti d’America.

LE ORIGINI DEL CONFLITTO

Nella prima metà del XIX secolo gli stati del Nord e quelli del Sud erano portatori di tradizioni e interessi economici, sociali e politici profondamente diversi. La principale causa di contrasto tra le regioni agricole meridionali e quelle industriali del Nord era l’istituto della schiavitù. Perno del sistema socio-economico sudista, che annoverava al suo interno oltre quattro milioni di schiavi neri impiegati nelle piantagioni di cotone, tabacco e canna da zucchero, la schiavitù non rispondeva invece alle esigenze produttive delle regioni settentrionali, interessate alla meccanizzazione del lavoro, ed era dunque avversata per ragioni tanto ideali quanto di interesse economico.

Sulla questione, il compromesso del Missouri del 1820 stabilì che all’interno dei territori a ovest del Mississippi, da poco acquisiti dagli Stati Uniti, il parallelo dei 36° 30′ avrebbe costituito il confine tra stati schiavisti e stati liberi.

Il mutamento degli equilibri

Alla metà del secolo, tuttavia, nel Sud si guardava con sospetto all’azione del Congresso, dove i rappresentanti degli stati schiavisti costituivano ormai una minoranza. Lo scontento sudista era accresciuto dall’introduzione, in molti stati settentrionali, di leggi a tutela della libertà personale, che minavano l’efficacia delle norme varate per arginare il fenomeno della fuga degli schiavi (vedi Fugitive Slave Laws).

Non meno apprensione generavano i crescenti successi elettorali del Free-Soil Party, partito che si opponeva all’estensione della schiavitù nei territori acquisiti dopo la guerra con il Messico e contrastava l’ammissione nell’Unione di stati schiavisti di nuova costituzione. Tuttavia, nel 1857 la Corte Suprema decretò l’incostituzionalità di qualsiasi pretesa federale di proibire la schiavitù. Il 16 ottobre del 1859 John Brown, un ardente abolizionista, attaccò l’arsenale federale di Harpers Ferry, in Virginia, con l’intento di provocare una sollevazione degli schiavi. L’azione fu il pretesto per i sudisti di rivedere la propria posizione all’interno dell’Unione.

La secessione del Sud

In occasione delle elezioni presidenziali del 1860, il candidato repubblicano Abraham Lincoln si dichiarò contrario all’estensione della schiavitù. L’elezione di Lincoln alla presidenza dell’Unione rafforzò nel Sud l’opinione che per tutelare i propri interessi non esistesse altra via se non quella dell’indipendenza: nel marzo del 1861 sette stati (South Carolina, Mississippi, Florida, Alabama, Georgia, Louisiana, Texas) adottarono ordinanze di secessione dando vita agli Stati Confederati d’America ed eleggendo Jefferson Davis quale presidente.

Nel suo discorso inaugurale Lincoln dichiarò illegale la secessione, esprimendo l’intenzione di mantenere l’autorità e i possedimenti federali nel Sud. Quando, il 12 aprile 1861, l’artiglieria sudista aprì il fuoco per impedire i rifornimenti alla base militare federale di Fort Sumter (South Carolina), Lincoln ordinò l’invio di truppe per sedare la rivolta. Per tutta risposta, Virginia, Arkansas, North Carolina e Tennessee aderirono alla Confederazione.

LE OSTILITÀ

Le prime fasi del conflitto

Il 21 luglio del 1861 la vittoria dei sudisti nella battaglia di Bull Run (48 km a sud-ovest di Washington) costrinse i vertici politico-militari dell’Unione ad abbandonare ogni speranza di una guerra-lampo e a impegnarsi nella costituzione di un solido esercito. Di ciò Lincoln dette incarico al generale George Brinton McClellan.

Nella primavera del 1862 McClellan lanciò l’offensiva: occupata la penisola a sud-est di Richmond, fermò la marcia in attesa di rinforzi. Ciò permise al generale sudista Thomas J. “Stonewell” Jackson di passare il Potomac e di minacciare Washington. Gli uomini di Jackson e quelli dell’Armata confederata della Virginia settentrionale, comandati dal generale Robert E. Lee, attaccarono le truppe di McClellan, sconfiggendole nella battaglia dei Sette Giorni (25 giugno – 1° luglio).

Nei primi sei mesi del 1862 il generale dell’Unione Ulysses Grant riuscì prima a ottenere il controllo delle vie d’accesso alla valle del Mississippi in Tennessee e nell’Arkansas, poi a spingersi sino a Memphis. Nel corso del secondo semestre dell’anno Grant decise l’assalto di Vicksburg, l’ultima roccaforte lungo il corso del Mississippi rimasta ai confederati: in dicembre, la vittoriosa difesa della fortezza da parte dei suoi occupanti costituì la pagina finale delle vicende militari del 1862.

Le campagne del 1863

Assumendo il comando dell’Armata del Potomac, il generale Joseph Hooker mosse, nell’aprile del 1863, contro le forze del generale Lee in Virginia: nella battaglia di Chancellorsville (1-4 maggio) i confederati costrinsero Hooker alla ritirata. Intendendo indurre l’Unione a negoziare la pace, Lee mosse all’attacco verso nord.

In giugno Lee raggiunse le regioni meridionali della Pennsylvania, dove, nei pressi di Gettysburg, si combatté la battaglia considerata il punto di svolta dell’intera guerra. Il 1° luglio ebbero inizio le operazioni: il 3 luglio Lee decise di caricare al centro le linee nemiche, ma l’attacco fallì completamente. Ordinata la ritirata, Lee riuscì a riparare in Virginia. Il 1863 si chiudeva decisamente in favore delle forze dell’Unione.

Il piano d’attacco finale

Nominato comandante in capo di tutte le forze unioniste, Ulysses Grant si accinse a chiudere la morsa attorno alla Confederazione: l’Armata del Potomac, guidata dallo stesso Grant con la collaborazione del generale George Gordon Meade, avrebbe dato battaglia a Lee ancora una volta puntando su Richmond; il generale William Sherman si sarebbe invece mosso alla conquista di Atlanta (Georgia) partendo da Chattanooga; una terza armata, al comando del generale Philip Sheridan, avrebbe infine occupato la valle del fiume Shenandoah per tagliare i rifornimenti a Lee. La campagna finale ebbe inizio alla fine di marzo. Grant, bloccato poco a nord di Richmond, assediò Petersburg per oltre nove mesi.

Miglior corso per la causa dell’Unione ebbero gli avvenimenti nella valle dello Shenandoah e in Georgia, dove Sheridan e Sherman raggiunsero entro l’estate gli obiettivi loro assegnati. La marcia di Sherman verso il mare partì il 15 novembre da Atlanta in fiamme. Le truppe nordiste avanzarono distruggendo sistematicamente ogni cosa potesse sostenere lo sforzo bellico dei sudisti: nella primavera del 1865 furono invase le due Caroline.

All’inizio di aprile del 1865 Petersburg fu espugnata dagli unionisti (battaglia di Five Forks); con i rifornimenti tagliati, anche Richmond dovette capitolare. Lee si diresse allora a occidente; Grant però gli bloccò la strada e il 9 aprile lo costrinse alla resa.

L’ABOLIZIONE DELLA SCHIAVITÙ

Nel settembre del 1862 Lincoln annunciò che a partire dal 1° gennaio 1863 negli stati o parti di stati ancora coinvolti nella ribellione secessionista, gli schiavi sarebbero stati “liberi per sempre”. Il proclama di emancipazione fu giustificato come misura utile a indebolire la capacità produttiva del nemico e anticipare così la fine della guerra. Ma solo il 13° emendamento della Costituzione, ratificato nel dicembre 1865, avrebbe abolito la schiavitù in tutto il territorio degli USA.

IL DOPOGUERRA

L’8 dicembre 1863 Lincoln emanò il Proclamation of Amnesty and Reconstruction: in esso si stabiliva che, a eccezione degli alti ufficiali e dei funzionari governativi, a ogni sudista che avesse giurato lealtà alla Costituzione federale e obbedienza alla legislazione di guerra (compreso il proclama sulla schiavitù) fosse garantita l’amnistia.

Le dottrine secessioniste uscirono definitivamente screditate, mentre l’autorità del governo federale risultò enormemente accresciuta. Il Congresso poté varare le misure alle quali il Sud si era strenuamente opposto prima della guerra, comprese le concessioni di terre nei nuovi territori, l’assegnazione di contributi federali per il loro sviluppo, nonché la definizione dei più elevati dazi doganali mai stabiliti dal governo americano.

Dal punto di vista economico, la guerra incentivò la meccanizzazione della produzione e la concentrazione del capitale al Nord; inoltre, significò libertà per quasi quattro milioni di neri. Le radici culturali di tre secoli di schiavismo non poterono però essere estirpate definitivamente con le armi, e continuarono a generare tensioni e problemi nella società americana sino a tutto il XX secolo. Vedi Afroamericani.

Fonte: Wikipedia

Accadde oggi: nel 1926 muore Rodolfo Valentino

Chi non ha mai sentito parlare di Rodolfo Valentino? Amato ovunque, la sua fama lo ha reso immortale, capace di raccogliere ammiratori anche dopo quasi novant’anni dalla sua morte. Ebbene, leggendo qualcosa su di lui ho scoperto che suo padre era di Martina Franca, la mia città. Ora, a parte uno slancio di orgoglio campanilistico, nonostante l’emigrazione negli Stati Uniti Rodolfo Valentino aveva il cuore italiano, con la passionale personalità meridionale. Dunque ricordiamolo nell’anniversario della sua morte.

Rodolfo Valentino

 

Le donne non sono innamorate di me, bensì dell’immagine che hanno di me sullo schermo. Io sono soltanto la tela su cui le donne dipingono i loro sogni.

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Rodolfo Valentino, o Rudolph Valentino, nome d’arte di Rodolfo Alfonso Raffaello Pierre Filibert Guglielmi di Valentina D’Antonguella (Castellaneta, 6 maggio 1895 – New York, 23 agosto 1926), è stato un attore e ballerino italiano del cinema muto. Fu uno dei più grandi divi cinematografici della sua epoca, noto anche per esser stato il sex symbol di quegli anni, tanto che gli fu affibbiato il soprannome di “Latin Lover”. Il suo stile recitativo fu ammirato da altri grandi, tra cui lo stesso Charlie Chaplin. Di una bellezza considerata straordinaria, Rodolfo Valentino era dotato di un fascino magnetico e ambiguo che ne faceva un latin lover e un tombeur de femme quanto mai moderno e differente dai modelli – un po’ stereotipati e per certi versi datati – di un Casanova o di un Don Giovanni; sotto questo aspetto fu anche uno dei primi sex symbol se non addirittura un vero e proprio oggetto del desiderio, destinato al culto di massa. Questo suo fascino – oltre che gli indubbi meriti di attore, in un’epoca in cui il cinema muoveva ancora tutto sommato i primi passi – lo consegnerà alla leggenda.

La famiglia

Terzo di quattro figli (Beatrice, Alberto e Maria erano i suoi fratelli), era nato a Castellaneta, in provincia di Taranto, da padre italiano, Giovanni Guglielmi di Valentina D’Antonguolla, un veterinario ex capitano di cavalleria originario di Martina Franca appassionato d’araldica (i suoi studi lo convinsero d’essere imparentato a certi nobili papalini e decise, di conseguenza, di aggiungere al proprio cognome il titolo “di Valentina D’Antonguella”), e da madre francese, Marie Gabrielle Bardin, dama di compagnia della marchesa del posto. La madre nata in Francia, da genitori nobili di origine piemontese al servizio dei Savoia, poi, per lavoro, trasferitisi in Francia. Il cognome italiano della madre non è altro che Bardini, poi francesizzato per motivi pratici e di costume.

Gli studi

A Castellaneta frequentò le classi elementari per proseguire gli studi dapprima (1904) a Taranto, dove si trasferì con la sua famiglia, in un appartamento sito in via Massari 16 sul lungomare e poi (1906) a Perugia, anche in seguito alla difficile situazione che si ebbe dopo la prematura morte del padre, presso l’O.N.A.O.S.I. (Opera Nazionale Assistenza Orfani Sanitari Italiani), dove rimase tre anni. Il caso vuole che in collegio fu ricordato come bruttarello e fu spesso preso in giro per l’accentuata forma a punta delle sue orecchie. Dal collegio fu radiato a causa della sua indisciplina. Nel 1909 tentò di entrare nel Collegio Navale Morosini della Marina a Venezia, ma fu scartato per problemi fisici e di vista. Si diplomò a Genova in agraria, nell’istituto Bernardo Marsano di Sant’Ilario ed infine tornò a Taranto.

Parigi e l’America

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Dopo qualche mese a Taranto partì in vacanza per Parigi. Qui si diede alla vita frivola, ben presto rimase senza denaro e fu costretto a chiedere alla famiglia del denaro per poter tornare a casa. Questa esperienza non fu poi così negativa, poiché affinò le sue doti di ballerino. Ritornato a Taranto decise di partire per l’America per avverare il suo sogno. Ad aumentare il fascino dell’America su Rodolfo contribuirono anche i racconti dei successi del musicista tarantino Domenico Savino che anni addietro, era partito per l’America. I Guglielmi conoscevano bene la famiglia Savino e la sorella di Domenico talvolta raccontava a Rodolfo della fama del fratello. Nel 1913 si imbarcò sul mercantile Cleveland e raggiunse New York il 23 dicembre dello stesso anno. Nuovamente Rodolfo rimase in breve tempo “al verde” e quindi iniziò ad intraprendere mestieri di fortuna come il cameriere e il giardiniere. Grazie all’amico Domenico Savino, che gli regalò un tight, si presentò al Night-Club Maxim dove riuscì a fare una buona impressione e venne immediatamente assunto come Taxi-dancer. Con le mance cospicue ricevute dalle signore riuscì a superare il periodo di crisi economica nel quale era incappato. Nel frattempo ebbe dapprima una relazione con la nota ballerina Bonnie Glass, che si era appena separata dal compagno Clifton Webb. Da questa “relazione” Rodolfo ebbe anche vantaggi economici, poiché fu ingaggiato dalla stessa per cinquanta dollari alla settimana. In seguito Valentino fece coppia con un’altra ballerina, Joan Sawyer, con la quale lavorò per sei mesi. Valentino dopo queste esperienze si trasferì sulla costa occidentale degli Stati Uniti, a San Francisco, dove venne ingaggiato da una compagnia teatrale di operetta. Qui incontrò Norman Kerry, vecchia conoscenza newyorkese che lo convinse a trasferirsi a Hollywood. Qui girò una serie di film di secondo piano da comparsa, prima di interpretare I quattro cavalieri dell’Apocalisse (The Four Horsemen of the Apocalypse, 1921) il film che gli diede il successo a lungo sognato.

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Al successo arriva anche e soprattutto grazie anche alla sua bellezza e al magnetismo che la sua figura sprigionava; fu forse uno dei primi sex symbol maschili portati alla ribalta dal cinema; divenne in breve – forse anche in conseguenza della sua morte precoce – un’icona destinata ad entrare nella memoria collettiva.Valentino (come lo chiamavano le sue fan in delirio) recitava e dettava la moda (gli abiti alla, i capelli alla, gli stivali alla Valentino, e soprattutto lo sguardo alla Valentino). Fu il primo “divo” – o meglio, “iperdivo” maschile del cinema degli albori. Altri suoi film importanti sono Lo sceicco (The Sheik, 1921), Sangue e arena (Blood and Sand, 1922), Aquila nera (The Eagle 1925) e Il figlio dello sceicco (The Son of the Sheik, 1926), in cui impersonava l’eroe romantico e mascalzone, che col suo fascino magnetico ipnotizzava l’attraente protagonista.

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Le donne

Rodolfo Valentino è – al pari di altre stelle del mondo della celluloide che verranno dopo di lui – una icona dello star system, un bene di patrimonio comune.
Si dice che il suo sguardo magnetico incantasse senza possibilità di scampo il pubblico, specialmente quello femminile, che per Valentino stravedeva. Subito dopo la morte della madre (1918) Valentino conobbe la sua prima moglie, Jean Acker, in occasione di una festa danzante organizzata dal suo amico Douglas Gerrard (direttore del Circolo Atletico di Los Angeles). Si sposarono il 5 novembre 1919. Dopo appena un mese i due però si separarono.

Rodolfo Valentino e Jean Acker.

Rodolfo Valentino e Jean Acker.

Grazie al film Camille Valentino incontrò Natacha Rambova che sarebbe diventata la sua seconda moglie. La Rambova fu molto importante sia per la sua vita sentimentale che per la sua carriera artistica. A Hollywood era molto apprezzata per gli scenari e i costumi che disegnava. La Rambova era molto ambiziosa e si indignava quando il marito veniva impiegato in ruoli di scarso valore qualitativo. Valentino sposò la Rambova, ma otto giorni dopo il matrimonio, fu arrestato con l’accusa di bigamia, per non aver rispettato una legge californiana che obbligava i divorzianti a non contrarre matrimonio prima di un anno dalla sentenza di divorzio. Un anno dopo i due si sposarono definitivamente. La delusione del film “The Young Rajah”, portò alla rottura definitiva di Valentino con la Paramount. Fu ingaggiato poi dalla United Artists che vietò per contratto alla Rambova di intervenire sulle scelte artistiche del marito. Anche per questo motivo i due si separarono.

Rodolfo Valentino e Natacha Rambova.

Rodolfo Valentino e Natacha Rambova.

Nell’ultimo periodo della sua vita Valentino ebbe una relazione con l’attrice Pola Negri. La sceneggiatrice June Mathis intuì per prima il fascino che Rodolfo Valentino esercitava sulle donne e fu, in sostanza, l’artefice del suo mito. La Metro le aveva affidato il compito di sceneggiare “I Quattro Cavalieri dell’Apocalisse” di Vicente Blasco Ibáñez, un romanzo di successo, considerato, tuttavia, poco adatto allo schermo, dal quale, contro ogni previsione, riuscì a trarre un’eccellente sceneggiatura. Richard Rowland, direttore dello Studio, decise allora di ricorrere al suo intuito per la scelta del regista e del protagonista maschile. June Mathis indicò Rex Ingram per la regia, e impose Rodolfo Valentino per il ruolo di Julio, malgrado le resistenze dello Metro, riluttante ad affidare il ruolo di protagonista a uno sconosciuto. Il 6 marzo 1921 il film uscì nelle sale di New York, riscuotendo un enorme successo. Rodolfo Valentino entrò a passo di tango nella storia del cinema mondiale e nell’immaginario femminile, consolidando il mito dell’amante latino, del cavaliere senza macchia e senza paura che muore giovane, come tragicamente accadde, a soli trentuno anni, all’apice di un successo per molti versi ancora insuperato. Nemmeno il genio dissacrante di Ken Russell (Valentino, 1977, interpretato da Rudolph Nureyev) riuscì a scalfire il suo mito.June Mathis contribuì alla sua folgorante e breve carriera, anche dopo il successo dei Quattro Cavalieri. Firmò, infatti, la sceneggiatura di “Camille” (La signora delle Camelie) dove Valentino interpretava il ruolo di Armand, al fianco di Alla Nazimova, regina della Metro e stella delle scene teatrali. Valentino, conscio del richiamo commerciale legato al asuo nome, decise, malgrado il diverso parere della Mathis, di firmare un contratto con la Famous Players-Lasky (futura Paramount) che gli proponeva un considerevole aumento retributivo per interpretare “Lo Sceicco”, un film che avrebbe immortalato l’immagine esotica dell’attore, connotandolo, tuttavia, in modo non sempre positivo. L’anno successivo sceneggiò “Sangue e Arena”, un altro romanzo di Vicente Blasco Ibáñez intriso d’amore, di fatalità e di morte. Il soggetto calzava molto bene con il temperamento di Valentino che riuscì a trasformarsi realisticamente nel torero Gallardo. Un’interpretazione che lo confermò attore di talento oltre che divo di successo, agevolato in questo dalla duttile regia di Fred Niblo che assecondò la sua recitazione.Dopo aver girato “L’Aquila”, nel 1925, diretto da Clarence Brown, considerata una delle sue migliori interpretazioni, Valentino ritornò ad interpretare lo “Sceicco”, il ruolo che tanto aveva contribuito alla sua immagine. Il figlio dello sceicco amplificato dalla sua scomparsa, a soli trentuno anni, all’apice del successo, diretto da George Fitzmaurice, con Vilma Banky come attrice protagonista, usci nelle sale il sei settembre 1926, pochi giorni dopo la morte del suo protagonista, scatenando scene d’isteria collettiva che non hanno più avuto uguali nella storia del cinema statunitense.

La fine

Nessun interprete maschile prima di lui era diventato così famoso a livello mondiale grazie alla settima arte. La sua stella era però destinata a non durare a lungo: si spense infatti all’età di trentuno anni al Polyclinic Hospital di New York dove era stato ricoverato per un malore dovuto ad un’ulcera gastrica di cui soffriva e ad una infiammazione dell’appendice; era destinato a non percorrere alcun “viale del tramonto”, fu colpito da un attacco di peritonite. L’intervento chirurgico a cui venne sottoposto si rivelò inutile ed alle 12:10 del 23 agosto, un lunedì, Valentino morì, senza nemmeno poter vedere sugli schermi il suo ultimo film (Il figlio dello Sceicco). Scene di isteria e fanatismo, oltre che una trentina di suicidi – non si sa quanto legati alla sua morte – si registrarono nel giorno dei suoi funerali, a New York. Nello stesso giorno furono organizzati due cortei funebri, uno appunto a New York, l’altro a Hollywood; quando, il 30 agosto, il corteo funebre attraversò un quartiere di New York, furono decine di migliaia le persone che vi parteciparono. C’era anche una corona con nastro che si diceva inviata da Mussolini e quindici giovanotti in camicia nera, ma un giornale scoprì che la corona era una trovata del capoufficio stampa delle pompe funebri, il quale aveva anche provveduto a mascherare almeno due dei quindici giovanotti. Le sue spoglie furono sepolte nel Mausoleo della Cattedrale all’Hollywood Memorial Park (ora Hollywood Forever Cemetery) di Los Angeles, California. Negli anni a seguire, una misteriosa donna, velata di nero, continuò a portare dei fiori sulla sua tomba il giorno dell’anniversario della morte dell’attore. Nonostante in molte siano professate come la “Donna in Nero”, nessuna ha poi saputo comprovare la veridicità delle sue parole e questa figura è tuttora avvolta nel mistero. Mistero che ha lanciato una sorta di tradizione, ancora viva adesso, che vede parecchie figure femminili velate di nero portare fiori sulla tomba di Valentino.

Nella sua città natale sorsero poi il Museo Rodolfo Valentino e (posta al termine della passeggiata, a lui dedicata, lungo un ramo della Gravina, nel pieno centro cittadino) una scultura (1961) in maiolica richiama la sua interpretazione nel film Il figlio dello sceicco, a tinte molto forti, dello scultore Gheno. Sul prospetto della casa natale è ricordato mediante un targa bronzea donata da un suo fan club di Cincinnati, Ohio.

Castellaneta, Taranto. Monumento a Rodolfo Valentino.

Castellaneta, Taranto. Monumento a Rodolfo Valentino.

 

 

Targa bronzea affissa sui muri della casa natale di Rodolfo Valentino.

Targa bronzea affissa sui muri della casa natale di Rodolfo Valentino.

In occasione del Centenario della nascita, nel 1995, Castellaneta gli ha dedicato una serie di manifestazioni culturali ed eventi, compreso un annullo postale, sotto la direzione artistica dell’attore pugliese Michele Placido. Per l’occasione era stata preparata una produzione originale, con musica dal vivo composta e diretta dal compositore jazz Bruno Tommaso e l’intervento dell’orchestra da lui messa insieme per quella particolare data. Per un problema tecnico dell’organizzazione l’evento non poté essere portato a termine. Si sarebbe trattato della sonorizzazione dal vivo di due film, tra cui “Il figlio dello sceicco”, con musiche originali composte proprio per celebrare la ricorrenza.Alla sua vita è ispirata la commedia musicale di Garinei e Giovannini Ciao Rudy (1966), interpretata da Marcello Mastroianni e musicata da Armando Trovajoli.

Curiosità

Uno degli aspetti meno conosciuti di Valentino è forse la sua grande cultura. La sua biblioteca era piena di libri, esemplari unici e opere d’arte in numerose lingue. Durante uno dei suoi viaggi in Italia è entrato più volte in contatto con i più importanti letterati del momento (D’Annunzio su tutti) e ha composto diverse poesie. Eccone una:

Ha incrociato il sentiero
Del mio sogno di te
Una sottile reticola grigia,
Così tenue il suo riflesso,
Quasi invisibile
Pure ha ostruito
Il mio Cammino

Come freddo bastione di puro granito
Mi ha intrappolato, 
Ché un acciaio cridele,
Era nel filo
Della serica tela del dubbio.

Fonte biografia: Wikipedia

 

 

Anniversario della nascita di Debussy

Oggi non parliamo di letteratura ma di musica, la quale essendo comunque arte ben si adatta agli argomenti di questo blog.

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Claude Debussy

 

Claude Achille Debussy (Saint-Germain-en-Laye, 1862 – Parigi, 1918), fu un compositore francese. Iniziò gli studi musicali al Conservatorio di Parigi all’età di dieci anni. Compì numerosi viaggi in tutta Europa e fu a Mosca nel 1879 come musicista privato. Durante il soggiorno in Russia, Debussy entrò in contatto con la musica di compositori quali Čajkovskij, Aleksandr Borodin, Milij Balakirev e Modest Musorgskij e con le tradizioni popolari.

Nel 1884 compose la cantata L’enfant prodigue. L’opera gli fece vincere il più importante riconoscimento culturale francese per giovani artisti, il Prix de Rome, che gli valse un soggiorno a Roma di due anni, durante il quale continuò a presentare regolarmente (ma senza successo) nuovi lavori alla commissione del premio. Tra questi, la suite sinfonica Printemps e una cantata, La demoiselle élue, composta su una poesia di Dante Gabriel Rossetti.

Nell’ultimo decennio del secolo, la fama di Debussy cominciò a consolidarsi. Tra le opere di questi anni spiccano il Quartetto per archi in sol minore (1893), e il Prélude à l’après-midi d’un faune (1894), basato sul poemetto di Stéphane Mallarmé.

L’opera Pelléas et Mélisande, dal lavoro teatrale omonimo di Maurice Maeterlinck, andata in scena nel 1902, consacrò definitivamente la fama del compositore francese. Dal 1902 al 1910 Debussy scrisse soprattutto per il pianoforte con uno stile che, rifiutando l’approccio tradizionale di tipo percussivo a questo strumento, ne sottolineava le capacità delicatamente espressive. Tra le importanti composizioni del periodo sono Estampes (1903), L’Isle joyeuse (1904), Images (due serie, 1905 e 1907), e numerosi preludi.

Nel 1909 Debussy scoprì di essere ammalato di un tumore che, nove anni dopo, lo portò alla morte. La maggior parte della produzione di questo ultimo periodo comprende musica da camera, con un gruppo straordinario di sonate (per violino e pianoforte, per violoncello e pianoforte, e per flauto, viola e arpa) in cui l’essenza del suo stile viene distillato in rarefatte strutture di gusto quasi neoclassico.

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Un precursore dello stile moderno

 

La musica dello stile maturo di Debussy anticipò molta musica moderna e fece di lui uno dei più importanti compositori a cavallo dei due secoli. Le sue innovazioni furono di tipo soprattutto armonico. Pur non essendo stato lui a ideare la scala di toni interi, fu il primo a utilizzarla con successo. Il suo trattamento degli accordi è rivoluzionario per i tempi: essi vengono disposti in modo da indebolire, anziché rafforzare, la percezione di una specifica tonalità, e vengono usati per il loro individuale colore ed effetto, piuttosto che funzionalmente all’interno di una progressione tradizionale. L’assenza di una tonalità fissa fornisce alla sua musica un carattere vago e sfumato che fece parlare di impressionismo musicale, in analogia con l’effetto pittorico dell’omonima corrente nelle arti visive. Debussy non creò una scuola compositiva, ma liberò la musica dalle limitazioni dell’armonia tradizionale; inoltre, la qualità delle sue composizioni sollecitò altri compositori a sperimentare nuove idee e tecniche.

Tra i numerosi lavori di rilievo di Debussy si ricordano inoltre i Cinq poèmes de Baudelaire (1887-1889) per canto e pianoforte, il poema sinfonico La Mer (1903-1905), il balletto Jeux (1912), le liriche per canto e pianoforte Trois ballades de F.Villon (1910) e Trois poèmes de Stéphane Mallarmé (1913), e la composizione per pianoforte En blanc et noir (1915).

Per non dimenticare la strage di Bologna: 2 agosto 1980

Il 2 agosto 1980 alle 10:25, nella sala d’aspetto di 2ª classe della stazione di Bologna, affollata di turisti e di persone in partenza o di ritorno dalle vacanze, un ordigno a tempo, contenuto in una valigia abbandonata, esplose causando il crollo dell’ala ovest dell’edificio. L’esplosivo, di fabbricazione militare, era posto nella valigia, sistemata a circa 50 centimetri d’altezza su di un tavolino portabagagli sotto il muro portante dell’ala ovest, allo scopo di aumentarne l’effetto; l’onda d’urto, insieme ai detriti provocati dallo scoppio, investì anche il treno Ancona-Chiasso, che al momento si trovava in sosta sul primo binario, distruggendo circa 30 metri di pensilina, ed il parcheggio dei taxi antistante l’edificio.
L’esplosione causò la morte di 85 persone e il ferimento o la mutilazione di oltre 200.

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“La ricamatrice di segreti” di Kate Alcott e la tragedia del Titanic

Ecco un articolo a cui mi è particolarmente piaciuto lavorare per le ricerche storiche che mi ha costretta – con grande gioia – a fare. Partiamo da un romanzo per poi approfondire la tragedia del Titanic e la storia di alcune persone coinvolte.

La ricamatrice di segreti

Kate Alcott

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L’autrice

 

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Kate Alcott è lo pseudonimo utilizzato per firmare le sue opere da Patricia O’Brien. Si è laureata presso la University of Oregon e per anni ha lavorato come giornalista a Chicago, per poi diventare inviata di politica a Washington D.C., dove vive col marito e quattro figlie.
Il suo romanzo The Dressmaker (La ricamatrice di segreti) che racconta la storia di una giovane donna sopravvissuta al naufragio del Titanic, è stato scelto per inaugurare nel 2012 un nuovo marchio editoriale italiano, Tre60.

La ricamatrice di segreti

 

copricamatrice

Oceano Atlantico, 14 aprile 1912. È stata una bugia il biglietto che ha permesso a Tess di salire sulla nave più lussuosa del mondo, diretta in America: stanca di passare le giornate a cucire per pochi spiccioli e dotata di uno straordinario talento come ricamatrice, la ragazza ha trovato il coraggio di avvicinare Lady Lucile Duff Gordon e, mentendo sulla propria identità e sul proprio passato, ha convinto la celebre stilista ad assumerla come cameriera personale. Adesso, davanti a lei, si apre un mondo che sembra uscito da una fiaba: saloni maestosi, tavole imbandite, cabine sfarzose e, soprattutto, sontuosi abiti di velluto cangiante, pizzi raffinati, sete pregiate… Eppure, in quei pochi giorni di viaggio, non sono soltanto la magnificenza e la ricchezza a stupire Tess; ben più sconvolgenti, infatti, sono gli sguardi e le parole di Jim, l’umile mozzo che ha fatto breccia nel suo cuore. Proprio come, di lì a poco, un iceberg farà breccia nell'”inaffondabile” Titanic… New York, 18 aprile 1912. Giunti negli Stati Uniti, i sopravvissuti al naufragio del Titanic vengono accolti come eroi. Presto, però, l’ombra del sospetto oscura proprio la stella di Lady Duff Gordon, accusata da un giornale scandalistico di aver corrotto gli ufficiali di bordo pur di salire su una delle poche scialuppe di salvataggio. E, quando scoprirà chi è la fonte di quella notizia, Tess sarà costretta a una scelta drammatica.

La mia recensione

 

Un bel romanzo con precisi riferimenti storici. Gli scenari del Titanic sono ricostruiti con vivida realisticità e i momenti dell’affondamento sono descritti con una concretezza struggente ma non melodrammatica, adeguata a ciò che è stato. Le vicende della protagonista a New York sono meno avventurose di quanto ci si aspetterebbe, ma l’autrice ha la grande abilità di raccontare in modo avvincente le udienze del processo riguardanti l’affondamento del transatlantico. Ho trovato molto interessante lo sviluppo in questo senso giacché pochi sono i romanzi che affrontano le conseguenze legali e le responsabilità delle grandi tragedie storiche. La New York del 1912 è descritta con grande maestria, vividezza di particolari, in una maniera che gli appassionati di storia troveranno succulenta. E poi ci sono i sentimenti che guidano le vicende private dei personaggi, dipinte con tratti brevi ma non superficiali, anzi veri e crudeli. Ho apprezzato molto il personaggio di Pinky e la sua volontà di affermare l’indipendenza della donna in un mondo che sta rapidamente cambiando, così come la lealtà e i tentennamenti di Tess, mai banali e appassionati nella perfetta descrizione di un’eroina moderna d’inizio Novecento. Come non lodare poi l’imponente presenza di personaggi realmente esistiti quali la stilista Lucile Duff Gordon e suo marito Cosmo Duff Gordon, il senatore William Alden Smith che guidò la serie di udienze, Bruce Ismay, amministratore delegato della White Star Line e la signora Brown, definita in seguito l’inaffondabile Molly Brown. Un romanzo in cui si intrecciano tragedia, amore, amicizia e le paure e le reazioni più vere degli esseri umani di fronte a situazioni pericolose e improvvise. Assolutamente da leggere.

Valutazione:

5

 

Approfondimenti

 

 

Il Titanic

 

Foto d'archivio del Titanic che lascia il porto di Southampton il 10 aprile 1912. Durante il naufragio, di cui ricorre il centenario, morirono 549 cittadini di Southampton (Afp)

Foto d’archivio del Titanic che lascia il porto di Southampton il 10 aprile 1912. Durante il naufragio, di cui ricorre il centenario, morirono 549 cittadini di Southampton (Afp)

 

L’RMS Titanic è stato un transatlantico britannico della classe Olympic, diventato famoso per la collisione con un iceberg nella notte tra il 14 ed il 15 aprile 1912 e il conseguente drammatico affondamento avvenuto nelle prime ore del 15 aprile 1912.
Secondo di un trio di transatlantici, il Titanic, assieme ai suoi due gemelli Olympic e Britannic, fu progettato per offrire un collegamento settimanale di linea con l’America e garantire il dominio delle rotte oceaniche alla White Star Line.
Costruito presso i cantieri Harland and Wolff di Belfast, il Titanic rappresentava la massima espressione della tecnologia navale di quei tempi ed era il più grande e lussuoso transatlantico del mondo. Durante il suo viaggio inaugurale (da Southampton a New York, via Cherbourg e Queenstown), entrò in collisione con un iceberg alle 23:40 (ora della nave) di domenica 14 aprile 1912. L’impatto provocò l’apertura di alcune falle lungo la fiancata destra del transatlantico che affondò 2 ore e 40 minuti più tardi (alle 2:20 del 15 aprile) spezzandosi in due tronconi.
Nel naufragio persero la vita 1518 dei 2223 passeggeri imbarcati compresi gli 800 uomini dell’equipaggio; solo 705 persone riuscirono a salvarsi (alcuni dei quali morirono subito dopo essere salvati dal Carpathia), 6 delle quali salvate fra la gente finita in acqua. L’evento suscitò un’enorme pressione sull’opinione pubblica e portò alla convocazione della prima conferenza sulla sicurezza della vita umana in mare.

Immagine d'archivio (autografata) che ritrae il capitano del Titanic Edward Smith con il suo levriero (Afp)

Immagine d’archivio (autografata) che ritrae il capitano del Titanic Edward Smith con il suo levriero (Afp)

 

 

Un migrante a bordo del Titanic (LaPresse)

Un migrante a bordo del Titanic (LaPresse)

Caratteristiche

Il Titanic, come le gemelle RMS Olympic e Britannic, era stato progettato per competere con il Lusitania e il Mauretania (transatlantici della compagnia rivale Cunard Line), che erano all’epoca le navi più lussuose, veloci e imponenti impegnate sulle rotte transatlantiche. Poiché svolgeva anche il servizio postale, le fu assegnato il prefisso RMS (Royal Mail Ship) oltre a SS (Steam ship, nave a vapore). La nave era stata disegnata da William Pirrie, presidente della Harland and Wolff, e dall’architetto navale Thomas Andrews, che era il capo progettista.
La costruzione del Titanic, finanziata dall’armatore americano John Pierpont Morgan con la sua società International Mercantile Marine Co., iniziò il 31 marzo 1909; lo scafo fu varato il 31 maggio 1911 e le sovrastrutture furono completate il 31 marzo dell’anno seguente. Venne registrato nel registro navale del porto di Liverpool col numero ufficiale di vascello 131428 e sigla telegrafica “MGY”.
Il costo finale del transatlantico fu di 7.5 milioni di dollari del 1912, equivalenti a 180 milioni di dollari del 2012.

Il Titanic in costruzione nei cantieri navali «Harland and Wolff» a Belfast. La costruzione della colossale nave da crociera richiese due anni (1910-1911) (LaPresse)

Il Titanic in costruzione nei cantieri navali «Harland and Wolff» a Belfast. La costruzione della colossale nave da crociera richiese due anni (1910-1911) (LaPresse)

 

 

Il Titanic era lungo 269 metri e largo 28, aveva una stazza di 46.328 tonnellate e l’altezza del ponte sulla linea di galleggiamento era di 18 metri (53 metri l’altezza totale). Sebbene avesse la stessa lunghezza dell’Olympic, aveva un tonnellaggio lordo maggiore per via del maggiore spazio interno, dovuto principalmente alla chiusura di parte della passeggiata sul ponte A con finestre parzialmente apribili.

La sala di lettura e di scrittura.

La sala di lettura e di scrittura.

 

Il Titanic era un gioiello di tecnologia ed era ritenuto «praticamente inaffondabile». La sua stazione radio era considerata (con l’Olympic) la più moderna e potente mai installata su un bastimento: la portata raggiungeva una distanza di 400 miglia (650 km) e le antenne erano collocate sui due alberi maestri ad un’altezza di 60 metri e distanti tra loro 180 metri (in caso di emergenza, il generatore elettrico poteva essere sostituito da un generatore diesel). Il ponte lance era dotato delle nuovissime gru “Welin”, in grado di sostenere complessivamente 32 scialuppe di salvataggio e ammainarne 64 (alla fine furono montate soltanto 16 scialuppe). La chiglia della nave aveva un doppio fondo cellulare e lo scafo era suddiviso in 16 compartimenti stagni, le cui porte a ghigliottina si potevano chiudere automaticamente dal ponte di comando (in mancanza di energia elettrica si potevano chiudere sfruttando la forza di gravità). Questi comparti, però, non attraversavano tutta l’altezza dello scafo ma si fermavano al ponte E (più o meno a metà dello scafo, per dare più spazio alla disposizione delle sale). Il Titanic avrebbe potuto galleggiare anche con due dei compartimenti intermedi allagati oppure con tutti i primi quattro compartimenti di prua allagati. Lo scontro con l’iceberg causò però l’allagamento dei primi cinque compartimenti prodieri.

Lo scalone di prima classe.

Lo scalone di prima classe.

 

Le cabine di prima classe erano le più eleganti di qualsiasi altro transatlantico. Erano arredate in vari stili (Reggenza, Olandese moderno, Olandese Antico, Impero, Luigi XV, Luigi XVI, Regina Anna, Georgiano e Rinascimento Italiano). Per i passeggeri più abbienti erano disponibili le suite: 2 presidential suites e 2 royal suites. Le royal suites erano decorate in stile Luigi XVI e comprendevano un soggiorno, tre camere da letto (due singole e una matrimoniale), due bagni privati, due guardaroba e un ponte di passeggiata privata.

Le cause del naufragio

 

Messaggio telegrafico originale che riporta il segnale di emergenza lanciato dal Titanic prima dell'affondamento (Reuters)

Messaggio telegrafico originale che riporta il segnale di emergenza lanciato dal Titanic prima dell’affondamento (Reuters)

 

Quando il lussuoso transatlantico britannico Titanic cozzò contro un iceberg il 14 aprile 1912, la maggior parte degli esperti pensò che il vascello si fosse inabissato a causa di un’ampia falla prodottasi nello scafo d’acciaio. Ma una recente spedizione ha dimostrato che è stato il luogo più che l’entità del danno a far sprofondare il transatlantico, provocando la morte di più di 1500 persone. Oltre a esaminare il relitto per determinare i danni reali allo scafo, la spedizione ha cercato anche le risposte a diverse altre questioni: se la nave si fosse spezzata quando era ancora in superficie, fino a che punto le imperfezioni dell’acciaio usato per costruire lo scafo del Titanic potessero aver contribuito al disastro e quanto a lungo il relitto avrebbe potuto conservarsi nelle profondità dell’oceano. La spedizione ha tentato anche di sollevare una sezione di 28 metri quadri dello scafo, ma una tempesta ha spezzato le cime d’ormeggio e il troncone si è inabissato nuovamente nell’oceano.

L'unica fotografia disponibile dell' iceberg che affondò il Titanic, immortalato pochi giorni dopo il disastro dal marinaio ceco Stephan Rehorek.

L’unica fotografia disponibile dell’ iceberg che affondò il Titanic, immortalato pochi giorni dopo il disastro dal marinaio ceco Stephan Rehorek.

 

Ingegneri navali (tra cui uno dello stesso cantiere navale che costruì il Titanic), un microbiologo e degli studiosi del relitto erano tra gli esperti che accompagnavano la spedizione, tenutasi nell’agosto del 1996. L’impresa fu organizzata dalla TV via cavo Discovery Channel, dalla sua controparte francese Ellipse e dalla RMS Titanic Inc., custode del sito su cui si trova il relitto del transatlantico. I risultati vennero resi noti il 13 aprile 1997 in un documentario intitolato ‘Titanic’: anatomia di un disastro. La spedizione congiunta franco-statunitense scoprì il relitto del Titanic nel 1985, a circa 150 chilometri a sud di Grand Banks of Newfoundland, a una profondità di 3800 metri. Da allora sono state tentate sette spedizioni, che hanno recuperato fotografie e oggetti vari, ma che non sono mai riuscite a verificare con certezza che genere di danni avesse prodotto la collisione del Titanic con l’iceberg. Secondo gli esperti della spedizione del 1996, la prua del transatlantico colpì il fondale di spigolo e poi scivolò sollevando sedimenti che hanno coperto l’area di scafo danneggiata. Per superare questo ostacolo la spedizione del ’96 usò sofisticati sonar per determinare l’entità e la natura della falla.

Prima pagina del «The New York Times» del 16 aprile 1912 che riporta la notizia del tragico naufragio del Titanic. Il titolo dice: Il Titanic affonda quattro ore dopo l'urto con un iceberg; 866 soccorsi dal Carpathia, 1250 vittime probabili; Ismay salvo, forse anche la signora Astor, molti vip tra i dispersi (Ap)

Prima pagina del «The New York Times» del 16 aprile 1912 che riporta la notizia del tragico naufragio del Titanic. Il titolo dice: Il Titanic affonda quattro ore dopo l’urto con un iceberg; 866 soccorsi dal Carpathia, 1250 vittime probabili; Ismay salvo, forse anche la signora Astor, molti vip tra i dispersi (Ap)

 

Il Titanic fu considerato pressoché inaffondabile perché il suo scafo era diviso in 16 compartimenti stagni. La nave era progettata per stare a galla anche se due compartimenti adiacenti o i quattro anteriori (che erano leggermente più piccoli) avessero imbarcato acqua. Di conseguenza gli autori di molti libri sull’argomento pensarono che solo un lungo squarcio di almeno 90 metri avrebbe potuto far affondare una nave lunga 269 metri. Ma Edward Wilding, ingegnere navale, appena dopo il disastro affermò che l’area danneggiata dall’impatto con l’iceberg non era molto grande e che forse non arrivava nemmeno al metro quadro. Altri, invece, non erano disposti a credere che un transatlantico di quelle dimensioni potesse affondare in seguito a una falla così piccola e così si creò il mito dell’enorme squarcio. Spedizioni precedenti non avevano trovato traccia di grandi falle e l’ultimo test effettuato con il sonar confermò l’ipotesi di Wilding che ci fossero solo danni limitati: lungo un troncone di scafo lungo 35 metri vennero rilevate sei sottili fessure che in totale coprivano la superficie di un metro quadro circa. Le incisioni riguardavano sei compartimenti stagni ed erano però diffuse in punti chiave, lungo le giunture dei ribattini. Se il danno fosse stato leggermente minore forse si sarebbe potuto evitare il disastro. Una spedizione, nel 1991 recuperò alcuni frammenti dello scafo del Titanic per sottoporli ad analisi. I test di laboratorio dimostrarono che la scarsa resistenza alle basse temperature dell’acciaio, che era considerato in realtà molto resistente agli urti, e la sua consistenza chimica avevano reso fragile il metallo. Tale supposizione era confortata dal fatto che il Titanic stava navigando in acque insolitamente fredde per quel periodo dell’anno. I test dimostrarono che esponendo i frammenti a temperature prossime allo zero, l’acciaio di cui erano fatti diventava estremamente fragile. La spedizione dell’agosto 1996 confermò queste scoperte e le usò per approfondire i motivi per cui il Titanic si era spezzato in due prima di affondare.

Al tempo del disastro erano state raccolte testimonianze discordanti sul momento in cui il transatlantico si era spezzato: taluni sostenevano che fosse successo in superficie, altri che la nave si era inabissata intatta. Molti passeggeri, però, affermarono che l’imbarcazione si era spezzata quando era ancora in superficie. Le prime spedizioni sul luogo del disastro accertarono che il transatlantico giaceva sul fondale dell’oceano diviso in due tronconi, ma alcuni esperti ipotizzarono che la nave si fosse spezzata mentre andava a fondo, e che ci potesse essere un terzo pezzo. In base alle nuove scoperte sulla natura del danno riportato dal Titanic e sul materiale usato per lo scafo, gli ingegneri navali hanno simulato al computer lo stress subito dallo scafo, in modo da determinare che genere di sollecitazioni fossero state predominanti al momento del disastro. La simulazione ha dimostrato che il peso della prua a tenuta stagna avrebbe esercitato sollecitazioni capaci di provocare danni importanti alle paratie d’acciaio del transatlantico mentre l’imbarcazione affondava, confermando così l’ipotesi che la nave si sia spezzata appena dopo essersi inabissata. Inoltre la spedizione del 1996 ha localizzato un terzo troncone della nave, dimostrando così che l’imbarcazione si era spezzata in due punti. Grandi furono le forze che cospirarono per affondare il Titanic, ma gli scienziati hanno scoperto che sono state delle piccolezze a farla spezzare e scomparire nelle acque. ‘Negli 85 anni da quando il Titanic è affondato, dei microrganismi che si nutrono di metallo hanno probabilmente indebolito ulteriormente la struttura del transatlantico’ ha detto uno degli esperti della spedizione ‘e alla fine il relitto non riuscirà più a sostenere il suo stesso peso’.

Uno strillone annuncia la tragedia del Titanic davanti alla sede della compagnia navale «White Star Line» di Southampton (Afp)

Uno strillone annuncia la tragedia del Titanic davanti alla sede della compagnia navale «White Star Line» di Southampton (Afp)

 

 

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Una folla di gente davanti alla sede della compagnia navale «White Star Line» di Southampton legge i nomi dei dispersi nel naufragio del Titanic (Afp)

 

Lady Duff Gordon

 

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Lucy Christiana Duff Gordon, detta Lady Duff Gordon e nata Lucy Christiana Sutherland (Londra, 13 giugno 1863 – Londra, 20 aprile 1935), è stata una costumista e sarta britannica. Sorella della celebre scrittrice Elinor Glyn, lavorò come costumista per il teatro e, a Hollywood, per il cinema. La sua casa di mode era la famosa Lucile, costituita nel 1894, nome con cui firmava i suoi modelli: abiti da sera, abiti per le occasioni eleganti e lingerie di gran classe. Costumista teatrale e cinematografica, dopo il matrimonio nel 1900 con Sir Cosmo Duff-Gordon, usò il nome di Lady Duff Gordon per firmare i suoi lavori. Insieme al marito Cosmo Duff-Gordon e alla segretaria, Laura Francatelli, fu una dei sopravvissuti al naufragio del RMS Titanic.

Sir Duff Gordon

 

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Sir Cosmo Edmund Duff Gordon, 5° baronetto di Halkin, era figlio di Cosmo Lewis Duff Gordon edi Anna Maria Antrobus. Fu un proprietario terriero scozzese e noto sportivo. Rappresentò la Gran Bretagna ai Giochi Olimpici del 1906, dove vinse la medaglia d’argento nella spada a squadre, e ai Giochi Olimpici del 1908.
Duff Gordon fu uno dei fondatori della “London Fencing League”, membro del “Bath Club” e del “Royal Automobile Club”.
Quinto baronetto di Halkin, il titolo gli derivava da una licenza reale conferita a un suo prozio nel 1813 come riconoscimento del suo aiuto alla Corona durante la guerra guerra d’indipendenza spagnola. Nel 1772, la sua famiglia aveva fondato in Spagna le cantine di sherry Duff Gordon.
Nel 1900, Cosmo Duff Gordon sposò una nota stilista di moda, nota come “Lucile”, nata Lucy Christiana Sutherland che, da quel momento, firmerà i suoi lavori di costumista teatrale (e poi cinematografica) come Lady Duff Gordon. Il matrimonio mise in subbuglio l’alta società londinese, perché la moglie era una divorziata.

I due, insieme alla loro segretaria Laura Francatelli, furono nel 1912 tra i sopravvissuti al naufragio del RMS Titanic. Moltissime tra le donne che viaggiavano in terza classe non riuscirono a raggiungere il ponte dove si trovavano le scialuppe e perirono nel naufragio. Il fatto che Duff Gordon fosse uno degli uomini che viaggiavano in prima classe che si salvarono, nonostante il capitano Smith avesse ordinato di seguire il “Prima donne e bambini”, provocò – al rientro dei superstiti – una serie di voci e pettegolezzi sul fatto che Duff Gordon avesse corrotto l’equipaggio della sua scialuppa. La commissione che doveva indagare sul disastro lo liberò da ogni accusa.

William Alden Smith

 

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William Alden Smith (12 maggio 1859 – 11 ottobre 1932) è stato un rappresentante degli Stati Uniti e senatore dal stato del Michigan . Dopo che la nave di lusso Titanic affondò nell’Atlantico il 15 aprile 1912, con più di 1.500 vite perse, Smith presiedette le udienze del Senato presso il Waldorf-Astoria Hotel di New York. Smith pubblicò un rapporto il 28 maggio che portò a riforme significative in materia di sicurezza marittima internazionale. Smith raggiunse una certa notorietà per le sue domande sempliciotte, rivolte agli imputati, sulle attrezzature dell nave. Nel libro The Other Side of the Night Daniel Allen Butler osserva che Smith sapeva bene ciò che chiedeva ma l’aveva fatto per aiutare il pubblico che altrimenti non avrebbe compreso. Altre domande avevano lo scopo di costringere gli ufficiali e l’equipaggio a rispondere in termini semplici e non tentare di celarsi dietro il gergo tecnico.

Bruce Ismay

 

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Joseph Bruce Ismay (Crosby, 1 dicembre 1862 – Mayfair, 15 ottobre 1937) è stato un imprenditore britannico.
Come amministratore delegato della White Star Line, partecipò al viaggio inaugurale del Titanic, nave alla quale egli stesso diede il nome.

Dopo il disastro, Ismay fu attaccato con ferocia dalla stampa statunitense e britannica, per aver abbandonato la nave con ancora donne e bambini a bordo. Alcuni giornali lo chiamarono “J. Brute Ismay” (“J. Bestia Ismay”). Alcuni funzionari espressero opinioni negative sul suo conto, in quanto abbandonò la nave. La società londinese lo bollò come “uno dei più grandi codardi della storia”. La stampa negativa diventò sempre più forte nei suoi confronti, soprattutto dai giornali di William Randolph Hearst. Ismay si dimise, come presidente, dalla International Mercantile Marine Company, nel 1913 e fu rimpiazzato da Harold Sanderson. Tuttavia continuò a essere attivo in affari marittimi.

Molly Brown

 

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Margaret “Molly” Brown (Hannibal, 18 luglio 1867 – New York, 26 ottobre 1932) è stata una filantropa e attivista statunitense.
Nata col nome di Margaret Tobin ebbe diversi soprannomi e dopo la morte le fu attribuito quello di l’inaffondabile Molly, anche se non è mai stata chiamata, o quasi, Molly in vita. Fu un personaggio piuttosto mondano, filantropo ed attivista. La sua fama come superstite del Titanic aiutò a promuovere vari problemi comuni, come: il diritto del lavoro delle donne, l’istruzione, l’alfabetismo per i bambini e la conservazione storica. Durante la prima guerra mondiale, in Francia, lavorò col Comitato americano per la ricostruzione della Francia devastata, aiutando soldati francesi e statunitensi. Ricevette la Legion d’Onore francese, poco prima della morte, esprimendo la sua buona “cittadinanza complessiva”, incluso il lavoro assistenziale in Francia, i suoi sforzi per i superstiti del Titanic ed il suo attivismo negli Stati Uniti. Negli ultimi anni della sua vita si dedicò al teatro come attrice.

Fonti: Encarta, Wikipedia, Corriere della Sera

Il ballo – Irène Némirovsky

Salve followers, parliamo oggi di uno dei volumetti a 0,99 cent editi da Newton Compton. Sono sicura che la maggior parte di voi ha sentito parlare di questa iniziativa, io l’ho particolarmente apprezzata. Perché? Oltre al motivo che salta subito all’occhio e cioè il basso costo dei libricini, c’è anche un altro aspetto scaturito proprio dal primo: grazie infatti ai 0,99 cent c’è stata una buona accoglienza nel pubblico e, trattandosi perlopiù di classici, si è aumentata la diffusione di questo genere che per esempio le giovani generazioni scansano a priori. Ma ora veniamo a noi.

Il ballo

Irène Némirovsky

Newton Compton

 

L’autrice

 

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Irène (vero nome Irma Irina) Némirovsky, figlia di un ricco banchiere ebreo ucraino – Leonid Borisovitch Némirovsky (1868-1932) e di Anna Margoulis (1887-1989) -, venne allevata dalla sua governante francese Zezelle, che fece del francese quasi la sua seconda lingua madre, dal momento che la madre di Irene non fu mai interessata alla sua educazione. Imparerà poi sia il russo che l’inglese. Nel 1913 la famiglia ottenne il permesso di trasferirsi a San Pietroburgo, che diventerà poi Pietrogrado. Nel gennaio del 1918, i Soviet misero una taglia sulla testa del padre e la famiglia fu costretta a scappare (si travestirono da contadini) evitando la Rivoluzione Russa. Trascorse poi un anno in Finlandia e un anno in Svezia. Nel luglio del 1919 i Némirovsky si trasferirono in Francia dopo un avventuroso viaggio su di una nave. A Parigi, Irène Némirovsky andò a vivere in un quartiere chic, nel XVI arrondissement. Una governante inglese si occupò della sua educazione. Superò l’esame di maturità nel 1919, nel 1921 si iscrisse alla Facoltà di Lettere della Sorbonne. Conosceva sette lingue. Aveva iniziato a scrivere in francese sin da quando aveva 18 anni e, nell’agosto del 1921, pubblicò il suo primo testo sul bisettimanale Fantasio. Nel 1923, la Némirovsky scrisse la sua prima novella, l’Enfant génial (ripubblicata con il nome di Un enfant prodige nel 1992), che sarà pubblicata nel 1927. Riprese quindi i suoi studi ottenendo nel 1924 la laurea in lettere alla Sorbonne. Nel 1926 pubblicò il suo primo romanzo, Le Malentendu.
Nel 1926, nel municipio del XVI arrondissement prima e poi alla sinagoga di Rue de Montevideo, Irène Némirovsky sposò Michel Epstein, un ingegnere russo emigrato, divenuto poi banchiere, da cui avrà due figlie: Denise nel 1929 ed Élisabeth nel 1937. Il contratto matrimoniale stipulato le permetterà di ottenere i diritti d’autore fin dalla pubblicazione delle sue opere.
Irène Némirovsky divenne celebre nel 1929 con il suo romanzo David Golder. Il suo editore, Bernard Grasset, la introdusse subito nei salotti e negli ambienti letterari francesi. Lì incontrò Paul Morand, che pubblicherà presso Gallimard quattro delle sue novelle con il titolo Films parlés. David Golder fu adattato nel 1930 per il teatro ed il cinema (David Golder fu interpretato da Harry Baur).
Ne Le Bal, 1930, descrisse il passaggio difficile di un’adolescente all’età adulta. L’adattamento al cinema di Julien Duvivier rivelerà Danielle Darrieux. Di successo in successo, Irène Némirovsky diventò una promessa della letteratura, amica di Tristan Bernard e di Henri de Régnier.
Nel 1933, abbandonò la casa editrice Grasset per Albin Michel e cominciò a pubblicare alcune novelle sul Gringoire.
Sebbene fosse una scrittrice francofona riconosciuta, membro totalmente integrato della società francese, il governo francese le rifiuterà la nazionalità richiesta per la prima volta nel 1935.
Si convertì al cattolicesimo il 2 febbraio 1939 nella cappella dell’Abbazia di Sainte-Marie a Paris. Scrisse poi per il settimanale di destra Candide, con il quale interromperà la collaborazione quando venne pubblicato il primo Statuto degli ebrei, nell’ottobre del 1940, mentre Gringoire, divenuto apertamente antisemita, continuerà a pubblicarla, ma sotto pseudonimo.
Vittime delle leggi antisemite varate nell’ottobre del 1940 dal governo Vichy, Michel Epstein non poté più continuare a lavorare in banca e a Irène Némirovsky fu proibito pubblicare. Dopo la primavera i coniugi Epstein si trasferirono a Issy-l’Évêque, nel Morvan, dove avevano messo al riparo nel settembre del 1939, le loro figlie. Némirovsky scrisse ancora diversi manoscritti. Fu considerata un’ebrea per la legge e dovette applicare la stella gialla sui suoi abiti. Solo Carbuccia, sfidando la censura, pubblicò le sue novelle fino al 1942. Il 13 luglio 1942, Irène fu arrestata dalla guardia nazionale francese. Michel Epstein mandò un telegramma il 13 luglio del 1942 a Robert Esménard e André Sabatier presso Albin Michel per chiedere aiuto.
Fu trasferita a Toulon-sur-Arroux, dove rimase imprigionata due notti. Il 15 luglio, fu trasportata al campo d’internamento di Pithiviers. Némirovsky fu autorizzata a scrivere e spedì una cartolina a suo marito, in cui non si lamenta delle condizioni difficili. Fu deportata il giorno dopo a Auschwitz, dove venne trasferita nel Rivier (l’infermeria di Auschwitz in cui venivano confinati i prigionieri troppo ammalati per lavorare) per essere poi uccisa il 17 agosto 1942. Suo marito (così come André Sabatier e Robert Esménard) intraprese numerosi procedimenti per farla liberare, ma fu arrestato lui stesso nell’ottobre del 1942, deportato ad Auschwitz assieme alla sorella e gasato al suo arrivo, il 6 novembre 1942.

Fonte: Wikipedia

Il ballo

 

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Trama

 

Per i Kampf l’organizzazione del ricevimento, a cui sono invitati i maggiorenti della città, è un’occupazione serissima.
Tutto deve funzionare alla perfezione, come il meccanismo di un prezioso orologio. Proprio per questo, il ballo, che dovrebbe segnare l’ingresso della famiglia nell’alta società parigina, è un sogno tanto per la madre, volgare e arcigna parvenue, quanto per la quattordicenne Antoinette, che però ne rimane esclusa. Con una scrittura precisa e senza fronzoli, Irène Némirovsky racconta la vendetta che Antoinette saprà prendersi.

La mia opinione

 

Un racconto piuttosto breve ma non per questo privo di contenuti. Ricco di tagliente ironia, Il ballo ci mostra ancora una volta ciò che la Némirovsky ha cercato di comunicare in quasi tutti i suoi scritti: le assurde regole imposte dall’etichetta; la volontà ostinata di apparire ciò che non si è e il pensiero di meritarlo per diritto di nascita; la frivolezza degli adulti vista, in questo caso, tramite gli occhi di una ragazza di quattordici anni. Antoniette alla fine si rende conto che gli adulti che tanto la intimorivano non sono meglio di lei, anzi forse peggio. L’autrice non smentisce la sua capacità di tramandare nei dettagli e in modo affascinante le atmosfere parigine dei primi decenni del Novecento, soprattutto degli anni a cavallo tra le due guerre che per alcuni furono anni di ricchezza facile, di illusione, di sogni realizzati con fatica e poco dopo infranti nell’ultimo conflitto mondiale.

Valutazione:

4

“Parlate della mafia. Parlatene alla radio, in televisione, sui giornali. Però parlatene.” Paolo Borsellino

Politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio: o si fanno la guerra o si mettono d’accordo.

Paolo Borsellino

 

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A ventun anni dall’attentato che uccise Paolo Borsellino ricordiamo la sua vita e il suo pensiero lucido, tagliente e ispiratore.

Se la gioventù le negherà il consenso, anche l’onnipotente e misteriosa mafia svanirà come un incubo.

Paolo Borsellino

 

La vita

 

A fine mese, quando ricevo lo stipendio, faccio l’esame di coscienza e mi chiedo se me lo sono guadagnato.

Paolo Borsellino

 

Paolo Borsellino (Palermo 1940-1992), magistrato italiano. Giudice istruttore, fu membro del pool antimafia, gruppo di magistrati nato per affrontare in maniera organica i procedimenti relativi alla mafia, di cui facevano parte anche Giovanni Falcone e Antonino Caponnetto. Con questi, durante il maxiprocesso contro la mafia del 1986, sostenne la tesi che Cosa nostra fosse un’organizzazione unitaria, guidata da una direzione di tipo piramidale, la cupola, responsabile di tutti i delitti commessi dall’organizzazione. In seguito procuratore aggiunto alla procura di Palermo, il 19 luglio 1992 venne ucciso con la sua scorta in un attentato mafioso.

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È normale che esista la paura, in ogni uomo, l’importante è che sia accompagnata dal coraggio. Non bisogna lasciarsi sopraffare dalla paura, altrimenti diventa un ostacolo che impedisce di andare avanti.

Paolo Borsellino

 

L’attentato

 

Mi uccideranno, ma non sarà una vendetta della mafia, la mafia non si vendica. Forse saranno mafiosi quelli che materialmente mi uccideranno, ma quelli che avranno voluto la mia morte saranno altri.

Paolo Borsellino

 

Il 19 luglio 1992, dopo aver pranzato a Villagrazia con la moglie Agnese e i figli Manfredi e Lucia, Paolo Borsellino si recò insieme alla sua scorta in via D’Amelio, dove viveva sua madre.
Una Fiat 126 parcheggiata nei pressi dell’abitazione della madre con circa 100 kg di esplosivo a bordo detonò al passaggio del giudice, uccidendo oltre a Paolo Borsellino anche i cinque agenti di scorta Emanuela Loi (prima donna della Polizia di Stato caduta in servizio), Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. L’unico sopravvissuto fu Antonino Vullo, scampato perché al momento della deflagrazione stava parcheggiando uno dei veicoli della scorta.

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La lotta alla mafia, il primo problema da risolvere nella nostra terra bellissima e disgraziata, non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale che coinvolgesse tutti e specialmente le giovani generazioni, le più adatte a sentire subito la bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità.

Paolo Borsellino

 

Grazie a Paolo Borsellino per ciò che ha fatto. La sua morte violenta ha reso la sua voce immortale.

Approfondimenti

 

Cosa nostra

 

L’espressione Cosa nostra (più comunemente e genericamente mafia siciliana) viene utilizzata per indicare un’organizzazione criminale di stampo mafioso-terroristico presente in Sicilia dagli inizi del XIX secolo e trasformatasi nella prima metà del XX secolo in una organizzazione internazionale.
Con il termine “Cosa nostra” oggi ci si riferisce esclusivamente alla mafia siciliana (anche per indicare le sue ramificazioni internazionali, specie negli Stati Uniti d’America), per distinguerla dalle altre, internazionali, genericamente indicate col termine di “mafie”.
Gli interventi dello Stato, che in passato aveva trascurato anche volutamente il problema, si sono fatti più decisi a partire dagli anni ottanta. In ciò grande merito ha avuto il Pool antimafia, creato dal giudice Rocco Chinnici e dopo la sua morte subentrò Antonino Caponnetto di cui facevano parte i magistrati Giuseppe Di Lello, Leonardo Guarnotta, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Costoro, anche a costo della loro vita, hanno distrutto il cuore di Cosa nostra, dimostrandone la reale esistenza e garantendo la possibilità di punirne gli adepti. Fino ad allora l’impunità dei suoi membri era pressoché garantita attraverso infiltrazioni politiche e nei palazzi di giustizia.
Negli anni novanta la Sicilia venne militarizzata allo scopo di liberare gli organi di Polizia dalle attività di piantonamento, lasciandoli liberi di dedicarsi in pieno alle indagini e alla ricerca dei latitanti.
Nel 2006, l’arresto dopo una latitanza record di 43 anni del superlatitante Bernardo Provenzano ad opera della Procura Antimafia di Palermo ha inflitto un ulteriore duro colpo all’organizzazione, che ora sta probabilmente subendo l’evoluzione in Stidda (sempre di stampo mafioso ma meno potente e pericolosa).
Anche economicamente Cosa nostra ha subito un ridimensionamento, ciò anche a causa dell’applicazione della legge sul sequestro dei beni e il contestuale aumento di potere della ‘Ndrangheta, che ha assunto il controllo e il predominio del traffico internazionale di droga.

Fonti: Encarta, Wikipedia

Normalità (??)

“Normale”. Che brutta parola.
“Quello non è normale.”
“Perché non ti comporti in modo normale?”
Chi decide cos’è normale?
“Normale” non significa giusto, corretto, buono.

Pensiero di un pomeriggio estivo

Si parla sempre di mamme che uccidono, che abbandonano, che scappano. Non si parla mai di quelle mamme che sopportano gli sfoghi dei figli adolescenti, che ogni giorno con pazienza sacrificano il proprio tempo, le proprie passioni, a volte anche la propria salute per amore. Perché? Perché è considerata una cosa normale, scontata, quando invece non lo è: è la cosa più straordinaria del mondo. Ecco, parliamo ogni tanto anche di queste mamme, dedichiamo loro un pensiero, un grazie, perché senza di loro non potremmo essere ciò che siamo, perché con un amore incondizionato e silenzioso, senza pretese, si sono prese cura di noi e continueranno a farlo, fino alla morte. Questo dovrebbe fare notizia, dare speranza e spingerci a fare lo stesso in futuro.

Uruguay, 1974: i crimini della dittatura toccano anche un cittadino originario di Martina Franca.

Uruguay, 1974: i crimini della dittatura toccano anche un cittadino originario di Martina Franca, Aldo Perrini. A distanza di anni il processo nei confronti dei responsabili non ha portato giustizia. Intellettuali, giornalisti e rappresentanti di associazioni vi si oppongono. Tra loro anche lo scrittore Nicola Viceconti, che ho intervistato poco tempo fa qui.

Da Repubblica:

L’Uruguay fatica a fare i conti con il suo passato. È l’atteggiamento della giustizia nei confronti dei crimini commessi negli anni della dittatura militare a testimoniarlo. Ciò a dispetto del nuovo corso politico avviatosi nel paese, che vede protagonista l’austero presidente José Alberto Mujica, ex guerrigliero Tupamaros, per molti un’icona del riscatto politico e morale latinoamericano.

Ricordiamo che dal 1973 al 1985 l’Uruguay è stato tenuto col pugno di ferro da una feroce dittatura militare, responsabile di una repressione durissima nei confronti di ogni forma di dissenso, come in Argentina e in Cile.

Leggete l’articolo completo su Aldo Perrini, qui.

Arte, letteratura, cinema e fotografia

Speciale Casa Rossa

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Come avete notato, di tanto in tanto posto qualche estratto da Tregua nell’ambra. Oggi ho deciso di pubblicare uno speciale sulla Casa Rossa di Alberobello, accostando ai brevi estratti le foto del campo di lavoro.

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Alcune detenute, una delle quali era particolarmente garrula, erano state trasferite in una stanza al piano superiore. Ne ignoravo la ragione, tuttavia esse parevano non aver perso la voglia di vivere. Durante il lavoro le avevo viste alle volte nascondere nelle mutande o negli scarponcini rimasugli di stoffa, scarti di fili. Anna riteneva che volessero in qualche modo fabbricare una corda per calarsi dalle finestre del piano superiore e tentare la fuga. E forse pregressi tentativi di evasione erano la ragione per la quale erano state spostate.

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Una giovane ebrea, Dileha, era innamorata di un internato polacco, Victor. A Victor, forse per proprio tornaconto, il commissario permetteva spesso di dedicarsi al suo mestiere originario: dipingere. Aveva il permesso di recarsi nella cappella deserta del campo e affrescarla con immagini sacre, utilizzando tuttavia strumenti indigenti. E così Victor dava vita a santi vestiti d’oro tra le ostili mura della casa rossa. Era persino riuscito a fabbricare un imponente lampadario di legno con i resti delle cassette per la verdura. Tutto ciò era sufficiente a suscitare l’ammirazione della bella Dileha e di molte altre donne.

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Udii una voce alle mie spalle prima di essere violentemente colpita nelle costole con il calcio di una mitragliatrice. Mi accasciai sul corpo esanime della mia amica e non ebbi il tempo di riprendere fiato che qualcuno mi sollevò dalle braccia, tenendomele ben ferme dietro la schiena.

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Il sergente Scialpi si fermò davanti a una modesta ala dell’edificio, anch’essa vermiglia e dall’aspetto per nulla rassicurante. Tre basse arcate contenevano altrettante porte.

Chi non ha ancora scaricato Tregua nell’ambra può farlo gratis qui.

Un intermezzo astronomico

Sono da sempre appassionata di astronomia – forse questo non lo sapevate! – e ogni tanto mi perdo in riflessioni a riguardo. Mi sembra giusto rompervi un po’ le scatole oggi.

Pensate mai al fatto che viviamo su una sfera di roccia e magma sospesa nel vuoto?

PS Ovvio che la suddetta definizione della Terra è piuttosto volgare, ma rende bene l’idea.

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Per la serie “ridere per non piangere”, eccovi gli Oscar delle fascette

Il prestigioso Salone del libro è anche il luogo migliore per “scovare” le più originali – anzi, a volte proprio bislacche – fascette per libri. Eccovi dunque quelle premiate con gli Oscar nella cerimonia virtuale su Smemoranda.it, articolo a cura di Alberto Forni che ho intervistato per voi qui.

Nel campo editoriale l’ironia non basta mai, della serie “ridere per non piangere“.

Leggete l’articolo: Cerimonia (virtuale) di assegnazione degli Oscar delle fascette 2013

Cinquanta sfumature… di tasche piene

Ormai di sfumature ce ne sono di tutti i tipi. Dopo l’obbrobrio delle grigie, rosse e nere, eccovi una filza di altre – occhio che c’è davvero da divertirsi:

– di gigio

– di marrone

– di estasi

– di minchia (esiste davvero, giuro!)

– di sticazzi (anche questa c’è sul serio!)

– di pelo

– di zombie

– di viola

– di sesso vero

– di micia

– di pasta

– di pollo

– di fritto

– di gina

– di suocera

Ora, considerando che non si tratta in tutti i casi di libri erotici ma anche di parodie delle grigie e – scelta assai curiosa vista l’evidente allusione – di libri di gastronomia, in ogni caso non mi sembra una scelta molto “furba”.
Mi spiego meglio. Un autore che pubblica un libro dal titolo “Cinquanta sfumature di…”, di quello che vi pare, vuole forse inserirsi nella scia di successo della trilogia inglese? Se si tratta di un libro erotico allora la scelta è piuttosto scadente e, in un certo senso, svalorizza il proprio lavoro. Per le parodie il discorso è diverso e ci potrebbe stare anche se pure quelle sono nate dopo e per nuotare nel flusso dell’isteria da Cinquanta sfumature. Per i libri di gastronomia invece? Mah, de gustibus.
In ogni caso, c’è bisogno davvero di questi espedienti? Invece di studiare come sfruttare la fama altrui per farsi notare credo bisognerebbe rimboccarsi le maniche e buttar giù qualcosa di originale e ben fatto che di certo sarà apprezzato e, anche se da molte meno persone dei milioni di fan delle Cinquanta sfumature, perlomeno si tratterà di individui forse più interessanti e interessati alla Letteratura.

Il “gioco” che tutti gli scrittori – confessate! – almeno una volta hanno fatto. E i lettori non scherzano.

Followers, il contenuto del post di oggi è un po’ più “leggero” del solito. In questa  divertente intervista mi è stato chiesto di fare un “gioco” ossia scegliere degli attori che dessero un volto ai personaggi di “Tregua nell’ambra“.

Tutti gli scrittori almeno una volta hanno associato il volto di un attore o una sua caratteristica particolare a uno dei propri personaggi, no? E i lettori non sono da meno!

Ebbene, vi presento rapidamente il mio personale dream cast dei personaggi principali. Se avete letto il libro ditemi cosa ne pensate. Siete d’accordo? Se no, segnalatemi le vostre preferenze!

Elisabetta Greco – Natalie Wood (da giovane)

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Alec Dane – Ben Affleck (così come in “Pearl Harbor”)

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Antonio Greco – Alessandro Tersigni

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Marisa Colucci – Anna Magnani

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Francesco Basile – Hugh Jackman

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Russell Lewitt – Jude Law (da giovane)

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E poi le due new entries del sequel che voi purtroppo ancora non conoscete ma che vi introduco tramite foto:

Lavinia – Eva Green

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Enea – James Mcavoy (così come in “Becoming Jane”)

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Allora?

Il coraggio di credere nella libertà. La liberazione.

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Oggi è una giornata importante e non posso non dedicare un post a ciò che essa rappresenta. La cosa spiacevole è che molta gente non ricorda nemmeno cosa è accaduto o non gli attribuisce la giusta importanza o, ancora peggio, rimpiange la dittatura fascista. Su Facebook ad esempio esistono svariate pagine inneggianti al Duce e al fascismo che contano su migliaia di fan. Alcune addirittura parlano del 25 aprile come giornata di lutto nazionale, assieme al 28 aprile, data in cui Mussolini fu giustiziato a Giulino di Mezzegra, sul lago di Como. Premesso che secondo me Facebook e gli altri social network dovrebbero assolutamente impedire la costituzione di queste pagine o perlomeno eliminarle prima che si diffondano, direi che si tratta di un vero e proprio crimine contro la coscienza del nostro Paese, contro tutti coloro che hanno combattuto e pagato a caro prezzo per la liberazione.

Ma dove sta il problema? I social network costituiscono un potente mezzo di comunicazione, al punto che tramite poche frasi mirate e ad effetto si possono “reclutare” followers per questa o quell’altra ideologia.  In un periodo di crisi non solo economica ma anche morale come quello in cui ci troviamo queste azioni assumono pericolosa efficacia sfruttando appunto il bisogno della gente di un punto fermo, di qualcosa in cui credere. L’ignoranza in materia di certi argomenti può dare un’ulteriore spinta.

Come difendersi? Come reagire? Ognuno di noi dovrebbe – non solo in questi casi ma sempre – essere in grado di pensare da sé, valutare con la propria testa ed essere capace di decidere al meglio, sfuggendo le dottrine esecrabili. Dell’argomento in questione, ossia il fascismo, molti ricordano solo le nozioni scolastiche e non sanno nulla di come realmente è stata la vita della popolazione in quel periodo. Ancora una volta la memoria storica dimostra il suo valore. Ben vengano allora manifestazioni ed eventi che festeggiano la liberazione e l’attività partigiana. Leggere libri a riguardo, ascoltare testimonianze, parlarne con gli altri sono senz’altro le azioni alla base di una “lotta” alimentata da ognuno di noi. Non bisogna dare per scontato che certe cose non avverranno mai più, soprattutto come dicevo prima in periodi particolari come quello che stiamo vivendo. Alcuni infatti desiderano un governo che prenda con la forza le redini del Paese, illudendosi che una simile soluzione possa giovare all’Italia. Pensandoci bene negli ultimi anni ci sono state forme di “controllo” subdole e non apertamente dichiarate che sono riuscite a mantenere ai vertici del governo determinate persone. Le belle promesse sono soltanto specchi per allodole e, ahimè, spesso le allodole vanno in massa ad abbeverarsi a quegli specchi d’acqua marcia e putrida.

Eccovi un breve video a riguardo che, durante una discussione su Facebook, mi ha segnalato un amico.

Ora però parliamo del significato di questa festa nazionale. La liberazione dell’Italia dall’occupazione nazista, nonché la caduta definitiva del fascismo. La Resistenza italiana è stata più diffusa di quanto si pensa, indipendentemente dalla fede politica. Non si dimentichi che un numero non indifferente di partigiani era apartitico, quindi lasciamo perdere critiche verso comunismo e socialismo. Attorno alle vere e proprie squadre d’azione, ruotavano altri gruppi attivi in maniera diversa ma ugualmente fondamentali, come ad esempio le SAP cittadine.

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Il popolo italiano, dapprima incantato dal personaggio del Duce, si rese gradualmente conto che le ammalianti dottrine fasciste non facevano altro che ridurre la libertà del singolo individuo e sottomettere la massa. La situazione peggiorò nel periodo della guerra. Migliaia di tragedie si consumarono in città ma anche nei piccoli centri, nelle campagne, e altrettante vite furono spezzate, in patria o ai fronti di guerra di un “impero” in realtà mai esistito.

imagesQuando i nazisti invasero l’Italia dopo l’armistizio dell’8 settembre del ’43, molti italiani scesero in campo. La maggior parte inesperti, ma arditi e convinti fermamente che fosse ora per la giustizia e la libertà di fare ritorno sul suolo italiano. Pensate a quanti si sono improvvisati soldati o genieri, armati di poche armi sottratte ai repubblichini o ai nazisti o recuperate dagli aviolanci alleati. Molti fuggirono sulle colline o in montagna, altri restarono in città in incognito, ma tutti rischiarono la vita ogni giorno, furono torturati e molti infine fucilati o impiccati. Sabotarono i tedeschi e i fascisti, le loro comunicazioni, armi o treni di armamenti e vettovaglie; offrirono protezione e sostentamento a ebrei.

Al giorno d’oggi, secondo voi, saremmo capaci di compiere nuovamente atti di simile coraggio e altruismo? O la vita comoda ha rammollito il corpo e surclassato lo spirito combattivo, spento la scintilla ribelle che dovrebbe brillare a ogni ingiustizia?

Oggi si festeggia la liberazione dell’Italia ma anche i nostri nonni, bisnonni che hanno offerto un grande sacrificio all’altare della libertà. Grazie soprattutto a loro.

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Un libro che racconta da vicino la Resistenza e la vita con gli occupanti nazisti è Al di là delle frontiere di Nini Wiedemann, tra l’altro una storia vera. Ma anche un saggio di Almerino Lunardon: La resistenza vadese.

Come film invece segnalo L’Agnese va a morire, Roma città aperta, La notte di San Lorenzo.

Ciò che si può e si deve fare è riflettere su ciò che è ora e su ciò che è stato e soprattutto non dimenticare.