In viaggio con te – Nadia Boccacci

Con il libro di cui vi parlo oggi tocchiamo tematiche importanti quali la vita, la morte, l’amicizia.

IN VIAGGIO CON TE

Nadia Boccacci

Butterfly Edizioni

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Trama

In viaggio con te è la storia di un’amicizia straordinaria, nata sui banchi di scuola e viva per sempre nel cuore e nello spirito di due ragazze solari e piene di entusiasmo.
E quando la morte invidiosa ruberà Linda alla vita, catapultandola in un viaggio senza fine, il loro legame saprà non sgretolarsi, anche quando il dolore della perdita sarà per Vale un male profondo e oscuro.
Nei momenti bui la luce in fondo al tunnel sarà un misero punto invisibile, per poi prendere forma e raggiungere dimensioni maggiori, tali da riuscire a dipingere con pennellate radiose un’esistenza cupa. E la loro amicizia sarà per sempre.

L’autrice

Nadia con In viaggio con te

Nadia Boccacci è nata a Colle di Val d’Elsa (Si) dove vive tuttora. Laureata in Lingue e Letterature straniere moderne, insegna italiano e inglese in una scuola primaria. Scrive soprattutto narrativa. “Uno sguardo perso nel vuoto” ed. Albatros è il suo romanzo d’esordio. “In viaggio con te ” Butterfly ed. è il suo secondo romanzo. Il suo terzo romanzo, dal titolo “I colori che ho dentro” uscirà a settembre per la Butterfly edizioni. Ha pubblicato, inoltre, racconti e poesie in antologie diverse.

La mia opinione

Tra passato e presente è narrata quasi tutta la vita di Linda vista con gli occhi della sua migliore amica Vale. Un libro intriso di vita. Dico di “vita” perché le pagine trasudano la vita che c’è nell’affetto che Vale prova per la sua migliore amica, la sofferenza estrema per la sua perdita. E cos’è la vita senza l’amore, il dolore? Il viaggio attraverso cui l’autrice ci conduce per mano ha il tepore e la delicatezza della malinconia dell’infanzia e la durezza di una realtà che non si può combattere ma solo tentare di superare. Un viaggio alla scoperta dell’amicizia, alla scoperta di sé. L’autrice si dimostra un’ottima guida.

Valutazione:

3

Intervista all’autrice

Ciao Nadia, benvenuta.

Ciao, Ilaria… Grazie di avermi invitato.

  • Cominciamo tagliando la testa al toro. Ricordi il momento in cui è nata la passione per la scrittura? È stata un elemento costante nella tua vita oppure no?

La mia passione per la scrittura è nata sui banchi di scuola e mi ha tenuto compagnia fino ad oggi.
È stata sicuramente un elemento costante della mia vita, ho sempre avuto voglia e bisogno di scrivere… dapprima riflessioni, stati d’animo, emozioni, poi storie vere e proprie, romanzi, poesie.

  • Parlaci un po’ del tuo primo romanzo.

“Uno sguardo perso nel vuoto” è il primo romanzo che ho pubblicato, due anni fa. Narra la storia di una coppia investita da una crisi coniugale, mostrando come si possono infrangere i sogni, destabilizzare le abitudini e le certezze. Offre il punto di vista di ogni membro della famiglia, per evidenziare l’inesistenza della verità assoluta e il modo individuale di vivere una difficoltà, benché la protagonista vera e propria sia Nora, moglie e madre, travolta da una realtà inaspettata.

  • Il tema di In viaggio con te è senz’altro molto delicato. Sembra inopportuno chiedertelo ma credo che a quasi tutti i lettori verrà in mente la stessa domanda: le vicende del libro sono ispirate a una storia vera? Se sì, perché hai deciso di raccontarla?

Le vicende narrate nel libro sono ispirate a eventi dolorosi vissuti in prima persona più di vent’anni fa: nell’arco di un anno e mezzo persi una cugina e due compagne di scuola, tutte e tre giovanissime. Non ho propriamente deciso io di scrivere un romanzo sulla morte e sulla fuggevolezza della vita… semplicemente non ho saputo impedirmelo. La storia di Linda e Vale è venuta a cercarmi con insistenza, di giorno e di notte, ha bussato alla mia porta con vigore e con dolcezza ed io, infine, ho ceduto.

  • A livello emotivo ti è costato molto scavare nell’animo per scrivere questo romanzo?

Devo dire che è stato doloroso, ma anche terapeutico per me, ripercorrere sul filo della memoria fatti accaduti in un passato remoto, ma mai dimenticati, mai allontanati…
Benché “In viaggio con te” non sia un romanzo autobiografico, infatti si arricchisce di una sua propria storia, costituita di personaggi e di legami che sono frutto di fantasia, mi ha dato la possibilità di ricordare profondamente e in qualche modo elaborare il lutto.

  • Linda e Vale amiche per sempre. Cos’è per te l’amicizia? Secondo te può davvero durare in eterno?

L’ amicizia è un valore profondo, che come l’amore, in certi rari casi, può trascendere la vita.

  • Hai nuovi progetti? Vuoi parlarcene?

Sì, ho nuovi progetti…
Al momento è in corso la traduzione in francese e in inglese di “In viaggio con te”, che permetterà al mio libro di volare all’estero.
Inoltre a settembre uscirà il mio nuovo romanzo, sempre per la Butterfly Edizioni, dal titolo “I colori che ho dentro”.

Grazie infinite per l’ospitalità.

Grazie a te e in bocca al lupo per i tuoi scritti.

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Il gioco dei ricordi – Laura Bellini

Amici, eccomi di nuovo qui a parlarvi di libri di autori emergenti. Quest’oggi vi presento Il gioco dei ricordi di Laura Bellini, autrice di cui ho letto anche Il mondo dopo te recensito per Itodei, qui.

 

IL GIOCO DEI RICORDI

Laura Bellini

Butterfly Edizioni

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Trama

Dopo il dolore causato dalla fine della sua storia con Gabriel, Ayleen ha finalmente ricominciato ad amare: si tratta di un ragazzo misterioso del quale non conosce neppure il nome, ma le è bastato sedere al suo fianco sulla riva del lago per capire che il suo posto è dov’è lui. Ma perché ha la sensazione di potersi fidare ciecamente di un uomo del quale non sa nulla mentre Tamara, la sua migliore amica, le intima di stare alla larga da lui? E se di giorno i dubbi la tormentano, la notte porta con sé incubi dai quali si risveglia immemore con un solo nome a fior di labbra: Nathan. Gabriel e Nathan, il Bene e il Male e, nel mezzo, una maledizione che attraversa i secoli.
Dalla Roma degli intrighi al naufragio del Titanic passando attraverso il Quattrocento di Caterina Sforza, Ayleen viaggerà nella Storia per compiere la scelta più dolorosa, e capirà che il segreto dell’amore riposa nel tempo che scorre sulle cose, travolgendole. Perché l’amore, esattamente come il tempo, non può essere misurato che da un metro soltanto: l’eterno.

L’autrice

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Laura Bellini vive e lavora a San Piero in Bagno, un bellissimo paese dell’appenino Tosco-Romagnolo e qui, fra il verde della natura e un po’ di tempo libero, tesse le sue storie. Legge circa quaranta libri all’anno, spaziando fra i vari generi letterari e la stessa passione la mette nelle opere che scrive. Il gioco dei ricordi, che esce con Butterfly Edizioni, si è classificato semifinalista al torneo letterario Ioscrittore indetto dal gruppo GEMS. Le sue precedenti pubblicazioni sono: “Il coraggio dell’amore” (2009), disponibile anche in ebook su Amazon, “Lontano da te” (2010), Ancora tu” (2010), “I disegni imprevedibili del destino” (2011) e “Il mondo dopo te” (2012).

La mia recensione

Ayleen è una ragazza che crede di avere una vita normale condivisa con la migliore amica Tamara e fino a poco tempo prima anche con il fidanzato Gabriel. Ma la vita di Ayleen non è affatto normale e presto scopre che nessuno attorno a lei è chi credeva realmente e che l’esistenza che sta vivendo non è stata l’unica.

Il lettore viene catapultato nella vita di Ayleen giusto pochi istanti prima che essa venga sconvolta, non favorendo in questo senso un immediato attaccamento con la protagonista che si conosce un po’ troppo poco. I personaggi che ruotano attorno a lei sono interessanti, soprattutto Nathan. Il suo aspetto e i suoi comportamenti iniziali ben si prestano al ruolo di principe del male. Il viaggio a spasso per il tempo in cui accompagna Ayleen risulta intrigante anche se a volte le scene sono un po’ rapide per poterne apprezzare pienamente l’ambientazione, le notizie storiche non sempre ben disciolte nella narrazione. Il viaggio nel tempo nelle vite passate della protagonista al fine di comprendere la scelta che è chiamata a fare riporta un po’ alla trama di Passion, terzo libro della saga Fallen di Lauren Kate. La parte migliore è, secondo me, l’incontro con Cavallo Pazzo nel villaggio indiano, descritta in maniera palpabile e affascinante.

Il rapporto tra i protagonisti è definito all’inizio e rimane lo stesso almeno fino a metà libro: Nathan soffre per l’impossibilità di toccare Ayleen mentre Gabriel “sfrutta” il suo vantaggio sul fratello in questo senso, facendo l’amore con lei ogni volta che può. È carina l’idea dell’amore di due fratelli (bene e male) verso la stessa mortale anche se un po’ confuse appaiono le diverse profezie a riguardo e le conseguenze della scelta che in realtà sono i fratelli a dover fare e non Ayleen. Davide è un intermezzo piacevole e adeguato al ruolo che andrà a svolgere.

La seconda parte del libro invece si incentra sul rapporto di Ayleen e Nathan che da principe del male diventa buono. Il personaggio di Damon, così importante negli eventi, avrebbe forse dovuto essere sviluppato un po’ più a fondo.

L’insegnamento ultimo che si evince dal libro è pregevole: il sacrificio del singolo per il bene dell’umanità. In definitiva una lettura leggera, scorrevole, consigliata agli amanti del paranormal romance.

Valutazione:

4

Intervista all’autrice

  • Ciao Laura, benvenuta. Ti va di parlarci un po’ delle tue passioni? Lettura e scrittura sono sempre andate di pari passo? Quando è scaturita la scintilla che ti ha spinta a scrivere?

Ciao Ilaria! Innanzitutto voglio ringraziarti per lo spazio che mi hai dedicato. Vivo di tre grandi passioni: la cucina, grazie alla quale lavoro, la lettura e la scrittura. Per quanto riguarda le ultime due devo ammettere che sono state separate per gran parte della mia vita. Molti scrittori sostengono di aver iniziato a scrivere da piccolissimi, io faccio eccezione. Ho scritto il mio primo romanzo a vent’anni. È vero che ho sempre inventato storie. I miei giochi da bambini consistevano proprio nel creare altri mondi, immaginare altre vite, ma non avevo mai pensato di poterle mettere su carta! In compenso ho sempre letto molto anche se mai come negli ultimi anni. Da ragazzina amavo Stephen King e difficilmente leggevo altro. Ora leggo di tutto, dal fantasy ai romanzi storici, dalla narrativa ai classici che non ho apprezzato al liceo. È come se, dopo aver scoperto la scrittura, io abbia sentito il bisogno di allargare i miei confini letterari. Ora divoro una quarantina di libri all’anno e fra questi non conto mai i romanzi che recensisco. Sarò rimasta indietro, ma continuo a vedere il libro come un oggetto da sfogliare e annusare!

  • Prima di parlare de Il gioco dei ricordi, raccontaci qualcosa sui tuoi libri precedenti.

Il gioco dei ricordi è il sesto libro che pubblico anche se sento di aver iniziato a far parte davvero di questo mondo solo dall’anno scorso, dopo aver iniziato il mio percorso con la Butterfly. Il primissimo romanzo che ho scritto Il coraggio dell’amore è disponibile su Amazon. Era la mia prima creatura e mi dispiaceva che, a contratto scaduto, fosse divenuto irreperibile. Parlare di questi vecchi lavori mi riesce difficile. Ammetto di aver sempre pubblicato a pagamento e la differenza purtroppo è tangibile rispetto a quello che può essere, per esempio, Il mondo dopo te. È come se sentissi di aver sprecato le mie storie…e forse è proprio così perché di certo quei romanzi meritavano più cura. Comunque c’è sempre tempo per imparare e adesso so che mai più brucerò un romanzo con una casa editrice che mi chiede denaro!

  • Ho letto qualche mese fa Il mondo dopo te. Leggendo ora Il gioco dei ricordi ho trovato dei temi ricorrenti: il mondo divino che in qualche modo influenza quello mortale e l’importanza del destino. Perché senti il bisogno – o hai il desiderio – di parlarne nei tuoi scritti?

È vero, sono temi che ricorrono spesso nei miei romanzi. Il divino e il destino, due aspetti della nostra esistenza su cui non possiamo fare a meno di porci domande. Io credo che le due cose siano legate fra loro. C’è un passo ne Il gioco dei ricordi in cui Cicerone ricorda ad Ayleen che avrà sempre una scelta. Ecco, questo è il punto. Ognuno di noi compie delle scelte che inevitabilmente cambieranno la rotta della nostra vita. È libero arbitrio? Fato? Chi può dirlo? Mi affascina questo argomento, forse è questo il motivo per cui ne parlo spesso. E il destino non è sempre benevolo…

  • Qual è il romanzo a cui sei più affezionata e perché?

Di solito rispondo a questa domanda citando la mia piccola saga, Lontano da te e Ancora tu, ma oggi mi sento di dire che in realtà la creatura alla quale sono più affezionata è di sicuro quella che scriverò in futuro! Perché ogni romanzo mi conduce verso una nuova strada che devo imparare ad amare!

  • Ne Il gioco dei ricordi ci sono degli angeli. Hai mai letto romanzi su questo tema tipo Fallen o Hush, hush? Se sì, cosa ne pensi?

Ho letto Fallen alcuni mesi dopo aver terminato Il gioco dei ricordi. Ero attratta proprio dal fatto che trattasse di angeli dopo tanti vampiri. Confesso che per me è stata una lettura deludente. Non ho amato questa saga e la prevedibilità con cui è stata sviluppata. Questa è la sensazione che ha dato a me… Gli angeli sono creature affascinanti. Nel mio romanzo sono comunque simili a creature umane con i loro pregi e difetti e infondo, forse, bene e male non sono poi due entità così distinte!

  • Ho trovato molto bello il fatto che Ayleen durante il suo viaggio nel tempo incontra alcuni dei personaggi più importanti della storia umana. Secondo te quelle persone avevano qualcosa di “sovrannaturale”?

L’idea dell’incontro con personaggi storici di indubbia rilevanza è stato il motore di tutta la costruzione del romanzo. Sovrannaturale? No, non credo. Però sono convinta che avessero grandi spiriti e che riuscissero meglio di noi a guardare dentro se stessi per rincorrere i propri ideali. Beh…non mi riferisco a Dracula! Penso a Giulio Cesare che è riuscito a rendere Roma un vero mondo o a Wallace che ha combattuto tutta la vita per un’ideale… Come dice Nathan, noi uomini moderni non saremo ricordati dalla storia per le grandi imprese che abbiamo compiuto o per il nostro coraggio!

  • Il sacrificio del singolo per il bene di tanti. Questo concetto è presente nel tuo libro. So che è difficile scegliere, ma se toccasse a te preferiresti l’amore o il bene dell’umanità?

Che bella domanda! Sono sincera. Io sceglierei egoisticamente l’amore. Non credo di avere un animo così puro da poter sacrificare me stessa per il bene dell’umanità!

  • Leggendo i tuoi post su Facebook mi è sembrato che tu stia lavorando a qualcosa di nuovo. Vuoi parlarcene?

Sì, sto lavorando a un nuovo genere di romanzo. Sai, quando scrivo amo sperimentare e, se è vero che uno scrittore deve scrivere di ciò che conosce, è anche vero il contrario. Per me è essenziale mettersi in gioco, superare i propri limiti e buttarsi in nuove avventure. Il mio amore per la Scozia mi ha spinto a voler scrivere un romanzo storico ambientato durante la seconda rivolta giacobita. L’ultima battaglia per la libertà scozzese. È difficile, molto difficile perché i documenti sono tutti in lingua originale e il mio inglese non è perfetto. Però ho preso il tutto come una sfida e devo ammettere che sono molto soddisfatta. Non sto solo imparando un sacco di storia, ma anche una lingua. Non vedo l’ora di vedere questa nuova creatura finita!

 Grazie Laura per la piacevole chiacchierata.

“Waiting Room” di Bianca Cataldi

Cari followers,

il blog ha taciuto per qualche giorno ma ora ecco per voi un post fresco fresco e abbastanza ricco. Buona lettura!

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WAITING ROOM

Bianca Rita Cataldi

Butterfly Edizioni

La trama

 

È il 1942. In una Puglia bruciata dal sole, Emilia e Angelo condividono la passione per il sapere, il desiderio di libertà e il tempo della loro giovinezza. Settant’anni dopo, seduta nella sala d’attesa di un dentista, Emilia rivela a se stessa la verità negata di una giovinezza che adesso, per la prima volta, ha il coraggio di riportare alla luce. Con una scrittura che è poesia del ricordo e caleidoscopio di emozioni, Bianca Rita Cataldi accompagna il lettore tra i sorrisi e le lacrime di una donna come noi, raccontando la storia di un amore mancato, di una generazione nell’età dell’incertezza, di un’attesa che attraversa tutta una vita.

L’autrice

 

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Bianca Rita Cataldi è nata nel 1992 a Bari, dove frequenta la facoltà di Lettere Moderne e studia pianoforte in conservatorio. Finalista al Premio Campiello Giovani nel 2009, ha esordito nel 2011 con il romanzo “Il fiume scorre in te”, pubblicato da Booksprint Edizioni. Nel gennaio 2013 ha fondato il blog/magazine culturale Prudence e da un anno collabora con la casa editrice Butterfly. Scrive recensioni letterarie per numerose case editrici sul suo blog B. among the little women. “Waiting room”, finalista della II edizione del Premio Villa Torlonia, è il suo secondo romanzo.

La mia recensione

 

Il romanzo di Bianca Cataldi si presenta come un libro davvero piacevole, ammantato di malinconia, suddiviso in capitoli brevi che favoriscono una lettura scorrevole e veloce. La voce narrante è quella di Emilia, una signora anziana che, nella sala d’attesa di un dentista, si ritrova a riflettere sulla propria vita e ricordare il suo primo amore, Angelo. L’Emilia del presente è una donna dal temperamento forte, il suo accostarsi agli eventi è spesso velato di ironia tagliente. Grazie a lei l’autrice porta sotto i riflettori anche temi importanti quali la condizione degli anziani al giorno d’oggi, lo stato di abbandono in cui talvolta versano a causa dei “giovani” troppo presi dalla propria frenetica vita, la solitudine del cuore e della mente in cui i ricordi sono più vividi della vita reale. Il racconto si dispiega tra presente e passato in flashback continui che mantengono viva l’attenzione. L’Emilia ragazza è ingenua com’era giusto che fosse alla sua età in quell’epoca. Scopriamo assieme a lei il batticuore per il primo amore, le prime carezze e i primi baci, il tutto intriso di sentimenti di una tenerezza straziante. Bellissimi sono i pensieri sulla giovinezza, puntellati da uno stile che, nonostante la giovane età dell’autrice, risulta piuttosto maturo. È proprio lo stile ciò che ho maggiormente apprezzato nel libro: piacevolmente mutevole nelle diverse situazioni descritte, raggiunge il culmine quando descrive le tribolazioni di Emilia. Le metafore sono così poetiche e armoniose che vien voglia di rileggerle ancora e ancora, anche ad alta voce per assaporarne il suono sulla lingua. Interessante è la figura della giovane scrittrice nella sala d’attesa che, in un certo senso, pare stia scrivendo la storia che Emilia rievoca nella propria mente, quasi fosse la nipote dell’anziana. Il finale risulta commovente e lascia nell’animo un senso di malinconia palpabile. Il racconto delle vicende è dunque egregiamente riuscito, impreziosito dalle perle stilistiche.

Ora parliamo invece di ciò che mi è parso assai improbabile essendo la sottoscritta una grande appassionata della storia di quel periodo. Non avrei avuto da ridire se le vicende giovanili di Emilia fossero state ambientate in un periodo “tranquillo”, ad esempio intorno al 1927-28, dieci anni dopo la fine della prima guerra mondiale e prima della grande crisi del 1929 e quando il fascismo non era ancora troppo opprimente nei confronti della popolazione “fedele” al regime. L’autrice difatti riesce a descrivere bene alcuni aspetti della vita come gli esercizi a scuola in onore del Duce, le feste in famiglia, l’atmosfera tra parenti, i modi di dire, l’uso del voi, gli abiti, le canzoni, la mentalità di un paesino del sud. Tuttavia le vicende sono ambientate in un periodo molto complesso, assai differente da quello degli anni immediatamente precedenti o successivi: il 1942. La guerra non era ancora al culmine ma la vita della popolazione non era rose e fiori. Nel libro sono tutti molto spensierati, mangiano bene, vestono bene, vanno al cinema. Nella realtà c’erano le Camicie Nere e gli assurdi divieti fascisti, c’erano tensioni anche nei piccoli paesi. C’era l’autarchia quindi non potevano essere importati beni dall’estero: il caffè era quasi introvabile, se non al mercato nero – di cui non si fa menzione neanche una volta – dove comunque costava tantissimo; il pane era pane nero. C’erano i razionamenti, non si andava per negozi a comprare ciò che si voleva: ogni cittadino aveva la tessera annonaria che dava diritto a quantità prestabilite di pane, pasta, zucchero, ecc. ma riguardava anche le stoffe, gli aghi… quindi era difficile cucire abiti di qualità. La famiglia di Emilia è benestante ma i suoi membri sono sarti e contadini. Difficile che fossero benestanti con questi mestieri, soprattutto in periodo di guerra: i sarti non avevano molto da cucire e i contadini non potevano vendere granché.

Angelo parla di “andare a prendere un gelato al cioccolato”. Dove? Non è come ora: si va in gelateria, si paga e si mangia. I miei nonni, che hanno sempre vissuto a Martina Franca, uno dei maggiori borghi pugliesi nel quale risiedo anch’io, mi hanno detto che loro non mangiavano nessun tipo di dolce, il massimo erano le arance oppure il pane umido sul quale appiccicavano un po’ di zucchero. La cioccolata l’hanno vista e conosciuta per la prima volta quando nel settembre del ’43 sono arrivati gli inglesi e gli americani. Il gelato esisteva per carità, pure il gelato al cioccolato, ma dubito che fosse reperibile a quei tempi in un piccolo paese in provincia di Bari, dove sono ambientate le vicende di Waiting room. Se si considera poi che il cibo si acquistava con la limitata tessera annonaria, sembra difficile che qualcuno potesse permettersi di andare a prendere un gelato al cioccolato. Stessa cosa per le crostatine alla frutta dal panificio. All’epoca le marmellate si facevano e consumavano maggiormente in casa, ma comunque vale ciò che ho detto per le tessere annonarie.

La madre di Emilia indossa un bracciale d’oro. Quasi impossibile: Mussolini aveva ordinato alla popolazione di donare l’oro alla patria per sostenere i costi della guerra. Chi non aveva consegnato il proprio oro – pochi visto ciò che erano capaci di fare le Camicie Nere – non lo portava certo addosso per mostrarlo in giro. Nel libro in paese ci sono tranquillamente tutti gli uomini: giovani o adulti. La cosa mi sembra strana poiché, se non tutti, perlomeno la maggior parte avrebbero dovuto essere chiamati alle armi. Della guerra che si consuma in quegli anni non si parla quasi mai se non rare volte verso la fine del libro. Sembra che non ci sia nessuna guerra e tutto ciò che essa comporta. All’inizio del ’43 nel libro si dice che sarebbe passato ancora qualche mese e poi la vita si sarebbe chiusa in faccia a Mussolini. Ma sappiamo che la vita di Mussolini non finì il 25 luglio ’43 quando venne arrestato né l’8 settembre con l’armistizio. Il 12 settembre infatti fu liberato da paracadutisti tedeschi dalla prigionia di Campo Imperatore. Dunque non terminò nemmeno la sua attività politica giacché dopo la liberazione creò l’odiata Repubblica Socialista nel nord Italia occupato dai nazisti.

Ora che ho finito di fare la pignola – non poteva non essere così riguardo a un’epoca che amo – vi dico che so per esperienza che scrivere un romanzo storico non è affatto facile, soprattutto quando ci si inoltra in periodi particolari come la guerra, in cui l’ordine delle cose viene sconvolto. Attribuisco dunque questi errori storici non alla mancata volontà dell’autrice di documentarsi ma alla difficoltà di descrivere in maniera precisa le piccole cose di tutti i giorni durante il più disastroso conflitto mondiale. I libri di storia ci insegnano i grandi avvenimenti, gli scontri tra eserciti, ma non parlano di come la gente comune si arrabattava per sopravvivere. Il mio umile consiglio all’autrice – ma anche a tutti gli autori che, affascinati dal passato, vogliono ambientarci una storia – è quello di fare ricerche approfondite e particolareggiate e di contestualizzare le informazioni: ciò che ad esempio si trovava o era possibile fare a Roma, poteva non esserlo in un paesino delle piccole province. La storia deve essere tramandata per quella che è stata realmente o perlomeno nel modo più veritiero possibile.

3

Intervista all’autrice

 

Ciao Bianca, benvenuta sul mio blog. Mi fa molto piacere ospitare una mia conterranea, soprattutto giovane e talentuosa come te.

Ciao Ilaria! Grazie infinite per avermi accolta nel tuo blog e, soprattutto, per aver letto il mio romanzo con interesse e attenzione.

  • Dalla tua biografia abbiamo appreso che frequenti la facoltà di lettere e studi pianoforte, dunque hai due grandi passioni: letteratura e musica. Andando indietro nel tempo con la mente, sapresti riconoscere il momento in cui esse sono nate o l’evento che le ha scatenate? A quale delle due sei più legata?

L’amore per la musica nasce da un dispetto. Mi spiego: abbiamo in casa un vecchio Zimmermann verticale sul quale hanno suonato mio nonno, un po’ mia madre, mia sorella ed io. Quando era mia sorella a studiare musica, io ero veramente piccola e andavo lì da lei per disturbarla mentre studiava e per spingere i tasti a caso. Lei si arrabbiava e mi diceva che non potevo toccare lo strumento perché l’avrei sicuramente rotto, non essendo in grado di suonarlo. Così, a nove anni, andai da mia madre e le dissi che volevo iniziare a studiare pianoforte e, da quel giorno in poi, nessuno mi impedì più di strimpellare a mio piacimento. Lo “strimpellare” è diventato studio vero quando sono entrata in Conservatorio, esperienza che ancora continua e che si concluderà tra un paio d’anni con l’agognato diploma. Per quanto riguarda la letteratura credo che il Primo Motore Immobile sia stata mia madre con tutte le fiabe che mi leggeva. Lei è un’insegnante elementare di italiano e ti lascio immaginare quanto questo abbia influito sul mio modo di guardare ai libri e alla cultura in genere: mi ha insegnato ad amare ciò che gli altri bambini ritenevano noioso e poi, spontaneamente, alla lettura ha fatto seguito la scrittura, come in una naturale evoluzione. Non riesco ad immaginare le due cose separatamente e credo che, in generale, tutti i lettori siano anche un po’ scrittori: altrimenti, come potrebbero raffigurarsi nella mente ciò che l’autore di un libro ha scritto o ha nascosto tra le righe? Tra musica e letteratura, comunque, scelgo sicuramente la seconda: è un campo della cultura nel quale sento di potermi muovere senza urtare continuamente contro gli spigoli.

  • Ti piace parlare con gli altri della cultura, immagino, giacché hai creato un blog/magazine culturale e pubblichi recensioni letterarie sul tuo blog. Vuoi parlarci di Prudence e B. among the little women?

Parto dal più recente, Prudence. Si tratta, come hai giustamente detto, di un “blog/magazine”. La doppia definizione dipende dal fatto che non ci sentiamo ancora pronti per assegnarci il titolo di “magazine”, né ne abbiamo le competenze, ma crediamo che definirci soltanto un “blog” sia riduttivo. Siamo un gruppo di amici che ogni mese si siede intorno a un tavolino tondo del bar Stradivari e discute del prossimo tema da trattare, fumando e bevendo una cioccolata calda. Crediamo fermamente che la cultura vada condivisa liberamente, in ogni suo ambito, senza prezzi da pagare o barriere ideali da rispettare. Scriviamo articoli che non hanno un orientamento ben preciso, né politico né sessuale, e speriamo che il nostro progetto possa crescere sempre di più, giorno dopo giorno. Colgo l’occasione per ringraziare tutta la Redazione perché è composta da persone meravigliose che scrivono cose meravigliose e che meritano decisamente di essere lette e conosciute. Passando a B. among the little women: si tratta del mio blog personale, quello sul quale riporto le mie recensioni, le mie opinioni su ciò che mi circonda, le mie “visioni fuggitive”. Detesto ammetterlo ma so di essere una persona molto pigra e questo si evince dal mio blog: riconosco che dovrei curarlo di più, arricchirlo, renderlo più funzionale. Prometto che lo farò col tempo… esami permettendo!

  • Prima di raccontarci del libro che ho recensito qui sul blog, parlaci un po’ del tuo primo romanzo.

Il fiume scorre in te è il frutto acerbo dei miei sedici/diciassette anni, nonché la medicina con la quale ho curato me stessa dalla fine del primo amore. Adesso, ripensandoci, mi viene in mente un sottotitolo che gli calzerebbe a pennello: “Cronaca di un disamore”. Perché è di questo che si tratta: di una relazione che si accartoccia su se stessa, di un progressivo smettere di amare. Dani, accompagnata dal fedele Massimo, viaggia su un treno che la porta indietro nel tempo e, più precisamente, nel passato di Alessandro, l’uomo che ama e che l’ha abbandonata. Nel corso del viaggio, Dani scoprirà tutto ciò che Alessandro le ha nascosto e, per di più, sarà costretta a scegliere se perdonarlo e proseguire il viaggio o se fermarsi e condannare il suo amore per sempre. È un romanzo particolare e ancora adesso non riesco a spiegare con esattezza di che genere si tratti. Di una cosa sono assolutamente certa: è il mio libro del cuore, il mio primo sforzo quasi-letterario e, malgrado tutte le sue piccole grandi ingenuità, non cambierò mai una virgola di ciò che ho scritto perché tra quelle pagine ci sono io tutta intera. Io com’ero.

  • Waiting room. Un titolo che sinceramente all’inizio, leggendo la trama del libro, mi ha un po’ mandato in confusione. Tuttavia più si va avanti nella lettura più se ne comprende il significato, finché nelle ultime pagine si capisce che è azzeccatissimo. Ti è venuta in mente prima l’ambientazione e il suo significato e solo in un secondo momento il titolo oppure il contrario? C’è un messaggio per il lettore nascosto in queste due parole?

Forse non ci crederai, ma non ricordo assolutamente il momento in cui ho pensato al titolo. Credimi, non lo ricordo: è come se fosse sempre stato lì, insieme alle storie che mia nonna mi raccontava quand’ero bambina. Ricordo bene, però, che a un certo punto ho capito che non potevo riferire semplicemente una storia vera: dovevo ampliarla, darle un significato che valesse non solamente per la protagonista ma per tutti coloro che, leggendo, si sarebbero identificati con lei. Ho improvvisamente visto la sala d’attesa del primo capitolo come una metafora della vita che Emilia aveva vissuto e ho capito che quella ragazza senza nome che vedevo al suo fianco ero io mentre scrivevo, anch’io perennemente in attesa del futuro, che m’infilavo nella storia come Hitchcock nei suoi film e ho pensato che quel titolo provvisorio, quel “Waiting room”, sarebbe stato perfetto per esprimere l’angoscia dell’aspettare, il suo corrodere lento, il bianco abbacinante di un ritorno sperato e mai avvenuto.

  • Questo è il tuo primo romanzo con connotazioni storiche. Ti è piaciuta l’esperienza? La ripeterai oppure pensi di indirizzarti verso altri generi?

Diciamo che il romanzo storico non è esattamente pane per i miei denti. È anche vero, però, che non siamo noi a scegliere le nostre storie: sono le storie che ci chiedono di essere raccontate. Se la storia che bussa alla tua porta viene dritta dritta dagli anni ’40, o dagli anni ’60, o dal 1800… tu non puoi chiederle di tornare indietro. Devi rimboccarti le maniche e procacciarti i mezzi per raccontarla. Sicuramente ho commesso moltissime ingenuità in questo mio primo “esperimento storico”, ma non escludo di riprovarci in futuro con maggiore impegno e un bel po’ di studio in più! Il mio prossimo romanzo, comunque, sarà sicuramente ambientato nel nostro tempo e sarà a tematica lgbt: ho steso una bozza ma mi serve ancora molto tempo per trasformarla in un qualcosa che meriti l’appellativo di “romanzo”.

  • Emilia e Angelo. Due giovani il cui futuro, stretto dalle morse di una comunità che segue tradizioni e leggi non scritte, non ha nulla di certo. Ti sei ispirata a qualcuno in particolare per creare questi personaggi?

Ebbene sì! Angelo è la “versione vintage” dell’uomo che amo con le sue piccole fissazioni, il suo naso dantesco e quella follia genuina che gli vedo negli occhi ogni volta che lo guardo. Emilia, invece, è mia nonna così come appare nelle fotografie color seppia, con quello sguardo fiero, i fianchi larghi e la determinazione cocciuta che l’ha guidata per tutta la vita e che ancora la guida, giorno dopo giorno.

  • Emilia resterà per tutta la vita in attesa di quell’amore che se ne è andato durante la giovinezza. Si tratta dunque di un sentimento forte, forgiato nell’anima forse proprio grazie all’innocenza che lo ha visto nascere. Dal passato giungono spesso memorie di amori sbocciati ma mai vissuti che però non sono stati dimenticati. Considerando il mondo in cui viviamo oggi, secondo te una donna – o un uomo – potrebbe vivere nel ricordo di un amore per tutta la vita? È la società a mettere difficoltà e imposizioni sul tragitto di un sentimento che dovrebbe essere imperituro oppure ciò che accade dipende unicamente da ognuno di noi, dalla maniera di vivere e percepire l’amore?

Sicuramente i tempi sono cambiati e, cambiando, hanno trasformato anche il nostro modo d’amare. C’è un adagio arabo che recita “Gli uomini assomigliano più al loro tempo che ai loro padri”, ed è la verità. Certo, credo che ancora oggi si possa amare una sola persona per tutta la vita: mi è capitato spesso di ascoltare i racconti di amici e conoscenti che non hanno mai dimenticato un amore e che hanno atteso per anni, come Emilia, un ritorno che non è mai avvenuto. Inutile dire, però, che amori così duraturi sono sempre più rari, e noi siamo sempre più pronti a ricominciare, ripartire da zero, ricostruirci una vita. Il che, detto per inciso, non è un male se si sta attenti a non prendersi in giro e a non far soffrire inutilmente l’altro. Viviamo in un tempo in cui non è più possibile “piangersi addosso”. Ricordo che il mio primo romanzo terminava proprio su questa frase, “Smetto di piangermi addosso”, ed è così: andiamo di fretta e va di fretta anche il dolore, tentiamo di eliminarlo al più presto consumandolo in distrazioni, lanciandoci nuovamente nel futuro come saette. Ripeto, non è necessariamente un male ma non è nemmeno necessariamente un bene: ognuno di noi merita di avere il suo angolo di dolore e di riflessione sofferta perché è questo che ci fa crescere, forse più di ogni altra cosa. 

  • Ciò che mi è maggiormente piaciuto di Waiting room è lo stile. Molto poetico, ricco di metafore originali e mai scontate, direi maturo nonostante la tua giovane età. Ti sei esercitata nel corso degli anni per migliorarlo oppure l’hai scoperto all’improvviso senza nemmeno sapere di esserne dotata?

Da un lato credo che il mio stile sia sempre stato qui, da qualche parte dentro di me, sin da quand’ero bambina, ma allo stato grezzo. Per molto tempo ho scritto “sbrodolando”, lasciandomi prendere dalla furia del raccontare e riempiendo le pagine di descrizioni inutili e metafore sovrabbondanti. Il tempo, la lettura di un numero spaventoso di libri e le critiche sincere mi stanno insegnando ad asciugare la mia scrittura e a perfezionarmi. Un percorso, questo, che credo sarà senza fine, come ogni educazione.

  • Credo tu sappia bene quanto me che i campi artistici, soprattutto in Italia, sono un settore per niente facile per chi non ha fama pregressa o conoscenze. Tuttavia se la passione è più forte degli ostacoli, non si abbandona il campo. In quale arte, tra letteratura e musica, impegnerai più energie? In quale, avendo successo, ti sentiresti più realizzata?

Sicuramente darò l’anima per la letteratura perché sono nata in una casa piena di libri e non riesco ad immaginare la mia vita senza la parola scritta. La musica è una compagna di vita, un’amica/nemica fedele che mi aspetta tra le corde del pianoforte, ma non è la mia strada. So di non essere una pianista, ma so anche che senza la musica non avrei imparato l’arte dell’organizzazione, dell’impegno, del sacrificio. Se adesso posso restare in piedi tutta la notte per preparare un esame o per scrivere un racconto è anche perché lo studio del pianoforte mi ha insegnato che è il sudore a farci andare avanti, e che senza fatica non si può conquistare nulla che valga la pena di essere conquistato.

Augurandoti il successo che meriti, ti ringrazio per questa piacevole chiacchierata.

Grazie a te, Ilaria! In bocca al lupo per tutto ciò che scrivi e che merita assolutamente di essere letto!

Mary Read, la celebre pirata e soldatessa nel libro di Michela Piazza

Cari followers, eccomi qui con una nuova recensione e annessa intervista all’autrice. Parliamo di mare, di guerra, di una donna travestita da uomo. Parliamo della celebre Mary Read.

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MARY READ – DI GUERRA E DI MARE

Michela Piazza

Butterfly Edizioni

Trama

Mi chiamo Mary Read.  È strano come con un nome, con due semplici parole, si possa delimitare una persona la cui identità rimane, per tutto il resto, così ambigua. Dentro di me sento di essere troppe cose per potermi definire in uno spazio tanto breve. Mi hanno chiamata bambina, mozzo, soldato, moglie, pirata, assassina. Ho avuto due sessi e due nomi. Per questo, forse, la mia vita fa tanta paura.

L’autrice

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Michela Piazza è laureata in Storia. Da sempre adora gli eventi del passato e la narrativa di avventura, due amori che si sono fusi in questo libro. Ha  lavorato come bibliotecaria, traduttrice e correttore di bozze. È stata coautrice del fumetto umoristico “Fotoronmao”, edito su riviste nazionali. Vive ad Arona col marito, il figlio Tito e numerosi gatti viziati. “Mary Read – di Guerra e Mare” è il suo primo romanzo.

La mia recensione

La scrittura dell’autrice è pulita e scorre agli occhi del lettore come un discorso continuo, fluido, soprattutto nella prima parte del libro, senza interruzioni. Alle volte troviamo qualche puntino di sospensione di troppo e dei discorsi di estrazione troppo attuale per l’epoca dei fatti narrati, tuttavia questi particolari non compromettono la validità del testo. I termini riguardanti le navi o l’equipaggiamento militare sono assai specifici e le descrizioni delle azioni a riguardo molto dettagliate; contribuiscono a trasmettere un senso di realtà. Piacevoli e molto tenere – nonostante i giusti impeti d’ira e le riflessioni a posteriori – sono le descrizioni delle scene che vedono protagonista la Mary bambina all’inizio del romanzo. Mai scontato il dispiegarsi delle vicende. Persino per chi già conosce la vita della vera Mary Read, è interessante leggere le scene descritte nello specifico così come immaginate dall’autrice anziché fredde e impersonali come si presentano in un’enciclopedia.

Il personaggio adulto di Mark – alter ego maschile di Mary – pare avere lo spessore di una persona reale, esce dalla carta per mostrarsi quasi davanti agli occhi. Difatti, sebbene non sia in realtà un maschio, appare invece come un uomo in tutti i sensi. La sua segreta identità di donna non ne indebolisce l’animo ma anzi lo fortifica, lo eleva a una dimensione migliore di quella degli altri marinai o soldati “solamente” uomini.

Ho particolarmente apprezzato il personaggio di Harry che, come Mark, pare vivere di vita propria. Le contraddizioni del suo carattere, i suoi discorsi, le sue reazioni, lo rendono un personaggio completo, dalle mille sfaccettature, nel quale la codardia e il coraggio convivono in maniera pacifica, naturale, vera.

Sebbene alle volte Mark e Harry compiano gesti moralmente discutibili, essi non suscitano sdegno nel lettore poiché, vuoi per un piacevole attaccamento ai protagonisti vuoi per l’abilità di descriverli come unici atti possibili, vengono percepiti come naturali, quasi dovuti.

Il terzo personaggio principale, Ian, per quanto fulcro della svolta nella vita di Mary mi è parso un po’ meno vivido. In particolare non mi è stato chiaro il suo atteggiamento nei confronti di Mark perché, si sa, tra uomini, a meno che non si tratti di grandi amici – e non è detto neppure in quei casi – poggiare mani sulla schiena dell’altro o indugiare con le mani su quelle dell’altro o dispensare sorrisi troppo calorosi sono atteggiamenti che possono suscitare fastidio. Forse l’intento era quello di creare da subito una grande complicità tra Mark e Ian, tuttavia ho dapprincipio creduto che Ian fosse omosessuale.

Alcuni capitoli riguardanti le manovre militari possono risultare un po’ troppo prolissi a chi non è appassionato di guerra o storia, mentre di contro gli stessi appaiono assai pregevoli e ricchi di “succulenti” particolari per gli appassionati. Si intuisce che il libro di Michela Piazza non è stato scritto con il solo e unico scopo di colpire il lettore, quanto con il preciso – e riuscitissimo – intento di fornire una cornice storica completa e dettagliata oltre che sulla vita di Mary Read anche su vicende storiche sconosciute ai più o conosciute in modo molto sommario.

Un libro da non perdere per chi ama la storia e/o Mary Read.

Valutazione:

4

Intervista all’autrice

Ciao Michela, benvenuta. È un grande piacere per me ospitare sul mio blog un’appassionata di storia come te.

  • Parliamo subito appunto di questo. Come è nata questa passione? L’hai sentita crescere assieme a te oppure è stato qualche evento o qualche studio particolare a far scattare la scintilla?

Ciao Ilaria, grazie di cuore per avermi ospitata!

Il mio interesse per la Storia si è sviluppato alle scuole medie: ho avuto la fortuna di incontrare una professoressa molto appassionata e competente… Le sue lezioni non erano una mera sequela di date, ma avevano il potere di farti immergere nella Storia. Da allora, mi sono sempre interessata alla vita delle epoche passate… Anche se della Storia, più che le grandi battaglie o le vicende dei Re, mi affascinano gli aspetti quotidiani.

  • Quale periodo storico ti appassiona di più e perché?

Per un periodo ho carezzato l’idea di iscrivermi ad Egittologia; invece poi, all’Università, la mia specializzazione si è spostata verso il tardo Medioevo e la Storia Moderna. Trovo che ogni epoca possieda delle caratteristiche peculiari e, per questo, appassionanti. Del Medioevo apprezzo l’attenzione alla spiritualità e a tutto ciò che non è prettamente materiale; dell’epoca Moderna il fermento e l’apertura verso nuovi orizzonti (geografici e non). Se dovessi scegliere però un periodo in cui vivere… Credo che tornerei al mio primo amore e opterei per l’Antico Egitto! Si tratta di una civiltà magnifica… E poi nutro un grande amore per quella terra.

  • Non per uscire fuori tema, ma parliamo un po’ dell’università, senza voler fare critica a nessuno ma soltanto esaminando l’offerta accademica in base alle aspettative di un appassionato. Il corso di studi che hai seguito ha colmato le tue curiosità storiche e, al contempo, ne ha fatte sorgere altre? Lo ritieni adeguato per chi intende diventare un esperto in questo campo? Oppure avresti gradito l’approfondimento di alcune tematiche e argomenti?

Ho trovato il corso di studi che ho seguito molto interessante. Milano vanta validi docenti, persone che spesso sono animate da una vera passione per la materia che insegnano.  Io ho avuto la fortuna di vedermi assegnare una tesi di ricerca, di poter quindi tradurre documenti originali e lavorare in archivio, il tutto sotto la supervisione di una docente davvero in gamba. Durante gli anni dell’università, ho imparato un metodo di studio e ho potuto coltivare anche passioni per argomenti che esulavano dal corso principale, come le eresie e i movimenti ereticali… Quindi promuoverei la facoltà in sé. Il discorso cambia radicalmente se parliamo del post-laurea… A livello di “carriera”, il titolo di storica non mi ha offerto molti sbocchi: purtroppo, in Italia, la ricerca (in tutti gli ambiti) viene pagata pochissimo o addirittura nulla. Siccome io sentivo l’esigenza di formare una famiglia, ho deciso di dedicarmi a lavori che rimanessero nell’ambito culturale, ma che fossero retribuiti.

  • Bibliotecaria, traduttrice e correttrice di bozze. Quale di questi impieghi ti ha dato di più in termini professionali e/o emotivi?

Sono state esperienze diverse e, per alcuni versi, complementari: lavorare come traduttrice e correttore di bozze mi ha insegnato che in un libro non è importante solo la parte “creativa”, ma che per mandare in stampa un buon prodotto è necessaria molta tecnica e bisogna prestare attenzione ai particolari. Quanto al lavorare in biblioteca… Si tratta di una professione complessa, che va ben al di là del “prestare i libri”. Richiede passione e grande preparazione, competenze che in Italia non sono adeguatamente valutate. Sono stata bibliotecaria per dieci anni, dedicando particolare attenzione alla promozione della lettura degli adolescenti e al settore multiculturale; e, anche se ora ho dovuto cambiare lavoro per motivi logistici, nel mio cuore non smetterò mai di essere una bibliotecaria…

  • Raccontaci qualcosa sul fumetto umoristico di cui sei coautrice.

Il FotoRonMao è una serie umoristica creata con la tecnica del fotoromanzo, che ha per protagonisti tre mici con idiosincrasie molto umane. È stato una rubrica fissa della rivista “Gatto Magazine” ed è uscito anche su altre testate nazionali come “Argos” e “Il mio gatto”.  Il FotoRonMao è nato per gioco e ha sempre mantenuto un’aura gioiosa intorno a sé: per questo vi sono ancora molto affezionata. Io e Andrea Rizzi, l’altro autore, stiamo per esporre le tavole originali in una mostra. È la terza cui partecipa il nostro fumetto e siamo felici che continui a riscontrare interesse! Potete leggere tutti gli episodi qui.

  • Parliamo ora di scrittura. In “Mary Read – di Guerra e Mare” si nota subito l’abilità della tua penna, dunque viene da chiedersi: prima di dedicarti a questo romanzo scrivevi? Se sì, quando e come hai cominciato?

Sin da piccola ho sempre amato le storie, sia quelle lette sia quelle che mi raccontavano. Così credo sia stato naturale, a un certo punto, mettermi a inventare le trame che io stessa avrei voluto leggere… I primi romanzi che ho steso risalgono alle medie ed erano piuttosto ingenui, ma li conservo ancora in una scatola a casa dei miei genitori. Per ora ho pubblicato, oltre a “Mary Read”, due racconti in antologie: il primo, scritto a quattro mani con Andrea Rizzi, è crudo e horror e si trova in “Sussurri dal cuore… E dalle tenebre”; l’altro, romantico e divertente, in “Impronte d’amore”.

  • Come ti è venuta l’idea di scrivere la storia romanzata di Mary Read? Dove hai sentito per la prima volta parlare di lei?

La scelta di raccontare del personaggio di Mary non è stata fatta in modo premeditato: all’università mi sono imbattuta in una sua brevissima biografia e ho avuto un colpo di fulmine per questa figura storica… Ho subito pensato che la sua fosse una vita degna di essere raccontata: in gioventù, Mary è una donna soldato come Lady Oscar e diventa poi una delle più importanti piratesse di tutti i tempi. Scrivendo della sua vita, ci si può cimentare con le grandi ambientazioni classiche dell’avventura (il mare, la guerra, i pirati), ma si possono toccare anche temi delicati come l’amore: le testimonianze del tempo ci tramandano una figura capace di fedeltà e passione, estremamente anticonvenzionale eppure legata ai veri valori della vita.

  • È evidente che hai studiato con cura i particolari della vita marinara e militare dell’epoca. Di quale supporto ti sei avvalsa per le ricerche? La classica biblioteca o il moderno web? È stato molto impegnativo reperire tutte le informazioni necessarie?

Ho avuto la fortuna (grazie alla mia esperienza in archivi e biblioteche) di poter accedere a una ricca documentazione cartacea. Il web è stato fondamentale per implementare e completare nozioni e, soprattutto, per recuperare testi che altrimenti sarebbe stato impossibile trovare: frugando su internet sono riuscita a localizzare volumi rari nelle biblioteche e a scovare testi da acquistare… Sempre via internet, sono riuscita a contattare una studiosa americana con cui ho discusso alcuni punti controversi della documentazione. La parte di ricerca è stata quindi sicuramente impegnativa, ma devo comunque ammettere di essermi molto divertita e di aver trovato spunti utilissimi per la narrazione proprio mentre studiavo il funzionamento delle armi o delle vele…

  • Dal modo in cui racconti la guerra e le manovre militari, nonché l’utilizzo delle armi, mi pare di vedere in te un po’ dell’animo di Mary Read, così appassionata di guerra e di combattimenti, nonché di navigazione, argomenti che in genere interessano appunto maggiormente agli uomini. Qual è la tua opinione sulla vita condotta da Mary ai suoi tempi? Come la giudichi, se la giudichi?

Non avevo mai pensato alla navigazione e alla guerra come interessi prettamente maschili, anche se, ora che mi ci fai riflettere, hai ragione! In realtà, credo che la mia passione per questi argomenti sia connessa all’amore che da sempre mi lega alla narrativa di avventura…

Quanto a Mary Read, di certo si tratta di un personaggio controverso, che cresce in un contesto di truffa e compie, nel corso della propria vita, azioni poco condivisibili… Eppure, non incomprensibili: la lotta per la sopravvivenza, per una ragazza illegittima dell’epoca, non consentiva spazio per troppi scrupoli morali. Partendo dai dati storici, mi sono sforzata di creare una protagonista con un carattere atipico, un carattere in grado appunto di giustificare certe scelte “limite”. Ne è uscito un personaggio introverso, caparbio e selvatico; una persona difficile, ma anche vera: leale, sensibile, capace di forti sentimenti. Il romanzo è scritto in prima persona, quindi un giudizio esterno sulle azioni di Mary è assente… Più che valutarla moralmente, mi interessava indagare i processi mentali che potevano condurre una ragazza a cambiare sesso e identità pur di raggiungere i propri obiettivi… Pur di essere, per assurdo, davvero se stessa.

  • Le scene che descrivi sono molto dettagliate ed è logico pensare che i dettagli siano appunto frutto della tua immaginazione sempre ispirata alla realtà. Tuttavia i personaggi secondari come la madre di Mary, la nonna, la domestica e Old Pete sono inventati di sana pianta?

La madre di Mary ha una grande importanza nel forgiare le scelte che successivamente caratterizzeranno la vita della ragazza: è lei a costringere la figlia ad assumere l’identità del fratellino morto, pur di estorcere denaro alla suocera. È quindi “colpa” sua se Mary crescerà vivendo di inganno e deciderà poi di trascorrere gran parte della propria vita vestendo le spoglie di un maschio. Per creare questo personaggio, mi sono rifatta alle biografie di Mary Read: le azioni che Elizabeth compie sono quelle ivi descritte. Mi sono sforzata però di indagare la sua personalità, di cercare le ragioni dietro questi comportamenti. Anche la nonna è una figura storica. Quanto alla domestica e a Old Pete, si tratta invece di personaggi del tutto inventati… Ma che hanno grande importanza per far procedere la narrazione. 

  • Harry Macarty, un personaggio che mi è molto piaciuto. Dato che conosco solo per grandi linee la vita di Mary Read ti chiedo: Macarty è realmente esistito?

Harry non è un personaggio storico, eppure è molto vivo. Incarna tutto ciò che Mary non riesce a essere: è solare, spontaneo, aperto con tutti. Harry è un baro e un imbroglione, eppure, proprio per questo, tra lui e Mary si instaura un’amicizia molto onesta: entrambi sono truffatori e hanno sempre vissuto ai limiti della morale… Quindi nessuno dei due giudica o si sente giudicato dall’altro. Il loro legame è trasparente e sincero… Se si trascura il fatto che Harry ignora che Mary sia una femmina!

  • Stessa domanda per Ian Van der Velde.

Ian è esistito realmente: il nome è un’invenzione, ma nelle biografie di Mary viene sempre citato un commilitone fiammingo che, con la sua avvenenza, è riuscito a far ricordare alla nostra eroina di essere una donna. Nel romanzo, Mary lotta strenuamente contro i propri sentimenti romantici: li considera una debolezza… Ma scopre che nessuna ragazza, per quanto scaltra e disillusa, è immune all’amore.

  • La vita di Mary Read non si ferma però dove finisce il tuo romanzo. Hai intenzione di scrivere un seguito?

Sì, hai ragione: Mary ha vissuto molte altre avventure… In realtà, la sua vita è divisa in due fasi in maniera naturale. Perciò, chi legge “Di guerra e mare” troverà un romanzo che, in sé, ha una conclusione e potrebbe essere letto senza “costringere” all’acquisto di un seguito. Sin dall’inizio, però, era mia intenzione portare avanti questo progetto sino alla sua conclusione. Devo dire poi che “Di guerra e mare” ha ricevuto un’accoglienza tale da spronarmi a scrivere il seguito accelerando i tempi! Quindi sì, la seconda parte delle avventure di Mary è in fase di stesura e potrete presto assaporarla…

  • Hai in cantiere – o in mente – nuovi progetti a sfondo storico?

Al momento sono totalmente assorbita dalla scrittura del seguito di “Mary Read”. Nonostante abbia già completato la fase di ricerca, il progetto è impegnativo e voglio dedicargli tutte le mie attenzioni. Quindi, per ora, sto accantonando ogni altra idea… Ma mai dire mai: la Storia è un mio grande amore e non credo scomparirà del tutto dai miei scritti futuri.

Grazie Michela per essere stata mia ospite.

Grazie a te per le domande originali e per avermi concesso dello spazio sul tuo blog!

“Il profumo del sud” di Linda Bertasi + intervista all’autrice

Amici, ho da segnalarvi un nuovo libro. Mi direte che in questo periodo sono molto prolifica in termini di recensioni e interviste, il che è assolutamente vero. Ma non è colpa mia quanto dei bravissimi autori emergenti che si stanno rivelando essere sempre più in gamba di quelli famosi. Oggi vi parlo del romanzo storico “Il profumo del sud”, un bellissimo libro che ho avuto il piacere di leggere e recensire in anteprima. Tra l’altro adoro la copertina, stupenda come la maggior parte delle copertine della Butterfly Edizioni. Mi sa che pubblicherò qui sul blog una bella raccolta delle loro copertine 🙂

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IL PROFUMO DEL SUD

Linda Bertasi

Butterfly Edizioni

Trama

Luglio 1858. Un piroscafo prende il largo dal porto di Genova verso il Nuovo Mondo. Sul ponte, Anita vede la terraferma allontanarsi e, con essa, tutto il suo passato: una famiglia alla quale credeva di appartenere, i suoi affetti, una scomoda verità. A condividere il viaggio con lei, la matura Margherita e il suo protetto, il seducente Justin Henderson. Giunti in America, Margherita convince Anita ad essere sua ospite per qualche tempo, nella sua dimora a Montgomery. La ragazza accetta, sicura di dover ripartire al più presto. A farle cambiare idea saranno le bianche colline del Sud e un tormentato amore più forte delle sue paure. All’orizzonte, l’ombra oscura della guerra civile.
Linda Bertasi scrive un romanzo che dell’Ottocento ha il sapore, un romanzo nel quale la Storia non è semplice sfondo ma protagonista attiva della vicenda. Narrativamente impeccabile, emotivamente travolgente, Il profumo del sud è una storia di passione: quella per la terra alla quale sentiamo di appartenere e quella per la persona che siamo destinati ad amare.

L’autrice

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Linda Bertasi nasce nel 1978, frequenta l’istituto tecnico a Ferrara dove si diploma in indirizzo informatico. Appassionata di storia, sviluppa sin dall’infanzia una predisposizione per le materie umanistiche. Scrive sotto pseudonimo su un portale dedicato alle poesie e una di questa viene utilizzata in uno spettacolo da un noto coreografo. Cura personalmente la rubrica “Il romanzo classico” sul web-magazine ‘IO COME AUTORE’ e gestisce il suo blog dove dà spazio agli emergenti ogni settimana con un’intervista. Nel 2010 pubblica il suo primo romanzo “Destino di un amore” cui fa seguito nel 2011 “Il rifugio” che le vale il secondo posto al XXIII premio letterario ‘Valle Senio’ 2012. “Il profumo del sud” è il suo terzo romanzo. Sposata e con una figlia, vive nella provincia di Ferrara dove gestisce una piccola realtà commerciale.

La mia recensione

Il vocabolario dell’autrice è ricco e variegato, intriso del fascino del passato. La scrittura elegante, poetica, evocativa e le abbondanti metafore contribuiscono a creare un’atmosfera perfetta in cui si intrecciano dialoghi mai scontati che alle volte toccano gli apici austeniani, soprattutto nella prima parte del libro. Ben descritta è la situazione politica americana, con riferimenti chiari e precisi a nomi e luoghi reali – il che lascia ben intendere il lungo lavoro di ricerca svolto dall’autrice -, il tutto ben disciolto nella narrazione o nei dialoghi. Sono spesso citati anche i problemi della lontana Italia, il che è stato molto apprezzato dalla sottoscritta.

La storia è interessante e valida, sebbene la protagonista abbia una fortuna sfacciata nel trovare una straordinaria sistemazione nel Nuovo Continente. I primi approcci tra i due protagonisti sono molto intriganti, passionali, irriverenti per l’epoca. Dopo l’arrivo a destinazione e con il dispiegamento delle vicende assistiamo a salti temporali molto frequenti, anche di un anno intero. Le scene d’azione, tramite l’uso dell’imperfetto, suscitano ansia. Alle volte sarebbe stato opportuno approfondire l’instaurarsi di legami di amicizia definiti successivamente come profondi – vedi Jones, tra l’altro il personaggio che ho amato di più -, tuttavia i personaggi sono realistici, ben descritti.

Le parti che ho più apprezzato sono state l’inizio e la fine del libro. Esse infatti paiono quelle di maggior spessore: l’inizio suscita il gradito senso di attaccamento ai protagonisti mentre il finale, per nulla scontato, può persino causare qualche lacrima.

Un buon ritratto della guerra di secessione americana, con accenni anche alla piaga dello schiavismo, visto con gli occhi di una donna che, a discapito della propria considerazione di sé, è forte e intraprendente. Una lettura consigliata a chi ama il genere storico e romantico.

Valutazione:

4

Intervista all’autrice

Ciao Linda, benvenuta. Cominciamo la nostra chiacchierata.

  • Dalla tua biografia abbiamo appreso come, oltre alla prosa, ti dedichi alla poesia. Quale preferisci scrivere tra le due? Cosa senti più tuo, più intimo?

La poesia è stato il mio primo approccio con il mondo della scrittura, sin da ragazzina amavo dilettarmi in poesie esplorando i sentimenti in ogni loro forma. Pur conservando un bellissimo ricordo di un periodo che mi regalò anche qualche soddisfazione, preferisco dedicarmi alla prosa che sento più ‘mia’, mi completa, mi realizza, mi stimola.

  • Sei sempre stata appassionata di storia? Oppure è accaduto qualcosa di particolare nella tua vita che ha fatto scaturire la scintilla del colpo di fulmine?

Sono un’appassionata di storia sin dai tempi della scuola. Mi affascinano il quattordicesimo e il diciannovesimo secolo, la storia inglese e russa. In particolare l’epoca Tudor di Enrico VIII e dei suoi discendenti. Nella mia libreria conservo ancora le ricerche storiche di quei periodi e una decina di biografie dei monarca inglesi. C’è stato un periodo della mia vita, subito dopo il diploma, in cui presi seriamente in considerazione l’idea di diventare ricercatrice storica ma poi la vita ha scelto diversamente.

  • Raccontaci della rubrica sui romanzi classici che curi su “Io come Autore”.

Conobbi il web-magazine ‘Io come Autore’ quando mi intervistarono per  un articolo dedicato a me e ai miei due scritti. In ogni loro numero c’è sempre uno spazio dedicato a un autore emergente e non. Da lì mi appassionai alla rubrica e decisi di contribuire tentando di avvicinare i lettori al romanzo classico e storico, all’inizio, poi il direttore mi diede carta bianca per proporre i libri che più mi ispiravano.

  • Il libro che ho recensito è il tuo terzo romanzo. Ma prima di parlare di questo ti va di descriverci brevemente i tuoi due romanzi precedenti?

Il mio romanzo d’esordio fu “Destino di un amore”, una storia d’amore contemporanea che si sviluppa nell’arco di settant’anni. Una storia di amori e tradimenti, colpe ed espiazione, la vicenda di due famiglie legate dal vincolo del sangue e perseguitate da un destino crudele. Il secondo “Il rifugio” è un urban-fantasy, in cui do un assaggio del mio amore per la storia. Ne “Il rifugio” tocco temi delicati come la reincarnazione, le dimensioni temporali e i viaggi astrali. È la storia di una tenuta, di un diario addormentato nel passato e di due donne appartenenti a due epoche molto lontane tra loro che condividono gli stessi ricordi. Quest’ultimo mi valse anche il secondo premio al XXIII Premio Letterario ‘Valle Senio’ 2012.

  • “Il profumo del sud”. Un bel titolo per un bel romanzo. Da dove è scaturita l’idea di scrivere una storia d’amore ambientata durante la guerra di secessione?

L’idea, o per meglio dire il desiderio, è  sempre stata insita in me. Era un sogno nel cassetto da tempo. Ho sempre amato la guerra civile americana e sognato di utilizzare la sua ambientazione in un romanzo e, finalmente, con “Il profumo del sud” sono riuscita a realizzare questo desiderio.

  • Sei mai stata negli Stati Uniti? Se sì, hai visitato alcune delle città descritte nel libro? Se no, ti piacerebbe andare proprio lì oppure visitare qualche altro luogo?

Gli Stati Uniti e l’America in generale sono un altro dei miei sogni nel cassetto sin da piccola. Non ho visitato i luoghi descritti, non sentendone l’esigenza essendo un romanzo ambientato nel 1800, come invece accadde per Parigi in “Destino di un amore” e per Londra con “Il rifugio”. In un certo senso, mi sento come se avessi realizzato davvero un viaggio nel tempo: ogni particolare del mio romanzo è documentato, dalle colture al clima, dalle rotte marittime alle condizioni sui piroscafi, dalla vita in trincea agli uomini d’onore che hanno caratterizzato la seconda parte del diciannovesimo secolo in America.

  • Per gli eleganti dialoghi che sei capace di creare ti ispiri a qualche autore classico in particolare?

Considero Jane Austen una sorta di musa ispiratrice da sempre, sin quando da ragazzina aprii il  primo romanzo “Ragione e sentimento”. Ricordo ancora quel giorno. Leggo romanzi storici da che mi ricordo, di autori contemporanei e non, sono letteralmente innamorata della penna di Shakespeare. Chi mi conosce, mi definisce ‘una donna d’altri tempi’ e lo sono. Appartengo al 1800. Scrivere di quel periodo e utilizzarne il linguaggio, per me, è molto più semplice che adeguarmi al lessico contemporaneo.

  • Il tuo personaggio preferito di questo romanzo: chi è e perché?

Ovviamente Justin Henderson. Un connubio perfetto dell’uomo ideale e ne sono innamorata in un angolo remoto del mio cuore, l‘unico personaggio di un mio romanzo a popolare i miei sogni anche di notte. Amo tutto di lui. Il suo carattere focoso e impulsivo, la passione che mette in ogni cosa, la sua spavalderia e arroganza, il suo senso dell’onore, la sua cocciutaggine, il suo essere uomo, amante e amico.

  • Mi è sembrato di capire che Anita/Isabella non rappresenti solo se stessa ma incarni valori particolari, lanci un messaggio tra le righe. È così? Cosa hai voluto trasmettere attraverso il suo personaggio?

Con il suo personaggio ho voluto tramettere l’idea di donna ‘moderna’, per evidenziare che anche nel 1800 era possibile trovare una donna con pensieri propri e un’ indipendenza identica alla nostra. Una donna che non ha avuto paura di rischiare, che si è rimessa in gioco, che non si è nascosta dietro una casata che non le appartiene. In Anita/Isabella c’è un po’ di ognuna di noi: appassionate di libri e di vita, sognatrici e passionali. Un altro tema fondamentale è l’amore per la propria terra, il sudore versato in ogni singolo istante per inseguire un ideale che neppure una guerra può ammutolire. La mia protagonista compie un lungo viaggio: la vediamo ingenua, spaesata e impaurita a osservare la terraferma allontanarsi e la ritroviamo sicura e impavida attraverso gli anni che scorrono. Una donna capace di stabilirsi in una terra straniera, di imporsi al regime maschile assolutistico, una donna capace  di far risorgere una proprietà terriera con le sue sole forze e tanta volontà. Anita/Isabella trova le proprie radici in una terra straniera e il messaggio che voglio lanciare è proprio questo: le radici esistono in ognuno di noi, non muoiono, non si cancellano, qualunque sia il nostro percorso individuale.

  • Jones. Jones mi è molto piaciuto: compassato, intelligente, colto, di grande integrità morale. Hai scelto di farlo entrare in scena per contrastare le peculiarità di Justin? O perché rappresentasse un appiglio/una speranza per Isabella?

In realtà il personaggio di Jones è spuntato all’improvviso. Isabella si era appena chiusa la porta di Villa Spencer alle spalle e, tra la folla e nella mia mente, sono spuntati gli occhi di quest’uomo che giorno dopo giorno si è mostrato molto diverso da come me l’ero immaginata. All’inizio doveva essere solo un personaggio di contorno ma poi, come puntualmente mi accade, i personaggi prendono strade e direzioni proprie imponendo la loro presenza. L’unica cosa chiara era che Jones non avrebbe sostituito Justin e non sarebbe neppure stato un’antagonista. Nella vita di Anita/Isabella c’era spazio per un solo grande amore e Jones ne era consapevole.

  • Nei libri che leggi ami il lieto fine? O preferisci i finali strappalacrime? Chi è il tuo autore contemporaneo preferito?

Io sono più per i finali drammatici, trovo rendano più veritiero il romanzo, ovviamente a seconda della tipologia, ma le storie dove tutto è perfetto e finisce a gonfie vele non mi appartengono. Nei miei libri solitamente c’è almeno una morte. E devi pensare che sono notevolmente migliorata, quando iniziai a scrivere ricordo che in un romanzo morivano quasi tutti compresa la protagonista! Amo la penna di Zafòn e quella di Philippa Gregory. E, da appassionata di storia, ho trovato insuperabili “I pilastri della terra” e “Mondo senza fine” di Follet.

Grazie Linda per essere stata con noi. Ti auguro buona fortuna per i tuoi scritti.

Ti ringrazio infinitamente per la tua disponibilità e gentilezza e per questa intervista. Per me è stato un vero piacere essere intervistata da te e ne approfitto per dirti che al più presto leggerò il tuo romanzo “Tregua nell’ambra”.

E se volete parlare con Linda Bertasi o seguire la sua attività, vi lascio i suoi contatti.

Email: bertasilinda@gmail.com

Blog: http://lindabertasi.blogspot.it/

“Senza di te” di Teresa Di Gaetano

Cari followers, eccovi una nuova recensione e una nuova intervista.

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SENZA DI TE

Teresa Di Gaetano

Butterfly Edizioni

ISBN:  978-88-97810-02-5

Pagine: 88

Prezzo: 8,00 €

Trama

Nina è una giornalista, vive in un appartamento tutto suo ed è circondata da amici che le vogliono bene; tutto questo, però, non basta più da quando Pietro è andato via. Adesso, Nina è una donna sospesa: colei che attraversa la città con le sue gambe, che scrive articoli con le sue mani, non è altro che l’ombra della donna che è stata. Persino i suoi migliori amici, Leo ed Elena, sembrano non capire la profondità del dolore che l’attanaglia e Nina, perseguitata dal ricordo di Pietro come da uno spettro, non può che sentirsi terribilmente sola. Sola, mentre affronta il dedalo di strade cittadine, mentre viene assorbita dal caotico paesaggio urbano, sfondo rumoroso e costante della vita dei protagonisti. La solitudine, però, dovrà combattere con la forza che Nina ha ancora dentro di sé, celata dietro la paura di ricominciare ad amare. Un romanzo intenso sull’abbandono, sul vuoto creato dall’assenza – tutte le assenze, quelle di coloro che ci hanno lasciato così come quelle di chi c’è ancora, ma non riesce a comprenderci. Una storia indimenticabile che è danza d’opposti: il dolore e la speranza, la solitudine e il calore dell’amicizia, la morte interiore e la rinascita della fenice dalle sue stesse ceneri.

L’autrice

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Teresa Di Gaetano è diplomata in Giornalismo Radiotelevisivo e ha collaborato per diverse testate giornalistiche.
Nel Novembre 2003 ha pubblicato la prima raccolta per ragazzi “Bubble, Bubble! Dodici racconti” insignita da vari riconoscimenti ai premi letterari. Alcuni suoi racconti sono apparsi nelle antologie dei premi.
Nel gennaio 2006 presso la Casa editrice Montedit è uscita una seconda raccolta “Conchiglia… e altri racconti”, mentre nel febbraio 2007 ha pubblicato per la stessa Casa editrice il suo romanzo di esordio “La bambola di vetro”.
Ha frequentato un corso di sceneggiatura e scrittura creativa (in attesa dell’attestato) dove suoi insegnanti sono stati diversi professionisti del settore (tra questi ad es. il giallista Salvo Toscano) e, nell’ambito di questo corso, ha svolto lo stage di quasi quattro mesi presso la Casa editrice Flaccovio (Palermo). È stata intervistata in molti blog e siti letterari. Attualmente sta seguendo un corso di scrittura online con una scrittrice della Mondadori e cura due blog:

Recensione

Senza di te è un libro breve, sentimentale. La protagonista si trova a fare i conti con la profonda depressione scaturita dall’abbandono da parte del fidanzato Pietro. La sua vita da giornalista non le sembra più la stessa ora che ogni cosa ha perso colore. Alcuni incontri di poca importanza non sembrano portare venti di cambiamento nella sua vita, soltanto il migliore amico Leo le è vicino e la sprona a lottare per riprendersi se stessa. L’improvviso blocco emotivo e la distruzione interiore sembrano volerle rodere l’anima. A nulla servono i lunghi pianti liberatori o l’abbandono al tabacco e all’alcol. Nella vita però si può – e si deve – sempre sperare.

La narrazione si presenta in prima persona, sotto forma di un lungo flusso di pensieri con un unico interlocutore: Pietro. Ogni cosa che Nina fa la racconta a lui. Le frasi sono brevi, secche e contribuiscono, assieme alla descrizione minuziosa di grigi luoghi anonimi, a rendere costantemente l’ansia, la malinconia, la tristezza che prova Nina. Nella narrazione il tempo non ha valore giacché si spazia con rapidità tra giorni e luoghi presenti o passati. Ogni cosa, anche la più insignificante, diventa importante per il cuore ferito della protagonista che si lascia scorrere tutto addosso con profonda ingenuità.

Lo stile dell’autrice mi ha molto ricordato quello della Mazzantini, scrittrice che in realtà io non apprezzo molto ma che tanti altri invece amano. Un riconoscimento va senz’altro all’argomento del libro che, sotto le spoglie di una storia d’amore finita, porta l’attenzione sul dramma della depressione giovanile.

Valutazione:

3

 

Intervista all’autrice

Ciao Teresa, benvenuta.

  • Ti va di introdurci brevemente alla tua esperienza in ambito giornalistico? È così frenetico come si vede nei film?

Ciao Ilaria e grazie per l’ospitalità sul tuo splendido blog. La mia esperienza giornalistica non è stata tra le più rosee, ma questo credo sia uguale un po’ per tutti. Perché la gavetta è sempre dura e faticosa da fare. E non sempre, purtroppo, basta. Iniziare è difficile. Tutti (non so come mai, poi) “pretendono” che già in qualche modo tu abbia esperienza. Lo so… è assurdo, ma credimi è così. Io ho pubblicato il primo articolo grazie ad un collega che ha rinunciato di pubblicare il suo per far spazio al mio sul giornale. Ce ne fossero di gentleman come questo! Ed ho soprattutto vissuto le realtà locali, anche se un po’ ho fatto esperienza in quelle nazionali e regionali. Quindi, la mia risposta alla tua domanda è: sì è così frenetico come si vede nei film!!! Non è un’esagerazione!

  • Dalla tua biografia abbiamo appreso della tua pubblicazione di due raccolte di racconti. Dunque si può dire che la produzione letteraria è cominciata così?

Quando ero piccolina scrivevo racconti e anche qualche maldestra poesia. Quindi, diciamo che sin da bambina amavo raccontare storie. L’inizio vero e proprio però lo ha dato il mio percorso giornalistico. Scrivere per i giornali o parlare in televisione mi ha fatto uscire alla luce del sole, allo scoperto quindi. E sì… ho iniziato con la raccolta di racconti “Bubble, Bubble! Dodici racconti” che purtroppo è un libro che non si trova più in commercio. Mi piacerebbe tanto lavorarci un po’ su e ridarlo alle stampe, avendo modo di farlo conoscere di più . Ma altre storie per ora hanno preso il sopravvento, per questo è rimasto un po’ nel dimenticatoio. Erano racconti perlopiù “filosofici” o comunque contenenti riflessioni esistenzialiste. Con questi racconti cercavo di indagare il dolore umano in ogni sua sfaccettatura. Credo che oggi non saprei più riscriverli così come sono. Perché ho fatto delle esperienze che mi hanno profondamente cambiata.

  • Parlaci un po’ del tuo primo romanzo, “La bambola di vetro”. Oggi, con più esperienza sulle spalle, lo valuteresti allo stesso modo di sei anni fa?

Ahia! Tocchi un tasto molto dolente. Primo romanzo fantasy che ho scritto e subito stroncato. Non dai critici letterari, ma dai lettori. E questa è una cosa che mi ha ferito profondamente, generando un totale cambio di stile e di storie che racconto. Come ti ho detto nella precedente risposta, prima ero più riflessiva, più simbolica, esistenzialista, filosofica in una parola, anche perché ho frequentato il Liceo classico, quindi ho avuto una formazione prettamente umanistica. Ora, dopo questa pioggia di critiche, non lo sono più. Scrivo solo per raccontare. E basta. Quindi i miei libri sono solo d’evasione. Ho abbandonato il tipo di scrittura che induce a pensare, perché con questo romanzo sono stata “accusata” di essere troppo complessa nella mia scrittura. A dirti la verità… non rimpiango di averlo scritto, né quantomeno di come l’ho scritto. Però, alla luce delle feroci critiche che mi hanno ferito in maniera indelebile, credo che no… non lo scriverei più questo romanzo così.

  • Raccontaci un episodio particolare o particolarmente importante avvenuto durante i corsi che hai seguito o gli stage che hai effettuato.

Oh! Caspiterina… ci sarebbero tante cose da raccontare, perché grazie agli stage che ho fatto ho vissuto delle bellissime esperienze. Posso, per brevità, raccontartene due. Uno è stato quando ho fatto lo stage di una settimana a Telemed, un canale regionale. Sono stata alla regia nel momento della messa in onda del tg delle 13 e 30. Scorrono fiumi di adrenalina e tutto è così caotico!!! Il bello era vedere il giornalista-conduttore tranquillo in studio, mentre in sala regia accade di tutto: dal rullo del gobbo che si ingolfa e non manda più le scritte al giornalista-conduttore, alle scritte che scorrono forse sbagliate sul monitor e bisogna aggiornarle. Insomma: il regista non ha affatto una vita tranquilla! E poi quando sono andata in una grandissima tipografia per vedere come vengono stampati i libri della Flaccovio editore (per il quale ho fatto lo stage). È stata un’emozione bellissima vedere stampati i libri con tanto di apposizione del bollino SIAE, quindi belli pronti per essere inviati alle librerie. Fantastico!!!

  • Hai scritto una saga fantasy, di cosa parla e di quanti libri è composta?

La sabbia delle streghe l’ho ideata nel 1994. All’inizio si componeva solo di una pentalogia, basata sul personaggio principale della principessa Primrose all’interno del mondo creato da me che è appunto La sabbia delle streghe. Man mano che scrivevo il secondo volume mi sono venute altre idee e così ho arricchito i volumi fino a farli diventare addirittura 14. Recentemente, però ho ripensato ai primi cinque libri ed ho deciso di ridurli a tre, quindi ad una trilogia. E, quindi, i libri “pensati” in totale per ora sono solo 12 (sempre un bel numero, però). I primi tre narrano delle vicende della principessa Primrose, una principessa che nel primo libro ha perso la memoria e che nel secondo libro parte alla ricerca dei suoi ricordi. Nel terzo li ritrova, diventa madre e sacrifica la sua vita per salvare il GranRegno. Gli altri libri della saga, invece parlano di eroine esterne (o quasi) alla saga. Però le loro vicende sono narrate nel GranRegno, sviluppando man mano alcuni personaggi . Già alcune di questi libri li ho già completati, come ad esempio: “Rosehan e la spada di Shanas” e “Yinger e l’Antico Tomo”. Se vi va c’è la pagina ufficiale della saga su Facebook, dove ogni tanto posto anteprime e stralci dei libri che sto scrivendo. Il link qui. Per il momento sono in attesa di pubblicare il secondo volume della saga,  “Alla ricerca dei ricordi” .

  • Veniamo ora a “Senza di te”, libro che ho letto e recensito. Posso chiederti da dove ha avuto origine l’idea di fondo?

Tutto ha inizio con un blog. Volevo scrivere una storia e postarla man mano che la inventavo, corredandola con le fotografie di paesaggi che ho scattato nei miei viaggi con i miei amici. Perché amo molto fare fotografie. Ho iniziato a postare la storia e per caso l’ho continuata per portarmi avanti in un documento word. Ho visto che iniziava a funzionare e così ho chiuso il blog ed ho continuato a scriverla. Però maggiore input alla storia l’ha dato la lettura del libro Twilight della Meyer. Solo Twilight però, non l’intera saga.

  • Ho apprezzato molto la figura di Leo, il migliore amico di Nina. Tu credi che esista l’amicizia pura tra uomo e donna?

È un argomento molto discusso. Io credo proprio di no. Almeno, secondo me è davvero difficile che si instauri amicizia tra un uomo e una donna. Però… spero di ricredermi…

  • Ti sei cimentata in un’impresa “coraggiosa” in un certo senso: descrivere la depressione, cercare di farla “vivere” attraverso le pagine del libro. Credi che si dovrebbe parlare di più di un male oscuro come questo affinché venga più facilmente riconosciuto e non abbia esiti drammatici?

Non sono una psicologa, quindi non mi sento di dare consigli a tal proposito. Credo che esista ed è un male davvero insidioso, difficile se non impossibile da guarire. Quello che ho voluto raccontare nel mio romanzo è il dolore per la perdita di qualcuno che amiamo. E questo dolore c’è, esiste. Ha una voce in capitolo, non può essere ignorato. Vuoi che sia un fidanzato, come nel caso di Nina, vuoi che sia la scomparsa di un proprio caro, ma è un dolore profondo, autentico. Sia che lo manifestiamo piangendo apertamente, sia isolandoci dal resto del mondo… questo è un dolore che attanaglia l’anima e la fa precipitare in un abisso. La risposta per risollevarci dov’è allora? È la vita che te la dà con il suo lento e monotono tran tran. Perché è proprio vero: il Tempo prima o poi cura tutte le ferite…

Grazie Teresa e in bocca al lupo per i tuoi libri.

Grazie a te Ilaria. Mi hai permesso di fare una bellissima intervista, toccando punti davvero inediti della mia “avventura” di scrittrice.

“Convivenza leggera… matrimonio d’affari” di Vanessa Vescera

Ecco a voi amici un bel libro edito da Butterfly Edizioni. E già la copertina ci anticipa il contenuto.

CONVIVENZA LEGGERA… MATRIMONIO D’AFFARI

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Titolo: Convivenza leggera… matrimonio d’affari

Autrice: Vanessa Vescera

Pagine: 162

Prezzo di copertina: 12,90 €

Casa editrice: Butterfly Edizioni

Collana: Happy

ISBN: 978-88-97810-17-9

Trama

Alicya è una donna che vive correndo, dividendosi tra lavoro, casa e ben due relazioni da costruire: una convivenza non troppo impegnativa con l’affascinante Raffaele e una storia duratura con il suo capo, l’affidabile Ugo. Il gioco, tuttavia, si rivelerà più intricato del previsto e, come sempre accade, il destino e la sua ironia metteranno il loro zampino, ponendo tra le mani di Alicya una terza carta da giocare.

Vanessa Vescera offre ai suoi lettori un’antieroina dei tempi moderni, una donna impacciata che semina buona volontà ma raccoglie guai e che, proprio per questo, è una di noi. Brioso e mai banale, divertente sino alle lacrime e a tratti commovente, questo romanzo è come il ritornello di una canzone: lo ascolti una volta, lo ami da subito, non lo dimenticherai mai più.

L’autrice

Vanessa

Vanessa Vescera nasce nel 1986 a San Giovanni Rotondo. Tra le sue passioni quella del ballo, con cui inizia ad affacciarsi nel mondo agonistico raggiungendo il podio nelle danze caraibiche. Ama leggere e scrivere e quando non balla se ne sta con un libro tra le mani, la testa sempre persa a sognare nuovi voli di fantasia. Pubblica diversi libri a quattro mani con Fabiana Andreozzi: 2010 “D&S Non voglio Perderti”, 2011 “Amore nel Sangue”, 2012 “Attimi Indimenticabili” e 2013 “Vuoi sposarmi? No grazie!”

“Convivenza leggera… matrimonio d’affari” è la prima pubblicazione che porta il suo solo nome.

Potete trovarla:

– Sul suo blog: http://labottegadeilibriincantati.blogspot.it/

– Su Facebook: https://www.facebook.com/FabianaAndreozzieVanessaVescera

– Su Anobii come Vany

Le mie considerazioni

Ancora una volta la scrittura di Vanessa Vescera si conferma estremamente accattivante: spiritosa e velata di tagliente ironia.

Le pagine del libro scorrono veloci e ci si ritrova spesso a ridere tra sé. Situazioni di tutti i giorni di una donna in carriera che affronta la vita di petto, nonostante le piccole disavventure. Non mancano gli slanci sensuali e romantici, in una commedia moderna dal sapore intenso e piacevole.

Un libro che offre una compagnia spensierata, ideale per chi ama le storie d’amore divertenti.

Link all’acquisto:

IBS: http://www.ibs.it/code/9788897810179/vescera-vanessa/convivenza-leggera-matrimonio-d-affari.html

Butterfly edizioni: http://www.butterfly-edizioni.com/#!acquisti/c1b1d

“Vuoi sposarmi? No grazie!” di Fabiana Andreozzi e Vanessa Vescera

Cari followers, in questo post vi parlo di un libro di genere diverso da quelli che leggo di solito, tuttavia molto interessante.

Molti di voi – soprattutto le femminucce – ricordano con affetto il celebre cartone animato Disney “La sirenetta”. Io, personalmente, da piccola l’ho amato e l’ho visto e rivisto così tante volte che ancora oggi, a distanza di vent’anni, conosco benissimo le battute dei personaggi.

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Scommetto che sulla terra le figlie non le sgridano mai…

nella vita fanno in fretta ad imparar.

Ti sanno incantare e conoscono,

ogni risposta a ciò che chiedi.

Cos’è un fuoco? E sai perché…

come si dice?… brucia?

Ma un giorno anch’io, se mai potrò

esplorerò la riva lassù,

fuori dal mar.

Come vorrei vivere là…

La Sirenetta (Walt Disney)

Ebbene, il libro di cui vi dicevo ci trasmette la magia del mondo delle sirene e dei tritoni.

Titolo: Vuoi sposarmi? No grazie!

Autrici: Fabiana Andreozzi e Vanessa Vescera

Pagine: 134

Prezzo di copertina: 11,50 €

Casa editrice: Butterfly Edizioni

Collana: Top Secret

ISBN: 978-88-97810-15-5

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Trama

Lui è Neleo, per gli amici Leo, dongiovanni scapestrato che proprio non vuol saperne di assumersi responsabilità.
Lei è Nicla, per gli amici Nisha, una ragazza siciliana ribelle e complicata.

Neleo non vorrebbe abbandonare la sua dolce vita da scapolo e piuttosto ne preferirebbe una diversa.
Nisha è stata cresciuta nella menzogna e non ne può più della sua famiglia iperprotettiva, preferirebbe fuggire in fondo al mare.

Ma esprimere un desiderio in una notte stellata è molto… molto… molto pericoloso.
Nuotando tra mito e realtà, immersi nel fascino intramontabile del mare di Palermo e nella magia che solo l’amore sa regalare… Neleo e Nisha sono protagonisti di un susseguirsi d’avventure, esilaranti equivoci, mitiche trasformazioni, misteriosi rapimenti.

Una meravigliosa storia che fa riflettere sull’importanza del valorizzare ciò che si ha, che fa sognare come una favola e soprattutto che fa fare tante, tantissime risate…

Le autrici

Fabiana Andreozzi Vanessa Vescera

Faby e Vany divise da 400 chilometri eppure unite da una   marea di passioni: la lettura, sognare ad occhi aperti intrecci mozzafiato, la scrittura e soprattutto chiacchierare dei loro personaggi come fossero fatti di carne e ossa. Dalla loro complicità e passione sono nati: nel 2010, il loro primo libro “D&S Non voglio perderti” edito da Universitalia; nel 2011, “Amore nel sangue” edito da 0111edizioni; nel 2013, “Attimi indimenticabili” edito da Universitalia.

Potete trovarle:

–          Su Anobii, come Licio e Vany

–          Sul loro blog “La bottega dei libri incantati” http://labottegadeilibriincantati.blogspot.it/

–          Su Facebook https://www.facebook.com/FabianaAndreozzieVanessaVescera

Le mie considerazioni 

Ora veniamo al mio modesto parere.

Come già anticipato, il genere del romanzo non rientra esattamente tra i miei preferiti, ma il legame con la citata sirenetta della Disney mi ha incuriosita. La storia è narrata al presente, alternandosi tra le vicende dei due protagonisti Neleo e Nisha.

Molto divertente e giovanile è lo stile usato dalle autrici, un modo di scrivere che trascina il lettore e rende la lettura davvero piacevole. Le pagine scorrono rapide nell’alternarsi dei pensieri e delle avventure dei protagonisti, tra i quali inevitabilmente si instaura un legame particolare.

Una storia romantica, spiritosa e magica. Lettura vivamente consigliata.

Link per l’acquisto:

IBS: http://www.ibs.it/code/9788897810155/andreozzi-fabiana-vascera-vanessa/vuoi-sposarmi-no-grazie.html

Butterfly edizioni: http://www.butterfly-edizioni.com/#!acquisti/c1b1d

Il mondo dopo te – Laura Bellini

Parliamo di un bel libro edito da Butterfly Edizioni.

 

IL MONDO DOPO TE

Laura Bellini

Butterfly Edizioni

 

CopMondoDopoTe

Trama

C’è stato un tempo in cui gli dei e gli uomini vivevano fianco a fianco. Poi qualcosa è cambiato, e adesso gli dei abitano un mondo che per gli uomini è puro mistero. Hope, il cui nome porta in sé il segreto profondo della speranza, appartiene al mondo degli dei e, giunta l’ora del grande esame, viene inviata sulla Terra, dove dovrà trascorrere parte della sua esistenza. L’avidità dell’uomo, la distruzione che egli ha portato alla sua Terra, un luogo ormai corrotto, convince gli dei che non ci sia altra alternativa che cancellare la sua esistenza e ricreare un mondo perfetto. Non è dello stesso parere Hope che intravede ancora nell’animo umano la tortuosa strada della possibilità e della speranza. La sua decisione la condurrà a dover fare i conti con l’imprevedibile destino che la porterà lontano da tutto ciò che ama e che metterà il suo cuore a dura prova. Da un lato l’anima cui è predestinata: il giovane e perfetto Aidan e, dall’altro, un semplice umano il cui destino si incrocerà con il difficile cammino di Hope verso la verità.

Recensione

La storia si apre in compagnia di Hope, un’anziana donna che si trova al parco con i nipoti. Mentre osserva i bambini seduta su una panchina, le fa visita una vecchia conoscenza, un giovane biondo ed etereo di nome Aidan. Aidan in realtà è l’antico amore di Hope; lei è discendente della famiglia reale di Dei che abitano la Foresta Incantata e che da sempre vigilano sulla Terra.

La narrazione procede poi in continui salti temporali tra presente e passato.

Nel passato la giovane Hope, sulla Terra per comprendere l’animo umano, al termine del suo “apprendistato” si ritrova di fronte a una scelta: ritornare nel suo mondo e abbandonare i terrestri a un futuro di devastazione voluto dagli Dei o restare umana per combattere al loro fianco.

Hope sceglie di sacrificare se stessa nel tentativo di salvare l’umanità. Ad accompagnarla in questo viaggio c’è Luca, giovane umano con il quale Hope instaura un rapporto speciale.

In un mondo devastato da guerre, terremoti ed epidemie, Hope e Luca cercano di sfuggire agli Dei che vogliono catturarli per raggiungere la porta magica che collega il mondo mortale a quello divino.

Sebbene, grazie ai commoventi dialoghi tra l’anziana Hope e l’immortale Aidan, l’intreccio amoroso sia chiaro sin da subito, l’autrice riesce a rendere estremamente interessanti le vicende.

Non mancano azione, avventura, tradimenti, gelosie, scene d’amore e un epilogo strappalacrime.

Lo stile dell’autrice è piacevole, favorisce una lettura veloce del libro. I dialoghi sono parte attiva e irrinunciabile dell’opera, chiariscono i sentimenti dei personaggi secondari nonostante il tutto sia narrato in prima persona dalla protagonista.

Forse per mia personale passione documentaristica, avrei gradito un maggiore approfondimento della vita nella Foresta Incantata e una narrazione più lenta durante il viaggio verso la porta magica.

In definitiva una storia che consiglio di leggere.

Valutazione:

4