Suite francese – Irène Némirovsky

Salve amici,

in occasione dell’uscita del film Suite francese, vi propongo la lettura del romanzo a cui è ispirato.

SUITE FRANCESE

Irène Némirovsky

Cattura

Trama

“Suite francese”, pubblicato postumo nel 2004, è l’ultimo romanzo di Irene Némirovsky, nata a Kiev nel 1903, emigrata a Parigi nel 1919, morta ad Auschwitz nel 1942. È un affresco spietato, in diretta, della disfatta francese nel giugno 1940 e dell’occupazione tedesca, in cui le tragedie della Storia si intrecciano alla vita quotidiana e ai destini individuali. È un caleidoscopio inesauribile di comportamenti condizionati dalla paura, dal sordido egoismo, dalla viltà, dall’indifferenza, dagli istinti di sopravvivenza e di sopraffazione, dall’ordinaria crudeltà, dall’ansia di amore. Con lucida indignazione ma anche con passione, Némirovsky mette a nudo le dinamiche profonde dell’esistenza umana di fronte alla prova della guerra. Perché è nei momenti di crisi che si arriva davvero, a conoscere gli altri, specchio di noi stessi. Prefazione e traduzione di Lanfranco Binni.

Recensione

Come sapete la Némirovsky è un’autrice che apprezzo molto (l’ho presentata qui) e mi fa sempre piacere leggere uno dei suoi libri.

In Suite francese non c’è solo una storia. In realtà si tratta dei primi due movimenti di quello che avrebbe dovuto essere un poema composto da cinque parti (Tempesta di giugno, Dolce, Prigionia, Battaglie, La Pace). L’autrice infatti dopo aver terminato Tempesta di giugno e Dolce viene arrestata e internata ad Auschwitz, dove muore.

Nel primo movimento, Tempesta di giugno, la Némirovsky descrive il momento del grande esodo da Parigi poco prima dell’invasione tedesca: è il caos.

Il modo in cui l’autrice intreccia vite e storie, esperienze e tragedie, è una delle sue più grandi abilità. La descrizione di dettagli e scene è così vivida e abbondante (ma non pesante) che le pagine fanno vivere al lettore l’atmosfera delle vicende, fanno letteralmente respirare l’aria che respirano i personaggi, sentire sulla pelle le stesse sensazioni. La Némirovsky è maestra nella descrizione della propria epoca attraverso un occhio critico e pungente, che mostra in maniera cruda ma non crudele le contrapposizioni di classe e le battaglie interne di ogni individuo. Storie di coraggio, dolore, passione e lotta, che trascende gli standard di genere e offre il ritratto reale di un’epoca e più generazioni, in maniera individuale ma anche collettiva.

Nel secondo movimento, Dolce, l’autrice pone l’accento su un aspetto più intimo della vita umana sebbene non tralasci mai il contesto: l’amore, la passione tra uomo e donna. Non lascia stupiti il fatto che, nel momento in cui inizia la storia d’amore che ci aspettavamo (quella tanto pubblicizzata dalla quarta e dal trailer del film) non ci si rende nemmeno conto di essere stati trasportati fin lì, perché ormai si era un tutt’uno con l’universo di personaggi creati dall’autrice, con ogni piccolo e grande dramma di ciascuno di essi. Le emozioni e le attenzioni tra i due protagonisti hanno i toni lievi, come pastelli, delle storie d’amore d’altri tempi senza perdere nulla in romanticismo e passione.

È un vero peccato che le altre parti del poema non siano state scritte, difatti non sapremo mai l’epilogo di alcune vicende presentate in Tempesta di giugno e Dolce. In ogni caso gli scritti della Némirovsky meritano sempre.

Valutazione:

4

Per quanto riguarda il film non l’ho ancora visto, ma lo farò sicuramente. Ecco il trailer:

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La chiave di Sarah – Tatiana De Rosnay

LA CHIAVE DI SARAH

Tatiana De Rosnay

Mondadori

 

La chiave di Sarah

Trama

È una notte d’estate come tante altre, a Parigi. La piccola Sarah è a casa con la sua famiglia, quando viene svegliata dall’irruzione della polizia francese e prelevata insieme ai genitori. Ha solo dieci anni, non capisce cosa sta succedendo, ma è atterrita e, prima di essere portata via, nasconde il fratello più piccolo in un armadio a muro che chiude a chiave. È il 16 luglio del 1942. Sarah, insieme a migliaia di altri ebrei, viene rinchiusa nel Vélodrome d’Hiver, in attesa di essere deportata nei campi di concentramento in Germania. Ma il suo unico pensiero è tornare a liberare il fratellino. Sessant’anni dopo, Julia, una giornalista americana che vive a Parigi, deve fare un’inchiesta su quei drammatici fatti. Mette mano agli archivi, interroga i testimoni, va alla ricerca dei sopravvissuti, e le indagini la portano molto più lontano del previsto. Il destino di Julia si incrocia fatalmente con quello della piccola Sarah, la cui vita è legata alla sua più di quanto lei possa immaginare. Che fine ha fatto quella bambina? Cosa è davvero successo in quei giorni? Quello che Julia scopre cambierà per sempre la sua esistenza.

L’autrice

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Tatiana de Rosnay , nata il 28 settembre 1961 a Neuilly-sur-Seine , è una giornalista, scrittrice e sceneggiatrice francese.

Suo padre è lo scienziato francese Joël de Rosnay, il nonno era il pittore Gaëtan de Rosnay. La bisnonna paterna di Tatiana era l’attrice russa Natiala Rachewskïa, direttrice del Teatro Pushkin di San Pietroburgo dal 1925 al 1949.

La madre di Tatiana è l’inglese Stella Jebb, figlia di diplomatico ed ex Segretario Generale delle Nazioni Unite, Gladwyn Jebb. Tatiana è cresciuto a Parigi e poi a Boston, quando il padre ha insegnato presso il MIT nel 1970. Si è trasferita in Inghilterra nei primi anni Ottanta e ha ottenuto una laurea in letteratura inglese presso l’ Università di East Anglia , a Norwich. Al suo ritorno a Parigi nel 1984, era un addetto stampa, poi è diventata una giornalista e critica letteraria per Psychologies Magazine.

Dal 1992, Tatiana de Rosnay ha pubblicato dodici romanzi in francese e tre in inglese. Ha lavorato anche nella serie Family Affairs per il quale ha scritto due episodi con lo sceneggiatore Pierre-Yves Lebert.

Nel 2006 ha pubblicato il suo romanzo più famoso, La chiave di Sarah. A oggi il libro ha venduto oltre tre milioni di copie in francese e quasi due milioni in inglese. Nel 2009 il libro è stato adattato in un film di successo.

Recensione

Parigi, 1942. Parigi, 2002. Queste le date in cui si alterna la narrazione.
Nel 1942 seguiamo le tragiche vicende di una bambina ebrea di dieci anni, Sarah Starzynski. Sarah vive con la madre, il padre e il fratellino di quattro anni Michel. Il 16 luglio dei poliziotti francesi bussano alla porta di casa sua, arrestando la famiglia. Sarah, nel tentativo di salvare il fratellino Michel, lo rinchiude segretamente in un armadio a muro, contando di tornare presto a liberarlo. Ma le cose non vanno come aveva sperato.
Nel 2002 la voce narrante è Julia Jarmond, americana di nascita ma francese di adozione. Julia è sposata con Bertrand, un francese elegante e sciovinista dal quale ha avuto una figlia, Zoe, di undici anni. Lavora come giornalista per un giornale e un giorno le viene chiesto di indagare sulle vicende del Vel’ d’Hiv nel luglio del 1942. Sarà questa indagine a portare Julia alla scoperta di eventi passati intrecciati segretamente alla famiglia di suo marito.
La narrazione si presenta accattivante, nella prima parte del romanzo alternata frequentemente tra passato e presente, nella seconda incentrata sulle vicende della vita di Julia.
Lo stile è privo di pretese, a volte rapido e superficiale; i personaggi migliori sono quelli di Sarah e Julia, gli altri appaiono meno reali. Nei capitoli della storia di Sarah si trovano frasi e sentimenti ripetuti più volte, forse nel tentativo di emozionare il lettore. Stratagemma superfluo dato che le vicende risultano di per sé molto commoventi. In alcuni punti della vita di Julia tutto scivola in modo veloce, con l’attenzione rivolta soltanto ai segreti su cui la giornalista indaga.
Nonostante queste critiche, la bellezza della storia oscura i lati negativi, catturando il lettore senza pietà.
Ho letto il testo avidamente, presa dalla volontà di scoprire la verità assieme a Julia. Ho apprezzato particolarmente il messaggio tra le righe: ricordare gli orrori del passato anziché sotterrarli negli abissi dell’oblio, dare loro il giusto valore per un miglior presente e futuro.
In definitiva un libro molto bello di cui consiglio la lettura.

Valutazione:

4

Anche per quanto riguarda il film esprimo un giudizio positivo. A differenza della maggior parte dei film tratti da libri, i quali non sono mai all’altezza del romanzo, in questo caso invece il film mi è piaciuto più del libro.

 

 

Su questo argomento un altro film che consiglio vivamente e che merita ancora di più de La chiave di Sarah è Vento di primavera. Assolutamente meraviglioso; vi lascerà senza parole.

Hunger Games – Suzanne Collins

 

Ok, la curiosità ha vinto. Alla fine, anche se non è il mio genere, ho letto Hunger Games.

 

HUNGER GAMES

Suzanne Collins

Mondadori

 

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Trama

Quando Katniss urla “Mi offro volontaria, mi offro volontaria come tributo!” sa di aver appena firmato la sua condanna a morte. È il giorno dell’estrazione dei partecipanti agli Hunger Games, un reality show organizzato ogni anno da Capitol City con una sola regola: uccidi o muori. Ognuno dei Distretti deve sorteggiare un ragazzo e una ragazza tra i 12 e i 18 anni che verrà gettato nell’Arena a combattere fino alla morte. Ne sopravvive uno solo, il più bravo, il più forte, ma anche quello che si conquista il pubblico, gli sponsor, l’audience. Katniss appartiene al Distretto 12, quello dei minatori, quello che gli Hunger Games li ha vinti solo due volte in 73 edizioni, e sa di aver poche possibilità di farcela. Ma si è offerta al posto di sua sorella minore e farà di tutto per tornare da lei. Da quando è nata ha lottato per vivere e lo farà anche questa volta. Nella sua squadra c’è anche Peeta, un ragazzo gentile che però non ha la stoffa per farcela. Lui è determinato a mantenere integri i propri sentimenti e dichiara davanti alle telecamere di essere innamorato di Katniss. Ma negli Hunger Games non esistono gli amici, non esistono gli affetti, non c’è spazio per l’amore. Bisogna saper scegliere e, soprattutto, per vincere bisogna saper perdere, rinunciare a tutto ciò che ti rende Uomo.

L’autrice

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Suzanne Collins (Hartford, 10 agosto 1962) è una scrittrice e sceneggiatrice statunitense.

La sua carriera inizia nel 1991, quando inizia a scrivere sceneggiature per programmi televisivi per bambini. È diventata famosa grazie al romanzo Hunger Games, primo di una trilogia. L’idea degli hunger games – giochi-della-fame – si è fatta strada nella sua mente mentre faceva zapping tra le immagini dei reality show e quelle della guerra vera. I suoi libri sono tradotti in 40 paesi e continuamente ristampati: negli stati uniti Hunger Games ha raggiunto i 60 milioni di copie. Un vero caso editoriale, tanto che la rivista “Time” ha nominato Suzanne Collins tra le 100 più influenti personalità nel 2010.

 

La mia opinione

In linea di massima mi è piaciuto. È la storia che ha principalmente il merito. Coraggio, amicizia, affetto, avventura, morte. C’è di tutto ed è ben dosato; i personaggi sono pregevoli e definiti in maniera chiara. Ciò che non mi è piaciuto è stato lo stile e la descrizione delle scene: lo stile è molto ma molto elementare, senza pretese, asciutto; le scene invece sono raccontate in maniera quasi sbrigativa, con pochi dettagli ambientali. Comunque un libro che gli appassionati del genere probabilmente ameranno.

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Dopo la lettura ho visto il film e l’ho trovato ben fatto e, a parte qualche scena tagliata e qualche personaggio mancante, abbastanza fedele al libro.

Valutazione:

4

La ragazza con l’orecchino di perla – Tracy Chevalier

In questi giorni ho finalmente letto un libro che avevo intenzione di leggere da tanto.

LA RAGAZZA CON L’ORECCHINO DI PERLA

Tracy Chevalier

Neri Pozza

 

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Trama

Delft, Olanda, XVII secolo. La vita scorre tranquilla nella prospera città olandese: ricchi e poveri, cattolici e protestanti, signori e servi, ognuno è al suo posto in un perfetto ordine sociale. Così, quando viene assunta come domestica in casa del celebre pittore Johannes Vermeer, Griet, una bella ragazza di sedici anni, riceve con precisione il suo compito: dovrà accudire con premura i sei figli dell’artista, non urtare la suscettibilità della scaltra suocera e, soprattutto, non irritare la sensuale, irrequieta, moglie del pittore e la sua gelosa domestica privata. Inesorabilmente, però, le cose andranno in modo diverso… Griet e Johannes Vermeer, divideranno complicità e sentimenti, tensione e inganni.

L’autrice

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Tracy Chevalier (Washington, 19 novembre 1962) è una scrittrice statunitense di romanzi storici.
Nel 1984 la Chevalier si è trasferita a Londra, dove vive tuttora con suo marito e suo figlio. La sua carriera è iniziata con La vergine azzurra, ma il suo più famoso libro è La ragazza con l’orecchino di perla un libro che descrive la creazione del quadro Ragazza col turbante di Jan Vermeer (vedi approfondimento in fondo all’articolo) con cui nel 2001 vince il Premio Alex. Dal romanzo è stato tratto l’omonimo film.
Avendo lasciato il suo lavoro di redattrice letteraria nel 1993, cominciò un corso di scrittura creativa all’università dell’East Anglia. Suoi insegnanti sono stati Malcom Bradbury e Rose Tremain.

Opere

  • La vergine azzurra, Neri Pozza, 2005
  • La ragazza con l’orecchino di perla, Neri Pozza, 2000
  • Quando cadono gli angeli, Neri Pozza, 2002
  • La dama e l’unicorno, Neri Pozza, 2003
  • L’innocenza, Neri Pozza, 2007
  • Strane creature, Neri Pozza, 2009
  • L’ultima fuggitiva, Neri Pozza, 2013
Fonte: Wikipedia

La mia opinione

Da amante della storia quale sono questo libro non poteva non piacermi. Ho apprezzato molto l’accurata ricostruzione di usi, costumi, tradizioni, quotidianità del XVII secolo in terra d’Olanda. La lettura scorre veloce poiché lo stile è asciutto e diretto: se questo da un lato non annoia, dall’altro però rende alcune scene troppo sbrigative. Affascinante è la descrizione di un amore platonico tra due persone che non possono instaurare un legame più personale di quello lavorativo. Molto intrigante è la ricostruzione della personalità dell’artista Johannes Vermeer e la leggenda che circonda il dipinto Ragazza col turbante. Una scelta originale e azzeccata. Un romanzo crudo e struggente, intriso di malinconia. Da leggere.

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Dopo la lettura del libro ho visto il film interpretato da Scarlett Johansson e Colin Firth. Devo dire che la ricostruzione storica è pregevole e ottima è la scelta degli attori protagonisti. Vediamo il paragone tra la Johansson e la modella del quadro Ragazza col turbante.

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A parte qualche scena tagliata e personaggi secondari mancanti, il film è fatto bene, il ritmo è adatto alla storia e chi lo guarda dopo aver letto il libro di certo lo apprezza di più.

Valutazione:

5

Approfondimenti

Johannes Vermeer

Vermeer

Johannes Vermeer o Jan Vermeer (Delft, 31 ottobre 1632 – Delft, 15 dicembre 1675) è stato un pittore olandese.

Biografia

Della vita di Vermeer si conosce molto poco: le uniche fonti sono alcuni registri, pochi documenti ufficiali e commenti di altri artisti. La data di nascita non si conosce con precisione, si sa solamente che venne battezzato il 31 ottobre 1632, nella chiesa protestante di Delft. Il padre Reynier era un tessitore di seta della classe media, che si occupava anche di commercio di opere d’arte. La madre Digna era di Anversa: sposò Reynier Vermeer nel 1615. Nel 1641 la famiglia acquistò una locanda, la Mechelen, dal nome di una famosa torre del Belgio, che si trovava nei pressi della piazza del mercato. Reynier affiancò al mestiere di mercante d’arte e tessitore quello di locandiere. Dopo la morte del padre, nel 1652, Joannes ereditò sia la locanda che gli affari commerciali del padre.
Nonostante fosse di famiglia protestante, sposò una giovane cattolica, Catherina Bolnes, nell’aprile del 1653. Fu un matrimonio sfortunato: oltre alle differenze religiose, la famiglia della donna era più ricca di quella di Vermeer. Sembra che egli stesso si fosse convertito prima del matrimonio, poiché i figli ebbero nomi di santi cattolici piuttosto che dei suoi genitori: inoltre, uno dei suoi dipinti, l’Allegoria della fede, rispecchia la fede nell’Eucaristia, ma non si sa se si riferisca a quella dell’artista o del committente.
Qualche tempo dopo le nozze, la coppia si trasferì dalla madre di Catherina, Maria Thins, una vedova benestante, che viveva nel quartiere cattolico della città: qui Vermeer avrebbe vissuto con la famiglia per tutta la vita. Maria ebbe un ruolo fondamentale nella vita del pittore: non solo la prima nipote venne chiamata con il suo stesso nome, ma anche usò la propria rendita per sostenere il genero che cercava di imporsi nel mondo dell’arte. Johannes e la moglie ebbero in tutto quattordici figli, tre dei quali morirono prima del padre.

La carriera

Il suo apprendistato cominciò nel 1647, forse presso Carel Fabritius. Il 29 dicembre 1653, Vermeer divenne membro della Gilda di San Luca. Dai registri di questa associazione di pittori si sa che l’artista non era in grado di pagare la quota di ammissione, il che sembrerebbe indicare difficoltà finanziarie. Successivamente la situazione migliorò: Pieter Van Ruijven, uno dei più ricchi cittadini, divenne il suo mecenate e acquistò suoi numerosi dipinti.
Nel 1662 Vermeer venne eletto capo della Gilda e confermato anche negli anni successivi, segno che era considerato un rispettabile cittadino. Tuttavia, nel 1672 una pesante crisi finanziaria, provocata dall’invasione francese della Repubblica Olandese, provocò un crollo delle richieste di beni di lusso come i dipinti e, di conseguenza, gli affari di Vermeer come artista e mercante ne risentirono, costringendolo a chiedere dei prestiti.
Alla sua morte nel 1675, Vermeer lasciò alla moglie e ai figli poco denaro e numerosi debiti. In un documento, la moglie attribuisce la morte del marito allo stress dovuto ai problemi economici. Catherina chiese al Consiglio cittadino di prendere la casa e i dipinti del marito come pagamento dei debiti: diciannove opere rimasero a Catherina e Maria, e di queste, alcune furono vendute per pagare i creditori.

Tecnica

Vermeer era in grado di ottenere colori trasparenti applicando sulle tele il colore a punti piccoli e ravvicinati, tecnica nota come pointillé, da non confondere con il pointillisme. La sua tecnica punta ad una resa più vivida possibile, con effetti, soprattutto di colore, che egli ricerca con un interesse quasi scientifico, considerando il soggetto una sorta di espediente: “le pitture di Vermeer sono vere nature morte con esseri umani”.
Non ci sono disegni attribuibili con certezza all’artista e i suoi quadri presentano pochi indizi dei suoi metodi preparatori.
Nel libro Il segreto svelato, il noto pittore inglese David Hockney, rifacendosi ai numerosi studi sull’utilizzo di strumenti ottici nella Pittura fiamminga, sostiene che Vermeer, come molti altri pittori della sua epoca, facesse largo uso della camera oscura per definire l’esatta fisionomia dei personaggi raffigurati e la precisa posizione degli oggetti nella composizione dei dipinti. Secondo la “tesi Hockney-Falco” (dal nome del pittore inglese e del fisico americano Charles M. Falco, che l’hanno resa celebre), l’utilizzo di questo strumento ottico giustificherebbe ampiamente la mancanza di disegni preparatori precedenti ai dipinti di straordinaria precisione “fotografica” e fisiognomica di molti artisti fiamminghi, come Van Eyck, e successivamente di epoca barocca, come Caravaggio o Velázquez, ed appunto dello stesso artista olandese. Ma soprattutto, secondo tale tesi, l’uso della “camera oscura” spiegherebbe anche alcuni dei sorprendenti effetti di luce dei quadri di Vermeer, in particolare i curiosi effetti “fuori fuoco” che si riscontrano in taluni dei suoi capolavori, dove alcuni particolari sono perfettamente a fuoco ed altri no, con un tipico effetto riscontrabile nella moderna tecnica fotografica.
L’estrema vividezza e qualità dei colori nei dipinti di Vermeer, tuttora riscontrabile, è dovuta alla grande cura posta dall’artista nella preparazione dei colori ad olio e nell’estrema ricercatezza dei migliori pigmenti rintracciabili all’epoca. Esempio di tale qualità è il largo uso che Vermeer fece del costosissimo blu oltremare, ottenuto dal lapislazzuli, utilizzato in tutti i suoi dipinti non solo in purezza, ma anche per ottenere sfumature di colore intermedie. Non rinunciò ad usare questo pigmento dal costo proibitivo anche negli anni in cui versava in pessime condizioni economiche.
Nelle sue opere è dunque presente una eccezionale unità atmosferica. “La vita silenziosa delle cose appare riflessa entro uno specchio terso; dal diffondersi della luce negli interni attraverso finestre socchiuse, dal gioco dei riflessi, dagli effetti di trasparenze, di penombre, di controluce…”

Oblio critico e i falsi Vermeer

Nota e controversa è la proliferazione sui mercati d’arte di inizio ‘900 di falsi dipinti di Vermeer, dovuti ad uno dei più noti falsari del secolo scorso, l’olandese Han van Meegeren. Questo abilissimo falsario, utilizzando le stesse tecniche pittoriche dell’artista, creò numerosi dipinti con composizioni del tutto originali riuscendo a spacciarli come opere autentiche di Vermeer, tanto che molti famosi collezionisti ed alcuni dei più importanti musei d’Europa acquisirono questi dipinti nelle proprie collezioni.
Questo eclatante fenomeno fu certamente facilitato dalla curiosa mancanza di fonti documentali e di studi approfonditi dell’opera e della figura dell’artista olandese, che fino a metà Ottocento versava in un anomalo oblio, che aveva fatto perdere quasi traccia della vicenda artistica del pittore. Infatti, la moderna fortuna critica di Vermeer ha inizio solo con l’attenzione postagli quasi a fine Ottocento dello studioso francese Théophile Thoré-Bürger. Da questo punto in poi, la sua figura sarà sottoposta a costanti e crescenti attenzioni critiche e pubbliche, fino ad acquisire l’attuale fama internazionale.

Opere

  • La lattaia, Rijksmuseum, Amsterdam
  • Donna in azzurro che legge una lettera, Rijksmuseum, Amsterdam
  • Lettera d’amore, Rijksmuseum, Amsterdam
  • Stradina di Delft, Rijksmuseum, Amsterdam
  • Veduta di Delft, Mauritshuis, L’Aia
  • Ragazza col turbante ovvero Ragazza con l’orecchino di perla, Mauritshuis, L’Aia
  • Diana e le ninfe, Mauritshuis, L’Aia
  • La merlettaia, Museo del Louvre, Parigi
  • L’astronomo, Museo del Louvre, Parigi
  • Donna in piedi alla spinetta ovvero ‘al virginale’, National Gallery, Londra
  • Donna seduta alla spinetta, National Gallery, Londra
  • Lezione di musica (Vermeer), Buckingham Palace, Londra
  • Suonatrice di chitarra, Kenwood House, Londra
  • Donna che scrive una lettera alla presenza della domestica, National Gallery of Ireland, Dublino
  • Cristo in casa di Marta e Maria, National Gallery of Scotland, Edimburgo
  • Donna con collana di perle, Staatliche Museen, Berlino
  • Bicchiere di vino, Staatliche Museen, Berlino
  • Il geografo, Städelsches Kunstinstitut, Francoforte sul Meno
  • Allegoria della pittura, Kunsthistorisches Museum, Vienna
  • Mezzana, Staatliche Gemäldegalerie, Dresda
  • Fanciulla con bicchiere di vino, Herzog Anton Ulrich Museum, Brunswick
  • Fantesca che porge una lettera (Mistress and Maid), Frick Collection, New York
  • Soldato con ragazza sorridente, Frick Collection, New York
  • Concerto interrotto, Frick Collection, New York
  • Giovane donna seduta al virginale, Collezione privata, New York[6]
  • Giovane donna assopita, Metropolitan Museum of Art, New York
  • Giovane donna con una brocca d’acqua, Metropolitan Museum of Art, New York
  • Allegoria della fede, Metropolitan Museum of Art, New York
  • Ragazza con velo, Metropolitan Museum of Art, New York
  • Suonatrice di liuto, Metropolitan Museum of Art, New York
  • Pesatrice di perle, National Gallery of Art, Washington
  • Donna che scrive una lettera, National Gallery of Art, Washington
  • Fanciulla con cappello rosso, National Gallery of Art, Washington
  • Fanciulla con flauto, National Gallery of Art, Washington
  • Concerto a tre, Isabella Stewart Gardner Museum, Boston
  • Santa Prassede, Barbara Piasecka Johnson Collection, Princeton

Ragazza col turbante

Johannes_Vermeer_(1632-1675)_-_The_Girl_With_The_Pearl_Earring_(1665)

La Ragazza con l’orecchino di perla o Ragazza col turbante è uno dei più famosi quadri di Jan Vermeer.
Pare che l’artista olandese lo abbia dipinto fra il 1665 ed il 1666 (secondo alcune fonti in anni ancora successivi). Dipinto ad olio su tela, misura 44,5 × 39 cm ed è conservato al Mauritshuis dell’Aia.

Il dipinto

Raffigura una fanciulla volta di tre quarti. Colpisce in particolar modo l’espressione estatica, assolutamente languida ed ammaliante (secondo alcuni carica anche di un innocente erotismo), dello sguardo della giovane modella: sembra sia stato lo stesso Vermeer a chiedere alla ragazza, posta di fronte alla grande finestra illuminata dalla luce naturale del suo atelier, di voltare il capo più volte lentamente, tenendo socchiuse le labbra per produrre questo effetto.
La suggestiva leggenda che circonda questo quadro – e che colora con una punta di sentimentalismo la biografia di un grande pittore del quale si sa tuttora ben poco, e che poco ha lasciato: una trentina di dipinti in tutto e tutti di piccole dimensioni – è stata rievocata per la letteratura nel 1986 dal libro La ragazza col turbante (tradotto in nove lingue) della scrittrice Marta Morazzoni e poi anche nel 2003 per il cinema da un film dal titolo La ragazza con l’orecchino di perla, interpretato dall’attrice Scarlett Johansson ed ispirato al romanzo omonimo del 1999 della scrittrice Tracy Chevalier.

La perla

L’orecchino con perla del quadro, che cattura quasi da solo la centralità della luce di cui è pervaso il dipinto, è di grandi dimensioni e a forma di goccia. Sebbene la ragazza che lo indossa appaia di modeste condizioni, tale monile era al tempo di Vermeer prerogativa delle dame aristocratiche dell’alta borghesia.
La perla è disegnata utilizzando solo due pennellate a forma di goccia separate l’una dall’altra: è l’occhio umano che ha l’illusione di vedere l’intera perla.
Nel XVII secolo le perle erano una preziosa rarità: venivano importate dall’estremo oriente. Nel caso della perla raffigurata nel dipinto, si tratta di un esemplare di grandi dimensioni che, a parere di alcuni studiosi, in natura non esisterebbe. Un aspetto misterioso e leggendario del dipinto, al pari di quello che lo vorrebbe ricavato da una immagine fotografica (si vuole che Vermeer compisse esperimenti con le prime apparecchiature allo studio per riprodurre immagini).

Fonte: Wikipedia

Via col vento – Margaret Mitchell

Rossella: Voi non siete un gentiluomo!

Rhett: E voi non siete una signora; non è un titolo di demerito, le signore non mi hanno mai interessato.

Più volte in passato mi è capitato di sentir parlare del romanzo Via col vento; ho sempre ascoltato distrattamente e non mi è mai venuto in mente di leggerlo. E probabilmente se l’avessi letto da adolescente non l’avrei apprezzato molto. Ora invece finalmente l’ho letto e l’ho amato.

 

 

VIA COL VENTO

Margaret Mitchell

Mondadori

 

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L’autrice

 

 

MARGMITCHELL

Margaret Munnerlyn Mitchell (Atlanta, 8 novembre 1900 – 16 agosto 1949) fu una scrittrice e giornalista statunitense, che assurse alla notorietà nel 1936 con il suo romanzo Via col vento, che le valse il premio Pulitzer l’anno seguente e la trasposizione cinematografica nel celebre, omonimo film del 1939.

All’eta di 14 anni entra nel Washington Seminar, un collegio femminile, dove studia rivelando il suo talento. Compiuti i 18 anni si iscrive al corso superiore di medicina allo Smith College di Northampton, nel Massachusetts, ma gli studi vengono interrotti da un evento triste. Sua madre muore e lei ritorna a casa, ad Atlanta, dove nel 1922 sposa Berrien Kinnard Upshaw. Il matrimonio si rivela un fallimento e lui esce dalla sua vita lasciandole la libertà necessaria per ricominciare da capo.
Negli anni Venti, Margaret diventa una collaboratrice dell’Atlanta Journal Sunday Magazine: memorabile fu la sua intervista a Rodolfo Valentino – di cui ho parlato in questo articolo. Nel 1926 Margaret sposa John Marsh, un agente pubblicitario, e lascia il lavoro per poter dedicarsi alla letteratura. Nello stesso anno comincia a scrivere un romanzo, la cui lavorazione la terrà impegnata per dieci anni. Il libro viene stampato e distribuito nel giugno del 1936 col titolo Via col vento, prendendo a prestito il verso suggestivo di una poesia di Ernest Dowson. Ed è subito un successo strepitoso: in sole quattro settimane vengono vendute ben 180.000 copie.
Nel 1937, grazie al suo romanzo, la Mitchell vince il Premio Pulitzer e l’anno seguente è candidata al Premio Nobel per la letteratura. Visto il grande successo, quasi immediatamente partono le trattative col produttore cinematografico David O. Selznick, che dal libro vuole trarre un film. Margaret fa molta resistenza e non vorrebbe partecipare né alla stesura della sceneggiatura, né alla scelta del cast. Nel 1939, dal romanzo è stato tratto il film Via col vento con Vivien Leigh, Clark Gable, Olivia de Havilland e Leslie Howard – vedi approfondimento in fondo all’articolo.
Quando scoppia la seconda guerra mondiale, la Mitchell entra a far parte della Croce Rossa e diventa istruttrice di primo soccorso. Nel 1943 crea una Recreation Room a favore dei soldati di stanza nel Piedmont Park. Dopo la guerra, Margaret ritorna a casa con il proposito di riprendere a scrivere. La sera dell’11 agosto 1949, mentre attraversa una strada della sua città, un taxista ubriaco non si accorge di lei e la investe: Margaret Mitchell muore il 16 agosto 1949 dopo cinque giorni di coma. Sulla vita della scrittrice è stato realizzato un film tv: La travolgente storia d’amore di Margaret Mitchell (1994), interpretato da Shannen Doherty.

Fonte: Wikipedia

 

Via col vento – Trama

 

Rossella O’Hara è la viziata e capricciosa ereditiera della grande piantagione di Tara, in Georgia. Ma l’illusione di una vita facile e agiata si infrangerà in brevissimo tempo, quando i venti della Guerra Civile cominceranno a spirare sul Sud degli Stati Uniti, spazzando via in pochi anni la società schiavista. Il più grande e famoso romanzo popolare americano narra così, in un colossale e vivissimo affresco storico, le vicende di una donna impreparata ai sacrifici: la tragedia della guerra, la decimazione della sua famiglia, la necessità di dover farsi carico della piantagione di famiglia e di doversi adattare a una nuova società. E soprattutto la sua lunga, travagliata ricerca dell’amore e la storia impossibile con l’affascinante e spregiudicato Rhett Butler, avventuriero che lei comprenderà di amare solo troppo tardi.

Curiosità

 

 

Il romanzo Via col vento è destinato a essere immortale. Perché?

La cripta della civiltà, presso l’Università Oglethorpe ad Atlanta, Georgia, è considerata da tutti (in primo luogo dal celebre libro del Guinness dei Primati, che l’ha inserita in elenco nel 1990) la prima “capsula del tempo”, destinata ad essere aperta in una data precisa del futuro, il 28 maggio 8113.
Creata nel 1936, la cripta vanta dimensioni della cripta sono ragguardevoli, simili a quelle di uno spazioso loft. La camera è sigillata da una porta in acciaio inossidabile e chiusa ermeticamente. Il suo contenuto include un manuale per imparare l’inglese, la documentazione relativa a tutti gli sport, i divertimenti e i passatempi in uso durante il secolo scorso, filmati dei grandi della Terra, un uccello di plastica, il modellino di un treno, i manichini di un uomo e di una donna, due pipe, un gioco in scatola, 800 libri significativi su ogni argomento importante per il genere umano e 200 romanzi considerati rappresentativi della cultura umana tra cui anche Via col vento.

 

La mia recensione

 

Questo libro è un autentico capolavoro. Di primo acchito pare un romanzo d’amore ambientato durante la guerra di secessione americana – vedi approfondimento in fondo all’articolo, ma poi si rivela anche la struggente storia di un’amicizia tra due donne, il ritratto delle sofferenze cagionate dalla guerra. L’ambientazione è affascinante – soprattutto per ciò che riguarda Tara nei giorni d’oro e Atlanta durante l’assedio – e i personaggi sono analizzati con cura tramite punti di vista diversi, particolari e particolareggiati. L’autrice guida il lettore alla scoperta dell’anima degli uomini e delle donne della Confederazione degli Stati Uniti – quando ancora non erano tutti “Stati Uniti”; del rapporto di essi con gli schiavi neri – qui qualche osservazione mi ha dato un po’ fastidio ma capisco che non si tratta di discriminazione fine a se stessa quanto alla descrizione del rapporto che c’era all’epoca tra padroni e schiavi; delle intenzioni originarie del primo Ku Klux Klan; di un periodo importantissimo per la storia americana che la maggior parte degli europei conosce solo superficialmente. Si tratta di un romanzo pieno di dolore, di struggente malinconia per un passato spensierato che non può tornare.

La protagonista, Rossella O’Hara, possiede una personalità volitiva e audace che la rende una vera pioniera nella società in cui vive. Il suo iniziale egoismo, fine a se stesso, le darà la forza di affrontare e vincere sfide impossibili da superare per una donna di buona famiglia come tutte le altre; la sua franchezza cruda spinge il lettore a fare i conti con il proprio io, con la verità di ciò che è, senza barriere di sorta imposte dalla società. Temprata dalla vita e sostenuta dalla sua ardente personalità, Rossella subisce più trasformazioni fino a diventare fredda di fronte al pericolo, instancabile di fronte alle avversità, e soltanto alla fine una donna matura.

I personaggi che ho amato di più, oltre alla protagonista, sono stati: Geraldo O’Hara, padre di Rossella e uomo saggio nonostante lo spirito giovane e allegro; Melania Wilkes, cognata di Rossella e donna il cui aspetto minuto non ne pregiudica la forza d’animo, stabile punto di riferimento per tutti e rifugio sicuro da ogni sofferenza; Rhett Butler, incorreggibile mascalzone che non è soltanto un uomo bello e coraggioso, ma un grande pensatore che non ha problemi a esporre con cruda sincerità il proprio pensiero.

Un romanzo epico, malinconico e struggente, indimenticabile.

Per quanto riguarda il film la mia opinione è abbastanza positiva anche se, come è risaputo, i film non sono quasi mai all’altezza dei libri. Questo perché in un film non è facile riportare il tormento interiore dei protagonisti che invece un romanzo trasmette in maniera più vivida. E questo è anche il caso del film Via col vento. Suggerisco la visione del film solo dopo la lettura del romanzo, cosicché si possano comprendere appieno gli stati d’animo e le scelte di Rossella O’Hara. Devo dire che Clark Gable è assolutamente perfetto nel ruolo di Rhett Butler – anche se forse leggermente rabbonito rispetto al personaggio letterario – e Vivien Leigh è una superba Rossella, perfettamente capace delle espressioni crudeli o disperate che il ruolo richiede. Nel film la storia risulta leggermente mutilata, difatti mancano alcuni personaggi come Dilcey, Wade, Ella, Baldo, Will – quest’ultimo ha un ruolo portante nel momento in cui Rossella si trasferisce in maniera permanente ad Atlanta, lasciando Tara nelle sue mani – o alcuni fatti secondari che rendono più ricca la storia.

Valutazione:

5+

Approfondimenti

 

Via col vento – Il film

 

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Via col vento (Gone with the Wind) è un film drammatico diretto da Victor Fleming nel 1939.
Universalmente riconosciuto come uno dei film più famosi della storia del cinema, ha stabilito dei record che rimangono tuttora insuperati. Il film venne prodotto da David O. Selznick e distribuito dalla Metro-Goldwyn-Mayer; la sceneggiatura, in buona parte dovuta a Sidney Howard, è tratta dal romanzo omonimo di Margaret Mitchell, vincitore del premio Pulitzer nel 1937.
La lavorazione del film fu molto complessa e travagliata, come per molti film di quel periodo storico: complessivamente richiese circa due anni per poter essere realizzato e il suo completamento è dovuto principalmente al grande sforzo economico e lavorativo di Selznick, la cui intenzione era di farne un grande affresco storico, oltre che una semplice storia d’amore; per raggiungere il suo scopo Selznick vi dedicò quasi tutte le sue energie nel periodo della produzione. Proprio la grandiosità produttiva e il grande successo di pubblico rendono questo film una pietra miliare indiscutibile nella storia del cinema; si è trattato, infatti, del primo caso di successo planetario nella storia del cinema.
Ufficialmente la regia è attribuita a Victor Fleming, ma durante la produzione si sono succeduti George Cukor e Sam Wood. Lo stesso Selznick (considerato da molti il vero autore del film) ha avuto una forte presenza nella direzione così come su molti aspetti del film, tra cui anche la sceneggiatura, il montaggio e la scelta degli attori, a dimostrazione che questo più degli altri è il “suo” film.

 

I protagonisti

 

Cattura

Clark Gable e Vivien Leigh in una celebre scena di Via col vento (1939).

Quando Selznick propose il film alla Warner Bros., i due principali candidati ad interpretare le parti di Rossella e Rhett erano Bette Davis ed Errol Flynn. I due, tuttavia erano poco tempo prima venuti a lite e mal si sopportavano: Selznick avrebbe dovuto cambiare almeno uno dei due, ma poi gli accordi con la WB saltarono e Selznick fu costretto a ripiegare altrove. Una volta accordatosi con la MGM Selznick rimase indeciso se contattare Clark Gable o Gary Cooper, ma quando quest’ultimo rispose affermando:

Via col vento sta per diventare il più grande flop della storia del cinema, e sarà Clark Gable a perderci la faccia e non Gary Cooper.

 

il produttore non ebbe più dubbi e assegnò la parte a Clark Gable senza indugiare e con l’approvazione di tutto il pubblico americano; la MGM fu d’accordo fin dall’inizio e Gable venne scritturato. In quel periodo Gable stava divorziando da Ria Langham e la moglie voleva 400.000 dollari per concedere il divorzio al marito; questi, tuttavia, non era in grado di pagare una somma così alta tutta insieme, ma alla fine ricevette come compenso 400.000 per il divorzio, più 120.000 dollari per sé.

 

Clark Gable mentre legge Via col vento.

Clark Gable mentre legge Via col vento.

 

Molto più complicata e travagliata è stata la scelta per l’attrice che doveva interpretare Rossella. Furono provinate circa 1400 attrici, tra cui Paulette Goddard, Susan Hayward, Katharine Hepburn, Carole Lombard, Jean Arthur, Tallulah Bankhead, Norma Shearer, Barbara Stanwyck, Joan Crawford, Lana Turner, Joan Fontaine, Bette Davis, Alicia Rhett (alla quale poi andò il ruolo di Lydia Wilkes) e Loretta Young; al momento dell’inizio delle riprese nel dicembre 1938 non si aveva ancora un nome definitivo e si dovette cominciare senza la protagonista.

Vivien Leigh.

Vivien Leigh.

In mezzo a questo elenco di star hollywoodiane la parte venne assegnata alla poco conosciuta Vivien Leigh; questa ottenne un provino quando venne presentata quasi per caso al fratello del produttore, Myron Selznick, mentre si girava la scena dell’incendio di Atlanta. Alla fine rimasero in lizza due attrici: Paulette Goddard e appunto Vivien Leigh. Una leggenda vuole che la Goddard perse il ruolo perché non riuscì a dimostrare di essere realmente sposata a Charlie Chaplin, con cui conviveva, e questo per il moralista e capo della MGM Louis B. Mayer era del tutto inaccettabile. Nemmeno Vivien Leigh era sposata e conviveva con Laurence Olivier, ma a differenza della Goddard la storia non era nota al grande pubblico e per questo ottenne la parte e 25.000 dollari. I due si sposarono comunque poco tempo dopo, il 31 agosto 1940 come promesso a Mayer.

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Fonte: Wikipedia

Alcune scene del film

 

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Guerra di secessione

 

Guerra civile che oppose tra il 1861 e il 1865 gli Stati Uniti d’America (l’Unione) a undici stati secessionisti del Sud, organizzati nella Confederazione degli Stati Uniti d’America.

LE ORIGINI DEL CONFLITTO

Nella prima metà del XIX secolo gli stati del Nord e quelli del Sud erano portatori di tradizioni e interessi economici, sociali e politici profondamente diversi. La principale causa di contrasto tra le regioni agricole meridionali e quelle industriali del Nord era l’istituto della schiavitù. Perno del sistema socio-economico sudista, che annoverava al suo interno oltre quattro milioni di schiavi neri impiegati nelle piantagioni di cotone, tabacco e canna da zucchero, la schiavitù non rispondeva invece alle esigenze produttive delle regioni settentrionali, interessate alla meccanizzazione del lavoro, ed era dunque avversata per ragioni tanto ideali quanto di interesse economico.

Sulla questione, il compromesso del Missouri del 1820 stabilì che all’interno dei territori a ovest del Mississippi, da poco acquisiti dagli Stati Uniti, il parallelo dei 36° 30′ avrebbe costituito il confine tra stati schiavisti e stati liberi.

Il mutamento degli equilibri

Alla metà del secolo, tuttavia, nel Sud si guardava con sospetto all’azione del Congresso, dove i rappresentanti degli stati schiavisti costituivano ormai una minoranza. Lo scontento sudista era accresciuto dall’introduzione, in molti stati settentrionali, di leggi a tutela della libertà personale, che minavano l’efficacia delle norme varate per arginare il fenomeno della fuga degli schiavi (vedi Fugitive Slave Laws).

Non meno apprensione generavano i crescenti successi elettorali del Free-Soil Party, partito che si opponeva all’estensione della schiavitù nei territori acquisiti dopo la guerra con il Messico e contrastava l’ammissione nell’Unione di stati schiavisti di nuova costituzione. Tuttavia, nel 1857 la Corte Suprema decretò l’incostituzionalità di qualsiasi pretesa federale di proibire la schiavitù. Il 16 ottobre del 1859 John Brown, un ardente abolizionista, attaccò l’arsenale federale di Harpers Ferry, in Virginia, con l’intento di provocare una sollevazione degli schiavi. L’azione fu il pretesto per i sudisti di rivedere la propria posizione all’interno dell’Unione.

La secessione del Sud

In occasione delle elezioni presidenziali del 1860, il candidato repubblicano Abraham Lincoln si dichiarò contrario all’estensione della schiavitù. L’elezione di Lincoln alla presidenza dell’Unione rafforzò nel Sud l’opinione che per tutelare i propri interessi non esistesse altra via se non quella dell’indipendenza: nel marzo del 1861 sette stati (South Carolina, Mississippi, Florida, Alabama, Georgia, Louisiana, Texas) adottarono ordinanze di secessione dando vita agli Stati Confederati d’America ed eleggendo Jefferson Davis quale presidente.

Nel suo discorso inaugurale Lincoln dichiarò illegale la secessione, esprimendo l’intenzione di mantenere l’autorità e i possedimenti federali nel Sud. Quando, il 12 aprile 1861, l’artiglieria sudista aprì il fuoco per impedire i rifornimenti alla base militare federale di Fort Sumter (South Carolina), Lincoln ordinò l’invio di truppe per sedare la rivolta. Per tutta risposta, Virginia, Arkansas, North Carolina e Tennessee aderirono alla Confederazione.

LE OSTILITÀ

Le prime fasi del conflitto

Il 21 luglio del 1861 la vittoria dei sudisti nella battaglia di Bull Run (48 km a sud-ovest di Washington) costrinse i vertici politico-militari dell’Unione ad abbandonare ogni speranza di una guerra-lampo e a impegnarsi nella costituzione di un solido esercito. Di ciò Lincoln dette incarico al generale George Brinton McClellan.

Nella primavera del 1862 McClellan lanciò l’offensiva: occupata la penisola a sud-est di Richmond, fermò la marcia in attesa di rinforzi. Ciò permise al generale sudista Thomas J. “Stonewell” Jackson di passare il Potomac e di minacciare Washington. Gli uomini di Jackson e quelli dell’Armata confederata della Virginia settentrionale, comandati dal generale Robert E. Lee, attaccarono le truppe di McClellan, sconfiggendole nella battaglia dei Sette Giorni (25 giugno – 1° luglio).

Nei primi sei mesi del 1862 il generale dell’Unione Ulysses Grant riuscì prima a ottenere il controllo delle vie d’accesso alla valle del Mississippi in Tennessee e nell’Arkansas, poi a spingersi sino a Memphis. Nel corso del secondo semestre dell’anno Grant decise l’assalto di Vicksburg, l’ultima roccaforte lungo il corso del Mississippi rimasta ai confederati: in dicembre, la vittoriosa difesa della fortezza da parte dei suoi occupanti costituì la pagina finale delle vicende militari del 1862.

Le campagne del 1863

Assumendo il comando dell’Armata del Potomac, il generale Joseph Hooker mosse, nell’aprile del 1863, contro le forze del generale Lee in Virginia: nella battaglia di Chancellorsville (1-4 maggio) i confederati costrinsero Hooker alla ritirata. Intendendo indurre l’Unione a negoziare la pace, Lee mosse all’attacco verso nord.

In giugno Lee raggiunse le regioni meridionali della Pennsylvania, dove, nei pressi di Gettysburg, si combatté la battaglia considerata il punto di svolta dell’intera guerra. Il 1° luglio ebbero inizio le operazioni: il 3 luglio Lee decise di caricare al centro le linee nemiche, ma l’attacco fallì completamente. Ordinata la ritirata, Lee riuscì a riparare in Virginia. Il 1863 si chiudeva decisamente in favore delle forze dell’Unione.

Il piano d’attacco finale

Nominato comandante in capo di tutte le forze unioniste, Ulysses Grant si accinse a chiudere la morsa attorno alla Confederazione: l’Armata del Potomac, guidata dallo stesso Grant con la collaborazione del generale George Gordon Meade, avrebbe dato battaglia a Lee ancora una volta puntando su Richmond; il generale William Sherman si sarebbe invece mosso alla conquista di Atlanta (Georgia) partendo da Chattanooga; una terza armata, al comando del generale Philip Sheridan, avrebbe infine occupato la valle del fiume Shenandoah per tagliare i rifornimenti a Lee. La campagna finale ebbe inizio alla fine di marzo. Grant, bloccato poco a nord di Richmond, assediò Petersburg per oltre nove mesi.

Miglior corso per la causa dell’Unione ebbero gli avvenimenti nella valle dello Shenandoah e in Georgia, dove Sheridan e Sherman raggiunsero entro l’estate gli obiettivi loro assegnati. La marcia di Sherman verso il mare partì il 15 novembre da Atlanta in fiamme. Le truppe nordiste avanzarono distruggendo sistematicamente ogni cosa potesse sostenere lo sforzo bellico dei sudisti: nella primavera del 1865 furono invase le due Caroline.

All’inizio di aprile del 1865 Petersburg fu espugnata dagli unionisti (battaglia di Five Forks); con i rifornimenti tagliati, anche Richmond dovette capitolare. Lee si diresse allora a occidente; Grant però gli bloccò la strada e il 9 aprile lo costrinse alla resa.

L’ABOLIZIONE DELLA SCHIAVITÙ

Nel settembre del 1862 Lincoln annunciò che a partire dal 1° gennaio 1863 negli stati o parti di stati ancora coinvolti nella ribellione secessionista, gli schiavi sarebbero stati “liberi per sempre”. Il proclama di emancipazione fu giustificato come misura utile a indebolire la capacità produttiva del nemico e anticipare così la fine della guerra. Ma solo il 13° emendamento della Costituzione, ratificato nel dicembre 1865, avrebbe abolito la schiavitù in tutto il territorio degli USA.

IL DOPOGUERRA

L’8 dicembre 1863 Lincoln emanò il Proclamation of Amnesty and Reconstruction: in esso si stabiliva che, a eccezione degli alti ufficiali e dei funzionari governativi, a ogni sudista che avesse giurato lealtà alla Costituzione federale e obbedienza alla legislazione di guerra (compreso il proclama sulla schiavitù) fosse garantita l’amnistia.

Le dottrine secessioniste uscirono definitivamente screditate, mentre l’autorità del governo federale risultò enormemente accresciuta. Il Congresso poté varare le misure alle quali il Sud si era strenuamente opposto prima della guerra, comprese le concessioni di terre nei nuovi territori, l’assegnazione di contributi federali per il loro sviluppo, nonché la definizione dei più elevati dazi doganali mai stabiliti dal governo americano.

Dal punto di vista economico, la guerra incentivò la meccanizzazione della produzione e la concentrazione del capitale al Nord; inoltre, significò libertà per quasi quattro milioni di neri. Le radici culturali di tre secoli di schiavismo non poterono però essere estirpate definitivamente con le armi, e continuarono a generare tensioni e problemi nella società americana sino a tutto il XX secolo. Vedi Afroamericani.

Fonte: Wikipedia

Il “gioco” che tutti gli scrittori – confessate! – almeno una volta hanno fatto. E i lettori non scherzano.

Followers, il contenuto del post di oggi è un po’ più “leggero” del solito. In questa  divertente intervista mi è stato chiesto di fare un “gioco” ossia scegliere degli attori che dessero un volto ai personaggi di “Tregua nell’ambra“.

Tutti gli scrittori almeno una volta hanno associato il volto di un attore o una sua caratteristica particolare a uno dei propri personaggi, no? E i lettori non sono da meno!

Ebbene, vi presento rapidamente il mio personale dream cast dei personaggi principali. Se avete letto il libro ditemi cosa ne pensate. Siete d’accordo? Se no, segnalatemi le vostre preferenze!

Elisabetta Greco – Natalie Wood (da giovane)

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Alec Dane – Ben Affleck (così come in “Pearl Harbor”)

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Antonio Greco – Alessandro Tersigni

Alessandro Tersigni - Antonio Greco

Marisa Colucci – Anna Magnani

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Francesco Basile – Hugh Jackman

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Russell Lewitt – Jude Law (da giovane)

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E poi le due new entries del sequel che voi purtroppo ancora non conoscete ma che vi introduco tramite foto:

Lavinia – Eva Green

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Enea – James Mcavoy (così come in “Becoming Jane”)

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Allora?