Pillole di arte martinese #6 – Le torri

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Sesto appuntamento con la rubrica che mette sotto i riflettori l’arte e la storia di Martina Franca, splendida cittadina pugliese. Oggi parliamo delle torri del centro storico. Trovo interessante e pieno di fascino il fatto che queste strutture siano parte integrante della vita quotidiana, infatti in esse vi sono abitazioni e negozi. La magia dei centri storici.

I termini sottolineati li ritroverete, con spiegazione, nel glossario in fondo all’articolo.

Torre Civica

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Torre civica

 

Eretta nel 1734 e scandita in quattro piani, la Torre Civica è impreziosita da un orologio e affianca l’elegante Palazzo dell’Università, fino al 1910 sede del Municipio. Per maggiori informazioni sul Palazzo dell’Università clicca qui.

Torre del Forno del Capitolo

Sita in Via Pergolesi l’antica Torre del Forno del Capitolo, della quale si scorge una parte dei beccatelli e del fusto, risale al XV-XVI.

 

Torre dell’Annunziata

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Caratteristica torre circolare, della quale si intravede una parte del fusto, la Torre dell’Annunziata prende il nome dalla vicina chiesetta e nel corso degli anni è divenuta parte di un agglomerato di edifici d’architettura spontanea.

 

Torre della Seta

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Alta dieci metri, la caratteristica Torre della Seta si erge di fronte alla chiesa del Carmine e si affaccia su Via Pergolesi.

Torre dei Mulini di San Martino

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Dal caratteristico fusto verticale e beccatelli, la Torre dei Mulini di San Martino si erge in affaccio su Via Donizetti. Alta undici metri.

Torre di San Francesco

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Anticamente denominata Torre di San Nicola, la Torre di San Francesco è sita nelle immediate vicinanze dell’omonima chiesa. Alta dodici metri, è una delle torri più alte della città.

Torre di Angelucco

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Situata tra Via Mercadante, Via Verdi e Via Paisiello, la Torre di Angelucco si presenta con un caratteristico fusto verticale ed è alta dieci metri.

Torre di San Pietro

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Alta quindici metri, la Torre di San Pietro sorge in Via Rossini, nelle strette vicinanze della nota Porta Stracciata.

Glossario

  • Beccatello: mensola di legno che sostiene parti in aggetto di un edificio.

Beccatello

 

  • Architettura spontanea: definizione dello storico e architetto Bernard Rudofsky. Essa descrive quelle forme architettoniche-edilizie che appartengono alla tradizione più antica dell’uomo: dalle tende dei popoli nomadi alle tombe celtiche fino ai portici come dispositivo urbano e che non sono attribuibili a nessun progettista o autore in particolare.

 

Fonti glossario: Encarta, Wikipedia
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Pillole di arte martinese #5 – I palazzi

Quinto appuntamento con la rubrica Pillole di arte martinese. Oggi proseguiamo con l’argomento Palazzi, che ho introdotto qui.

Dopo l’analisi del Palazzo Ducale – potete rileggerla qui – parliamo in generale dei numerosi altri palazzi del centro storico degni di nota.

I termini sottolineati sono spiegati nel glossario a fine articolo.

Palazzo dell’Università

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Il Palazzo dell’Università, sito in Piazza Plebiscito, fu costruito tra il 1759 e il 1761. Presenta una facciata semplice con campiture scandite da sottili lesene. Eleganti cornici ingentiliscono le finestre. Sulla cimasa della finestra che sovrasta il portale compare, scolpito in pietra, il cavallo senza briglie, simbolo della città angioina. La contigua Torre Civica impreziosisce la facciata. Il Palazzo dell’Università fu nei primi tempi sede del parlamento locale – donde presero il nome i militanti nella fazione degli universalisti, opposta a quella degli zelanti – e del municipio fino al 1910. Ora ospita la Società Artigiana.

Palazzo Stabile

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Sito in via Masaniello, si tratta di un palazzo caratteristico e scenografico, che sfoggia un singolare verticalismo della facciata. Scandito in tre piani, presenta un mirabile portale affiancato da due finestre incorniciate e caratteristiche balconate affinate da capitelli decorati ad archetti. Palazzo Stabile fu anticamente sede del Partito Fascista.

Palazzo Martucci

Palazzo Martucci è situato di fronte al pregevole Palazzo Ducale, in Piazza Roma. Presenta una semplice facciata longitudinale ingentilita da lesene e da fiaccoloni e resa ancor più mirabile dal portale. Esso infatti è un doppio portale, sovrastato da una loggia finemente incorniciata, termina in alto con una cimasa forata nel cui vano doveva essere collocato lo stemma di famiglia.

 

 

Palazzo Guerra

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Pregevole edificio scandito in due piano, Palazzo Guerra presenta nella parte inferiore un mirabile portale impreziosito da un arco e affiancato da colonne, su cui sporge una balconata sorretta da capitelli. L’elegante piano superiore, simile a quello inferiore, ingentilisce l’intera struttura dell’edificio che presenta una particolare colorazione rossa.

 

 

Palazzo Fanelli

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Attualmente denominato Torricella, Palazzo Fanelli fu costruito nel 1748 su commissione di Ambrogio Fanelli. Le particolarità del palazzo sono la loggia in ferro battuto che sovrasta il portale e le sei finestre differentemente decorate.

Palazzo Marinosci

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Edificato nel 1749, Palazzo Marinosci presenta due balconi con colonnine spanciate, erme e putti che reggono un cartiglio. Si tratta di uno dei palazzi di Martina Franca che conserva, al proprio interno, un vasto giardino. Il palazzo fu abitato dal famoso medico e botanico Martino Marinosci (vedi approfondimento in fondo all’articolo).

Palazzo Maggi

5693907934_24290a8f96_oPalazzo Maggi chiude Via Cavour. Il portale finemente scolpito presenta un cartiglio incorniciato da puttini e motivi floreali, tipici delle decorazioni barocche. L’ampia arcata che lo sovrasta da luminosità a tutta la facciata.

Palazzo Gioia

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Pregevole costruzione che introduce Via Mazzini, Palazzo Gioia un tempo era denominato Palazzo Blasi in onore del barone Francesco Blasi. Edificato nel 1774, rappresentò un modello fra le residenze padronali barocche. Presenta un caratteristico portale in bugnato e splendide logge in ferro battuto.

Casa Cappellari

 

 

In Via Orfanelli è situata Casa Cappellari, detta anche ospedaletto o lazzaretto in virtù della funzione di ricovero per viandanti, malati e orfani che assunse nel Settecento. Accanto al portale d’ingresso era situata una botola girevole dove venivano depositati i bambini indesiderati. Gira voce che, durante il periodo fascista, vi si svolgesse il mercato nero. Oggi completamente ristrutturata, Casa Cappellari è spesso sede di eventi artistici. Essa è costituita da un cortile centrale sul quale si affacciano, al piano terra e al primo piano, stanze di pochi metri quadrati dotate di camino e/o pozzo.

Palazzo del Cavaliere

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Il palazzo del Cavalier Semeraro presenta una facciata dominata da un doppio portale. Il primo è in bugnato, il secondo è caratterizzato da due colonne che reggono la grande loggia superiore. Il palazzo, in stile neoclassico, fu costruito nel 1733.

Palazzo Marino Motolese

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La facciata di Palazzo Marino Motolese presenta un portale datato 1567, ma l’immobile fu ristrutturato e trasformato nel 1758. L’androne d’ingresso rivela la struttura della casa a corte. Un’elegante scalinata porta al piano rialzato, dove sono evidenti le trasformazioni settecentesche.

Palazzo Ruggieri

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Palazzo Ruggieri, prima intitolato Barnaba, fu eretto nel 1759 accanto alla Basilica di San Martino. Esso si sviluppa in verticale e presenta una facciata ricca di ornamenti.

Palazzo Fighera

Impreziosito esternamente dall’arco dell’antico portale, Palazzo Fighera offre esternamente una caratteristica galleria con pregiati affreschi del 1777 raffiguranti scene mitologiche, opera del noto Domenico Carella – di cui ho parlato qui.

Palazzo Ancona

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Uno dei palazzi più scenografici, dalla indiscussa eleganza barocca, Palazzo Ancona è situato al termine di Via Macchiavelli e risale alla seconda metà del XVIII secolo. Di grande interesse artistico sono le cariatidi che sostengono le pregevoli logge, costituenti l’unico esempio di scultura profana nel centro storico di Martina Franca.

Palazzo Magli

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Edificato nel 1748 per volere dell’abate Pasquale Magli, Palazzo Magli – denominato anche Lella – occupa il luogo ove sorgeva un palazzo a corte del Cinquecento. Presenta un doppio portale: il primo, in bugnato classico, è inglobato nell’altro, sorretto da colonne con capitelli adorni di gambe di cervi ed eleganti satiri.

Palazzo Motolese

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Costruito nel 1775, mostra una facciata monumentale caratterizzata dal complesso portale collegato al balcone superiore. L’ingresso secondario, situato in Via Arco Casavola, presenta un grande portale su cui corre una doppia balconata in pietra a colonnine tornite, impreziosita da eleganti doccioni. L’atrio di ingresso, di dimensioni ridotte, da accesso al locale più ampio che una volta erano le stalle – si possono ancora vedere le stanghe di ferro alle pareti – e a una piccola cappella.

Palazzo Marturano

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Eretto nel 1719 dal conte Barnaba, è uno dei più antichi palazzi barocchi di Martina. Il grande portale in bugnato è sormontato da due eleganti loggiati in pietra a colonnine spanciate. Questo splendido palazzo chiude Via Mazzini.

Il palazzo del Caffè Tripoli

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In questo palazzo, a piano terra si trova il bar più antico della città – aperto nel 1911 -, dove si possono gustare genuini prodotti artigianali.

 

 

Glossario

 

  • Campitura: area di un dipinto riempita con un solo colore.
  • Cimasa: complesso di modanature che serve a coronare un elemento architettonico.
  • Erma: scultura che poggia su un pilastro e rappresenta una testa umana e parte del busto.
  • Cariatide: statua in forma di donna usata come elemento architettonico portante, per sostenere trabeazioni, mensole, cornicioni, balconi, logge e simili.
  • Satiro: nella mitologia greco-romana, divinità dei boschi, avente figura umana, con piedi e orecchie caprini.
  • Doccione: parte terminale della grondaia che serve a scaricare l’acqua lontano dai muri, consistente, specialmente in palazzi antichi, in un’opera di scultura con figure grottesche o di animali.

 

 

Approfondimenti

 

Martino Marinosci

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Nacque a Martina Franca il 20 settembre 1786 da Giuseppe Marinosci e Anna Irene Maggi. Dotato d’ingegno vivo e precoce iniziò la sua formazione culturale fin da piccolo, sotto la guida di dotti religiosi che lo iniziarono agli studi di aritmetica, geometria, filosofia e teologia. Tra i 15 e i 19 anni si avviò agli studi di botanica, fisica e chimica, anatomia e fisiologia, medicina teorica e legale. Tra i 19 e i 23, a Napoli, seguì i corsi di Medicina, Chirurgia, Clinica e Anatomia dei maggiori specialisti. Estese i suoi interessi alla Botanica e alla Storia Naturale sotto la guida di Petagna, Tenore e Briganti, effettuando escursioni per la raccolta di materiali con cui costituì erbari e collezioni di vario genere. Contemporaneamente si interessò di Teologia e di Morale, di Storia, di Legge e di Chimica, studiando l’inglese e l’ebraico.

Tornato al paese natio nel 1809 vi iniziò una brillante carriera di medico, facendosi presto apprezzare e guadagnandosi la stima di tutti.

La sua vita privata lo vide impegnato nel mantenimento e nell’educazione assidua dei 10 figli, ma fu costellata di contrarietà e lutti.

Nel 1809, fu nominato Socio Corrispondente del Real Giardino delle Piante di Napoli, diretto dal famoso botanico Michele Tenore, e diede inizio alle escursioni per la Provincia di Lecce, che durarono fino al 1815.

Nel 1811 fu nominato Socio Onorario della Società Economica di Terra d’Otranto di Lecce, di cui divenne poi socio Ordinario nel 1820. Ebbe così modo di essere apprezzato anche nell’ambiente leccese, in cui presto godette dell’amicizia di naturalisti quali il Conte M. Milano, Oronzo Gabriele Costa, Giuseppe Maria Giovene.

Nel 1826 fu eletto Presidente dell’ Accadema Agraria di Lecce, carica che ricoprì per ben 10 anni. Fu in questo periodo che pubblicò una prima parte della Flora Salentina, alla quale aveva cominciato a lavorare già dal 1810, e a cui sarebbe stata legata la sua fama come botanico.

Nel 1831 pubblicò un Catechismo agrario, che incrementò ulteriormente la sua fama. Si dedicò anche a studi di Archeologia, divenendo, nel 1842, Ispettore degli scavi d’antichità per il distretto di Taranto.

Scrisse moltissimo ma pubblicò pochissimo e Cosimo De Giorgi, che dopo la sua morte avrebbe curato la pubblicazione della Flora Salentina, ebbe a scrivere che tutti gli scritti “formano un monumento più duraturo del bronzo, e meritano davvero che nella stima dei buoni e degli onesti resti incancellabile il nome del Marinosci”.

Anche se fin dal 1831 la sua salute si era fatta vacillante, il Marinosci morì all’età di ottanta anni l’11 novembre 1866.

Opere

  • Flora Salentina, Tip. Ed. Salentina, Lecce 1870

Quarta edizione del Festival dell’Immagine: “Alla scoperta del centro storico”

Salve amici, oggi vi parlo di un festival artistico che si tiene nella mia città.

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L’Associazione Un’altra Martina presenta la quarta edizione del Festival dell’Immagine. Anno dopo anno essa raccoglie sempre più artisti e spettatori. Il tema di quest’anno mi è particolarmente caro: Alla scoperta del centro storico. Il centro storico di Martina Franca, a cui come ben sapete dedico un’intera rubrica qui sul blog – Pillole di arte martinese – è un’esplosione d’arte che merita di essere ammirata e valorizzata.

Partecipate in tanti. Per info cliccate qui.

Pillole di arte martinese #4 – Il Palazzo Ducale

Oh, eccoci qui con il quarto appuntamento della rubrica Pillole di arte martinese. Devo dire che l’argomento trattato oggi mi è particolarmente caro: il Palazzo Ducale. Durante tutto l’anno è consentito l’ingresso – gratuito – nelle sale affrescate da cui è possibile anche affacciarsi al lungo balcone in ferro battuto. Ci sono stata diverse volte eppure vi assicuro che ogni volta, osservando da vicino il ferro panciuto e le sue robuste volute e giunture nonché il panorama sull’intera piazza sottostante e i palazzi prospicienti, l’emozione è la stessa. C’è qualcosa di atavico in ogni cartiglio e voluta, nell’intera costruzione, qualcosa che fa respirare l’aria di un passato che non c’è più. Qualcosa di meraviglioso. Se vi trovate da queste parti non esitate a farci un salto, non ve ne pentirete. Nel frattempo parliamo del Palazzo Ducale dal punto di vista storico e artistico.

PS Spero non abbiate da ridire sulla qualità di alcune fotografie, giacché la maggior parte sono state scattate dal mio telefonino.

Palazzo Ducale

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Il Palazzo Ducale è l’immagine del potere di Petracone V Caracciolo sull’universitas civium di Martina Franca e svetta sul lato di ponente di Piazza Roma, un tempo Largo Castello. La costruzione ebbe inizio nella seconda metà del XVII secolo; l’edificazione ebbe luogo sul castello di Raimondello Del Balzo Orsini, principe di Taranto, costruito nel 1338. Il portone reca l’iscrizione: PETRACONUS V A FUNDAMENTIS EREXIT ANNO DNI MDCLXVIII.

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Il progetto era grandioso, imponente e costoso, tanto da essere costituito da trecento camere, cappelle, stalle, corte, teatro e foresteria. In un primo momento il palazzo fu considerato opera di Gian Lorenzo Bernini (vedi approfondimento in fondo all’articolo), ma recenti studi storici assegno la paternità al bergamasco Andrea Carducci. Carducci lavorò su un disegno approvato dal Bernini, avvalendosi dell’arte dei muratori locali, detta della polvere bianca. Il palazzo, così come era stato progettato, non fu completamente portato al termine dal duca, il quale pose fine ai lavori quando la spesa raggiunse la cifra di sessantamila ducati. L’ala meridionale e e le decorazioni pittoriche esistono grazie al duca Francesco III, come indicato da un cartiglio sul balcone: FRANCISCUS III EREXIT ANNO DNI 1773.

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La facciata barocca è divisa orizzontalmente da una balconata in ferro battuto a petto d’oca e verticalmente dalle lesene, decorata da zoccoli, cornici marcapiano, cornicioni, semi colonne d’ordine gigante ai lati del portale, mascheroni contro il malocchio sono tutti in pietra. L’ala settentrionale e la chiusura del cortile sono state realizzate negli anni Cinquanta del Novecento.
L’androne d’ingresso è coperto da una volta a botte scandita in sette lunette. Sulle pareti sono state collocate tre targhe di marmo in onore del pittore Domenico Carella, del Presidente della Corte Costituzione Giuseppe Chiarelli e di personalità illustri di Martina Franca come ad esempio Gioconda De Vito e Paolo Grassi.

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Negli appartamenti reali, sopra al piano ammezzato in cui dimorò il duca, si trovano dorate pareti rococò sagomate a orecchio, che introducono nella sale egregiamente affrescate da Domenico Carella (vedi approfondimento in fondo all’articolo) nel 1776: la Cappella dei Duchi, la Sala dell’Arcadia, la Sala del Mito e la Sala della Bibbia.

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Cappella dei Duchi

In questa cappella dominante è un maestoso altare in pietra policroma e dorata con alcuni riquadri a tempera e figura di santi e arabeschi sulle pareti laterali. Sulla base dell’altare è impresso lo stemma dei Caracciolo, lì la frastagliata decorazione del tempo fa bella mostra di sé.

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Sala dell’Arcadia

Nella Sala dell’Arcadia troviamo due scene di vita della corte ducale e la raffigurazione delle stagioni.
Nella scena della scuola di ballo, il duca Francesco III Caracciolo è in giardino. Con il tricorno in mano egli saluta gli ospiti fra i quali ci sono due musici girovaghi con flauto e corno; un cavaliere esegue un passo di danza con la duchessa Stefania Pignatelli; un buffo cinese chiacchiera con un’ancella; la duchessa Isabella D’Avalos accompagnata da un cane domina la scena.arcadiaNella scena della scuola di canto troviamo il poeta Gian Battista Lanucara con un libro; il precettore; il piccolo duca Petracone VII; due monelli che si affacciano da un muretto per curiosare; la duchessa con l’ancella; due violionisti.
Queste due scene rispecchiano un ideale illuministico piuttosto sentito all’epoca, ossia la realtà quotidiana calata e proiettata in una dimensione di pura teatralità in cui in questo caso il protagonista è il duca.

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La rappresentazione delle quattro stagioni, simbolo dell’importanza del lavoro umano nel fluire del tempo, mostra l’autunno con la brocca, la primavera, l’inverno che si riscalda e l’estate con le messi. Nei riquadri sopra le porte sono dipinte le arti: la musica, la pittura, la scienza e la poesia. Negli ovali, le virtù femminili sono rappresentate da una suonatrice d’arpa, una dama con pierrot, una filatrice, una coppia di casti amanti.
Sul soffitto troviamo l’Apoteosi di Ercole accolto da Apollo che gli da come sposa Ebe, che rappresenta l’immortalità del duca e il suo impegno profuso nell’assicurare benessere ai sudditi.

Sala del Mito

La Sala del Mito o Ovidiana o delle Metamorfosi rappresenta diverse variazioni tematiche da leggersi in chiave metaforica: la fuga di Enea rappresenta l’amore filiale; l’episodio di Apollo e Dafne vuole evidenziare il sottile fascino del momento della seduzione. Quest’ultima tematica la ritroviamo, in maniera più leggera, anche nelle altre scene presenti nella sala, ossia gli espisodi di Atlante ed Ippomene, Priamo e Tisbe, Nasso e Deianira, che vogliono indicare rispettivamente l’amore coniugale, la fedeltà, il tradimento. La scena di Ercole che libera Esione dal drago vuole suscitare riflessione sui doveri necessariamente da compiersi. Anche qui troviamo aspetti luministici, in special modo nel soffitto con il Carro del Sole e Narcisio alla Fonte.
Sopra le finestre, due cineserie: cinese che fuma l’oppio e cinese che brucia l’incenso.

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Sala della Bibbia

La Sala della Bibbia è stata dipinta dal Carella con episodi sacri; qui si ritrova una linearità pittorica ed espositiva davvero degna di pregio. Gli episodi principali sono: le Storie di Tobiolo, simboli della pietas filiale; Mosè salvato dalle acque, simbolo di carità e dovere; Davide e Abigail, simbolo della prudenza femminile; Rebecca al pozzo, simbolo del senso cavalleresco; Salomé, simbolo della lussuria. Sul soffitto si possono ammirare scene ricche in angeli e torce e dardi infuocati, dove il Carella rende il colore cupo e profondo.

Che aspettate?

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Glossario

Cornice marcapiano: cornice che segna il livello dei vari piani.

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Esempio di cornice marcapiano.

Ordine gigante: termine dell’architettura. Si tratta di una disposizione particolare di colonne o pilastri, per cui questi si estendono, nella loro altezza, per più di un piano, o per diversi livelli di altezza in una facciata. Viene anche chiamato ordine colossale.

Esempio di colonne di ordine gigante nel Palazzo del Capitanio, Vicenza.

Esempio di colonne di ordine gigante nel Palazzo del Capitanio, Vicenza.

Mascherone: viso di fattezze deformi e grottesche, in uso specialmente nell’età rinascimentale e barocca come ornamento architettonico; nella credenza popolare si riteneva tenesse lontano il malocchio.

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Mascherone rappresentante il dio del vento.

Volta a botte: soffitto a superficie semicilindrica.

Volta a botte.

Volta a botte.

Lunetta: elemento architettonico di una muratura o parte di esso a forma di luna falcata, di mezzo tondo o di lente.

Volta a botte lunettata.

Volta a botte lunettata.

Rococò: stile settecentesco d’origine francese caratterizzato da mobili e oggetti di forma capricciosa e da elementi decorativi quali foglie, volute, conchiglie.

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Decorazione in stile rococò.

Fonte glossario: Encarta, Wikipedia

Approfondimenti

Gian Lorenzo Bernini

Autoritratto di Gian Lorenzo Bernini.

Autoritratto di Gian Lorenzo Bernini.

Gian Lorenzo Bernini (Napoli 1598 – Roma 1680), architetto, scultore, pittore, scenografo e autore di teatro, fu la personalità artistica dominante del barocco italiano. Mise la sua eccezionale abilità tecnica al servizio di una grande fantasia e rinnovò la tipologia del ritratto e del busto marmoreo, della fontana e del monumento funebre.

L'arte del periodo barocco è caratterizzata dall'enfasi del movimento e da una esasperata drammaticità. Gian Lorenzo Bernini, considerato il massimo esponente del barocco in Italia, scelse di rappresentare la figura biblica del David (1623?, Galleria Borghese, Roma) nel momento di massima tensione fisica ed emotiva, mentre carica la fionda con cui uccise il gigante Golia.

L’arte del periodo barocco è caratterizzata dall’enfasi del movimento e da una esasperata drammaticità. Gian Lorenzo Bernini, considerato il massimo esponente del barocco in Italia, scelse di rappresentare la figura biblica del David (1623?, Galleria Borghese, Roma) nel momento di massima tensione fisica ed emotiva, mentre carica la fionda con cui uccise il gigante Golia.

Domenico Carella

Domenico Antonio Carella (Francavilla Fontana, 1721 – Martina Franca, 1813) è stato un pittore italiano.
Il Carella si formò sulla cultura napoletanae il suo apprendistato presso Francesco Solimena e Pompeo Batoni, più tardi si avvicinò ai modi pittorici di Corrado Giaquinto e Luca Giordano.Nel 1746 si sposò con Maria Dell’Abbate a Francavilla.
L’artista operò molto a Martina Franca intorno al 1770 dove venne sancita la sua fama, lavorando per gli affreschi del Palazzo Ducale del duca Francesco III Caracciolo in tre sale: dell’Arcadia, del Mito e della Bibbia. Fra gli artisti più stimati e prolifici della Puglia del settecento operò anche a Alberobello, Massafra, Ceglie Messapica, Erchie, Taranto, Francavilla Fontana, Monopoli, Conversano, Ferrandina, Calvera, Palagiano e Rutigliano.

Pillole di arte martinese #3 – I palazzi

Eccoci al terzo appuntamento con la rubrica Pillole di arte martinese. Oggi introduco l’argomento Palazzi, ovviamente quelli del centro storico. I termini sottolineati sono spiegati nel glossario in fondo all’articolo.

 

Ancor prima di inoltrarsi tra i vicoli, passeggiando su Corso Vittorio Emanuele – chiamato in dialetto u r’ng e antica direttrice stradale che divideva i territori di Taranto e Monopoli – è possibile ammirare diversi palazzi.

Martina Franca. Veduta di un tratto di Corso Vittorio Emanuele.

Martina Franca. Veduta di un tratto di Corso Vittorio Emanuele.

Caratteristiche

Il palazzo martinese in stile rocaille presenta una facciata molto semplice, caratterizzata da pochi ma significativi elementi decorativi. La struttura geometrica è ripartita in verticale da lesene o paraste  e orizzontalmente da cornici o architravi in pietra a vista. Le finestre che colmano gli spazi tra questi elementi esibiscono incorniciatura in pietra con riccioli fogliacei, cartigli, cherubini e conchiglie; tramite le decorazioni tipiche del rococò francese si tenta di proiettare all’esterno la ricchezza degli interni. Sovente il portale d’ingresso è sormontato da una loggia che crea effetti chiaroscurali e profondità. Il cortile che si apre al di là del portale indica una prosecuzione nel palazzo della spazialità della strada, in un continuo scambio tra interni ed esterni. Alcuni palazzi erano dotati di piccole scuderie per cavalli e carrozze, ricavate nella struttura stessa della costruzione proprio di fronte all’ingresso.

I nomi

Un elenco dei palazzi che scopriremo di volta in volta:

  • Palazzo Ducale
  • Palazzo dell’Università
  • Palazzo Stabile
  • Palazzo Martucci
  • Palazzo Guerra
  • Palazzo Fanelli
  • Palazzo Marinosci
  • Palazzo Maggi
  • Palazzo Gioia
  • Casa Cappellari
  • Palazzo del Cavaliere
  • Palazzo Marino Motolese
  • Palazzo Barnaba
  • Palazzo Fighera
  • Palazzo Ancona
  • Palazzo Magli
  • Palazzo Motolese
  • Palazzo Marturano
  • Il palazzo del Caffè Tripoli

Glossario

Rocaille: motivo decorativo a conchiglie o volute, tipico del rococò francese. Da ciò prende il nome lo stile dei palazzi martinesi.

Particolare rocaille.

Particolare rocaille.

Lesena: pilastro lievemente sporgente da un muro, con funzione ornamentale.

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Lesena.

Parasta: pilastro portante parzialmente sporgente da una parete.

Parasta.

Parasta.

Cherubino: immagine dipinta o scolpita raffigurante un angelo.

Cherubino.

Cherubino.

Cartiglio: motivo ornamentale raffigurante un rotolo di carta in parte svolto, spesso sorretto da una figura e contenente un’iscrizione.

Cartiglio.

Cartiglio.

Architrave: elemento della trabeazione che poggia sopra i capitelli delle colonne, i pilastri o gli stipiti.

Architrave decorato.

Architrave decorato.

Fonte glossario: Encarta

Pillole di arte martinese #2

Devo ammettere che questa rubrica mi sta appassionando parecchio, anche perché, rileggendo gli appunti del corso di guida turistica di cui vi dicevo nel primo appuntamento, mi stanno venendo in mente idee particolari per altri romanzi storici… ma lasciamo perdere, parliamo di ciò che è realmente accaduto a Martina Franca. Nel primo post – che potete leggere qui – vi ho dato giusto un’infarinatura della storia della città, stavolta invece ne parliamo in maniera un po’ più approfondita ma non eccessiva. Negli articoli successivi – alternati a quelli delle altre rubriche – vi illustrerò di volta in volta i monumenti, i palazzi, le chiese, insomma tutto. Buona lettura!

Nascita della città

Martina Franca nacque come città attorno al 1310 quando il principe di Taranto Filippo I d’Angiò fece cingere con mura e torri di difesa i quattro casali di Montedoro, San Martino, Santa Teresa e San Pietro dei Greci, sorti molto tempo prima sul colle di San Martino. La trasformazione dell’antico casale sprovvisto di mura in terra fornita di un sistema difensivo fu la consacrazione definitiva dell’importanza strategica che quel vasto agglomerato umano – che da Taranto andava a Monopoli – andava conquistando.

Di quelle fortificazioni, che sul finire dello stesso secolo venivano completate con la costruzione del Castello (1388) ordinata da Raimondello Orsini del Balzo, oggi rimane ben poco. Restano intatte le quattro porte: di Santo Stefano (oggi Sant’Antonio), di Santa Maria (oggi del Carmine), di San Nicola (oggi San Francesco) e di San Pietro (oggi porta Stracciata). Delle torri di difesa – dodici tonde e dodici quadrate – sono chiaramente individuabili lungo il perimetro della città antica quelle di Angelucco, San Pietro, Mulini di San Nicola, delle Seti, dell’Annunziata, del Forno. La muraglia, rifatta nel ’500 e resistita per alcuni tratti fin oltre la metà del secolo scorso, è invece completamente scomparsa. Del castello degli Orsini restano la fantasiosa raffigurazione fatta dal pittore Nicola Gliri ai piedi della Madonna d’Itria su una tela conservata in San Martino, e il ricordo dell’antico toponimo “Largo del Castello” dell’attuale piazza Roma.

L’epoca demaniale: privilegi e libertà comunali

La recinzione dei quattro villaggi venne accompagnata da una lunga serie di privilegi che furono alla base del primo sviluppo urbanistico della città. Determinante fu la garanzia del possesso delle terre occupate entro un raggio di tre chilometri intorno alle mura, che il principe tarantino assicurò a coloro che si fossero trasferiti nella nuova città. Questo primo privilegio (15 gennaio 1317) agì da esca. Dagli agglomerati sparsi nella campagna circostante e dai vicini casali si verificò una vera e propria ondata migratoria verso la terra fortificata dove le nuove abitazioni finirono col saldare e amalgamare i quattro villaggi preesistenti in un solo agglomerato. La struttura di queste costruzioni, con il tetto detto a pignon, si ispirava a quella dei trulli di campagna.

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Complesso di trulli.

Martina Franca nacque dunque come città demaniale, cioè libera dal gioco feudale, e la demanialità venne accettata e vissuta dagli abitanti della nuova terra come una naturale condizione di libertà e uguaglianza.

Il 6 luglio del 1478 Ferrante I d’Aragona affidò ad alcuni cittadini l’amministrazione dell’Universitas civium; col dettato del 5 ottobre 1485 si consentì a coloro che avevano occupato le terre demaniali di recintarle per sempre.

Martina Franca. Torre dell'orologio e Palazzo dell'Università.

Martina Franca. Torre dell’orologio e Palazzo dell’Università.

L’età ducale: zelanti e universalisti

L’epoca demaniale cessò definitivamente nel 1507 quando iniziò quella ducale. La nuova condizione di città feudale venne subita dai martinesi in termini drammatici – il Duca la comprò per seimila ducati. L’arrivo dei Caracciolo dette la spinta decisiva alla trasformazione della società martinese sia sul piano economico con la divisione in classi, sia sul piano politico col raggruppamento delle famiglie facoltose in due fazioni: la ducale o zelante, schieratasi subito dalla parte dei nuovi signori, e l’universalista, rappresentante le aspirazioni rivendicative del popolo.

Nacquero e prosperarono quelle tipiche aziende agricole che sono le masserie, autentiche unità produttive autonome poste nel cuore dei latifondi costituiti in massima parte da pascoli; si accentuarono le differenze di classe tra il ceto dei ricchi, quello dei piccoli proprietari e quello dei nullatenenti.

Il nuovo volto della città

La nuova situazione non poteva non riflettersi anche nel tessuto urbano. Comparve il cosiddetto impianto a ’nchiostra, costituito da vari corpi di fabbrica a pianta rettangolare disposto intorno a un cortile comune, la ’nchiostra appunto, dove erano sistemati i servizi comuni. La ricchezza dell’emergente borghesia terriera si concretizzò nelle case dominicali, costituite dall’appartamento padronale e da numerosi locali disposti intorno al cortile o al giardino, di cui modelli significativi giunti fino a noi nella loro originaria struttura sono la Casa Simeone e la Casa Cappellari.

Le mura furono in parte abbattute dopo il 1860 per permettere lo sviluppo urbano della città al di là del centro storico ormai insufficiente a contenere l’aumento demografico.

Martina Franca. Casa Cappellari, esempio di casa dominicale.

Martina Franca. Casa Cappellari, esempio di casa dominicale.

 

Attività produttive

Il territorio di Martina Franca costituisce il cuore della Murgia dei Trulli, un tempo ricoperta da foreste di piante d’alto fusto sempreverdi (fragno e roverella) e da un rigoglioso sottobosco  che permettevano l’allevamento dei caprini e coltivazioni foraggiere ad esso annesse. A questa attività si affiancò, fino a diventare massicciamente sostitutiva verso la fine del 1800, la viticoltura. A livello artigianale invece prosperò la lavorazione della pietra e del ferro battuto. Con l’arrivo dei Caracciolo la città divenne culturalmente molto attiva.

Pillole di arte martinese

Certe volte mi vengono idee improvvise e le metto subito in atto. Forse questo post sarà l’articolo inaugurale di una nuova rubrica: Pillole di arte martinese, dove per martinese si intende di Martina Franca, la splendida città barocca in cui vivo. La storia della città, la sua arte, il centro storico, mi hanno sempre affascinata, tant’è che ho fatto ricerche per conto mio, ho girovagato più volte per ore nel centro storico e ho partecipato a un corso di guida turistica specializzato sulla città – in italiano, inglese, tedesco. In Italia abbiamo il 60% del patrimonio artistico mondiale ma purtroppo esso non viene sempre valorizzato come dovrebbe; grazie a questo mio piccolo spazio pubblico, ho deciso di fare la mia parte per far conoscere le meraviglie di una città colma d’arte come è Martina Franca. E poi per i lettori di Tregua nell’ambra credo sarà una cosa interessante conoscere più da vicino i luoghi in cui si muovono i personaggi.

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Cattura

Martina Franca, posizione geografica. Da atlante Encarta.

Introduzione alla storia di Martina Franca

Martina Franca (TA) è situata a 431 m su un rilievo delle Murge meridionali, in bella posizione pressoché equidistante dal mar Ionio a sud e dal mar Adriatico a nord.
Il centro si formò attorno al X secolo con l’unirsi di più casolari sparsi, da uno dei quali, Casale di San Martino, avrebbe derivato il nome; l’appellativo di Franca ha come probabile origine la franchigia concessa nel 1294 da Filippo I d’Angiò. Al dominio angioino seguì, agli inizi del Cinquecento, quello del casato napoletano dei Caracciolo, che istituirono il territorio in ducato, protrattosi sino ai primi dell’Ottocento.
Per dotarsi di una nuova residenza, nel 1668 il duca Petracone V avviò la costruzione dell’enorme Palazzo Ducale, ultimato nel secolo successivo; fu l’inizio di una straordinaria attività edilizia, in ambito sia civile sia religioso, che cambiò volto all’intero abitato, conferendo a Martina Franca una veste eccezionalmente scenografica.
Tra le testimonianze più significative della città settecentesca si ricordano, in forme per lo più barocche, la collegiata di San Martino, il Palazzo della Corte o dell’Università, la chiesa di San Domenico, la chiesa della Madonna del Carmine, molti palazzi tra cui il Palazzo Motolese e il Palazzo Grassi.

Fonte: Encarta

 

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Martina Franca. Parte della facciata del Palazzo Ducale e la Fontana dei Delfini, inaugurata nel 1934 dal sindaco Delfino per celebrare l'arrivo dell'acquedotto in paese.

Martina Franca. Parte della facciata del Palazzo Ducale e la Fontana dei Delfini, inaugurata nel 1934 dal sindaco Delfino per celebrare l’arrivo dell’acquedotto in paese.

Accadde oggi: nel 1926 muore Rodolfo Valentino

Chi non ha mai sentito parlare di Rodolfo Valentino? Amato ovunque, la sua fama lo ha reso immortale, capace di raccogliere ammiratori anche dopo quasi novant’anni dalla sua morte. Ebbene, leggendo qualcosa su di lui ho scoperto che suo padre era di Martina Franca, la mia città. Ora, a parte uno slancio di orgoglio campanilistico, nonostante l’emigrazione negli Stati Uniti Rodolfo Valentino aveva il cuore italiano, con la passionale personalità meridionale. Dunque ricordiamolo nell’anniversario della sua morte.

Rodolfo Valentino

 

Le donne non sono innamorate di me, bensì dell’immagine che hanno di me sullo schermo. Io sono soltanto la tela su cui le donne dipingono i loro sogni.

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Rodolfo Valentino, o Rudolph Valentino, nome d’arte di Rodolfo Alfonso Raffaello Pierre Filibert Guglielmi di Valentina D’Antonguella (Castellaneta, 6 maggio 1895 – New York, 23 agosto 1926), è stato un attore e ballerino italiano del cinema muto. Fu uno dei più grandi divi cinematografici della sua epoca, noto anche per esser stato il sex symbol di quegli anni, tanto che gli fu affibbiato il soprannome di “Latin Lover”. Il suo stile recitativo fu ammirato da altri grandi, tra cui lo stesso Charlie Chaplin. Di una bellezza considerata straordinaria, Rodolfo Valentino era dotato di un fascino magnetico e ambiguo che ne faceva un latin lover e un tombeur de femme quanto mai moderno e differente dai modelli – un po’ stereotipati e per certi versi datati – di un Casanova o di un Don Giovanni; sotto questo aspetto fu anche uno dei primi sex symbol se non addirittura un vero e proprio oggetto del desiderio, destinato al culto di massa. Questo suo fascino – oltre che gli indubbi meriti di attore, in un’epoca in cui il cinema muoveva ancora tutto sommato i primi passi – lo consegnerà alla leggenda.

La famiglia

Terzo di quattro figli (Beatrice, Alberto e Maria erano i suoi fratelli), era nato a Castellaneta, in provincia di Taranto, da padre italiano, Giovanni Guglielmi di Valentina D’Antonguolla, un veterinario ex capitano di cavalleria originario di Martina Franca appassionato d’araldica (i suoi studi lo convinsero d’essere imparentato a certi nobili papalini e decise, di conseguenza, di aggiungere al proprio cognome il titolo “di Valentina D’Antonguella”), e da madre francese, Marie Gabrielle Bardin, dama di compagnia della marchesa del posto. La madre nata in Francia, da genitori nobili di origine piemontese al servizio dei Savoia, poi, per lavoro, trasferitisi in Francia. Il cognome italiano della madre non è altro che Bardini, poi francesizzato per motivi pratici e di costume.

Gli studi

A Castellaneta frequentò le classi elementari per proseguire gli studi dapprima (1904) a Taranto, dove si trasferì con la sua famiglia, in un appartamento sito in via Massari 16 sul lungomare e poi (1906) a Perugia, anche in seguito alla difficile situazione che si ebbe dopo la prematura morte del padre, presso l’O.N.A.O.S.I. (Opera Nazionale Assistenza Orfani Sanitari Italiani), dove rimase tre anni. Il caso vuole che in collegio fu ricordato come bruttarello e fu spesso preso in giro per l’accentuata forma a punta delle sue orecchie. Dal collegio fu radiato a causa della sua indisciplina. Nel 1909 tentò di entrare nel Collegio Navale Morosini della Marina a Venezia, ma fu scartato per problemi fisici e di vista. Si diplomò a Genova in agraria, nell’istituto Bernardo Marsano di Sant’Ilario ed infine tornò a Taranto.

Parigi e l’America

The Son Of The Sheik

Dopo qualche mese a Taranto partì in vacanza per Parigi. Qui si diede alla vita frivola, ben presto rimase senza denaro e fu costretto a chiedere alla famiglia del denaro per poter tornare a casa. Questa esperienza non fu poi così negativa, poiché affinò le sue doti di ballerino. Ritornato a Taranto decise di partire per l’America per avverare il suo sogno. Ad aumentare il fascino dell’America su Rodolfo contribuirono anche i racconti dei successi del musicista tarantino Domenico Savino che anni addietro, era partito per l’America. I Guglielmi conoscevano bene la famiglia Savino e la sorella di Domenico talvolta raccontava a Rodolfo della fama del fratello. Nel 1913 si imbarcò sul mercantile Cleveland e raggiunse New York il 23 dicembre dello stesso anno. Nuovamente Rodolfo rimase in breve tempo “al verde” e quindi iniziò ad intraprendere mestieri di fortuna come il cameriere e il giardiniere. Grazie all’amico Domenico Savino, che gli regalò un tight, si presentò al Night-Club Maxim dove riuscì a fare una buona impressione e venne immediatamente assunto come Taxi-dancer. Con le mance cospicue ricevute dalle signore riuscì a superare il periodo di crisi economica nel quale era incappato. Nel frattempo ebbe dapprima una relazione con la nota ballerina Bonnie Glass, che si era appena separata dal compagno Clifton Webb. Da questa “relazione” Rodolfo ebbe anche vantaggi economici, poiché fu ingaggiato dalla stessa per cinquanta dollari alla settimana. In seguito Valentino fece coppia con un’altra ballerina, Joan Sawyer, con la quale lavorò per sei mesi. Valentino dopo queste esperienze si trasferì sulla costa occidentale degli Stati Uniti, a San Francisco, dove venne ingaggiato da una compagnia teatrale di operetta. Qui incontrò Norman Kerry, vecchia conoscenza newyorkese che lo convinse a trasferirsi a Hollywood. Qui girò una serie di film di secondo piano da comparsa, prima di interpretare I quattro cavalieri dell’Apocalisse (The Four Horsemen of the Apocalypse, 1921) il film che gli diede il successo a lungo sognato.

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Al successo arriva anche e soprattutto grazie anche alla sua bellezza e al magnetismo che la sua figura sprigionava; fu forse uno dei primi sex symbol maschili portati alla ribalta dal cinema; divenne in breve – forse anche in conseguenza della sua morte precoce – un’icona destinata ad entrare nella memoria collettiva.Valentino (come lo chiamavano le sue fan in delirio) recitava e dettava la moda (gli abiti alla, i capelli alla, gli stivali alla Valentino, e soprattutto lo sguardo alla Valentino). Fu il primo “divo” – o meglio, “iperdivo” maschile del cinema degli albori. Altri suoi film importanti sono Lo sceicco (The Sheik, 1921), Sangue e arena (Blood and Sand, 1922), Aquila nera (The Eagle 1925) e Il figlio dello sceicco (The Son of the Sheik, 1926), in cui impersonava l’eroe romantico e mascalzone, che col suo fascino magnetico ipnotizzava l’attraente protagonista.

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Le donne

Rodolfo Valentino è – al pari di altre stelle del mondo della celluloide che verranno dopo di lui – una icona dello star system, un bene di patrimonio comune.
Si dice che il suo sguardo magnetico incantasse senza possibilità di scampo il pubblico, specialmente quello femminile, che per Valentino stravedeva. Subito dopo la morte della madre (1918) Valentino conobbe la sua prima moglie, Jean Acker, in occasione di una festa danzante organizzata dal suo amico Douglas Gerrard (direttore del Circolo Atletico di Los Angeles). Si sposarono il 5 novembre 1919. Dopo appena un mese i due però si separarono.

Rodolfo Valentino e Jean Acker.

Rodolfo Valentino e Jean Acker.

Grazie al film Camille Valentino incontrò Natacha Rambova che sarebbe diventata la sua seconda moglie. La Rambova fu molto importante sia per la sua vita sentimentale che per la sua carriera artistica. A Hollywood era molto apprezzata per gli scenari e i costumi che disegnava. La Rambova era molto ambiziosa e si indignava quando il marito veniva impiegato in ruoli di scarso valore qualitativo. Valentino sposò la Rambova, ma otto giorni dopo il matrimonio, fu arrestato con l’accusa di bigamia, per non aver rispettato una legge californiana che obbligava i divorzianti a non contrarre matrimonio prima di un anno dalla sentenza di divorzio. Un anno dopo i due si sposarono definitivamente. La delusione del film “The Young Rajah”, portò alla rottura definitiva di Valentino con la Paramount. Fu ingaggiato poi dalla United Artists che vietò per contratto alla Rambova di intervenire sulle scelte artistiche del marito. Anche per questo motivo i due si separarono.

Rodolfo Valentino e Natacha Rambova.

Rodolfo Valentino e Natacha Rambova.

Nell’ultimo periodo della sua vita Valentino ebbe una relazione con l’attrice Pola Negri. La sceneggiatrice June Mathis intuì per prima il fascino che Rodolfo Valentino esercitava sulle donne e fu, in sostanza, l’artefice del suo mito. La Metro le aveva affidato il compito di sceneggiare “I Quattro Cavalieri dell’Apocalisse” di Vicente Blasco Ibáñez, un romanzo di successo, considerato, tuttavia, poco adatto allo schermo, dal quale, contro ogni previsione, riuscì a trarre un’eccellente sceneggiatura. Richard Rowland, direttore dello Studio, decise allora di ricorrere al suo intuito per la scelta del regista e del protagonista maschile. June Mathis indicò Rex Ingram per la regia, e impose Rodolfo Valentino per il ruolo di Julio, malgrado le resistenze dello Metro, riluttante ad affidare il ruolo di protagonista a uno sconosciuto. Il 6 marzo 1921 il film uscì nelle sale di New York, riscuotendo un enorme successo. Rodolfo Valentino entrò a passo di tango nella storia del cinema mondiale e nell’immaginario femminile, consolidando il mito dell’amante latino, del cavaliere senza macchia e senza paura che muore giovane, come tragicamente accadde, a soli trentuno anni, all’apice di un successo per molti versi ancora insuperato. Nemmeno il genio dissacrante di Ken Russell (Valentino, 1977, interpretato da Rudolph Nureyev) riuscì a scalfire il suo mito.June Mathis contribuì alla sua folgorante e breve carriera, anche dopo il successo dei Quattro Cavalieri. Firmò, infatti, la sceneggiatura di “Camille” (La signora delle Camelie) dove Valentino interpretava il ruolo di Armand, al fianco di Alla Nazimova, regina della Metro e stella delle scene teatrali. Valentino, conscio del richiamo commerciale legato al asuo nome, decise, malgrado il diverso parere della Mathis, di firmare un contratto con la Famous Players-Lasky (futura Paramount) che gli proponeva un considerevole aumento retributivo per interpretare “Lo Sceicco”, un film che avrebbe immortalato l’immagine esotica dell’attore, connotandolo, tuttavia, in modo non sempre positivo. L’anno successivo sceneggiò “Sangue e Arena”, un altro romanzo di Vicente Blasco Ibáñez intriso d’amore, di fatalità e di morte. Il soggetto calzava molto bene con il temperamento di Valentino che riuscì a trasformarsi realisticamente nel torero Gallardo. Un’interpretazione che lo confermò attore di talento oltre che divo di successo, agevolato in questo dalla duttile regia di Fred Niblo che assecondò la sua recitazione.Dopo aver girato “L’Aquila”, nel 1925, diretto da Clarence Brown, considerata una delle sue migliori interpretazioni, Valentino ritornò ad interpretare lo “Sceicco”, il ruolo che tanto aveva contribuito alla sua immagine. Il figlio dello sceicco amplificato dalla sua scomparsa, a soli trentuno anni, all’apice del successo, diretto da George Fitzmaurice, con Vilma Banky come attrice protagonista, usci nelle sale il sei settembre 1926, pochi giorni dopo la morte del suo protagonista, scatenando scene d’isteria collettiva che non hanno più avuto uguali nella storia del cinema statunitense.

La fine

Nessun interprete maschile prima di lui era diventato così famoso a livello mondiale grazie alla settima arte. La sua stella era però destinata a non durare a lungo: si spense infatti all’età di trentuno anni al Polyclinic Hospital di New York dove era stato ricoverato per un malore dovuto ad un’ulcera gastrica di cui soffriva e ad una infiammazione dell’appendice; era destinato a non percorrere alcun “viale del tramonto”, fu colpito da un attacco di peritonite. L’intervento chirurgico a cui venne sottoposto si rivelò inutile ed alle 12:10 del 23 agosto, un lunedì, Valentino morì, senza nemmeno poter vedere sugli schermi il suo ultimo film (Il figlio dello Sceicco). Scene di isteria e fanatismo, oltre che una trentina di suicidi – non si sa quanto legati alla sua morte – si registrarono nel giorno dei suoi funerali, a New York. Nello stesso giorno furono organizzati due cortei funebri, uno appunto a New York, l’altro a Hollywood; quando, il 30 agosto, il corteo funebre attraversò un quartiere di New York, furono decine di migliaia le persone che vi parteciparono. C’era anche una corona con nastro che si diceva inviata da Mussolini e quindici giovanotti in camicia nera, ma un giornale scoprì che la corona era una trovata del capoufficio stampa delle pompe funebri, il quale aveva anche provveduto a mascherare almeno due dei quindici giovanotti. Le sue spoglie furono sepolte nel Mausoleo della Cattedrale all’Hollywood Memorial Park (ora Hollywood Forever Cemetery) di Los Angeles, California. Negli anni a seguire, una misteriosa donna, velata di nero, continuò a portare dei fiori sulla sua tomba il giorno dell’anniversario della morte dell’attore. Nonostante in molte siano professate come la “Donna in Nero”, nessuna ha poi saputo comprovare la veridicità delle sue parole e questa figura è tuttora avvolta nel mistero. Mistero che ha lanciato una sorta di tradizione, ancora viva adesso, che vede parecchie figure femminili velate di nero portare fiori sulla tomba di Valentino.

Nella sua città natale sorsero poi il Museo Rodolfo Valentino e (posta al termine della passeggiata, a lui dedicata, lungo un ramo della Gravina, nel pieno centro cittadino) una scultura (1961) in maiolica richiama la sua interpretazione nel film Il figlio dello sceicco, a tinte molto forti, dello scultore Gheno. Sul prospetto della casa natale è ricordato mediante un targa bronzea donata da un suo fan club di Cincinnati, Ohio.

Castellaneta, Taranto. Monumento a Rodolfo Valentino.

Castellaneta, Taranto. Monumento a Rodolfo Valentino.

 

 

Targa bronzea affissa sui muri della casa natale di Rodolfo Valentino.

Targa bronzea affissa sui muri della casa natale di Rodolfo Valentino.

In occasione del Centenario della nascita, nel 1995, Castellaneta gli ha dedicato una serie di manifestazioni culturali ed eventi, compreso un annullo postale, sotto la direzione artistica dell’attore pugliese Michele Placido. Per l’occasione era stata preparata una produzione originale, con musica dal vivo composta e diretta dal compositore jazz Bruno Tommaso e l’intervento dell’orchestra da lui messa insieme per quella particolare data. Per un problema tecnico dell’organizzazione l’evento non poté essere portato a termine. Si sarebbe trattato della sonorizzazione dal vivo di due film, tra cui “Il figlio dello sceicco”, con musiche originali composte proprio per celebrare la ricorrenza.Alla sua vita è ispirata la commedia musicale di Garinei e Giovannini Ciao Rudy (1966), interpretata da Marcello Mastroianni e musicata da Armando Trovajoli.

Curiosità

Uno degli aspetti meno conosciuti di Valentino è forse la sua grande cultura. La sua biblioteca era piena di libri, esemplari unici e opere d’arte in numerose lingue. Durante uno dei suoi viaggi in Italia è entrato più volte in contatto con i più importanti letterati del momento (D’Annunzio su tutti) e ha composto diverse poesie. Eccone una:

Ha incrociato il sentiero
Del mio sogno di te
Una sottile reticola grigia,
Così tenue il suo riflesso,
Quasi invisibile
Pure ha ostruito
Il mio Cammino

Come freddo bastione di puro granito
Mi ha intrappolato, 
Ché un acciaio cridele,
Era nel filo
Della serica tela del dubbio.

Fonte biografia: Wikipedia

 

 

Parliamo d’arte

Amici, oggi voglio parlarvi di un giovane e talentuoso artista: Davide Cristofaro.

Conoscevo Davide Cristofaro di “vista” praticamente da anni, giacché eravamo residenti nella stessa via.

È stato però all’esposizione del Festival internazionale delle emozioni 2012, organizzato dall’associazione culturale Artemozioni, che ho visto un quadro che mi ha profondamente colpita. Avete presente quando osservando un’opera d’arte, vi sembri che quella sia stata creata apposta per voi, per comunicare qualcosa proprio alla vostra anima? Ecco, questo è ciò che ha fatto esattamente il quadro che avevo davanti. Lessi il nome dell’artista, ma in un primo momento pensai di non conoscerlo. Poi però scoprii che si trattava proprio del ragazzo semplice e gentile che avevo incrociato tante volte per strada. L’opera in questione era questa:

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“LAURE” Ogni Giorno Felicità Mixed on Canvas cm. 80 X 80 Anno 2012 Davide Cristofaro © Copyright – All Rights Reserved.

Ma l’arte di Davide Cristofaro non si ferma alla pittura – che pur spazia tra sacro e profano – : egli infatti si destreggia con innata abilità con ogni creazione che riguarda il colore, pittura o creazione e colorazione di abiti e tessuti.

Come riportato sulla sua biografia: “Il colore mi possiede, non ho bisogno di tentare di afferrarlo. Mi possiede per sempre, lo sento… Io e il Colore siamo tutt’uno…”

Personalmente ho sempre provato attrazione per ogni genere di forma d’arte, ne sono affascinata. Credo che ogni artista in sé abbia una sensibilità particolare, un modo “diverso” di vedere le cose, una prospettiva rispetto alla realtà di tutti giorni che gli fa cogliere il senso al di là dell’apparenza, portando in primo piano ciò che altrimenti sarebbe rimasto in un cantuccio, muto e quieto, ma che in realtà può profondamente emozionare. È questo che fa Davide Cristofaro: la sua personalità artistica, giustamente definita “poliedrica”, estrapola dal comune ciò che è incredibile, per regalarlo poi all’umanità attraverso creazioni originali e colorate, che di certo restano nella memoria.

Dunque una sorta di “missione” la sua, che vede partecipe in primo piano l’osservatore. Pure gli animi più seri e razionali proveranno un’emozione accostandosi alle opere di Davide Cristofaro.

Un talento così puro e reale, forte e palpitante, raro di questi tempi e così prezioso. Un artista poliedrico appunto, che tanto ha da dare, tanto da dimostrare, da regalare al mondo.

Sito di Davide Cristofaro: http://davidecristofaroartista.weebly.com/