Il profumo del sud – Linda Bertasi

Ciao amici,

oggi voglio presentarvi il romanzo storico di un’autrice emergente di cui avete già sentito parlare su questo blog: Linda Bertasi. Si tratta di una seconda edizione con contenuti inediti e la prefazione di Adele Vieri Castellano (autrice Leggereditore).

 

IL PROFUMO DEL SUD

Linda Bertasi

1939600_10205366492776394_6534276666371318264_o

Trama

Porto di Genova, 1858 – Venuta a conoscenza del suo scomodo passato, Anita Dalmasso decide di partire per il Nuovo Mondo. La traversata dell’Atlantico segnerà profondi mutamenti nella sua vita: l’incontro con l’affascinante uomo d’affari americano Justin Henderson e quello con Margherita Castaldo, liberale e impavida proprietaria terriera. Giunta a New York seguirà la nuova amica nella sua piantagione a Montgomery e qui sarà conquistata dalle bianche distese di cotone, dai profumi e dai colori del profondo Sud americano, con i suoi contrasti e le sue ingiustizie. Il destino avrà in serbo per lei non solo il rosso della passione, ma anche i travolgenti venti di guerra che si profilano all’orizzonte e che porteranno un’intera nazione alla guerra civile, sconvolgendo ancora una volta il corso della sua esistenza.

 

 

L’autrice

11406949_10205366490216330_1777870881202709634_n

LINDA BERTASI nasce nel 1978. Appassionata di storia e letteratura inglese, collabora con blog letterari, case editrici e web-magazine in qualità di redattrice e articolista. Gestisce personalmente  il suo blog ufficiale dove da ampio spazio agli emergenti con segnalazioni, interviste e recensioni GRATUITE.

Nel Gennaio 2010, pubblica il romance contemporaneo “Destino di un amore”, cui fa seguito nel Febbraio 2011 il paranormal-romance “Il rifugio – Un amore senza tempo”che le vale, nel 2012, la Medaglia d’Argento al XXIII Premio Letterario ‘Valle Senio’.

Nel Maggio 2013, pubblica il romanzo storico sentimentale “Il profumo del sud” che le vale la qualifica con merito di ‘Autore commendevole’ al VII Premio Letterario Europeo ‘Massa città fiabesca’. Sempre nel 2013, ha curato diverse prefazioni e dall’ottobre 2014 è membro dell’associazione EWWA  in qualità di socia ordinaria. Proprietaria di una piccola realtà commerciale nella provincia di Ferrara, vive assieme al marito e alla figlia.

QUALIFICA DI MERITO COME ‘AUTORE COMMENDEVOLE’ AL VII PREMIO LETTERARIO EUROPEO ‘MASSA CITTA’ FIABESCA DI MARMO E MARE’

La mia opinione

Un buon ritratto della guerra di secessione americana, con accenni anche alla piaga dello schiavismo, visto con gli occhi di una donna che, a discapito della propria considerazione di sé, è forte e intraprendente. Una lettura consigliata a chi ama il genere storico e romantico.

Per la recensione completa della prima edizione e l’intervista dello scorso anno all’autrice, cliccate qui.

Link utili

 

 

 

Annunci

Via col vento – Margaret Mitchell

Rossella: Voi non siete un gentiluomo!

Rhett: E voi non siete una signora; non è un titolo di demerito, le signore non mi hanno mai interessato.

Più volte in passato mi è capitato di sentir parlare del romanzo Via col vento; ho sempre ascoltato distrattamente e non mi è mai venuto in mente di leggerlo. E probabilmente se l’avessi letto da adolescente non l’avrei apprezzato molto. Ora invece finalmente l’ho letto e l’ho amato.

 

 

VIA COL VENTO

Margaret Mitchell

Mondadori

 

download (1)

 

 

 

L’autrice

 

 

MARGMITCHELL

Margaret Munnerlyn Mitchell (Atlanta, 8 novembre 1900 – 16 agosto 1949) fu una scrittrice e giornalista statunitense, che assurse alla notorietà nel 1936 con il suo romanzo Via col vento, che le valse il premio Pulitzer l’anno seguente e la trasposizione cinematografica nel celebre, omonimo film del 1939.

All’eta di 14 anni entra nel Washington Seminar, un collegio femminile, dove studia rivelando il suo talento. Compiuti i 18 anni si iscrive al corso superiore di medicina allo Smith College di Northampton, nel Massachusetts, ma gli studi vengono interrotti da un evento triste. Sua madre muore e lei ritorna a casa, ad Atlanta, dove nel 1922 sposa Berrien Kinnard Upshaw. Il matrimonio si rivela un fallimento e lui esce dalla sua vita lasciandole la libertà necessaria per ricominciare da capo.
Negli anni Venti, Margaret diventa una collaboratrice dell’Atlanta Journal Sunday Magazine: memorabile fu la sua intervista a Rodolfo Valentino – di cui ho parlato in questo articolo. Nel 1926 Margaret sposa John Marsh, un agente pubblicitario, e lascia il lavoro per poter dedicarsi alla letteratura. Nello stesso anno comincia a scrivere un romanzo, la cui lavorazione la terrà impegnata per dieci anni. Il libro viene stampato e distribuito nel giugno del 1936 col titolo Via col vento, prendendo a prestito il verso suggestivo di una poesia di Ernest Dowson. Ed è subito un successo strepitoso: in sole quattro settimane vengono vendute ben 180.000 copie.
Nel 1937, grazie al suo romanzo, la Mitchell vince il Premio Pulitzer e l’anno seguente è candidata al Premio Nobel per la letteratura. Visto il grande successo, quasi immediatamente partono le trattative col produttore cinematografico David O. Selznick, che dal libro vuole trarre un film. Margaret fa molta resistenza e non vorrebbe partecipare né alla stesura della sceneggiatura, né alla scelta del cast. Nel 1939, dal romanzo è stato tratto il film Via col vento con Vivien Leigh, Clark Gable, Olivia de Havilland e Leslie Howard – vedi approfondimento in fondo all’articolo.
Quando scoppia la seconda guerra mondiale, la Mitchell entra a far parte della Croce Rossa e diventa istruttrice di primo soccorso. Nel 1943 crea una Recreation Room a favore dei soldati di stanza nel Piedmont Park. Dopo la guerra, Margaret ritorna a casa con il proposito di riprendere a scrivere. La sera dell’11 agosto 1949, mentre attraversa una strada della sua città, un taxista ubriaco non si accorge di lei e la investe: Margaret Mitchell muore il 16 agosto 1949 dopo cinque giorni di coma. Sulla vita della scrittrice è stato realizzato un film tv: La travolgente storia d’amore di Margaret Mitchell (1994), interpretato da Shannen Doherty.

Fonte: Wikipedia

 

Via col vento – Trama

 

Rossella O’Hara è la viziata e capricciosa ereditiera della grande piantagione di Tara, in Georgia. Ma l’illusione di una vita facile e agiata si infrangerà in brevissimo tempo, quando i venti della Guerra Civile cominceranno a spirare sul Sud degli Stati Uniti, spazzando via in pochi anni la società schiavista. Il più grande e famoso romanzo popolare americano narra così, in un colossale e vivissimo affresco storico, le vicende di una donna impreparata ai sacrifici: la tragedia della guerra, la decimazione della sua famiglia, la necessità di dover farsi carico della piantagione di famiglia e di doversi adattare a una nuova società. E soprattutto la sua lunga, travagliata ricerca dell’amore e la storia impossibile con l’affascinante e spregiudicato Rhett Butler, avventuriero che lei comprenderà di amare solo troppo tardi.

Curiosità

 

 

Il romanzo Via col vento è destinato a essere immortale. Perché?

La cripta della civiltà, presso l’Università Oglethorpe ad Atlanta, Georgia, è considerata da tutti (in primo luogo dal celebre libro del Guinness dei Primati, che l’ha inserita in elenco nel 1990) la prima “capsula del tempo”, destinata ad essere aperta in una data precisa del futuro, il 28 maggio 8113.
Creata nel 1936, la cripta vanta dimensioni della cripta sono ragguardevoli, simili a quelle di uno spazioso loft. La camera è sigillata da una porta in acciaio inossidabile e chiusa ermeticamente. Il suo contenuto include un manuale per imparare l’inglese, la documentazione relativa a tutti gli sport, i divertimenti e i passatempi in uso durante il secolo scorso, filmati dei grandi della Terra, un uccello di plastica, il modellino di un treno, i manichini di un uomo e di una donna, due pipe, un gioco in scatola, 800 libri significativi su ogni argomento importante per il genere umano e 200 romanzi considerati rappresentativi della cultura umana tra cui anche Via col vento.

 

La mia recensione

 

Questo libro è un autentico capolavoro. Di primo acchito pare un romanzo d’amore ambientato durante la guerra di secessione americana – vedi approfondimento in fondo all’articolo, ma poi si rivela anche la struggente storia di un’amicizia tra due donne, il ritratto delle sofferenze cagionate dalla guerra. L’ambientazione è affascinante – soprattutto per ciò che riguarda Tara nei giorni d’oro e Atlanta durante l’assedio – e i personaggi sono analizzati con cura tramite punti di vista diversi, particolari e particolareggiati. L’autrice guida il lettore alla scoperta dell’anima degli uomini e delle donne della Confederazione degli Stati Uniti – quando ancora non erano tutti “Stati Uniti”; del rapporto di essi con gli schiavi neri – qui qualche osservazione mi ha dato un po’ fastidio ma capisco che non si tratta di discriminazione fine a se stessa quanto alla descrizione del rapporto che c’era all’epoca tra padroni e schiavi; delle intenzioni originarie del primo Ku Klux Klan; di un periodo importantissimo per la storia americana che la maggior parte degli europei conosce solo superficialmente. Si tratta di un romanzo pieno di dolore, di struggente malinconia per un passato spensierato che non può tornare.

La protagonista, Rossella O’Hara, possiede una personalità volitiva e audace che la rende una vera pioniera nella società in cui vive. Il suo iniziale egoismo, fine a se stesso, le darà la forza di affrontare e vincere sfide impossibili da superare per una donna di buona famiglia come tutte le altre; la sua franchezza cruda spinge il lettore a fare i conti con il proprio io, con la verità di ciò che è, senza barriere di sorta imposte dalla società. Temprata dalla vita e sostenuta dalla sua ardente personalità, Rossella subisce più trasformazioni fino a diventare fredda di fronte al pericolo, instancabile di fronte alle avversità, e soltanto alla fine una donna matura.

I personaggi che ho amato di più, oltre alla protagonista, sono stati: Geraldo O’Hara, padre di Rossella e uomo saggio nonostante lo spirito giovane e allegro; Melania Wilkes, cognata di Rossella e donna il cui aspetto minuto non ne pregiudica la forza d’animo, stabile punto di riferimento per tutti e rifugio sicuro da ogni sofferenza; Rhett Butler, incorreggibile mascalzone che non è soltanto un uomo bello e coraggioso, ma un grande pensatore che non ha problemi a esporre con cruda sincerità il proprio pensiero.

Un romanzo epico, malinconico e struggente, indimenticabile.

Per quanto riguarda il film la mia opinione è abbastanza positiva anche se, come è risaputo, i film non sono quasi mai all’altezza dei libri. Questo perché in un film non è facile riportare il tormento interiore dei protagonisti che invece un romanzo trasmette in maniera più vivida. E questo è anche il caso del film Via col vento. Suggerisco la visione del film solo dopo la lettura del romanzo, cosicché si possano comprendere appieno gli stati d’animo e le scelte di Rossella O’Hara. Devo dire che Clark Gable è assolutamente perfetto nel ruolo di Rhett Butler – anche se forse leggermente rabbonito rispetto al personaggio letterario – e Vivien Leigh è una superba Rossella, perfettamente capace delle espressioni crudeli o disperate che il ruolo richiede. Nel film la storia risulta leggermente mutilata, difatti mancano alcuni personaggi come Dilcey, Wade, Ella, Baldo, Will – quest’ultimo ha un ruolo portante nel momento in cui Rossella si trasferisce in maniera permanente ad Atlanta, lasciando Tara nelle sue mani – o alcuni fatti secondari che rendono più ricca la storia.

Valutazione:

5+

Approfondimenti

 

Via col vento – Il film

 

144064

 

 

Via col vento (Gone with the Wind) è un film drammatico diretto da Victor Fleming nel 1939.
Universalmente riconosciuto come uno dei film più famosi della storia del cinema, ha stabilito dei record che rimangono tuttora insuperati. Il film venne prodotto da David O. Selznick e distribuito dalla Metro-Goldwyn-Mayer; la sceneggiatura, in buona parte dovuta a Sidney Howard, è tratta dal romanzo omonimo di Margaret Mitchell, vincitore del premio Pulitzer nel 1937.
La lavorazione del film fu molto complessa e travagliata, come per molti film di quel periodo storico: complessivamente richiese circa due anni per poter essere realizzato e il suo completamento è dovuto principalmente al grande sforzo economico e lavorativo di Selznick, la cui intenzione era di farne un grande affresco storico, oltre che una semplice storia d’amore; per raggiungere il suo scopo Selznick vi dedicò quasi tutte le sue energie nel periodo della produzione. Proprio la grandiosità produttiva e il grande successo di pubblico rendono questo film una pietra miliare indiscutibile nella storia del cinema; si è trattato, infatti, del primo caso di successo planetario nella storia del cinema.
Ufficialmente la regia è attribuita a Victor Fleming, ma durante la produzione si sono succeduti George Cukor e Sam Wood. Lo stesso Selznick (considerato da molti il vero autore del film) ha avuto una forte presenza nella direzione così come su molti aspetti del film, tra cui anche la sceneggiatura, il montaggio e la scelta degli attori, a dimostrazione che questo più degli altri è il “suo” film.

 

I protagonisti

 

Cattura

Clark Gable e Vivien Leigh in una celebre scena di Via col vento (1939).

Quando Selznick propose il film alla Warner Bros., i due principali candidati ad interpretare le parti di Rossella e Rhett erano Bette Davis ed Errol Flynn. I due, tuttavia erano poco tempo prima venuti a lite e mal si sopportavano: Selznick avrebbe dovuto cambiare almeno uno dei due, ma poi gli accordi con la WB saltarono e Selznick fu costretto a ripiegare altrove. Una volta accordatosi con la MGM Selznick rimase indeciso se contattare Clark Gable o Gary Cooper, ma quando quest’ultimo rispose affermando:

Via col vento sta per diventare il più grande flop della storia del cinema, e sarà Clark Gable a perderci la faccia e non Gary Cooper.

 

il produttore non ebbe più dubbi e assegnò la parte a Clark Gable senza indugiare e con l’approvazione di tutto il pubblico americano; la MGM fu d’accordo fin dall’inizio e Gable venne scritturato. In quel periodo Gable stava divorziando da Ria Langham e la moglie voleva 400.000 dollari per concedere il divorzio al marito; questi, tuttavia, non era in grado di pagare una somma così alta tutta insieme, ma alla fine ricevette come compenso 400.000 per il divorzio, più 120.000 dollari per sé.

 

Clark Gable mentre legge Via col vento.

Clark Gable mentre legge Via col vento.

 

Molto più complicata e travagliata è stata la scelta per l’attrice che doveva interpretare Rossella. Furono provinate circa 1400 attrici, tra cui Paulette Goddard, Susan Hayward, Katharine Hepburn, Carole Lombard, Jean Arthur, Tallulah Bankhead, Norma Shearer, Barbara Stanwyck, Joan Crawford, Lana Turner, Joan Fontaine, Bette Davis, Alicia Rhett (alla quale poi andò il ruolo di Lydia Wilkes) e Loretta Young; al momento dell’inizio delle riprese nel dicembre 1938 non si aveva ancora un nome definitivo e si dovette cominciare senza la protagonista.

Vivien Leigh.

Vivien Leigh.

In mezzo a questo elenco di star hollywoodiane la parte venne assegnata alla poco conosciuta Vivien Leigh; questa ottenne un provino quando venne presentata quasi per caso al fratello del produttore, Myron Selznick, mentre si girava la scena dell’incendio di Atlanta. Alla fine rimasero in lizza due attrici: Paulette Goddard e appunto Vivien Leigh. Una leggenda vuole che la Goddard perse il ruolo perché non riuscì a dimostrare di essere realmente sposata a Charlie Chaplin, con cui conviveva, e questo per il moralista e capo della MGM Louis B. Mayer era del tutto inaccettabile. Nemmeno Vivien Leigh era sposata e conviveva con Laurence Olivier, ma a differenza della Goddard la storia non era nota al grande pubblico e per questo ottenne la parte e 25.000 dollari. I due si sposarono comunque poco tempo dopo, il 31 agosto 1940 come promesso a Mayer.

Vivien_Leigh_Gone_Wind_Restaured

Fonte: Wikipedia

Alcune scene del film

 

MBDGOWI EC013

 

6a00d8341caa5853ef00e54f2a40488833-800wi

Scarlett-O-Hara-scarlett-ohara-27877777-500-329

Via-col-vento-300x230

Guerra di secessione

 

Guerra civile che oppose tra il 1861 e il 1865 gli Stati Uniti d’America (l’Unione) a undici stati secessionisti del Sud, organizzati nella Confederazione degli Stati Uniti d’America.

LE ORIGINI DEL CONFLITTO

Nella prima metà del XIX secolo gli stati del Nord e quelli del Sud erano portatori di tradizioni e interessi economici, sociali e politici profondamente diversi. La principale causa di contrasto tra le regioni agricole meridionali e quelle industriali del Nord era l’istituto della schiavitù. Perno del sistema socio-economico sudista, che annoverava al suo interno oltre quattro milioni di schiavi neri impiegati nelle piantagioni di cotone, tabacco e canna da zucchero, la schiavitù non rispondeva invece alle esigenze produttive delle regioni settentrionali, interessate alla meccanizzazione del lavoro, ed era dunque avversata per ragioni tanto ideali quanto di interesse economico.

Sulla questione, il compromesso del Missouri del 1820 stabilì che all’interno dei territori a ovest del Mississippi, da poco acquisiti dagli Stati Uniti, il parallelo dei 36° 30′ avrebbe costituito il confine tra stati schiavisti e stati liberi.

Il mutamento degli equilibri

Alla metà del secolo, tuttavia, nel Sud si guardava con sospetto all’azione del Congresso, dove i rappresentanti degli stati schiavisti costituivano ormai una minoranza. Lo scontento sudista era accresciuto dall’introduzione, in molti stati settentrionali, di leggi a tutela della libertà personale, che minavano l’efficacia delle norme varate per arginare il fenomeno della fuga degli schiavi (vedi Fugitive Slave Laws).

Non meno apprensione generavano i crescenti successi elettorali del Free-Soil Party, partito che si opponeva all’estensione della schiavitù nei territori acquisiti dopo la guerra con il Messico e contrastava l’ammissione nell’Unione di stati schiavisti di nuova costituzione. Tuttavia, nel 1857 la Corte Suprema decretò l’incostituzionalità di qualsiasi pretesa federale di proibire la schiavitù. Il 16 ottobre del 1859 John Brown, un ardente abolizionista, attaccò l’arsenale federale di Harpers Ferry, in Virginia, con l’intento di provocare una sollevazione degli schiavi. L’azione fu il pretesto per i sudisti di rivedere la propria posizione all’interno dell’Unione.

La secessione del Sud

In occasione delle elezioni presidenziali del 1860, il candidato repubblicano Abraham Lincoln si dichiarò contrario all’estensione della schiavitù. L’elezione di Lincoln alla presidenza dell’Unione rafforzò nel Sud l’opinione che per tutelare i propri interessi non esistesse altra via se non quella dell’indipendenza: nel marzo del 1861 sette stati (South Carolina, Mississippi, Florida, Alabama, Georgia, Louisiana, Texas) adottarono ordinanze di secessione dando vita agli Stati Confederati d’America ed eleggendo Jefferson Davis quale presidente.

Nel suo discorso inaugurale Lincoln dichiarò illegale la secessione, esprimendo l’intenzione di mantenere l’autorità e i possedimenti federali nel Sud. Quando, il 12 aprile 1861, l’artiglieria sudista aprì il fuoco per impedire i rifornimenti alla base militare federale di Fort Sumter (South Carolina), Lincoln ordinò l’invio di truppe per sedare la rivolta. Per tutta risposta, Virginia, Arkansas, North Carolina e Tennessee aderirono alla Confederazione.

LE OSTILITÀ

Le prime fasi del conflitto

Il 21 luglio del 1861 la vittoria dei sudisti nella battaglia di Bull Run (48 km a sud-ovest di Washington) costrinse i vertici politico-militari dell’Unione ad abbandonare ogni speranza di una guerra-lampo e a impegnarsi nella costituzione di un solido esercito. Di ciò Lincoln dette incarico al generale George Brinton McClellan.

Nella primavera del 1862 McClellan lanciò l’offensiva: occupata la penisola a sud-est di Richmond, fermò la marcia in attesa di rinforzi. Ciò permise al generale sudista Thomas J. “Stonewell” Jackson di passare il Potomac e di minacciare Washington. Gli uomini di Jackson e quelli dell’Armata confederata della Virginia settentrionale, comandati dal generale Robert E. Lee, attaccarono le truppe di McClellan, sconfiggendole nella battaglia dei Sette Giorni (25 giugno – 1° luglio).

Nei primi sei mesi del 1862 il generale dell’Unione Ulysses Grant riuscì prima a ottenere il controllo delle vie d’accesso alla valle del Mississippi in Tennessee e nell’Arkansas, poi a spingersi sino a Memphis. Nel corso del secondo semestre dell’anno Grant decise l’assalto di Vicksburg, l’ultima roccaforte lungo il corso del Mississippi rimasta ai confederati: in dicembre, la vittoriosa difesa della fortezza da parte dei suoi occupanti costituì la pagina finale delle vicende militari del 1862.

Le campagne del 1863

Assumendo il comando dell’Armata del Potomac, il generale Joseph Hooker mosse, nell’aprile del 1863, contro le forze del generale Lee in Virginia: nella battaglia di Chancellorsville (1-4 maggio) i confederati costrinsero Hooker alla ritirata. Intendendo indurre l’Unione a negoziare la pace, Lee mosse all’attacco verso nord.

In giugno Lee raggiunse le regioni meridionali della Pennsylvania, dove, nei pressi di Gettysburg, si combatté la battaglia considerata il punto di svolta dell’intera guerra. Il 1° luglio ebbero inizio le operazioni: il 3 luglio Lee decise di caricare al centro le linee nemiche, ma l’attacco fallì completamente. Ordinata la ritirata, Lee riuscì a riparare in Virginia. Il 1863 si chiudeva decisamente in favore delle forze dell’Unione.

Il piano d’attacco finale

Nominato comandante in capo di tutte le forze unioniste, Ulysses Grant si accinse a chiudere la morsa attorno alla Confederazione: l’Armata del Potomac, guidata dallo stesso Grant con la collaborazione del generale George Gordon Meade, avrebbe dato battaglia a Lee ancora una volta puntando su Richmond; il generale William Sherman si sarebbe invece mosso alla conquista di Atlanta (Georgia) partendo da Chattanooga; una terza armata, al comando del generale Philip Sheridan, avrebbe infine occupato la valle del fiume Shenandoah per tagliare i rifornimenti a Lee. La campagna finale ebbe inizio alla fine di marzo. Grant, bloccato poco a nord di Richmond, assediò Petersburg per oltre nove mesi.

Miglior corso per la causa dell’Unione ebbero gli avvenimenti nella valle dello Shenandoah e in Georgia, dove Sheridan e Sherman raggiunsero entro l’estate gli obiettivi loro assegnati. La marcia di Sherman verso il mare partì il 15 novembre da Atlanta in fiamme. Le truppe nordiste avanzarono distruggendo sistematicamente ogni cosa potesse sostenere lo sforzo bellico dei sudisti: nella primavera del 1865 furono invase le due Caroline.

All’inizio di aprile del 1865 Petersburg fu espugnata dagli unionisti (battaglia di Five Forks); con i rifornimenti tagliati, anche Richmond dovette capitolare. Lee si diresse allora a occidente; Grant però gli bloccò la strada e il 9 aprile lo costrinse alla resa.

L’ABOLIZIONE DELLA SCHIAVITÙ

Nel settembre del 1862 Lincoln annunciò che a partire dal 1° gennaio 1863 negli stati o parti di stati ancora coinvolti nella ribellione secessionista, gli schiavi sarebbero stati “liberi per sempre”. Il proclama di emancipazione fu giustificato come misura utile a indebolire la capacità produttiva del nemico e anticipare così la fine della guerra. Ma solo il 13° emendamento della Costituzione, ratificato nel dicembre 1865, avrebbe abolito la schiavitù in tutto il territorio degli USA.

IL DOPOGUERRA

L’8 dicembre 1863 Lincoln emanò il Proclamation of Amnesty and Reconstruction: in esso si stabiliva che, a eccezione degli alti ufficiali e dei funzionari governativi, a ogni sudista che avesse giurato lealtà alla Costituzione federale e obbedienza alla legislazione di guerra (compreso il proclama sulla schiavitù) fosse garantita l’amnistia.

Le dottrine secessioniste uscirono definitivamente screditate, mentre l’autorità del governo federale risultò enormemente accresciuta. Il Congresso poté varare le misure alle quali il Sud si era strenuamente opposto prima della guerra, comprese le concessioni di terre nei nuovi territori, l’assegnazione di contributi federali per il loro sviluppo, nonché la definizione dei più elevati dazi doganali mai stabiliti dal governo americano.

Dal punto di vista economico, la guerra incentivò la meccanizzazione della produzione e la concentrazione del capitale al Nord; inoltre, significò libertà per quasi quattro milioni di neri. Le radici culturali di tre secoli di schiavismo non poterono però essere estirpate definitivamente con le armi, e continuarono a generare tensioni e problemi nella società americana sino a tutto il XX secolo. Vedi Afroamericani.

Fonte: Wikipedia

“Il profumo del sud” di Linda Bertasi + intervista all’autrice

Amici, ho da segnalarvi un nuovo libro. Mi direte che in questo periodo sono molto prolifica in termini di recensioni e interviste, il che è assolutamente vero. Ma non è colpa mia quanto dei bravissimi autori emergenti che si stanno rivelando essere sempre più in gamba di quelli famosi. Oggi vi parlo del romanzo storico “Il profumo del sud”, un bellissimo libro che ho avuto il piacere di leggere e recensire in anteprima. Tra l’altro adoro la copertina, stupenda come la maggior parte delle copertine della Butterfly Edizioni. Mi sa che pubblicherò qui sul blog una bella raccolta delle loro copertine 🙂

947043_10200382820867711_956307207_n

IL PROFUMO DEL SUD

Linda Bertasi

Butterfly Edizioni

Trama

Luglio 1858. Un piroscafo prende il largo dal porto di Genova verso il Nuovo Mondo. Sul ponte, Anita vede la terraferma allontanarsi e, con essa, tutto il suo passato: una famiglia alla quale credeva di appartenere, i suoi affetti, una scomoda verità. A condividere il viaggio con lei, la matura Margherita e il suo protetto, il seducente Justin Henderson. Giunti in America, Margherita convince Anita ad essere sua ospite per qualche tempo, nella sua dimora a Montgomery. La ragazza accetta, sicura di dover ripartire al più presto. A farle cambiare idea saranno le bianche colline del Sud e un tormentato amore più forte delle sue paure. All’orizzonte, l’ombra oscura della guerra civile.
Linda Bertasi scrive un romanzo che dell’Ottocento ha il sapore, un romanzo nel quale la Storia non è semplice sfondo ma protagonista attiva della vicenda. Narrativamente impeccabile, emotivamente travolgente, Il profumo del sud è una storia di passione: quella per la terra alla quale sentiamo di appartenere e quella per la persona che siamo destinati ad amare.

L’autrice

7814_10200404770416436_498870925_n

Linda Bertasi nasce nel 1978, frequenta l’istituto tecnico a Ferrara dove si diploma in indirizzo informatico. Appassionata di storia, sviluppa sin dall’infanzia una predisposizione per le materie umanistiche. Scrive sotto pseudonimo su un portale dedicato alle poesie e una di questa viene utilizzata in uno spettacolo da un noto coreografo. Cura personalmente la rubrica “Il romanzo classico” sul web-magazine ‘IO COME AUTORE’ e gestisce il suo blog dove dà spazio agli emergenti ogni settimana con un’intervista. Nel 2010 pubblica il suo primo romanzo “Destino di un amore” cui fa seguito nel 2011 “Il rifugio” che le vale il secondo posto al XXIII premio letterario ‘Valle Senio’ 2012. “Il profumo del sud” è il suo terzo romanzo. Sposata e con una figlia, vive nella provincia di Ferrara dove gestisce una piccola realtà commerciale.

La mia recensione

Il vocabolario dell’autrice è ricco e variegato, intriso del fascino del passato. La scrittura elegante, poetica, evocativa e le abbondanti metafore contribuiscono a creare un’atmosfera perfetta in cui si intrecciano dialoghi mai scontati che alle volte toccano gli apici austeniani, soprattutto nella prima parte del libro. Ben descritta è la situazione politica americana, con riferimenti chiari e precisi a nomi e luoghi reali – il che lascia ben intendere il lungo lavoro di ricerca svolto dall’autrice -, il tutto ben disciolto nella narrazione o nei dialoghi. Sono spesso citati anche i problemi della lontana Italia, il che è stato molto apprezzato dalla sottoscritta.

La storia è interessante e valida, sebbene la protagonista abbia una fortuna sfacciata nel trovare una straordinaria sistemazione nel Nuovo Continente. I primi approcci tra i due protagonisti sono molto intriganti, passionali, irriverenti per l’epoca. Dopo l’arrivo a destinazione e con il dispiegamento delle vicende assistiamo a salti temporali molto frequenti, anche di un anno intero. Le scene d’azione, tramite l’uso dell’imperfetto, suscitano ansia. Alle volte sarebbe stato opportuno approfondire l’instaurarsi di legami di amicizia definiti successivamente come profondi – vedi Jones, tra l’altro il personaggio che ho amato di più -, tuttavia i personaggi sono realistici, ben descritti.

Le parti che ho più apprezzato sono state l’inizio e la fine del libro. Esse infatti paiono quelle di maggior spessore: l’inizio suscita il gradito senso di attaccamento ai protagonisti mentre il finale, per nulla scontato, può persino causare qualche lacrima.

Un buon ritratto della guerra di secessione americana, con accenni anche alla piaga dello schiavismo, visto con gli occhi di una donna che, a discapito della propria considerazione di sé, è forte e intraprendente. Una lettura consigliata a chi ama il genere storico e romantico.

Valutazione:

4

Intervista all’autrice

Ciao Linda, benvenuta. Cominciamo la nostra chiacchierata.

  • Dalla tua biografia abbiamo appreso come, oltre alla prosa, ti dedichi alla poesia. Quale preferisci scrivere tra le due? Cosa senti più tuo, più intimo?

La poesia è stato il mio primo approccio con il mondo della scrittura, sin da ragazzina amavo dilettarmi in poesie esplorando i sentimenti in ogni loro forma. Pur conservando un bellissimo ricordo di un periodo che mi regalò anche qualche soddisfazione, preferisco dedicarmi alla prosa che sento più ‘mia’, mi completa, mi realizza, mi stimola.

  • Sei sempre stata appassionata di storia? Oppure è accaduto qualcosa di particolare nella tua vita che ha fatto scaturire la scintilla del colpo di fulmine?

Sono un’appassionata di storia sin dai tempi della scuola. Mi affascinano il quattordicesimo e il diciannovesimo secolo, la storia inglese e russa. In particolare l’epoca Tudor di Enrico VIII e dei suoi discendenti. Nella mia libreria conservo ancora le ricerche storiche di quei periodi e una decina di biografie dei monarca inglesi. C’è stato un periodo della mia vita, subito dopo il diploma, in cui presi seriamente in considerazione l’idea di diventare ricercatrice storica ma poi la vita ha scelto diversamente.

  • Raccontaci della rubrica sui romanzi classici che curi su “Io come Autore”.

Conobbi il web-magazine ‘Io come Autore’ quando mi intervistarono per  un articolo dedicato a me e ai miei due scritti. In ogni loro numero c’è sempre uno spazio dedicato a un autore emergente e non. Da lì mi appassionai alla rubrica e decisi di contribuire tentando di avvicinare i lettori al romanzo classico e storico, all’inizio, poi il direttore mi diede carta bianca per proporre i libri che più mi ispiravano.

  • Il libro che ho recensito è il tuo terzo romanzo. Ma prima di parlare di questo ti va di descriverci brevemente i tuoi due romanzi precedenti?

Il mio romanzo d’esordio fu “Destino di un amore”, una storia d’amore contemporanea che si sviluppa nell’arco di settant’anni. Una storia di amori e tradimenti, colpe ed espiazione, la vicenda di due famiglie legate dal vincolo del sangue e perseguitate da un destino crudele. Il secondo “Il rifugio” è un urban-fantasy, in cui do un assaggio del mio amore per la storia. Ne “Il rifugio” tocco temi delicati come la reincarnazione, le dimensioni temporali e i viaggi astrali. È la storia di una tenuta, di un diario addormentato nel passato e di due donne appartenenti a due epoche molto lontane tra loro che condividono gli stessi ricordi. Quest’ultimo mi valse anche il secondo premio al XXIII Premio Letterario ‘Valle Senio’ 2012.

  • “Il profumo del sud”. Un bel titolo per un bel romanzo. Da dove è scaturita l’idea di scrivere una storia d’amore ambientata durante la guerra di secessione?

L’idea, o per meglio dire il desiderio, è  sempre stata insita in me. Era un sogno nel cassetto da tempo. Ho sempre amato la guerra civile americana e sognato di utilizzare la sua ambientazione in un romanzo e, finalmente, con “Il profumo del sud” sono riuscita a realizzare questo desiderio.

  • Sei mai stata negli Stati Uniti? Se sì, hai visitato alcune delle città descritte nel libro? Se no, ti piacerebbe andare proprio lì oppure visitare qualche altro luogo?

Gli Stati Uniti e l’America in generale sono un altro dei miei sogni nel cassetto sin da piccola. Non ho visitato i luoghi descritti, non sentendone l’esigenza essendo un romanzo ambientato nel 1800, come invece accadde per Parigi in “Destino di un amore” e per Londra con “Il rifugio”. In un certo senso, mi sento come se avessi realizzato davvero un viaggio nel tempo: ogni particolare del mio romanzo è documentato, dalle colture al clima, dalle rotte marittime alle condizioni sui piroscafi, dalla vita in trincea agli uomini d’onore che hanno caratterizzato la seconda parte del diciannovesimo secolo in America.

  • Per gli eleganti dialoghi che sei capace di creare ti ispiri a qualche autore classico in particolare?

Considero Jane Austen una sorta di musa ispiratrice da sempre, sin quando da ragazzina aprii il  primo romanzo “Ragione e sentimento”. Ricordo ancora quel giorno. Leggo romanzi storici da che mi ricordo, di autori contemporanei e non, sono letteralmente innamorata della penna di Shakespeare. Chi mi conosce, mi definisce ‘una donna d’altri tempi’ e lo sono. Appartengo al 1800. Scrivere di quel periodo e utilizzarne il linguaggio, per me, è molto più semplice che adeguarmi al lessico contemporaneo.

  • Il tuo personaggio preferito di questo romanzo: chi è e perché?

Ovviamente Justin Henderson. Un connubio perfetto dell’uomo ideale e ne sono innamorata in un angolo remoto del mio cuore, l‘unico personaggio di un mio romanzo a popolare i miei sogni anche di notte. Amo tutto di lui. Il suo carattere focoso e impulsivo, la passione che mette in ogni cosa, la sua spavalderia e arroganza, il suo senso dell’onore, la sua cocciutaggine, il suo essere uomo, amante e amico.

  • Mi è sembrato di capire che Anita/Isabella non rappresenti solo se stessa ma incarni valori particolari, lanci un messaggio tra le righe. È così? Cosa hai voluto trasmettere attraverso il suo personaggio?

Con il suo personaggio ho voluto tramettere l’idea di donna ‘moderna’, per evidenziare che anche nel 1800 era possibile trovare una donna con pensieri propri e un’ indipendenza identica alla nostra. Una donna che non ha avuto paura di rischiare, che si è rimessa in gioco, che non si è nascosta dietro una casata che non le appartiene. In Anita/Isabella c’è un po’ di ognuna di noi: appassionate di libri e di vita, sognatrici e passionali. Un altro tema fondamentale è l’amore per la propria terra, il sudore versato in ogni singolo istante per inseguire un ideale che neppure una guerra può ammutolire. La mia protagonista compie un lungo viaggio: la vediamo ingenua, spaesata e impaurita a osservare la terraferma allontanarsi e la ritroviamo sicura e impavida attraverso gli anni che scorrono. Una donna capace di stabilirsi in una terra straniera, di imporsi al regime maschile assolutistico, una donna capace  di far risorgere una proprietà terriera con le sue sole forze e tanta volontà. Anita/Isabella trova le proprie radici in una terra straniera e il messaggio che voglio lanciare è proprio questo: le radici esistono in ognuno di noi, non muoiono, non si cancellano, qualunque sia il nostro percorso individuale.

  • Jones. Jones mi è molto piaciuto: compassato, intelligente, colto, di grande integrità morale. Hai scelto di farlo entrare in scena per contrastare le peculiarità di Justin? O perché rappresentasse un appiglio/una speranza per Isabella?

In realtà il personaggio di Jones è spuntato all’improvviso. Isabella si era appena chiusa la porta di Villa Spencer alle spalle e, tra la folla e nella mia mente, sono spuntati gli occhi di quest’uomo che giorno dopo giorno si è mostrato molto diverso da come me l’ero immaginata. All’inizio doveva essere solo un personaggio di contorno ma poi, come puntualmente mi accade, i personaggi prendono strade e direzioni proprie imponendo la loro presenza. L’unica cosa chiara era che Jones non avrebbe sostituito Justin e non sarebbe neppure stato un’antagonista. Nella vita di Anita/Isabella c’era spazio per un solo grande amore e Jones ne era consapevole.

  • Nei libri che leggi ami il lieto fine? O preferisci i finali strappalacrime? Chi è il tuo autore contemporaneo preferito?

Io sono più per i finali drammatici, trovo rendano più veritiero il romanzo, ovviamente a seconda della tipologia, ma le storie dove tutto è perfetto e finisce a gonfie vele non mi appartengono. Nei miei libri solitamente c’è almeno una morte. E devi pensare che sono notevolmente migliorata, quando iniziai a scrivere ricordo che in un romanzo morivano quasi tutti compresa la protagonista! Amo la penna di Zafòn e quella di Philippa Gregory. E, da appassionata di storia, ho trovato insuperabili “I pilastri della terra” e “Mondo senza fine” di Follet.

Grazie Linda per essere stata con noi. Ti auguro buona fortuna per i tuoi scritti.

Ti ringrazio infinitamente per la tua disponibilità e gentilezza e per questa intervista. Per me è stato un vero piacere essere intervistata da te e ne approfitto per dirti che al più presto leggerò il tuo romanzo “Tregua nell’ambra”.

E se volete parlare con Linda Bertasi o seguire la sua attività, vi lascio i suoi contatti.

Email: bertasilinda@gmail.com

Blog: http://lindabertasi.blogspot.it/