Emèt, Il dovere della verità – Nicola Viceconti

Amici,

oggi vi parlo dell’ultimo libro di un autore che ho già ospitato sul blog, Nicola Viceconti. Potete leggere qui la sua intervista.

Emèt – Il dovere della verità

Nicola Viceconti

Loffredo Editore

 

 

 

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Trama

Helene Sanz, un’anziana diva del teatro tornata a vivere a Buenos Aires, viene a conoscenza di una sconcertante verità su Diego Tomasi, suo marito, vittima nel 1964 di un misterioso omicidio. Le ombre sulla vita privata dell’uomo s’intrecciano con un preciso momento storico dell’Argentina: quello durante il quale numerosi criminali di guerra della Germania nazista approdarono nel Paese.
Il bisogno di rendere pubblica la verità su tutta la storia assale la donna.  Per farlo, Helene si affida ad Alicia Hernandez, una giovane free lance esperta di teatro e sua devota ammiratrice, la quale accetta di buon grado l’opportunità di intervistarla. L’incontro tra le due si protrae per una notte intera, nel corso della quale le parole dell’anziana diva s’intrecciano con quelle della giornalista, portando alla luce il dolore di un vissuto che, seppur per ragioni diverse, riconduce ad una radice comune.
Riuscirà Helene, attraverso l’aiuto di Alicia, a trasmettere il senso reale della sua verità?

L’autore

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Nicola Viceconti vive e lavora a Roma. È laureato in So­ciologia e in Scienze della comunicazione e s’interessa di storia e di fenomeni sociali dell’America latina, in parti­colare dell’Argentina. Ha pubblicato con Gingko Edizioni Cumparsita (2010), Due volte ombra (2011), Nora Lopez – detenuta N84 (2012) risultando, con quest’ultimo, vin­citore nella sezione narrativa-romanzo all’XI edizione del concorso InediTO – Premio Colline di Torino premiato al Salone Internazionale del libro di Torino. La pagina dei romanzi di Nicola Viceconti è su Facebook, il sito web è: www.nicolaviceconti.it.

 

 

Recensione

Faccio una premessa. Trovo che gli autori – uomini – che scrivono storie che hanno per protagoniste delle donne, abbiano una sensibilità particolare. Viceconti ne da ampiamente prova in ogni suo libro.
La voce narrante di Helene cattura il lettore e lo induce, gentilmente, a continuare a leggere, come se stesse ascoltando dal vivo il racconto, seduto in una veranda di Buenos Aires. Attraverso i ricordi e l’introspezione dell’anziana diva l’autore indaga i comportamenti umani in situazioni estreme, le diverse reazioni possibili di fronte al dolore, i sensi di colpa capaci di tormentare per una vita intera, i rapporti diversi tra i membri di una famiglia. I personaggi di Viceconti si scoprono pian piano durante la lettura, in maniera realistica, come quando si fa lentamente amicizia con uno sconosciuto.
Come già dimostrato in Nora Lopez, detenuta N84 – romanzo che ho recensito qui – l’autore possiede una grande abilità nell’intrecciare fluidamente passato e presente: in questo caso le parole di Helene svelano di volta in volta piccoli indizi sul mistero di Diego, senza rivelare più di quanto necessario, ma riportandoci pian piano alla seconda guerra mondiale e a ciò che è venuto dopo, la ricerca dei criminali nazisti in sud America.
Affascinanti nella loro descrizione sono l’atmosfera argentina e quella parigina; le metafore impiegate sono fini, eleganti.
Ancora una volta Viceconti dimostra di essere maestro nel trattare le tematiche della memoria e dell’identità, senza il clamore cupo della cronaca nera e senza sentimentalismi eccessivi, raccontando semplicemente la verità: una verità che è dovere per chi la conosce, e diritto per chi la ignora.

Valutazione:

4

Approfondimenti

 

Emèt

Il sostantivo ebraico emèt, spesso tradotto con “verità”, deriva dal verbo aman, che significa fondamentalmente “essere solido, sicuro”.

 

Simon Wiesenthal

Simon Wiesenthal (Bučač, 31 dicembre 1908 – Vienna, 20 settembre 2005) è stato un ingegnere, scrittore e sopravvissuto alla Shoah austriaco, che dedicò gran parte della sua vita a raccogliere informazioni sui criminali nazisti e a rintracciarli per poterli sottoporre a processo.

I primi anni e la seconda guerra mondiale
Simon Wiesenthal era un ingegnere civile. Ricevette la laurea dall’Università Tecnica di Praga nel 1932 dopo esser stato rifiutato dal Politecnico di Leopoli a causa delle restrizioni razziali imposte agli studenti ebrei. Nel 1936 sposò Cyla Mueller. Wiesenthal, quando scoppiò la Seconda guerra mondiale, viveva a Leopoli in Polonia. In seguito al patto Molotov-Ribbentrop, Leopoli fu occupata dall’Unione Sovietica. Il patrigno ed il fratellastro di Wiesenthal furono uccisi da membri del NKVD, la polizia segreta sovietica. Wiesenthal stesso fu costretto a chiudere la sua ditta e lavorare in una fabbrica.

Quando la Germania invase l’Unione Sovietica nel 1941, Wiesenthal e la sua famiglia furono catturati dai nazisti ed avviati verso i campi di concentramento. La moglie di Wiesenthal riuscì a nascondere la sua identità ebraica grazie a documenti falsi, che le vennero forniti dalla resistenza polacca in cambio degli schemi degli scambi ferroviari disegnati da Wiesenthal. Simon non fu così fortunato, e fu internato in vari campi di concentramento, dove sfuggì all’esecuzione in varie occasioni.

L’inizio della caccia ai criminali nazisti
Wiesenthal fu liberato dalle forze statunitensi il 5 maggio 1945 dal campo di concentramento di Mauthausen. Quando i soldati lo trovarono, pesava meno di 45 chilogrammi ed era senza forze. Appena si rimise iniziò a lavorare per conto dell’esercito statunitense, raccogliendo informazioni per i processi contro i crimini di guerra nazisti. Nel 1947 lui ed altri trenta volontari fondarono il “Centro di documentazione ebraica” a Linz, in Austria, per raccogliere informazioni per futuri processi. Quando Stati Uniti ed Unione Sovietica persero interesse nel perseguire ulteriori crimini di guerra, il gruppo fu messo da parte.

Ciò nonostante Wiesenthal continuò con la raccolta di informazioni nel suo tempo libero, mentre lavorava a tempo pieno per aiutare le vittime della Seconda guerra mondiale. Durante questo periodo Wiesenthal fu essenziale per la cattura di uno degli ideatori dell’Endlösung, Adolf Eichmann (il quale divenne l’organizzatore logistico dell’ Endlösung dopo aver partecipato alla Conferenza di Wannsee in cui prese corpo tale progetto). Dopo l’esecuzione di Eichmann in Israele nel 1962, Wiesenthal riaprì il “Centro per la documentazione ebraica”, che cominciò a lavorare su nuovi casi.

Tra i suoi successi più clamorosi vi fu la cattura di Karl Silberbauer, l’ufficiale della Gestapo responsabile dell’arresto di Anna Frank. La confessione di Silberbauer aiutò a discreditare la voce che Il diario di Anna Frank fosse un falso. In questo periodo Wiesenthal localizzò nove dei sedici nazisti messi sotto processo nella Germania Ovest per l’uccisione degli ebrei di Leopoli, città dove visse egli stesso. Tra gli altri criminali catturati vi furono Franz Stangl, il comandante dei campi di concentramento di Treblinka e Sobibor, ed Hermine Braunsteiner-Ryan, una casalinga che viveva a Long Island, New York, che durante la guerra aveva supervisionato l’uccisione di centinaia di donne e bambini.

Il Centro Wiesenthal
Nel 1977 gli fu dedicata l’agenzia per la memoria sulla Shoah, il Centro Simon Wiesenthal (Simon Wiesenthal Center). Il Centro Simon Wiesenthal promuove la consapevolezza dell’antisemitismo, controlla i gruppi neonazisti, gestisce i Musei della Tolleranza a Los Angeles e Gerusalemme, e collabora ad assicurare alla giustizia i criminali nazisti di guerra sopravvissuti.

Fonte approfondimenti: Wikipedia
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Uruguay, 1974: i crimini della dittatura toccano anche un cittadino originario di Martina Franca.

Uruguay, 1974: i crimini della dittatura toccano anche un cittadino originario di Martina Franca, Aldo Perrini. A distanza di anni il processo nei confronti dei responsabili non ha portato giustizia. Intellettuali, giornalisti e rappresentanti di associazioni vi si oppongono. Tra loro anche lo scrittore Nicola Viceconti, che ho intervistato poco tempo fa qui.

Da Repubblica:

L’Uruguay fatica a fare i conti con il suo passato. È l’atteggiamento della giustizia nei confronti dei crimini commessi negli anni della dittatura militare a testimoniarlo. Ciò a dispetto del nuovo corso politico avviatosi nel paese, che vede protagonista l’austero presidente José Alberto Mujica, ex guerrigliero Tupamaros, per molti un’icona del riscatto politico e morale latinoamericano.

Ricordiamo che dal 1973 al 1985 l’Uruguay è stato tenuto col pugno di ferro da una feroce dittatura militare, responsabile di una repressione durissima nei confronti di ogni forma di dissenso, come in Argentina e in Cile.

Leggete l’articolo completo su Aldo Perrini, qui.

I diritti umani violati e la giustizia che non sfocia in vendetta. “Nora López, detenuta N84” di Nicola Viceconti

Amici, quest’oggi introduco un libro e un autore che sono convinta meritino attenzione. Parliamo di diritti umani abilmente trattati in un romanzo coinvolgente.

L’autore

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Nicola Viceconti, scrittore, sociologo, laureato in Sociologia e in Scienze della Comunicazione, appassionato di storia e cultura argentina con particolare riferimento alla tematica dei diritti umani. Autore di 3 romanzi pubblicati contemporaneamente in Italia, Argentina e in alcuni paesi del Cono Sur (Cile, Uruguay). Socio di 24 marzo Onlus, associazione dedicata al sostegno dei familiari dei desaparecidos argentini. Vincitore (primo classificato) all’XI Concorso Nazionale InediTo 2012, premiato il 12 maggio 2012 al Salone internazionale del libro di Torino, con il testo “Nora Lopez, detenuta N84”. Vincitore Primo premio della sezione narrativa edita del IV concorso Nazionale di S. Giorgio a Cremano (dicembre 2010), con il testo “Cumparsita”. Vincitore Primo premio della sezione narrativa edita del VI concorso Nazionale di S. Giorgio a Cremano (dicembre 2012), con il testo “Due volte ombra”.

L’attività di scrittore impegnato nella difesa dei diritti umani del popolo argentino nasce spontaneamente a seguito di un viaggio fatto in Sud America alcuni anni fa. Si tratta di una naturale propensione per talune tematiche sociali alimentata da una personale “sensibilità acquisita” alla vicenda dei desaparecidos.

Al riguardo, vale la pena ricordare che il Viceconti non ha parenti emigranti in Argentina, e l’ispirazione a scrivere storie connesse ai diritti umani si è andata sviluppando in questi anni, attraverso un percorso formativo costituito da tre distinte fasi:

  1. un’approfondita opera di documentazione storico-sociale del fenomeno attraverso una ricerca personale e il contatto con le associazioni dei diritti umani in Argentina;
  2. l’incontro con persone che hanno vissuto in prima persona il dramma della dittatura;
  3. le visite in alcuni centri clandestini di detenzione.

Tale percorso ha fatto maturare il bisogno di mantenere viva la memoria del popolo argentino e di diffonderla attraverso la scrittura. E’ un atto di responsabilità che travalica qualsiasi obiettivo personale e aggiunge un modesto contributo al carattere universale dei diritti umani.

Il sito: http://www.nicolaviceconti.it/

Le opere

“Cumparsita” è un romanzo dedicato agli emigranti italiani in Argentina che negli anni passati “hanno avuto il coraggio di attraversare l’oceano”. Attraverso la storia di vita di Don Mimì, si mostrano al lettore, in chiave romanzata, le peripezie, i sogni, le speranze e i sacrifici di un emigrante nella Buenos Aires dagli anni venti a oggi. Le stesse speranze di tutti gli emigranti in qualsiasi paese del mondo. Il testo tratta il tema dell’identità individuale e nazionale degli emigranti tracciando le caratteristiche salienti delle comunità italo-argentine presenti nel paese. I capitoli del libro sottolineano i momenti storici di un’Argentina che cresce e si consolida intorno a simboli e prodotti culturali che ne caratterizzano l’immagine in tutto il mondo. Il “Caffè Tortoni”, l’incontro tra Benvenuti e Monzon, il battello “Principessa Mafalda”, il tango, nella sua dimensione sociale di aggregazione e portavoce dei bisogni della collettività e, infine, il dramma di un sequestro messo in atto da una patota ai tempi della dittatura della Junta Militar, sono solo alcuni dei momenti significativi del libro.

Cumparsita ha ottenuto il prestigioso patrocinio dell’Ambasciata Argentina in Italia per il merito di aver promosso e contribuito a far conoscere la cultura argentina all’estero. Nel mese di dicembre 2010 ha vinto il Primo premio della sezione narrativa edita del IV concorso Nazionale di S. Giorgio a Cremano, riconoscimento che è stato consegnato dal poeta argentino Carlos Sanchez. La versione in castellano di Cumparsita si avvale della prefazione dello scrittore giornalista Jorge Alberto González e della postfazione di Carlo Spagnoli, Segretario Generale della Camera di Commercio Italo Argentina. In Argentina Cumparsita è stato presentato alla V Fiera del libro di Mar del Plata, in alcune librerie di Buenos Aires e presso l’associazione culturale “Amistad Argentina-Cuba” di Mendoza.

“Due volte ombra”: il testo, dedicato alle Abuelas de Plaza de Mayo, associazione da anni impegnata al ritrovamento delle identità rubate ai figli dei desaparecidos dell’ultima dittatura militare, affronta il dramma delle adozioni illegali perpetuate dal sistema. Al centro della storia c’è la ricostruzione dell’identità di un’adolescente. Il libro, con la prefazione della signora Estela Carloto (Presidente delle Abuelas, nonchè candidata Premio Nobel per la pace nel 2009 e 2111) è patrocinato dall’Ambasciata Argentina in Italia per aver affrontato il tema della memoria e dell’identità del popolo argentino. Nel mese di dicembre 2012 ha vinto il Primo premio della sezione narrativa edita del VI concorso Nazionale di S. Giorgio a Cremano.

La presentazione ufficiale della versione in castellano di Dos veces sombra è avvenuta il 24 aprile 2011, nell’ambito della fiera internazionale del libro di Buenos Aires. E’ stato presentato, inoltre, presso la facoltà di Scienze Sociali dell’Università UBA di Buenos Aires e presso la facoltà di diritto della Università Aconcagua di Mendoza.

“Hablar a la luz del sol”: cortometraggio prodotto da Nicola Viceconti e Alfredo Santucci, scritto e diretto da quest’ultimo, liberamente ispirato al romanzo “Cumparsita”. Il cortometraggio in questione è stato patrocinato dall’Ambasciata Argentina in Italia per aver affrontato la tematica della memoria e dell’identità del popolo argentino.

Il libro di cui parliamo oggi

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Trama

Chi era Nora Lòpez alla fine degli anni Settanta? Perché fu arrestata e torturata dai militari al Club Atlético? Chi è l’uomo che ha ucciso?

La tranquilla vita di Luis Pontini, noto agente immobiliare di Buenos Aires, viene improvvisamente scossa dall’arrivo di Livia, una giovane donna italiana decisa a investigare sul passato di sua madre, ora detenuta. L’uomo è costretto, sotto ricatto, ad accettare di incontrare più volte la ragazza e a rispondere alle sue incessanti domande. Ma chi è realmente Luis Pontini e perché è costretto a cedere al ricatto?

Le risposte si snodano in un coinvolgente intreccio che ci riporta agli anni bui dell’ultima dittatura Argentina, inquadrata e ricostruita dai ricordi e dal racconto di chi è stato con convinzione e orgoglio dalla parte sbagliata.

Il libro è corredato da una prefazione di Francesco Caporale, il pm che ha svolto i processi dello stato italiano nei confronti dei militari argentini per il caso dei desaparecidos italiani, da Juan Josè Kratzer, un ex prete terzomondista e da Osvaldo Lavalle, ex detenuto del Club Atletico.

La mia recensione 

Ciò che mi ha colpita sin da subito in questo libro è stato l’argomento. Attraverso un romanzo – quindi un’opera di fantasia – l’autore si prefigge e consegue egregiamente l’obiettivo di scavare nel passato di un ex torturatore della dittatura argentina. Estremamente interessante e coraggiosa è la scelta di narrare la storia non attraverso il solito “eroe buono” ma, di contro, dal punto di vista del “cattivo”.

Livia mi chiese di sua madre come se fosse ancora reclusa in una cella. Accettai di recitare la parte e idealmente indossai la divisa: solo così avrei potuto parlare senza peli sulla lingua e, soprattutto, senza sentirmi inquisito o addirittura in dovere di giustificarmi per quello che avevo fatto.

Dunque il lettore si ritrova a leggere i pensieri del torturatore, i suoi sentimenti più intimi, le ideologie in cui crede con ogni fibra del suo essere. Ma non per questo – e qui va il grande plauso al Viceconte – si viene spinti a giustificare in qualche modo il carnefice, né ad attenuare le sue colpe.

Prima di entrare, già tremava come una foglia. Che codardi erano gli intellettuali. Mi facevano rabbia più degli altri. Da dietro le loro scrivanie erano capaci di alzare la voce e sbandierare idee rivoluzionarie per sovvertire lo stato. Poi quando ce li avevi di fronte si dimostravano peggio delle pecore.

La scrittura è rapida e limpida, agevola una lettura scorrevole e piacevole. I ricordi del passato del protagonista riemergono prepotenti davanti alle domande inquisitorie di Livia, ma grazie al modo in cui vengono raccontati non appaiono distaccati dalla trama principale. Passato e presente sono così ben amalgamati che non ci si rende conto del passaggio temporale.

La trama “inventata” – ma che potrebbe benissimo essere reale – attraverso la quale l’autore ha scelto di raccontare il periodo della dittatura argentina è accattivante e nient’affatto noiosa. Essa rende appetibile a tutti un periodo importante della storia, in maniera viva ed emozionante, non impersonale come invece si riscontra spesso nei libri di storia. Il finale, oltretutto, che si incentra sulla giovane Livia, lascia spazio anche a sentimenti d’affetto tra madre e figlia, a una malinconia pressante ma tenera, generata da un amore che travalica le paure e i pregiudizi.

Le 176 pagine scorrono da sole, una dopo l’altra, stimolando la riflessione sugli argomenti trattati nello specifico e, più in generale, su quelli che riguardano le ingiustizie di tutto il mondo.

La Shoah sembrava essere stato l’ultimo grande crimine organizzato contro l’umanità e invece i militari della dittatura argentina sono riusciti a eguagliare i crimini nazisti, compiacendosi del proprio operato: essi, ad esempio, parlavano allegramente dei detenuti che avrebbero “fatto il volo” e cioè che sarebbero stati lanciati ancora vivi ma intontiti direttamente nelle acque dell’oceano. Alla luce di tutto questo è senz’altro da ammirare il lavoro del Viceconti poiché tramandare la memoria storica anche attraverso romanzi è un passo importante per non dimenticare, per “ridare la vita” a tutti coloro che hanno sofferto pene indicibili in nome di un ideale, per imparare e fare tesoro per il futuro.

Valutazione:

4

Intervista all’autore

Passiamo ora la parola all’autore che ospito con grande piacere sul mio blog.

Ciao Nicola, benvenuto.

  • Dalla tua biografia abbiamo appreso la tua passione per l’Argentina, per il periodo buio della dittatura, il tutto nato durante un viaggio in  Sud America. Ti va di raccontarci come è scoppiata questa scintilla?

Tutto nasce da un viaggio fatto alcuni anni fa in Argentina e in Uruguay per scoprire le origini del tango non solo come ballo, ma come una delle principali espressioni della cultura rioplatense. La scintilla nei confronti dell’Argentina è scoccata a seguito di un incontro con Diego, un giovane taxista, nipote di emigranti italiani. Il suo immenso desiderio di venire in Italia a visitare il paese dei suoi bisnonni, mi ha fatto riflettere sulla condizione psicologica degli emigranti e dei loro discendenti e mi ha stimolato a scrivere Cumparsita, un romanzo dedicato a queste persone e al loro coraggio di attraversare l’oceano.

  • Parliamo più nello specifico del dramma dei desaparecidos. Il popolo argentino, al giorno d’oggi, ha metabolizzato la sofferenza oppure essa è ancora viva e palpitante?

La tragedia dei desaparecidos ha coinvolto individui appartenenti a ogni classe sociale, con differente grado di istruzione e professione. Dal 1976 al 1983 in Argentina sono state annientate due generazioni. A questo dato si aggiungono poi un milione e mezzo di esiliati, migliaia di prigionieri politici e cinquecento bambini rubati come bottino di guerra e destinati a un perverso progetto di adozioni illecite.

L’orrore scaturito da una simile dittatura è difficile da metabolizzare. Quello che un popolo può fare, con impegno e serietà, è percorrere il lento e faticoso cammino della verità. Solo raggiungendo la verità e la giustizia ad essa correlata, si può pensare di ricucire le ferite provocate dalla dittatura. E’ un processo lento e doloroso che coinvolge l’intera collettività.

L’Argentina già da alcuni anni ha intrapreso con coraggio e serietà questo percorso. I numerosi processi, tuttora in corso, contro i responsabili di simili nefandezze ne sono la testimonianza. Ciò ha comportato il dover mettere da parte il concetto del tutto ingannevole di “colpa collettiva”, più volte utilizzato in fase di giudizio dei sistemi dittatoriali, e considerare le responsabilità individuali di tutti quelli coinvolti negli ingranaggi del gigantesco sistema.

  • Esistono numerose associazioni che sostengono i familiari dei desaparecidos. Vuoi parlarci di 24 marzo Onlus, di cui sei socio?

Si tratta di una associazione dotata di uno statuto che si ispira alla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani che riconosce pari dignità a tutti gli individui e ai loro diritti, uguali ed inalienabili e che costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo.

Sono venuto a conoscenza del 24 Marzo Onlus in occasione dei processi che sono stati svolti dallo Stato Italiano nei confronti di alcuni militari argentini per la morte di cittadini italo-argentini. L’associazione si è sempre adoperata al sostegno delle parti civili nei citati processi. Attualmente è impegnata nell’attività di sensibilizzazione sui diritti umani organizzando interventi nelle scuole superiori e nelle università. Inoltre. il 24 Marzo Onlus collabora con il nodo italiano di una rete di enti e associazioni connesse alla CONADI argentina (Commissione Nazionale per il diritto all’identità) e all’associazione delle Abuelas de plaza de Mayo per dare assistenza a giovani che in Italia hanno dubbi sulle proprie origini e che potrebbero essere figli di desaparecidos.

  • Prima di parlare dei tuoi libri, spiegaci secondo te quale valore ha la memoria storica, nello specifico quella dei crimini perpetrati ai danni di un popolo.

Joel Candau, un antropologo francese, considera la memoria come una grande cornice messa a disposizione della collettività che “non vale tanto per quello che è, ma per l’uso che se ne fa”. Questo per dire che quando ci riferiamo a situazioni storiche nelle quali sono stati commessi crimini che investono l’intera umanità, la memoria dovrebbe diventare qualcosa di dinamico e trasformarsi in azione. Vorrei ricordare anche Vera Vigevani, una madre de Plaza de Mayo della linea Fundadora, che a tale riguardo ha coniato l’espressione Militanza della memoria. Una memoria dotata di una forza dirompente che non si limita a un atto commemorativo del passato, ma si trasforma, appunto, in azione.

È un dovere che appartiene a ognuno di noi sia come singoli individui, sia come collettività fare qualcosa per mantenere attivi gli anticorpi della conoscenza e della coscienza civile, che poi sono gli elementi che ci consentono di mobilitarci ogni volta che i diritti umani, in ogni parte del mondo, vengono calpestati.

  • A quale scritto ti senti più legato tra “Cumparsita”, “Due volte ombra” e “Nora López – Detenuta N84”? Quale ha richiesto da parte tua un maggior impegno non solo storiografico ma anche emotivo?

La vicinanza a un romanzo o all’altro dipende dallo stato d’animo nel quale mi trovo in un dato momento. Da una parte ci sono emigrazione e tango, dall’altra il dramma della dittatura e della violazione dei diritti umani. Mentre nella storie di Cumparsita emerge l’aspetto poetico del vecchio Don Mimì, il tenero e brontolone emigrante italiano, nelle pagine di Due volte ombra e Nora Lopez, detenuta N84 prevale il protagonismo delle donne. In questi ultimi due romanzi, infatti, è la componente femminile a rappresentare l’elemento trainante della narrazione che lascia emergere i sentimenti di forza, coraggio e soprattutto di speranza. In Due volte ombra, Paula a sedici anni scopre di non essere figlia di quelli che credeva i suoi veri genitori e decide d’intraprendere il difficile cammino di ricostruzione della sua vera identità.

In Nora Lopez, detenuta N84, di fronte al cinico Luis Pontini che narra quasi tutta la storia, c’è Livia, un’altra protagonista femminile. È una ventenne italiana che per aiutare sua madre decide di affrontare con determinazione l’orrore della dittatura.

  • Perché in “Nora López – Detenuta N84” hai scelto il punto di vista del torturatore? Non è possibile che qualcuno realmente coinvolto in quelle vicende possa restarne particolarmente colpito? O forse hai cercato proprio questo?

Con Nora Lopez, detenuta N84 ho intrapreso una sfida. Ho voluto aggiungere un contributo alla memoria mettendo in primo piano le ragioni assurde del carnefice al fine di provocare indignazione nel lettore facendogli ascoltare in modo diretto e il più possibile autentico, la voce del male. Ascoltare la voce del male per rafforzare il bene che abbiamo dentro di noi, dove il male non è necessariamente qualcosa di ben riconoscibile con le sembianze del demonio, bensì un uomo comune perfettamente mimetizzato nella società. Il torturatore nel testo Nora Lopez, detenuta N84, è un tranquillo signore di Buenos Aires che fa l’agente immobiliare. È sposato e ha due figli. Sarà lui a svelare a Livia il passato di Nora Lopez alla fine degli anni settanta e a ribadire alla ragazza e al lettore la sua assurda ideologia.

Nel testo non ho potuto fare a meno di riportare alcuni elementi caratteristici della vicenda argentina rispettandone l’autenticità storica.

La sfida di aver scritto Nora Lopez, detenuta N84 si può ritenere vinta non solo per aver guadagnato il prestigioso premio Inedito 2012, ma soprattutto per le significative parole di elogio nella prefazione al romanzo da parte PM Francesco Caporale e nella testimonianza di Osvaldo La Valle, un ex detenuto del centro clandestino di detenzione “Club Atletico” di Buenos Aires.

  • Secondo te esistono davvero ex militari della dittatura argentina che vivono sotto un’altra identità?

Ci sono casi di ex militari che hanno vissuto per anni sotto falsa identità e che recentemente sono stati arrestati.

  • Per il personaggio di Livia ti sei ispirato a persone che hai conosciuto in Argentina o hai plasmato la sua personalità convogliando in essa tutto il desiderio di giustizia dei desaparecidos?

Livia è un personaggio inventato e non si riferisce a nessuna persona reale. Le sue azioni di forza e coraggio sono quelle di una figlia che decide di aiutare la propria madre a superare le violenze fisiche e mentali subite in un’epoca terribile. Chiaramente Livia nella storia rappresenta anche il desiderio di giustizia, lo stesso che dovrebbe stimolare il lettore. Si tratta di un’esigenza che Livia risolve senza mai cadere nella tentazione della vendetta. Giustizia, non vendetta, come ripetono da anni le associazioni dei diritti umani in Argentina. Livia aiuta la madre portando elementi di verità alla sua storia e chiudendo i conti con il passato.

Prendo in prestito una frase di Edoardo Galeano per comprendere questo tipo di giustizia: “giustizia, non vendetta… il sano ossigeno che il corpo sociale richiede per non tornare ad inciampare sugli stessi sassi, a cadere nelle stesse buche e a commettere le stesse atrocità”.

  • Personalmente ammiro molto gli autori che cercano, attraverso i loro scritti, di mantenere viva la voce di chi non può più parlare perché vittima di soprusi e ingiustizie. Quanto credi sia importante questa “missione” da parte degli scrittori? Secondo te, ricordando e conservando come tesori le testimonianze del passato, l’umanità potrà imparare dai propri errori o continuerà a sbagliare?

Ti ringrazio per l’apprezzamento, dare voce alle persone deboli, alle vittime di soprusi e ingiustizie rappresenta per me il gesto più importante di solidarietà e di coscienza civile che ognuno di noi dovrebbe fare verso il prossimo. Ritengo che le persone coinvolte nella produzione di qualsiasi prodotto culturale (arte, musica, letteratura, etc) compiono una missione. Nel mio caso la scrittura nasce impetuosa proprio perché si riferisce a tematiche sociali che coinvolgono l’intera umanità. Argomenti come l’emigrazione o la violazione dei diritti umani non appartengono a un singolo paese, essi fanno parte dell’essere umano in quanto tale e credo che il compito dello scrittore sia anche quello di informare e mettere in condizione il lettore di riflettere. I miei romanzi si possono definire ad ambientazione storica, testi cioè dove i fatti narrati sono completamente frutto di fantasia ma il contesto storico-sociale nel quale essi si collocano è terribilmente reale. Un mix di realtà e finzione, dove l’utilizzo di quest’ultima rappresenta un valido strumento per raggiungere platee di utenti che altrimenti resterebbero lontane da certe informazioni.

  • La prima cosa che ho pensato quando ho finito di leggere il tuo libro è che dovrebbe essere inserito tra le letture delle scuole superiori. La forma che gli hai dato, nonostante il contenuto forte, consente di conoscere in modo vivo e diretto le vicende della dittatura argentina vissute direttamente sulla pelle delle persone, argomenti che forse qui in Italia non sono trattati come si dovrebbe. Quale altro libro, oltre ai tuoi, ti verrebbe da consigliare a riguardo, in questo senso?

Non è la prima volta che qualcuno mi fa notare l’adeguatezza di una scrittura semplice e diretta. Non nascondo con orgoglio che la versione in castellano del romanzo Due volte ombra molto probabilmente verrà adottato da alcune scuole superiori della provincia di Buenos Aires. Sono in attesa di conferma da parte dell’editore Argentino.

Sarebbe una grande soddisfazione se uno dei miei romanzi venisse scelto come testo di narrativa nelle scuole superiori italiane. Al riguardo torno a ribadire l’importanza del romanzo come strumento adatto a far conoscere le vicende di un popolo.

Un testo che consiglierei agli studenti è “Il torto del soldato” di Erri De Luca.

Grazie,

Nicola Viceconti

Grazie a te Nicola per le tue preziose riflessioni.