Se questo è un uomo – Primo Levi

La persuasione che la vita ha uno scopo è radicata in ogni fibra di uomo, è una proprietà della sostanza umana. Gli uomini liberi danno a questo scopo molti nomi, e sulla sua natura molti pensano e discutono: ma per noi la questione è più semplice.

Oggi e qui, il nostro scopo è di arrivare a primavera.

SE QUESTO È UN UOMO

Primo Levi

se questo è un uomo

Primo Levi, reduce da Auschwitz, pubblicò “Se questo è un uomo” nel 1947. Einaudi lo accolse nel 1958 nei “Saggi” e da allora viene continuamente ristampato ed è stato tradotto in tutto il mondo. Testimonianza sconvolgente sull’inferno dei Lager, libro della dignità e dell’abiezione dell’uomo di fronte allo sterminio di massa, “Se questo è un uomo” è un capolavoro letterario di una misura, di una compostezza già classiche. È un’analisi fondamentale della composizione e della storia del Lager, ovvero dell’umiliazione, dell’offesa, della degradazione dell’uomo, prima ancora della sua soppressione nello sterminio.

L’autore

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Primo Levi (Torino 1919-1987) è stato un romanziere, saggista e poeta italiano. Studiò chimica all’Università di Torino dal 1939 al 1941 e successivamente, mentre lavorava come ricercatore chimico a Milano, decise di unirsi a un gruppo ebraico della Resistenza, formatosi in seguito all’intervento tedesco nel Nord d’Italia nel 1943.

Catturato e deportato nel campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau, sopravvisse perché impiegato in attività di laboratorio. Riprese il suo lavoro come chimico industriale nel 1946, ma si ritirò nel 1974 per dedicarsi interamente alla scrittura. I profondi strascichi psicologici dell’internamento nel campo di sterminio furono probabilmente la causa del suo suicidio, avvenuto nel 1987.

L’esperienza nel lager

In un mondo, quello dei lager nazisti, in cui ogni cosa sembra sfuggire al controllo della ragione, soltanto l’impegno della memoria può contrastare il trionfo dell’assurdo e dell’orrore. È questo il senso della scrittura di Primo Levi, misurata, lucida e essenziale, priva di esagerazioni retoriche, fragile testimonianza di un ideale di civiltà e dignità umana.

Iniziata con la stesura di Se questo è un uomo, la vocazione letteraria di Primo Levi ha dimostrato uno spessore artistico ed intellettuale che non può essere semplicemente ridotto alla categoria della testimonianza episodica, come fu per molti tra gli scampati ai campi di sterminio nazisti. L’esperienza della deportazione rimase sempre centrale nelle opere di Levi, analizzata con lucidità di pensiero: la malvagità di cui l’uomo era stato capace non trovò in lui né un facile assolutore né un superbo inquisitore.

Opere

 

1947 Se questo è un uomo Racconto dei mesi di prigionia nel campo di concentramento di Auschwitz
1963 La tregua Racconto del viaggio di ritorno dalla Polonia in Italia dopo la liberazione del campo di concentramento di Auschwitz; premio Campiello
1966 Storie naturali Racconti
1971 Vizio di forma Racconti
1975 Il sistema periodico
L’ osteria di Brema
Racconti
Raccolta di poesie
1978 La chiave a stella Romanzo; premio Strega
1981 Lilit e altri racconti
La ricerca delle radici. Antologia personale
Racconti
Pagine scelte dagli autori più amati da Levi
1982 Se non ora, quando? Scritti sulla guerra e sull’ebraismo; premio Campiello; premio Viareggio
1984 Ad ora incerta Poesie
1985 L’ altrui mestiere Saggi e articoli
1986 I sommersi e i salvati Riflessioni sull’universo concentrazionario
1986 Racconti e saggi Raccolta
1997 L’ ultimo Natale di guerra Racconti scritti tra il 1977 e il 1987; postuma
2002 L’ asimmetria e la vita: articoli e saggi 1955-1987 Raccolta di articoli comparsi su giornali e riviste; postuma

 

 

Fonte: Encarta

 

Recensione

Avete mai letto di cosa accadeva all’interno dei campi di concentramento nazisti? A parte ciò che dicono i libri di storia, intendo, che riportano notizie impersonali e numeri stampati su una pagina. Avete mai immaginato cosa voleva dire “vivere” in uno di quei campi? Come si poteva cercare di sopravvivere nella speranza di liberazione? Ebbene, se non l’avete fatto – ma pure se l’avete fatto – vi consiglio di documentarvi leggendo “Se questo è un uomo”. Non si tratta di un noioso saggio, ma un racconto di ciò che Levi ha vissuto e subito prima e durante la prigionia: il viaggio in treno; la separazione crudele degli uomini dalle donne e dai bambini; i soprusi dei capi reparto; il lavoro in condizioni inumane; i tradimenti e gli stratagemmi per ottenere del pane o della zuppa in più; gli scambi in una sorta di “mercato nero” interno; la sorte dei compagni. Il tutto ricco in pensieri e riflessioni sulla dimensione di “uomo” degli uomini che lo circondavano e in generale.

Tutti scoprono, più o meno presto nella loro vita, che la felicità perfetta non è realizzabile, ma pochi si soffermano invece sulla considerazione opposta: che tale è anche una infelicità perfetta. I momenti che si oppongono alla realizzazione di entrambi i due stati-limite sono della stessa natura: conseguono dalla nostra condizione umana, che è nemica dell’infinito. Vi si oppone la nostra sempre insufficiente conoscenza del futuro; e questo si chiama, in un caso, speranza, e nell’altro, incertezza del domani. Vi si oppone la sicurezza della morte, che impone un limite a ogni gioia, ma anche a ogni dolore. Vi si oppongono le inevitabili cure materiali, che, come inquinano ogni felicità duratura, così distolgono assiduamente la nostra attenzione dalla sventura che ci sovrasta, e ne rendono frammentaria, e perciò sostenibile, la consapevolezza.

Uno scritto florido anche di richiami alle opere dantesche che, non paradossalmente, ben si adattano alle situazioni descritte. “Se questo è un uomo” scava lentamente ma ferocemente dentro l’anima, rivelandoci gli aspetti più crudi e assurdi di noi stessi e dell’essere umano, scoprendoci indifesi e increduli di fronte a tanto odio, a tanta meschinità, al modo in cui l’uomo può ridurre i suoi simili. Allora forse erano più evidenti nella realtà, soprattutto in una condizione di guerra che “scopre le carte” di ognuno di noi rivelandone la natura, oggi celate all’evidenza ma non meno probabili.

Pochi sono gli uomini che sanno andare a morte con dignità, e spesso non quelli che ti aspetteresti.

Valutazione:

5+

Tregua #3 è arrivato

Ciao amici!

Tanti di voi mi hanno chiesto più di una volta quando sarebbe uscito, ebbene: eccolo qui!

 

TREGUA #3 – LO STESSO SANGUE

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Primavera 1944. In fuga dopo quello che potrebbe essere classificato come omicidio, Elisa ed Enea lasciano in tutta fretta Martina Franca per riparare a Napoli, dove un misterioso e altolocato amico di Enea può offrire loro rifugio. Mentre il rapporto con lo stravagante pittore si fa involontariamente sempre più stretto, la ragazza è dolorosamente consapevole della vita che ha lasciato in sospeso e dell’uomo che ama, di cui purtroppo ha perso ogni traccia. Spinta dal senso del dovere, dall’amore e dalla volontà di sentirsi ancora viva, di essere utile al mondo, prende una decisione che la cambia per sempre e la spinge a entrare di forza nel cuore cruento e palpitante del conflitto mondiale, nonché nelle case e negli animi dei patrioti della grande Resistenza nell’Italia occupata dai nazisti.
Un viaggio negli aspetti più umani della guerra: la prima linea vista dai civili e i soprusi della libertà negata da un popolo straniero che fa da padrone, alla scoperta delle reazioni umane nei momenti più disperati e, ancora una volta, della forza dell’amore e della speranza.

Per chi non ha letto i libri precedenti ricordo che si tratta di una trilogia, e questo è l’ultimo.

Per festeggiare l’uscita di Tregua #3, il primo capitolo della saga Tregua #1 è disponibile in download gratuito e Tregua #2 costa solo 0,99 €. Mentre Tregua #3 è in offerta lancio a 1,99 €. Sono disponibili anche in versione cartacea.

Cosa aspettate? Approfittatene, condividete, invitate gli amici!

Qui sotto i link. Buona lettura a tutti, magari lasciatemi un commento su Amazon 😉

PS

Se qualcuno ha voglia di mettere mipiace su Facebook alla mia pagina autrice e alla pagina dedicata alla saga ve ne sarò grata 🙂

Suite francese – Irène Némirovsky

Salve amici,

in occasione dell’uscita del film Suite francese, vi propongo la lettura del romanzo a cui è ispirato.

SUITE FRANCESE

Irène Némirovsky

Cattura

Trama

“Suite francese”, pubblicato postumo nel 2004, è l’ultimo romanzo di Irene Némirovsky, nata a Kiev nel 1903, emigrata a Parigi nel 1919, morta ad Auschwitz nel 1942. È un affresco spietato, in diretta, della disfatta francese nel giugno 1940 e dell’occupazione tedesca, in cui le tragedie della Storia si intrecciano alla vita quotidiana e ai destini individuali. È un caleidoscopio inesauribile di comportamenti condizionati dalla paura, dal sordido egoismo, dalla viltà, dall’indifferenza, dagli istinti di sopravvivenza e di sopraffazione, dall’ordinaria crudeltà, dall’ansia di amore. Con lucida indignazione ma anche con passione, Némirovsky mette a nudo le dinamiche profonde dell’esistenza umana di fronte alla prova della guerra. Perché è nei momenti di crisi che si arriva davvero, a conoscere gli altri, specchio di noi stessi. Prefazione e traduzione di Lanfranco Binni.

Recensione

Come sapete la Némirovsky è un’autrice che apprezzo molto (l’ho presentata qui) e mi fa sempre piacere leggere uno dei suoi libri.

In Suite francese non c’è solo una storia. In realtà si tratta dei primi due movimenti di quello che avrebbe dovuto essere un poema composto da cinque parti (Tempesta di giugno, Dolce, Prigionia, Battaglie, La Pace). L’autrice infatti dopo aver terminato Tempesta di giugno e Dolce viene arrestata e internata ad Auschwitz, dove muore.

Nel primo movimento, Tempesta di giugno, la Némirovsky descrive il momento del grande esodo da Parigi poco prima dell’invasione tedesca: è il caos.

Il modo in cui l’autrice intreccia vite e storie, esperienze e tragedie, è una delle sue più grandi abilità. La descrizione di dettagli e scene è così vivida e abbondante (ma non pesante) che le pagine fanno vivere al lettore l’atmosfera delle vicende, fanno letteralmente respirare l’aria che respirano i personaggi, sentire sulla pelle le stesse sensazioni. La Némirovsky è maestra nella descrizione della propria epoca attraverso un occhio critico e pungente, che mostra in maniera cruda ma non crudele le contrapposizioni di classe e le battaglie interne di ogni individuo. Storie di coraggio, dolore, passione e lotta, che trascende gli standard di genere e offre il ritratto reale di un’epoca e più generazioni, in maniera individuale ma anche collettiva.

Nel secondo movimento, Dolce, l’autrice pone l’accento su un aspetto più intimo della vita umana sebbene non tralasci mai il contesto: l’amore, la passione tra uomo e donna. Non lascia stupiti il fatto che, nel momento in cui inizia la storia d’amore che ci aspettavamo (quella tanto pubblicizzata dalla quarta e dal trailer del film) non ci si rende nemmeno conto di essere stati trasportati fin lì, perché ormai si era un tutt’uno con l’universo di personaggi creati dall’autrice, con ogni piccolo e grande dramma di ciascuno di essi. Le emozioni e le attenzioni tra i due protagonisti hanno i toni lievi, come pastelli, delle storie d’amore d’altri tempi senza perdere nulla in romanticismo e passione.

È un vero peccato che le altre parti del poema non siano state scritte, difatti non sapremo mai l’epilogo di alcune vicende presentate in Tempesta di giugno e Dolce. In ogni caso gli scritti della Némirovsky meritano sempre.

Valutazione:

4

Per quanto riguarda il film non l’ho ancora visto, ma lo farò sicuramente. Ecco il trailer:

Il cavaliere d’inverno – Paullina Simons

Il libro di cui vi parlo oggi l’avrò letto tipo quattro-cinque volte e non mi stanca mai: è uno dei miei libri preferiti.

IL CAVALIERE D’INVERNO

Paullina Simons

BUR

cavaliere

Trama

Leningrado, 1941. In una tranquilla sera d’estate Tatiana e Dasha, sorelle ma soprattutto grandi amiche, si stanno confidando i segreti del cuore, quando alla radio il generale Molotov annuncia che la Germania ha invaso la Russia. Uscita per fare scorta di cibo, Tatiana incontra Alexander, un giovane ufficiale dell’Armata Rossa che parla russo con un lieve accento. Tra loro scatta suvbito un’attrazione reciproca e irresistibile. Ma è un amore impossibile, che potrebbe distruggerli entrambi. Mentre un implacabile inverno e l’assedio nazista stringono la città in una morsa, riducendola allo stremo, Tatiana e Alexander trarranno la forza per affrontare mille avversità e sacrifici proprio dal legame segreto che li unisce.

L’autrice

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Paullina Simons è nata a San Pietroburgo nel 1963. Ha vissuto con padre, madre, zio, zia e cugino nelle due stanze nelle quali Tatiana (protagonista de Il Cavaliere d’Inverno) avrebbe abitato. Suo nonno paterno ha vissuto in prima persona il mortale assedio di Leningrado, finchè non si è unito all’armata Rossa nel 1942. Nel 1968, quando lei aveva solo cinque anni, suo padre fu arrestato per l’agitazione anti-comunista durante l’invasione sovietica della Cecoslovacchia. Fu incarcerato per un anno, poi spedito al GULAG per due e esiliato a Tolmachevo. Nel 1973 ottenne il permesso per espatriare e portò la sua familia a New York. In America Paullina termina gli studi e lavora come giornalista finanziaria e produttrice televisiva, finchè non inizia a dedicarsi alla scrittura a tempo pieno. La saga di Tatiana e Alexander si ispira in parte alla storia della sua famiglia in Russia.
Oggi vive a Northport, nelle vicinanze di New York, con il marito e i suoi quattro figli. All’ultima nata ha dato il nome di Tatiana.

Recensione

 

Soldato, lascia che ti accarezzi il viso e baci le tue labbra, lasciami urlare attraverso i mari e sussurrare attraverso i prati ghiacciati della Russia quello che sento per te… Luga, Ladoga, Leningrado, Lazarevo… Alexander, un tempo tu mi hai portata e ora io porto te.

Attraverso la Finlandia, attraverso la Svezia, fino in America con le mani tese, mi ergerò e mi farò avanti, destriero nero che galoppa senza cavaliere nella notte. Il tuo cuore, il tuo fucile, mi conforteranno, saranno la mia culla, la mia tomba.

Lazarevo stilla il tuo essere nel mio cuore, goccia d’alba al chiaro di luna, goccia del fiume Kama. Quando mi cerchi, cercami là, perché là sarò tutti i giorni della mia vita.

Tatiana Metanova è una ragazza russa di quasi diciassette anni, minuta, biondissima e piena di lentiggini che sta sbocciando e diventando donna. Vive con il fratello gemello Pasha, la sorella maggiore Dasha e i genitori in un appartamento comune nel Quinto Soviet. Un giorno d’inizio estate il generale Molotov annuncia alla radio che, senza alcuna dichiarazione di guerra, la Germania ha invaso la Russia, che si ritrova così nel secondo conflitto mondiale. Leningrado in quel giorno caldo sembra lontana anni luce dalla guerra, ma i genitori di Tatiana le chiedono comunque di uscire a fare provviste. Lei indossa il suo vestito migliore, uno splendido abito bianco con le rose rosse, ed esce di casa. Per strada però, invece di correre ai negozi sempre più affollati, si attarda per comprare un gelato. E proprio mentre gusta il suo gelato seduta su una panchina, le appare dall’altra parte della strada un soldato alto e bellissimo. Tatiana, imbarazzata, decide di salire sull’autobus ma lui la segue e le fa perdere di vista negozi, fermate e commissioni. Si ritrovano soli al capolinea e finalmente si parlano. Alexander, questo il nome del soldato misterioso, si offre di portarla a comprare provviste direttamente dal magazzino degli ufficiali dell’Armata Rossa. Tatiana si sta già innamorando di lui, ma tornata a casa scopre che il ragazzo in realtà è il fidanzato di sua sorella Dasha.

Tatiana si sentirà una stupida e da quel momento cambierà per sempre. Cambierà perché scoprirà che in realtà anche Alexander prova qualcosa per lei; cambierà quando conoscerà segreti inconfessabili che potrebbero distruggerli entrambi; cambierà perché negherà con tutta se stessa l’amore per tutelare la felicità della sorella; cambierà quando i tedeschi arriveranno a Leningrado e la metteranno sotto assedio. E mentre la neve, la fame, i bombardamenti e la disperazione avanzeranno, il legame segreto di Tatiana e Alexander crescerà con la forza e l’intensità dell’eroismo, vivendo di ricordi, parole e baci rubati.

Temi importanti quelli che stanno alla base di questo romanzo. L’amore. La vita. La morte. Nella sconvolgente ambientazione della seconda guerra mondiale, uno dei periodi più bui della storia dell’uomo. Quello che fa questo romanzo è anche questo: ricordarci gli errori passati dell’umanità affinché non vengano ripetuti.

I personaggi creati da Paullina Simons sono estremamente reali e vivono di vita propria, staccandosi dal suo disegno autoriale. La scrittura piacevole e a tratti poetica è in grado di trasportare il lettore direttamente nel luogo narrato che sia esso la splendida cupola dorata di Sant’Isacco, una strada su un lago ghiacciato o le acque di un incantevole fiume ai piedi dei Monti Urali.

Da non perdere per gli appassionati di storia e gli amanti del romance.

 Valutazione:

5+

Approfondimenti

L’assedio di Leningrado

Blocco della città russa di Leningrado (l’attuale San Pietroburgo) da parte delle forze tedesche durante la seconda guerra mondiale; l’assedio durò più di 800 giorni, dall’8 settembre 1941 al 12 gennaio 1944. Nel corso dell’Operazione Barbarossa, come venne definito il piano tedesco per la conquista dell’Unione delle repubbliche socialiste sovietiche, Leningrado fu circondata dalle truppe tedesche a sud, mentre gli alleati finlandesi guadagnavano posizioni a nord.

La strategia tedesca era quella di annientare la città e di tagliare tutte le vie di rifornimento, bersagliando nel contempo la popolazione di attacchi aerei e bombardamenti d’artiglieria che causarono oltre 600.000 vittime. Ad aggravare la situazione contribuì anche il rigidissimo inverno 1941-42. Dopo sette mesi, la costruzione della “strada della vita” attraverso il lago Ladoga permise di far giungere i rifornimenti in città, e costituì una via di fuga per circa 500.000 persone.

Assedio di Leningrado

Decise a distruggere Leningrado, l’attuale San Pietroburgo, le truppe tedesche assediarono la città per oltre 800 giorni, dal settembre 1941 al gennaio 1944, senza riuscire a travolgere la resistenza opposta dai cittadini organizzati in milizie, malgrado i massicci attacchi militari e i continui bombardamenti. Le perdite fra i civili furono ingenti: oltre un milione di morti. Nel 1945 alla cittadinanza venne conferita l’onorificenza dell’Ordine di Lenin a riconoscimento del suo eroismo.

 

Fonte: Encarta

 

Emèt, Il dovere della verità – Nicola Viceconti

Amici,

oggi vi parlo dell’ultimo libro di un autore che ho già ospitato sul blog, Nicola Viceconti. Potete leggere qui la sua intervista.

Emèt – Il dovere della verità

Nicola Viceconti

Loffredo Editore

 

 

 

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Trama

Helene Sanz, un’anziana diva del teatro tornata a vivere a Buenos Aires, viene a conoscenza di una sconcertante verità su Diego Tomasi, suo marito, vittima nel 1964 di un misterioso omicidio. Le ombre sulla vita privata dell’uomo s’intrecciano con un preciso momento storico dell’Argentina: quello durante il quale numerosi criminali di guerra della Germania nazista approdarono nel Paese.
Il bisogno di rendere pubblica la verità su tutta la storia assale la donna.  Per farlo, Helene si affida ad Alicia Hernandez, una giovane free lance esperta di teatro e sua devota ammiratrice, la quale accetta di buon grado l’opportunità di intervistarla. L’incontro tra le due si protrae per una notte intera, nel corso della quale le parole dell’anziana diva s’intrecciano con quelle della giornalista, portando alla luce il dolore di un vissuto che, seppur per ragioni diverse, riconduce ad una radice comune.
Riuscirà Helene, attraverso l’aiuto di Alicia, a trasmettere il senso reale della sua verità?

L’autore

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Nicola Viceconti vive e lavora a Roma. È laureato in So­ciologia e in Scienze della comunicazione e s’interessa di storia e di fenomeni sociali dell’America latina, in parti­colare dell’Argentina. Ha pubblicato con Gingko Edizioni Cumparsita (2010), Due volte ombra (2011), Nora Lopez – detenuta N84 (2012) risultando, con quest’ultimo, vin­citore nella sezione narrativa-romanzo all’XI edizione del concorso InediTO – Premio Colline di Torino premiato al Salone Internazionale del libro di Torino. La pagina dei romanzi di Nicola Viceconti è su Facebook, il sito web è: www.nicolaviceconti.it.

 

 

Recensione

Faccio una premessa. Trovo che gli autori – uomini – che scrivono storie che hanno per protagoniste delle donne, abbiano una sensibilità particolare. Viceconti ne da ampiamente prova in ogni suo libro.
La voce narrante di Helene cattura il lettore e lo induce, gentilmente, a continuare a leggere, come se stesse ascoltando dal vivo il racconto, seduto in una veranda di Buenos Aires. Attraverso i ricordi e l’introspezione dell’anziana diva l’autore indaga i comportamenti umani in situazioni estreme, le diverse reazioni possibili di fronte al dolore, i sensi di colpa capaci di tormentare per una vita intera, i rapporti diversi tra i membri di una famiglia. I personaggi di Viceconti si scoprono pian piano durante la lettura, in maniera realistica, come quando si fa lentamente amicizia con uno sconosciuto.
Come già dimostrato in Nora Lopez, detenuta N84 – romanzo che ho recensito qui – l’autore possiede una grande abilità nell’intrecciare fluidamente passato e presente: in questo caso le parole di Helene svelano di volta in volta piccoli indizi sul mistero di Diego, senza rivelare più di quanto necessario, ma riportandoci pian piano alla seconda guerra mondiale e a ciò che è venuto dopo, la ricerca dei criminali nazisti in sud America.
Affascinanti nella loro descrizione sono l’atmosfera argentina e quella parigina; le metafore impiegate sono fini, eleganti.
Ancora una volta Viceconti dimostra di essere maestro nel trattare le tematiche della memoria e dell’identità, senza il clamore cupo della cronaca nera e senza sentimentalismi eccessivi, raccontando semplicemente la verità: una verità che è dovere per chi la conosce, e diritto per chi la ignora.

Valutazione:

4

Approfondimenti

 

Emèt

Il sostantivo ebraico emèt, spesso tradotto con “verità”, deriva dal verbo aman, che significa fondamentalmente “essere solido, sicuro”.

 

Simon Wiesenthal

Simon Wiesenthal (Bučač, 31 dicembre 1908 – Vienna, 20 settembre 2005) è stato un ingegnere, scrittore e sopravvissuto alla Shoah austriaco, che dedicò gran parte della sua vita a raccogliere informazioni sui criminali nazisti e a rintracciarli per poterli sottoporre a processo.

I primi anni e la seconda guerra mondiale
Simon Wiesenthal era un ingegnere civile. Ricevette la laurea dall’Università Tecnica di Praga nel 1932 dopo esser stato rifiutato dal Politecnico di Leopoli a causa delle restrizioni razziali imposte agli studenti ebrei. Nel 1936 sposò Cyla Mueller. Wiesenthal, quando scoppiò la Seconda guerra mondiale, viveva a Leopoli in Polonia. In seguito al patto Molotov-Ribbentrop, Leopoli fu occupata dall’Unione Sovietica. Il patrigno ed il fratellastro di Wiesenthal furono uccisi da membri del NKVD, la polizia segreta sovietica. Wiesenthal stesso fu costretto a chiudere la sua ditta e lavorare in una fabbrica.

Quando la Germania invase l’Unione Sovietica nel 1941, Wiesenthal e la sua famiglia furono catturati dai nazisti ed avviati verso i campi di concentramento. La moglie di Wiesenthal riuscì a nascondere la sua identità ebraica grazie a documenti falsi, che le vennero forniti dalla resistenza polacca in cambio degli schemi degli scambi ferroviari disegnati da Wiesenthal. Simon non fu così fortunato, e fu internato in vari campi di concentramento, dove sfuggì all’esecuzione in varie occasioni.

L’inizio della caccia ai criminali nazisti
Wiesenthal fu liberato dalle forze statunitensi il 5 maggio 1945 dal campo di concentramento di Mauthausen. Quando i soldati lo trovarono, pesava meno di 45 chilogrammi ed era senza forze. Appena si rimise iniziò a lavorare per conto dell’esercito statunitense, raccogliendo informazioni per i processi contro i crimini di guerra nazisti. Nel 1947 lui ed altri trenta volontari fondarono il “Centro di documentazione ebraica” a Linz, in Austria, per raccogliere informazioni per futuri processi. Quando Stati Uniti ed Unione Sovietica persero interesse nel perseguire ulteriori crimini di guerra, il gruppo fu messo da parte.

Ciò nonostante Wiesenthal continuò con la raccolta di informazioni nel suo tempo libero, mentre lavorava a tempo pieno per aiutare le vittime della Seconda guerra mondiale. Durante questo periodo Wiesenthal fu essenziale per la cattura di uno degli ideatori dell’Endlösung, Adolf Eichmann (il quale divenne l’organizzatore logistico dell’ Endlösung dopo aver partecipato alla Conferenza di Wannsee in cui prese corpo tale progetto). Dopo l’esecuzione di Eichmann in Israele nel 1962, Wiesenthal riaprì il “Centro per la documentazione ebraica”, che cominciò a lavorare su nuovi casi.

Tra i suoi successi più clamorosi vi fu la cattura di Karl Silberbauer, l’ufficiale della Gestapo responsabile dell’arresto di Anna Frank. La confessione di Silberbauer aiutò a discreditare la voce che Il diario di Anna Frank fosse un falso. In questo periodo Wiesenthal localizzò nove dei sedici nazisti messi sotto processo nella Germania Ovest per l’uccisione degli ebrei di Leopoli, città dove visse egli stesso. Tra gli altri criminali catturati vi furono Franz Stangl, il comandante dei campi di concentramento di Treblinka e Sobibor, ed Hermine Braunsteiner-Ryan, una casalinga che viveva a Long Island, New York, che durante la guerra aveva supervisionato l’uccisione di centinaia di donne e bambini.

Il Centro Wiesenthal
Nel 1977 gli fu dedicata l’agenzia per la memoria sulla Shoah, il Centro Simon Wiesenthal (Simon Wiesenthal Center). Il Centro Simon Wiesenthal promuove la consapevolezza dell’antisemitismo, controlla i gruppi neonazisti, gestisce i Musei della Tolleranza a Los Angeles e Gerusalemme, e collabora ad assicurare alla giustizia i criminali nazisti di guerra sopravvissuti.

Fonte approfondimenti: Wikipedia

Tregua è tornato

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Tregua 1

Puglia, gennaio 1943.
Elisa ha diciotto anni, è una ragazza semplice e vive con il padre Vito e il fratello maggiore Antonio. La sua vita è scandita da una monotonia triste e a volte spaventosa: razioni insufficienti, sottomissione agli uomini di casa, rappresaglie delle Camicie Nere e bombardamenti alleati. Non sa cosa siano il mare, la libertà, l’amore, eppure la sua vita sta per cambiare. L’incontro con un uomo misterioso getterà ombre e dubbi sulle convinzioni della comunità del paese e su quelle di Elisa, sui suoi legami familiari. Anche la ragazza però cela un segreto: esso potrebbe rappresentare la fine dell’unica speranza che si affaccia all’orizzonte.
In un romanzo che ha il sapore di sole e calce, terra e pane nero, la vita rincorre e sfida gli orrori della dittatura e dei campi di concentramento, spera nelle attività antifasciste e incassa le perdite. La storia di una ragazza che, grazie alla guerra, all’odio e all’amore, diventa donna. Il ritratto di un’Italia che non c’è più. La coscienza degli eroi dimenticati che, con il loro contributo, hanno fatto grande la Storia.

Alcune opinioni

 

Capacità di narrare di buon livello e storia decisamente bella. Leggo tanti libri, questo uno dei migliori. Toni D’Angelo, regista

Questo libro spesso prende le sembianze di un abbraccio avvolgente per poi mutarsi in un pugno nello stomaco. Bellissimo. Luca Mastinu, scrittore e compositore

Un’opera degna del realismo degli anni ’50 che sta assai bene insieme ai testi di Primo Levi, di Pavese e di quanti si sono distinti per merito nel raccontare gli orrori della seconda guerra mondiale. Giovanna Albi, docente e scrittrice

Polvere che viene tolta da una serie di fotografie in bianco e nero. Il ricordo che campa nell’aria rarefatta di un’Italia persa e ancora incredula su quanto le sta capitando. Enzo D’Andrea, scrittore

Tregua è stato ideato e scritto nel 2011, dopo periodi di studio e ricerche tramite web, biblioteca, libri di storia, appunti pregressi nonché interviste a persone anziane. Nel 2012 il romanzo ha partecipato al concorso letterario nazionale “ilmioesordio”, classificandosi con il giudizio di Scuola Holden tra i finalisti su oltre duemilaseicento opere in gara.

La ragazza che cadde dal cielo – Simon Mawer

Questo è il genere di libri che amo di più.

LA RAGAZZA CHE CADDE DAL CIELO

Simon Mawer

Neri Pozza

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Trama

Londra, anni Quaranta. Il mondo è in guerra e può capitare che una bella ragazza si ritrovi a colloquio, in un appartamento squallido e quasi vuoto di un ex albergo di Northumberland Avenue, con un fantomatico signor Potter appartenente all’altrettanto fantomatico Inter Services Research Bureau. La ragazza, tailleur grigio e camicetta bianca, si chiama Marian Sutro, di padre inglese e madre francese. Fino a qualche tempo fa viveva sulle dolci sponde del lago di Ginevra, città dove il padre era un diplomatico della Società delle Nazioni, l’organizzazione sovranazionale travolta dalla guerra. Il signor Potter è un uomo dall’aspetto comune, con giacca di tweed e panciotto, come si conviene a un membro dell’intelligence britannica. Il suo compito è reclutare agenti da spedire nel sud della Francia occupata dalle truppe tedesche, agenti naturalmente capaci di parlare francese senza inflessione straniera. Giovane donna che non è mai stata in un albergo e neppure in un bar da sola, Marian crede di essere arruolata per la sua perfetta padronanza del francese e per la missione illustrata dalla voce querula e i modi garbati di Potter: fare da corriere, nella vasta area che va da Limoges a Tolosa, per conto di un certo Cesar, che avrebbe il compito di istruire i partigiani sull’uso delle armi e le tecniche di sabotaggio. In realtà la sua vera missione, ignota allo stesso Potter, è un’altra e riguarda un fisico del Collège de France: Clément Pelletier.

L’autore

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Simon Mawer (Inghilterra, 1948) è uno scrittore e insegnante britannico, e vive attualmente in Italia, a Roma.

Dopo aver frequentato la Millfield School nel Somerset e il Brasenose College di Oxford, Mawer ha conseguito una laurea in zoologia e si è dedicato all’insegnamento in maniera continuativa, insegnando biologia prima nelle Isole del Canale, poi in Scozia, a Malta e infine a Roma. Ha pubblicato il suo primo romanzo, Chimera, (per i tipi della Hamish Hamilton, 1989) relativamente tardi per uno scrittore, all’età di 39 anni. Tale novella ha vinto il premio McKitterick Prize come opera d’esordio. Dopo tre novelle di medio successo, Il mondo di Benedict (Mendel’s Dwarf) del 1997 l’ha confermato come autore a livello internazionale. The New York Times ha affermato che quest’opera può essere annoverata tra i “books to remember” dell’anno. I diritti cinematografici sono stati acquisiti prima da Uzo e poi da Barbra Streisand. Hanno fatto seguito Il Vangelo di Giuda (The Gospel of Judas) e The Fall, quest’ultimo vincendo nel 2003 il premio Boardman Tasker Prize for Mountain Literature. Più recentemente, Mawer ha pubblicato Swimming to Ithaca, una novella in parte ispirata dalla sua gioventù passata sull’isola di Cipro. Il libro intitolato A place in Italy (Un posto in Italia) (per i tipi della Sinclair-Stevenson, 1992), scritto sull’onda di Un anno in Provenza di Peter Mayle, racconta i primi due anni che Mawer passò in Italia, vivendo in un villaggio del Lazio. Un’escursione nel campo della divulgazione scientifica ha prodotto il suo Gregor Mendel: Planting the Seeds of Genetics, pubblicato in collaborazione con il Field Museum di Chicago come volume associato alla mostra omonima attualmente in esposizione al detto museo.
Nel 2009, Mawer ha pubblicato La casa di vetro (The Glass Room), un romanzo che si svolge in una villa modernista costruita nella Cecoslovacchia del 1928. Mawer riconosce che il libro è stato ispirato principalmente dalla Villa Tugendhat, disegnata dall’architetto Ludwig Mies van der Rohe e costruita a Brno nella Czech Republic, negli anni 1928-30. La novella è stata finalista al Premio Man Booker Prize del 2009.
Mawer vive in Italia dal 1977, insegnando biologia alla Scuola Internazionale Britannica St. George’s di Roma. È sposato e ha due figli.

Recensione

La storia de La ragazza che cadde dal cielo mi ha ricordato un po’ quella di La guerra di Charlotte di Sebastian Faulks, tuttavia il libro di Faulks si è rivelato pesante, noioso, faticoso da leggere: il film Charlotte è molto meglio del libro.

La ragazza che cadde dal cielo è scritto in maniera semplice, la lettura risulta piacevole e scorre tranquilla. Frequenti sono i colpi di scena. Il libro è arricchito di particolari molto interessanti sulla creazione della bomba atomica. Preziosi dettagli storici appaiono qua e là, sembrano sistemati con un’apparente noncuranza che li rende ancor più preziosi e accattivanti: una vera miniera d’oro di informazioni sull’addestramento britannico delle spie e sulla vita dei partigiani francesi. Mi è piaciuto molto fino alla penultima pagina: la scena finale, non più di quindici righe, mi ha fatto rimanere malissimo.

Valutazione:

5

La poesia del bianco e nero, l’impatto dei colori #3 – Einstein

Oggi diamo un tocco di colore al fisico più famoso di tutti i tempi.

Albert Einstein

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Albert Einstein (Ulma 1879 – Princeton, New Jersey 1955) fu un fisico tedesco naturalizzato statunitense. Trascorse gli anni giovanili a Monaco, città nella quale la famiglia, di origine ebraica, possedeva una piccola azienda che produceva macchinari elettrici, e già da ragazzo mostrò una notevole predisposizione per la matematica.

Quando ripetuti dissesti finanziari costrinsero la famiglia a lasciare la Germania e a trasferirsi in Italia, a Milano, decise di interrompere gli studi. Trasferitosi in Svizzera, concluse le scuole superiori ad Arrau e si iscrisse al Politecnico di Zurigo, dove si laureò nel 1900. Lavorò quindi come supplente fino al 1902, anno in cui trovò un impiego presso l’Ufficio Brevetti di Berna.

LE PRIME PUBBLICAZIONI SCIENTIFICHE

Nel 1905 Einstein conseguì il dottorato con una dissertazione teorica sulle dimensioni delle molecole; pubblicò inoltre tre studi teorici di fondamentale importanza per lo sviluppo della fisica del XX secolo. Nel primo di essi, relativo al moto browniano, fece importanti previsioni, successivamente confermate per via sperimentale, sul moto di agitazione termica delle particelle distribuite casualmente in un fluido.

Il secondo studio, sull’interpretazione dell’effetto fotoelettrico, conteneva un’ipotesi rivoluzionaria sulla natura della luce; egli affermò che in determinate circostanze la radiazione elettromagnetica ha natura corpuscolare, ipotizzando che l’energia trasportata da ogni particella che costituiva il raggio luminoso, denominata fotone, fosse proporzionale alla frequenza della radiazione, secondo la formula E = hu, dove E rappresenta l’energia della radiazione, h è una costante universale nota come costante di Planck (vedi Max Planck), e u è la frequenza. L’affermazione, in base alla quale l’energia contenuta in un fascio luminoso è trasferita in unità individuali o “quanti”, fu confermata sperimentalmente dieci anni dopo da Robert Andrews Millikan.

 

LA TEORIA DELLA RELATIVITÀ RISTRETTA

Il terzo e più importante studio del 1905, dal titolo Elettrodinamica dei corpi in movimento, conteneva la prima esposizione completa della teoria della relatività ristretta, frutto di un lungo e attento studio della meccanica classica di Isaac Newton, delle modalità dell’interazione fra radiazione e materia, e delle caratteristiche dei fenomeni fisici osservati in sistemi in moto relativo l’uno rispetto all’altro.

La base della teoria della relatività ristretta, che comporta la crisi del concetto di contemporaneità, risiede su due postulati fondamentali: il principio della relatività, che afferma che le leggi fisiche hanno la stessa forma in tutti i sistemi di riferimento inerziale, ossia in moto rettilineo uniforme l’uno rispetto all’altro, estendendo il precedente principio di relatività galileiano, e il principio di invarianza della velocità della luce, secondo cui la velocità di propagazione della radiazione elettromagnetica nel vuoto è una costante universale, che sostituisce il concetto newtoniano di tempo assoluto.

 

CRITICHE ALLA TEORIA DI EINSTEIN

La teoria della relatività ristretta non fu immediatamente accolta dalla comunità scientifica. Il punto d’attrito risiedeva nelle convinzioni epistemologiche di Einstein in merito alla natura delle teorie scientifiche e sul rapporto tra esperimento e teoria. Sebbene affermasse che l’unica fonte di conoscenza è l’esperienza, egli era anche convinto che le teorie scientifiche fossero libera creazione dell’uomo e che le premesse sulle quali esse sono fondate non potessero essere derivate in modo logico dalla sperimentazione. Una “buona” teoria, per Einstein, è una teoria nella quale è richiesto un numero minimo di postulati per ogni dimostrazione.

Il valore dell’attività scientifica di Einstein venne comunque riconosciuto e nel 1909 lo scienziato ricevette il primo incarico di docenza presso l’Università di Zurigo. Nel 1911 si trasferì all’Università tedesca di Praga e l’anno successivo tornò al Politecnico di Zurigo. Nel 1913 assunse la direzione del Kaiser Wilhelm Institut di Berlino.

 

LA TEORIA DELLA RELATIVITÀ GENERALE

A partire dal 1907, anno in cui fu pubblicata la memoria contenente la celebre equazione che afferma l’equivalenza fra massa ed energia, Einstein iniziò a lavorare a una teoria più generale, che potesse essere estesa ai sistemi non inerziali, cioè in moto accelerato l’uno rispetto all’altro.

Il primo passo fu l’enunciazione del principio di equivalenza, in base al quale il campo gravitazionale è equivalente a una accelerazione costante che si manifesti nel sistema di coordinate, e pertanto indistinguibile da essa, anche sul piano teorico. In altre parole, un gruppo di persone che si trovino su un ascensore in moto accelerato verso l’alto non possono, per principio, distinguere se la forza che avvertono è dovuta alla gravitazione o all’accelerazione costante dell’ascensore.

La teoria della relatività generale, presentata a partire dal novembre 1915, fu pubblicata nel 1916, nell’opera intitolata I fondamenti della relatività generale. In essa le interazioni dei corpi, che prima di allora erano state descritte in termini di forze gravitazionali, vengono spiegate come l’azione e la perturbazione esercitata dai corpi sulla geometria dello spazio-tempo, uno spazio quadridimensionale che oltre alle tre dimensioni dello spazio euclideo prevede una coordinata temporale.

Einstein, alla luce della sua teoria generale, fornì la spiegazione delle variazioni del moto orbitale dei pianeti, dando conto in modo soddisfacente del moto di precessione del perielio di Mercurio, fenomeno fino ad allora non pienamente compreso, e previde che i raggi luminosi emessi dalle stelle si incurvassero in prossimità di un corpo di massa elevata quale, ad esempio, il Sole. La conferma osservativa di quest’ultimo fenomeno, realizzata in occasione dell’eclissi solare del 1919, fu un evento di enorme rilevanza.

Per il resto della sua vita Einstein si dedicò alla ricerca di un’ulteriore generalizzazione della teoria in una teoria dei campi che fornisse una descrizione unitaria per i diversi tipi di interazioni che governano i fenomeni fisici, incluse le interazioni elettromagnetiche e le interazioni nucleari deboli e forti.

Tra il 1915 e il 1930 si stava sviluppando la teoria quantistica, che presentava come concetti fondamentali il dualismo onda-particella, postulato da Einstein fin dal 1905, nonché il principio di indeterminazione di Heisenberg, che fornisce un limite intrinseco alla precisione di un processo di misurazione. Einstein mosse diverse e significative critiche alla nuova teoria e partecipò attivamente al lungo e tuttora aperto dibattito sulla sua completezza. Commentando l’impostazione intrinsecamente probabilistica della meccanica quantistica, egli affermò che “Dio non gioca a dadi con il mondo”.

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CITTADINO DEL MONDO

Dopo il 1919 Einstein divenne famoso a livello internazionale; ricevette riconoscimenti e premi, tra i quali il premio Nobel per la fisica, che gli fu assegnato nel 1921. Lo scienziato approfittò della fama acquisita per affermare le sue opinioni pacifiste in campo politico e sociale.

Durante la prima guerra mondiale fu tra i pochi accademici tedeschi a criticare pubblicamente il coinvolgimento della Germania nella guerra. Tale presa di posizione lo rese vittima di gravi attacchi da parte di gruppi di destra; persino le sue teorie scientifiche vennero messe in ridicolo, in particolare la teoria della relatività.

Con l’avvento al potere di Hitler, Einstein fu costretto a emigrare negli Stati Uniti, dove gli venne offerta una cattedra presso l’Institute for Advanced Study di Princeton, nel New Jersey. Di fronte alla minaccia rappresentata dal regime nazista egli rinunciò alle posizioni pacifiste e nel 1939 scrisse assieme a molti altri fisici una famosa lettera indirizzata al presidente Franklin D. Roosevelt, nella quale veniva sottolineata la possibilità di realizzare una bomba atomica. La lettera segnò l’inizio dei piani per la costruzione dell’arma nucleare.

Al termine della seconda guerra mondiale, Einstein si impegnò attivamente nella causa per il disarmo internazionale e più volte ribadì la necessità che gli intellettuali di ogni paese dovessero essere disposti a tutti i sacrifici necessari per preservare la libertà politica e per impiegare le conoscenze scientifiche a scopi pacifici.

Approfondimenti

 

Lettera di Einstein a Franklin D. Roosevelt

 

Einstein fu tra i fisici che collaborarono alla stesura di questa lettera al presidente Roosevelt, che così veniva informato della possibilità di una nuova arma molto potente e pericolosa: la bomba atomica. Nei primi giorni della seconda guerra mondiale questi fisici erano convinti che i tedeschi fossero già al lavoro sulla bomba atomica, sulla base dei risultati della ricerca francese e americana. La lettera di Einstein sicuramente contribuì a convincere il presidente Roosevelt che anche gli Stati Uniti dovevano presto sviluppare il loro programma atomico.

Albert Einstein
Old Grove Rd.
Nassau Point
Peconic, Long Island

2 agosto 1939

F.D. Roosevelt,
Presidente degli Stati Uniti,
Casa Bianca
Washington, D.C.

Signore,
i risultati di alcuni recenti lavori di E. Fermi e L. Szilard, a me pervenuti in forma di manoscritto, mi portano a ritenere che l’elemento uranio possa essere trasformato, nell’immediato futuro, in un’importante fonte di energia. Alcuni aspetti della situazione che si è creata inducono alla vigilanza e potrebbe essere necessario un pronto intervento da parte dell’amministrazione. Credo sia mio dovere portare alla sua attenzione i seguenti fatti e farle delle raccomandazioni. Durante gli ultimi quattro mesi – grazie al lavoro di Joliot in Francia e Fermi e Szilard in America – sembra sia stato possibile creare una reazione nucleare a catena in una grande massa di uranio, in cui si genererebbero un’enorme forza e grosse quantità di elementi simili al radio. Pare dunque che questo risultato sarà conseguito nell’immediato futuro.

Questo nuovo fenomeno potrebbe anche portare alla costruzione di bombe, ed è immaginabile – anche se non certo – che siano bombe estremamente potenti di un genere mai costruito. Un singolo ordigno di questo tipo, trasportato via mare e fatto esplodere in un porto, sarebbe in grado di distruggere l’intero porto e parte del territorio circostante. Tuttavia queste bombe sarebbero troppo pesanti per il trasporto aereo.

Gli Stati Uniti possiedono minerali di uranio in modeste quantità. Un certo quantitativo si trova in Canada e nella ex Cecoslovacchia, mentre le più importanti risorse sono nel Congo Belga.

In questa situazione lei potrebbe ritenere utile mantenere contatti stabili tra l’amministrazione e il gruppo di fisici che in America lavorano alla reazione a catena. Potrebbe incaricare a questo fine una persona di sua fiducia in veste non ufficiale i cui compiti sarebbero:

  1. essere vicino ai dipartimenti governativi e tenerli informati dei nuovi sviluppi, fornire suggerimenti per l’azione governativa, prestando particolare attenzione al problema di assicurare una fornitura di uranio agli Stati Uniti;
  2. dare impulso al lavoro sperimentale, ora portato avanti nei limiti del budget dei laboratori universitari, fornendo, nel caso, finanziamenti offerti da privati di sua conoscenza interessati a contribuire a questa causa, e cercando anche la collaborazione di laboratori industriali che abbiano le apparecchiature necessarie.

Sono a conoscenza che la Germania ha fermato la vendita di uranio delle miniere cecoslovacche, di cui ha oggi il controllo, e che forse la ragione di questa tempestiva decisione è la presenza del figlio del sottosegretario di stato, von Weizsäcker, al Kaiser-Wilhelm-Institut di Berlino, in cui vengono replicati alcuni degli esperimenti americani sull’uranio.

Sinceramente Suo
Albert Einstein

 

 

Fonti: Wired, Encarta, Libreria del Congresso

Settant’anni fa l’armistizio con gli Alleati: una pace che portò purtroppo alla guerra civile e al martirio del suolo italiano

8 settembre 1943, ore 19.42. Il maresciallo Pietro Badoglio parla dai microfoni di Radio EIAR:

Il governo italiano, riconosciuta la impossibilità di continuare la impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane. La richiesta è stata accolta. Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza.

L’armistizio di Cassibile

Il generale Castellano (in borghese) ed il generale Eisenhower si stringono la mano dopo la firma dell'armistizio a Cassibile, il 3 settembre 1943.

Il generale Castellano (in borghese) ed il generale Eisenhower si stringono la mano dopo la firma dell’armistizio a Cassibile, il 3 settembre 1943.

Accordo che stabiliva le condizioni dell’armistizio chiesto dall’Italia agli Alleati dopo la caduta del regime fascista. Fu firmato a Cassibile, in provincia di Siracusa, il 3 settembre 1943 alla presenza del comandante delle forze alleate Eisenhower dai generali Giuseppe Castellano, per l’Italia, e Walter Bedell Smith, per gli Alleati. L’armistizio, articolato in 12 punti, prevedeva che l’Italia si ritirasse dalla guerra e dall’alleanza con la Germania e consegnasse la flotta e gli aerei nelle basi meridionali agli Alleati. L’Italia si impegnava inoltre ad accettare le direttive di ordine politico ed economico che sarebbero state comunicate in un secondo tempo. Secondo gli accordi l’armistizio doveva essere divulgato sei ore prima dell’imminente sbarco angloamericano sulle coste italiane, ma una serie di fraintendimenti tra le parti costrinse a rinviare l’operazione. La notizia dell’armistizio fu diffusa in tutto il mondo l’8 settembre 1943.

Le conseguenze

La scelta

L’annuncio dell’armistizio prese parecchi italiani alla sprovvista: le circostanze in cui esso venne reso pubblico determinarono la sensazione tra militari e civili di essere stati abbandonati e lasciati a sé stessi, rispettivamente i primi dagli ufficiali ed i secondi dall’autorità pubblica, e vi è stato chi ha visto nell’8 settembre e nelle sue conseguenze il momento della venuta meno del tessuto connettivo nazionale.
Nei giorni immediatamente successivi all’armistizio, con l’eclissi del potere dello Stato regio, iniziarono a delinearsi i due schieramenti della guerra civile, i partigiani e i fascisti, entrambi convinti di rappresentare legittimamente l’Italia. Molti di coloro che imbracciarono le armi si trovarono, colti di sorpresa dall’armistizio, da una parte o dall’altra quasi casualmente e dovettero compiere la propria scelta di campo sulla base delle circostanze. La decisione fu resa maggiormente drammatica per la solitudine in cui avvenne, in quanto di fronte al crollo dello Stato non esisteva più la possibilità di rifarsi ad un’autorità, ma solo ai propri valori. Naturalmente le scelte non furono tutte istantanee e basate su certezze assolute.
La scelta fu particolarmente gravosa per i militari, vincolati da una parte al giuramento al re e dall’altra al rispetto dell’alleanza con i tedeschi, pena in entrambi i casi il proprio onore di soldati; risolsero il problema facendo appello alla propria coscienza: alcuni, considerando sciolto il giuramento al Re per via del suo comportamento, si presentarono ai comandi tedeschi chiedendo d’essere arruolati, ricevendo come distintivo una fascia da braccio con un tricolore e la scritta Im Dienst der Deutschen Wehrmacht (al servizio della Wehrmacht germanica); altri, pur essendo del medesimo avviso, scelsero comunque di non parteggiare per l’Asse.
Disordini e scontri a fuoco avvennero durante i giorni dell’armistizio, ma raramente coinvolsero italiani di entrambi gli schieramenti. Lo stato maggiore del Regio Esercito provvide in alcuni casi a modificare i comandi con elementi di sicura fede monarchica, come accadde alla 1ª Divisione corazzata “M”, che divenne 136ª Divisione corazzata “Centauro II” e fu assegnata al generale Giorgio Carlo Calvi di Bergolo, genero del re; tuttavia il Comando Supremo non giudicava affidabile la divisione, che infatti durante gli eventi dell’8 settembre non si mosse a difesa di Roma. Ciò non di meno, vi furono alcuni episodi in cui italiani delle due parti si scontrarono.

Rilevanti fatti di sangue si registrarono in Sardegna, dove il contingente italiano, godendo di una netta superiorità numerica e di una buona qualità dei reparti a disposizione, tra i quali la 184ª Divisione paracadutisti “Nembo”, obbligò i tedeschi ad una veloce ritirata dall’isola. Di conseguenza, diversamente che dal resto d’Italia, non vi fu margine di manovra per quegli italiani che non avessero voluto obbedire alle disposizioni armistiziali e che pertanto dovettero compiere la scelta di campo immediatamente. La Sardegna fu quindi teatro di uno dei primi episodi di guerra civile, quando all’annuncio dell’armistizio il XII battaglione della “Nembo”, al comando del maggiore Mario Rizzatti, si ammutinò per seguire i tedeschi della 90ª Divisione Panzergrenadier e continuare quindi la lotta contro gli angloamericani. A sedare questa sedizione venne inviato il tenente colonnello Alberto Bechi Luserna, che fu ucciso dagli ammutinati. Cinque giorni dopo veniva ucciso da un ignoto il maresciallo ordinario Pierino Vascelli, che, sebbene non si fosse unito agli ammutinati, non aveva nascosto i propri sentimenti fascisti.
Si schierarono con i tedeschi anche il 63º battaglione della legione Camicie Nere Tagliamento, un centinaio di paracadutisti della scuola di Viterbo, una parte del 10º reparto Arditi presso Civitavecchia, nonché i militari della Xª Flottiglia MAS di stanza a La Spezia, al comando del principe Junio Valerio Borghese, che ricostituì il corpo mantenendo lo stesso nome, principalmente come fanteria di marina. In altre parti d’Italia i fascisti non presero posizione contro i reparti fedeli alla monarchia, ma si limitarono a non opporre resistenza ai tedeschi.
Nel clima generale in cui tutti erano come posseduti da un “bisogno di grandi tradimenti” contro i quali rivalersi, entrambe le parti (sebbene tra i partigiani non mancasse una minoranza di convinti monarchici) erano accomunate dalla condanna del re e di Badoglio: i fascisti li accusavano di aver tradito l’alleanza con i tedeschi e di aver così compromesso l’onore dell’Italia agli occhi del mondo, mentre i resistenti di aver impedito all’8 settembre di «trasformarsi in una trionfale e redentrice giornata di resurrezione» (Silvio Trentin).
I primi gruppi di fascisti ripresero l’iniziativa; contemporaneamente a Roma – perduranti ancora i combattimenti fra Regio Esercito e Wehrmacht – veniva fondato dagli esponenti dell’antifascismo politico il primo Comitato di Liberazione Nazionale, mentre, specialmente in Piemonte e in Abruzzo, si formarono i primi gruppi partigiani. In quei giorni furono gettate le basi sia della “resistenza attiva” sia della “resistenza passiva”, con la popolazione civile che offriva solidarietà ed aiuto ai soldati che si davano alla macchia o che sceglieva “di non scegliere”, mettendosi nella “zona grigia” o fra gli “attendisti”.

La Repubblica Sociale Italiana

Organismo statale sorto in Italia dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 nei territori centrosettentrionali del paese occupati dai nazisti (a esclusione di quelli annessi di fatto al Terzo Reich, come il Trentino, l’Alto Adige e il Friuli). Detta anche Repubblica di Salò (dal nome del comune sul lago di Garda, in provincia di Brescia, che fu sede del governo), fu presieduta da Benito Mussolini, che ne ufficializzò la costituzione in un discorso trasmesso da radio Monaco il 18 settembre 1943. Il governo, i cui ministeri furono dislocati in diverse città dell’Italia settentrionale, si costituì il 23 settembre al rientro di Mussolini in Italia e fu riconosciuto soltanto dalle nazioni dell’Asse e dagli stati satelliti.

La Repubblica di Salò fu nei fatti uno strumento al servizio dell’occupazione tedesca, sebbene Mussolini tentasse di rilanciare un’autonoma proposta politica riprendendo i toni sociali e repubblicani tipici delle origini del fascismo. Più che da Mussolini la RSI fu orientata dagli esponenti oltranzisti del regime, tra i quali Alessandro Pavolini, segretario del neocostituito Partito fascista repubblicano, e il maresciallo Rodolfo Graziani, responsabile della Difesa.

Un tribunale della RSI processò a Verona i gerarchi del Gran consiglio del fascismo, che, nella seduta del 25 luglio 1943, avevano votato un ordine del giorno contro Mussolini, provocandone la caduta. Il processo si concluse il 10 gennaio 1944 con cinque condanne a morte, che colpirono tra gli altri il genero di Mussolini, Galeazzo Ciano, e il generale Emilio De Bono, quadrumviro della marcia su Roma del 1922.

In mancanza di una partecipazione alle operazioni contro le forze degli Alleati, anche per la diffidenza con la quale i tedeschi guardavano alle formazioni “repubblichine”, compito principale della RSI diventò la repressione antipartigiana, nella quale si distinse per spietatezza la X MAS di Junio Valerio Borghese. Fu inoltre costituito un esercito della RSI, al quale molti giovani si sottrassero non rispondendo alla leva o disertando, e una milizia fascista, autonoma struttura militare ricostituita da Mussolini. Non mancò peraltro l’apporto all’esercito della RSI e alla milizia di gruppi di giovani che in buona fede avevano vissuto l’armistizio dell’8 settembre come una grave onta inferta all’onore nazionale e un tradimento nei confronti dell’alleato tedesco.

Le rare iniziative di carattere politico, come la manifestazione fascista al teatro Lirico di Milano (16 dicembre 1944), non ottennero risonanza e dimostrarono l’isolamento sostanziale, rispetto alla maggioranza della popolazione, in cui agiva la RSI. I suoi destini furono perciò intrecciati alle sorti delle forze di occupazione tedesche, così che la RSI crollò con l’avanzata degli Alleati e con il successo della Resistenza. La morte di Mussolini, giustiziato dai partigiani il 28 aprile 1945, e quella dei principali capi fascisti (Pavolini, Starace, Farinacci) suggellò la fine della RSI.

La Resistenza

La Resistenza armata al nazifascismo si organizzò dopo l’armistizio dell’8 settembre, quando dalle fila dell’esercito lasciato allo sbando uscirono i primi gruppi di volontari combattenti, reclutati dalle nascenti formazioni partigiane. Queste furono costituite dai rappresentanti dell’antifascismo, che crearono il Comitato di liberazione nazionale (CLN), al quale si collegarono successivamente organismi analoghi nati su base regionale: Il CLN fu lo strumento politico della guerra partigiana, le cui prime azioni furono messe a segno nell’inverno 1943-44 nel territorio alle spalle delle linee tedesche.

La Resistenza fu espressione di una volontà di riscatto dal fascismo e di difesa dell’Italia dall’aggressione tedesca e coinvolse complessivamente circa 300.000 uomini armati, che svolsero attività di guerriglia e di controllo, dove possibile, del territorio liberato dai nazifascisti. Fu dunque guerra patriottica di liberazione dall’occupazione tedesca, ma fu anche guerra civile contro la Repubblica sociale italiana, nel cui esercito pure militarono gruppi di giovani che in buona fede considerarono l’armistizio con gli Alleati un tradimento nei confronti dell’alleato tedesco.

Il movimento della Resistenza si sviluppò sostanzialmente nell’Italia del Nord e, in secondo luogo, nell’Italia centrale. I raggruppamenti più numerosi furono quelli organizzati dai comunisti nelle Brigate Garibaldi; gli uomini del Partito d’azione formarono le brigate di Giustizia e Libertà, i socialisti le Matteotti. Operarono inoltre altre formazioni di diversa impronta ideologica: cattolica, liberale, nazionalista e monarchica. Quasi assente fu la Resistenza nell’Italia meridionale, che peraltro al 12 ottobre 1943 era già stata occupata dalle forze angloamericane fino alla linea Gustav, il fronte difensivo tedesco che tagliava la penisola dalle foci del Volturno, sul Tirreno, fino a Termoli, sul litorale Adriatico. Fece eccezione l’insurrezione di Napoli, dove il popolo nelle quattro giornate liberò la città dall’occupazione tedesca.

L’unità operativa che i diversi gruppi della Resistenza italiana riuscirono, seppure imperfettamente, a conseguire sul piano militare non ebbe riscontro in un’analoga unità d’azione politica. Gli obiettivi finali per i quali era giustificata la lotta di liberazione apparivano assai divergenti a seconda delle appartenenze partitiche: tali divergenze erano presenti tra le stesse forze di sinistra. Il Partito d’azione, il Partito comunista e il Partito socialista rifiutavano l’idea che lo scopo della guerra partigiana fosse quello di ripristinare lo stato liberale prefascista; sulla base di questa comune premessa, tuttavia, anche questi partiti differivano tra di loro su contenuti e modalità della struttura del nuovo stato democratico per il quale si battevano. Gli azionisti ritenevano che fosse necessario attribuire alle organizzazioni partigiane un ruolo rilevante nella costruzione di una nuova democrazia, dai contenuti sociali più avanzati di quelli del vecchio stato monarchico; per i comunisti e i socialisti, invece, i CLN dovevano esaurire la loro funzione in ambito militare, lasciando ai partiti il compito di promuovere le future forme politiche e istituzionali.

Altrettanto differenti erano le motivazioni ideologiche che circolavano tra i partigiani. Molti di quelli che militavano nelle formazioni di sinistra, spinti da una forte carica ideologica, pensavano che la guerra di liberazione dovesse sfociare in un cambiamento radicale della società. Tale cambiamento per i comunisti coincideva con la rivoluzione sociale, per gli azionisti con l’instaurazione di una democrazia avanzata, libera dai compromessi e dalle debolezze che nel 1922 avevano portato alla vittoria del fascismo. La caduta della monarchia avrebbe dovuto rappresentare la premessa obbligata di qualsiasi rinnovamento futuro. La monarchia continuava invece a riscuotere consensi tra i partigiani democratico-cristiani, liberali e autonomi, oltre che tra i soldati e gli ufficiali delle forze dell’esercito che, non avendo aderito alla Repubblica di Salò, avevano scelto di partecipare alla Resistenza. Inoltre il modello dello stato prefascista appariva tutt’altro che accantonato.

I partigiani del Nord operarono prevalentemente nelle montagne e nelle campagne, ma la loro azione si saldò anche agli imponenti scioperi operai che nel marzo del 1944 paralizzarono le maggiori città industriali (Torino, Milano, Genova). Nelle fabbriche e nelle città, soprattutto per opera dei militanti comunisti clandestini, si organizzarono nuclei partigiani denominati GAP (Gruppi d’azione patriottica), formati ciascuno da tre o quattro militanti, che svolgevano operazioni di sabotaggio, atti di guerriglia e opera di propaganda politica.

Via via che cresceva il ruolo combattente della Resistenza, si poneva il problema del rapporto con gli interlocutori politici e militari italiani e Alleati. Frequenti attriti si manifestarono anche dopo che i partigiani furono ufficialmente militarizzati nel Corpo volontari della libertà (giugno 1944), comandato dal generale Raffaele Cadorna, con vicecomandanti il comunista Luigi Longo e l’azionista Ferruccio Parri, e riconosciuto sia dai comandi militari alleati che dal governo nazionale. Causa dei contrasti con il governo italiano che operava nei territori liberati erano le strategie politiche da assumere per il futuro, mentre tra le forze militari angloamericane correva il timore che a guerra conclusa i partigiani divenissero protagonisti di azioni insurrezionali. Confermava tale timore l’esperienza, peraltro di breve durata, delle repubbliche partigiane che si formarono in alcune zone del Nord, liberate dall’occupazione nazifascista tra l’estate e l’autunno del 1944.

La Resistenza culminò nell’insurrezione generale, proclamata dal Comitato di liberazione nazionale per l’Alta Italia il 25 aprile 1945 e conclusasi con la liberazione delle principali città del Nord prima dell’arrivo delle forze alleate; la resa incondizionata dei tedeschi si ebbe il 29 aprile.

Fonti: Encarta, Wikipedia

 

Per approfondire gli accadimenti legati alla Resistenza, di cui qui ho riportato una sintesi, visitate la pagina Wikipedia dedicata.

Vi lascio con due estratti dal seguito di Tregua nell’ambra: il primo tratto dalla campagna d’Italia cui partecipa anche Alec, il secondo dalle attività della Resistenza ad Asti cui partecipa Elisa. E non chiedetemi cosa ci fa lì perché al momento non posso dirvelo 😉

 

Estratto 1

Alec si risistemò lo zaino sulla spalla gocciante, sistemò le armi e corse verso la boscaglia che gli stava dinanzi, i suoi uomini disposti in formazione come ordinato, pronti a fare fuoco. Si portò davanti a loro e fu il primo ad addentrarsi nella vegetazione, i sensi tesi al massimo nel buio, preparati a cogliere anche il minimo infido stormire di fronde. Avanzò velocemente ma con cautela con le armi puntate verso un nemico invisibile. I piedi che calpestavano un tappeto di bossoli. Dopo pochi metri alla luce lunare filtrata dai fogliami degli alberi, scorse uno sbarramento di legno e filo spinato. Attorno a lui altri soldati, altre vite intrecciate alla morte. Il fumo che si levava dai tronchi bruciati e dal terreno violentato cominciò a ottenebrargli la visuale. Socchiuse gli occhi e seguitò ad avanzare. Lo sbarramento c’era, ma era praticamente distrutto, travi e detriti di ferro sparsi ovunque. Lo valicò con facilità, affiancato dal sergente Wilson e da un paio di reclute. Oltre quello, il nulla. Soltanto frammenti indefinibili e macerie. Nessuna tenda, nessun nazista.

Gli uomini cominciarono a tranquillizzarsi ma lui intimò di non abbassare la guardia. Si chiese se i tedeschi fossero fuggiti. Che fosse invece una trappola? Considerato il numero dei soldati britannici e quello dei tedeschi non credeva potesse trattarsi di un’imboscata. I nemici erano in netta inferiorità; se erano riusciti a resistere fino a quel momento era stato solo grazie alla conformazione morfologica del territorio. Continuarono ad addentrarsi nei boschi e trovarono una cinquantina di cadaveri. Tutti sottoufficiali e soldati semplici. Alec diede ordine ai suoi uomini di raccogliere armi ed equipaggiamento.

Si chinò sul corpo senza vita di un tedesco. Gli occhi ancora aperti in un’espressione di terrore, la divisa bruciata, gli arti inferiori atrocemente mutilati dal fosforo, le ossa dell’avambraccio in bella vista. Non gli fece alcuna impressione, aveva visto cose ben peggiori. Sfilò con attenzione un Gewehr 98 dalla spalla ustionata del cadavere.

Continuarono ad avanzare. Per diverse centinaia di metri non trovarono anima viva, soltanto altri cadaveri dilaniati dalle granate e arsi dal fosforo, sguardi vacui che parevano seguirli a ogni passo e ossa fuori dalle membra. Raggiunsero con facilità l’area retrostante, quella che non era stata percossa dai fuochi dell’artiglieria. Ciò voleva dire che il resto dei crucchi aveva battuto in ritirata. Alec si fermò e gli uomini attorno a lui fecero altrettanto. In quel momento udì una voce familiare.

«Alec!»

Russell gli correva incontro dalla vegetazione alla sua destra. Anch’egli era bagnato fradicio come tutti gli altri.

«Russ, al momento giusto. Uomini a posto?», gli chiese Alec non appena l’amico si fu avvicinato.

«Sì, griglia 5001B sicura. Anche qui sembra tutto tranquillo.»

«Prima di accamparci dobbiamo scoprire dove sono. Andiamo in avanscoperta», disse Alec guardandosi attorno.

«Era quello che pensavo anch’io. Aspettami. Vado a dare nuovi ordini ai miei.» Si mosse nella direzione dalla quale era giunto.

Alec si voltò verso il suo plotone, i cinque sergenti erano proprio dietro di lui. «Sullivan, Adams, scegliete tre caporali e venite con me.»

«Sissignore», risposero quelli allontanandosi tra gli alberi alla ricerca dei loro uomini migliori.

Estratto 2

L’Osteria dei santi – appellativo nient’affatto adatto ai suoi avventori – si trovava subito dopo il ponte sul fiume. Era costruita in travi di legno scuro e pesante, con un’insegna anch’essa lignea che dondolava allegramente a ogni refolo di brezza. Sul lato ovest, nascoste alla via e alla cima della china su cui erano i miei compagni, erano parcheggiate diverse camionette militari.
Varcai la soglia del locale quasi fosse quella di casa mia. Indossai una maschera civettuola e mi mossi ancheggiando fino al bancone. Il posto era zeppo di nazisti. Non solo ufficiali, come potei notare in una rapida scorsa sulle loro spalline, ma pure soldati semplici. Dall’uniforme parevano tutti membri dell’Heer, niente SS. Una bruma di fumo aleggiava nel punto più alto del soffitto spiovente, mentre l’aria ad altezza d’uomo puzzava dannatamente di alcol. Risa maschili ed esclamazioni in tedesco infastidivano i timpani.
Mi sedetti rapidamente su uno sgabello. Un uomo mi venne incontro dall’altra parte. Con un gesto del palmo gettò dietro di sé un moccolo di candela che si esibiva squallido sul bancone bisunto, quindi mi concesse un’occhiata curiosa.
«Mia cara, non vi ho mai vista da queste parti, qualche problema?», mi chiese in un italiano dalla forte inflessione piemontese. Aveva il viso rincagnato e il capo privo di capelli, a parte qualche ciuffo sale e pepe ai lati.
Risposi con un sorriso suadente. «È gentile da parte vostra prendervi pena per me. Tuttavia credo sappiate bene perché giovani donne astigiane decidano di frequentare questo posto, non è vero?» Pronunciai il tutto con un tono di voce basso, nel tentativo di apparire sicura del fatto mio e al contempo mascherare quanto più possibile l’inevitabile strascico della mia parlata meridionale.
«Oh, bene, capisco benissimo», rispose poggiando i gomiti sul bancone e sporgendosi verso di me. Un tanfo di sudore rancido mi raggiunse senza pietà. «Mi piange il cuore nel vedere una così bella italiana vendersi», asserì rivolgendo un’impudica occhiata all’apertura del mio cappotto.
Afferrai al volo l’occasione per portarlo fuori da lì. Non potevo certo dirgli che i partigiani stavano per distruggere la sua osteria; oltretutto era probabile che fosse in buoni rapporti con i nazisti. «Magari potremmo approfondire la questione. Diciamo… in privato?», incalzai ammiccando.
Dio, pensai. Se mi vedesse Enea scoppierebbe a ridere.
Un rossore improvviso e visibile nonostante la luce poco intensa dei lampadari si fece strada attraverso il collo tarchiato per approdare infine alle orecchie leggermente a punta dell’oste.
Annuì fingendosi sicuro di sé, come se si fosse trovato decine di volte in situazioni come quella.

Recensione di Tregua nell’ambra dal blog “Le librerie invisibili”

Il blog “Le librerie invisibili” ha recensito “Tregua nell’ambra”.

Quando scrive, lo scrittore spera che il lettore colga ciò che egli ha voluto intendere, comunicare.

Quando ho letto il titolo del post della recensione del libro, ho provato un’emozione particolare. Oltre alla soddisfazione, anche empatia, gratitudine. Perché? Perché il titolo del post è “La guerra, l’amore, la libertà”. Tre parole che riassumono esattamente ciò che mi ero prefissa di trasmettere. Almeno ci ho provato. E forse “Tregua nell’ambra” un qualche messaggio è riuscita a lanciare.

Uno stralcio della recensione:

Leggetelo, per ricordarvi di come si vive in quei luoghi in cui oggi c’è la guerra, per rivolgere un pensiero a tutti coloro che vivono sotto una dittatura, per tutti coloro che non sono liberi e in pace.

Cliccate qui sotto per leggere l’intera recensione. Grazie alla blogger che l’ha scritta. Di cuore.

La guerra, l’amore, la libertà.

Una recensione che va al di là della trama, un inno allo spirito delle donne

In questi giorni sempre più lettori mi stanno allietando con le loro recensioni su “Tregua nell’ambra”. Il che mi riempie il cuore e mi ripaga del tempo trascorso a scrivere, ancor meglio di quanto avrebbe potuto fare il denaro.

Nella recensione che vi segnalo oggi, la lettrice ha apprezzato il romanzo ma soprattutto ha guardato con attenzione al di là della trama, cogliendo l’essenza della protagonista e sublimandola all’animo combattivo che vive in ogni donna.

Non posso che ringraziare di cuore per tutto questo e condividerlo con tutti voi.

Leggete la recensione qui:

http://www.sognandotralerighe.blogspot.it/2013/04/tregua-nell-ambra-ilaria-goffredo.html

Il mio romanzo in finale

Amici… che gioia immensa! Il mio romanzo TREGUA NELL’AMBRA è tra i finalisti del concorso nazionale ilmioesordio feltrinelli 😀
http://temi.repubblica.it/ilmiolibro-holden/ilmioesordio-romanzo-lista-finalisti/