Il giardino delle spezie segrete – Charlotte Betts

Come La ragazza del libro dei fuochi – che ho recensito qui -, anche questo libro ha un’ambientazione che spesso soverchia, in quanto a importanza, le vicende vissute dai personaggi. Un bel libro Newton Compton. E parliamo ovviamente di quando la Newton si dedicava ancora spesso a libri seri, contrariamente alla tendenza assunta ultimamente e cioè quella di inondare gli scaffali di quei libricini new adult. Brrr.

IL GIARDINO DELLE SPEZIE SEGRETE

Charlotte Betts

Newton Compton

978-88-541-4767-6

Trama

È il 1665 e nonostante Londra sia sconvolta dall’epidemia di peste, Susannah cresce serena dietro il bancone della farmacia di suo padre. Circondata da spezie ed erbe si dedica all’antica arte di curare con le piante, cercando di inventare sempre nuove pozioni e misture. Cornelius, suo padre, oltre ad averle insegnato tutti i segreti delle piante medicinali, le ha trasmesso il piacere per le buone letture e la passione per la conoscenza. Il rapporto tra padre e figlia, per anni armonioso e intenso nonostante l’assenza della madre morta dando alla luce il fratellino di Susannah, finisce il giorno in cui Cornelius decide di risposarsi con la giovane e capricciosa Arabella. Susannah è disperata perché d’un tratto deve dividere le attenzioni e l’affetto del padre con la matrigna che, per di più, è prepotente e presuntuosa, come i suoi tre figli. L’arrivo in città dell’affascinante Henry Savage, un ricco mercante, sembra essere l’occasione per Susannah di emanciparsi da questa situazione e, dopo alcune titubanze, accetta la sua proposta di matrimonio. Ma Henry è un uomo complesso e sfuggente, tormentato da un oscuro passato, i cui segreti a poco a poco iniziano ad affiorare. In una Londra in cui la peste continua a mietere vittime, riuscirà Susannah a curare il proprio cuore e mettere in pratica la conoscenza delle erbe per salvare la sua gente da una terribile calamità?

L’autrice

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Charlotte Betts si è occupata di moda, arredamento e gestione immobiliare. Il giardino delle spezie segrete, suo romanzo d’esordio, ha vinto diversi premi ed è stato finalista al Choc Lit’s Best Historical Read.

Recensione

Il giardino delle spezie segrete è un romanzo profumato, speziato, intriso dei sapori e dei fiori della bottega di uno speziale.

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I personaggi principali sono una manciata e tutti sono costruiti in maniera adeguata, credibile, sono belli. La narrazione trascina sin da subito grazie a un ritmo incalzante, per poi rallentare un po’ a metà libro e riprendere alla grande per il finale.

Ho trovato l’ambientazione originale, un’ambientazione che poche volte si trova come sfondo a una storia d’amore: il dramma della peste.

La condizione della donna è uno dei temi più importanti: attorno a esso ruotano poi quelli secondari dell’amore e dell’amicizia.

In definitiva un bel libro: da non perdere per chi ama le storie d’amore difficili e le ambientazioni storiche.

Valutazione:

4

Approfondimenti

 

Cosa faceva lo speziale?

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Alle origini la farmacologia consisteva essenzialmente nella preparazione di rimedi curativi, operata da speziali (o chimici, farmacisti, erboristi) che si procuravano le materie prime – spezie, droghe e piante officinali – da mercanti, i quali a loro volta le importavano anche da paesi lontani; ad esempio, l’oppio arrivava dalla Persia, mentre la radice di ipecacuana e la corteccia di china provenivano dall’America del Sud. Da questi ingredienti si ricavavano estratti, tinture, misture, lozioni, unguenti e scriroppi. Alcuni farmaci, come quelli preparati dalla corteccia di china, dalla belladonna, dalla digitale, dalla segale cornuta e dall’oppio si dimostrarono effettivamente validi; tuttavia, l’efficacia delle diverse preparazioni variava considerevolmente.

Il grande incendio di Londra

Il grande incendio di Londra fu un incendio che si propagò nella City di Londra dal 2 al 5 settembre 1666, distruggendola in gran parte. Prima di questo, l’incendio del 1212, che distrusse una grossa parte della città, era conosciuto con lo stesso nome.

Questa stampa, dai toni apocalittici, illustra il grande incendio del 1666.

Questa stampa, dai toni apocalittici, illustra il grande incendio del 1666.

L’incendio del 1666 fu una delle più grandi calamità nella storia di Londra. Distrusse 13.200 abitazioni, 87 chiese parrocchiali, 6 cappelle, 44 Company Hall, la Royal Exchange, la dogana, la Cattedrale di Saint Paul, la Guildhall, il Bridewell Palace e altre prigioni cittadine, la Session House, quattro ponti sul Tamigi e sul Fleet, e tre porte della città. Il numero di vite perse nell’incendio non è conosciuto.

Peste nera

Epidemia di peste bubbonica che, originatasi nelle steppe dell’Asia centrale e di qui propagatasi in Cina e in India, dilagò in Europa a partire dal 1347 con effetti devastanti.

Furono certamente mercanti occidentali a diffondere il morbo, infettando le rotte abitualmente battute del Medio Oriente e del Mediterraneo. Nel 1347 la peste giunse aCostantinopoli; subito dopo aMessina si ebbe la prima manifestazione in Europa dell’epidemia, che nell’estate del 1348 dilagò in Italia e in Francia, e di lì toccò le coste meridionali dell’Inghilterra e il resto dell’Europa, dove imperversò per oltre tre anni.

La violenza dell’epidemia lasciò sgomenti i testimoni dell’epoca: mai, prima o dopo d’allora, una calamità fece tante vittime umane, spesso cancellando in determinati luoghi intere popolazioni. Dello stupore angosciato dei superstiti resta testimonianza in molti scritti, a cominciare dal Decameron diGiovanni Boccaccio, dove si riporta cheFirenze era tutta un sepolcro. Molti, comeFrancesco Petrarca, fuggirono questi orrori rifugiandosi in luoghi isolati e salubri. Le stime di mortalità del 90%, comuni allora, sono state tuttavia ridimensionate dalla ricerca moderna, e attribuite alla carenza di indagini affidabili; si è potuto in ogni caso verificare che nelle zone più colpite perì oltre il 50% della popolazione. Dopo la tragica estate del 1348 la popolazione fiorentina presumibilmente si ridusse da 90.000 a meno di 45.000 abitanti, mentre a Siena su 42.000 cittadini ne sopravvissero non più di 15.000.

La gente dell’epoca era impreparata ad affrontare la malattia; poiché si ignoravano le cause scientifiche del contagio, si speculava molto sulle origini dell’epidemia, individuate da alcuni in un inquinamento atmosferico agente attraverso un invisibile quanto letale miasma proveniente dal sottosuolo, liberato da terremoti di cui si aveva avuto notizia. Le scarse cognizioni igieniche – la presenza di fogne e immondezzai a cielo aperto era normale nelle città europee del Trecento – favorivano la diffusione del contagio, soprattutto nelle aree urbane, dove i governi adottarono sistemi per far fronte alla malattia, pur ignorando le cause reali. Oltre a incoraggiare l’adozione di misure d’igiene personale particolarmente accurate, posero restrizioni ai movimenti di persone e merci, prescrivendo poi l’isolamento dei malati o il loro trasferimento nei lazzaretti, l’immediato seppellimento delle vittime in fosse comuni appositamente predisposte fuori dalle mura, e la distruzione con il fuoco dei loro indumenti. Poiché si pensava che l’aria infetta fosse contagiosa, si diffusero rimedi empirici come bruciare erbe aromatiche o portare con sé mazzolini di fiori profumati (similmente nel corso di epidemie successive si credette che il fumo del tabacco fosse un rimedio efficace).

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Tra gli effetti dell’epidemia, importanti furono quelli che investirono i modelli tradizionali di comportamento. In tutta Europa la Chiesa e i moralisti in genere erano convinti che la peste nera fosse una punizione divina per i peccati compiuti dall’umanità, e per questo predicavano la rinascita morale della società, condannando gli eccessi nel mangiare e nel bere, i comportamenti sessuali immorali, l’eccessivo lusso nell’abbigliamento; in questo contesto non meraviglia la popolarità acquisita dal movimento della Congregazione dei flagellanti. Si sviluppò tuttavia anche una corrente di pensiero opposta, propria di quanti ritenevano che se la malattia colpiva indiscriminatamente buoni e cattivi, tanto valeva vivere nel modo più intenso e sfrenato possibile.

Per quanti cercavano spiegazioni facili alla propagazione della malattia, colpevoli erano gli emarginati della società: in alcune zone vagabondi e mendicanti furono accusati di contaminare la popolazione residente; in altre gli ‘untori’ vennero individuati negli ebrei, fatti così oggetto della furia popolare.

È probabile che appena prima dello scoppio dell’epidemia, la popolazione europea in epoca medievale avesse raggiunto il picco più elevato di livello demografico; gli effetti della peste dovettero dunque essere immediatamente evidenti: l’eccedenza di forza lavoro agricola si azzerò, alcuni villaggi si spopolarono e gradualmente sparirono, molte città persero di importanza, mentre crebbe il numero dei terreni rimasti incolti. Anche le razzie di soldatesche sbandate o di ventura favorirono una vasta ondata migratoria dalle campagne verso le città. Se a Firenze, passata l’epidemia, la popolazione era stimata fra i 25.000 e i 30.000 abitanti, già nel 1351 era salita a 45.000 unità per toccare le 70.000 trent’anni dopo. Nelle decadi che seguirono i salari aumentarono e le rendite dei proprietari terrieri scesero, segno della difficoltà di trovare manodopera e tenutari. Si può dire in un certo senso che i vivi beneficiarono della moltitudine di morti sofferta.

La presenza della peste in Europa rimase endemica nei tre secoli successivi, per poi scomparire gradualmente, da ultimo in Inghilterra, dopo la ‘grande peste’ del 1664-1666, per cause che rimangono senza spiegazione.

 

Fonti: Encarta, Wikipedia

 

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Una ragione per amare – Rebecca Donovan

Perché? Perché mi ostino a cercare del buono dove non c’è? No, non sono impazzita. Il fatto è che ho sempre amato la Newton Compton, ma ultimamente sta producendo a raffica romanzetti senza capo né coda che, sulla scia d’isterismo ed entusiasmo – per cosa?? – proveniente dagli States, sono famosi come new adult. Ora mi direte: per quale oscura ragione leggi libri di un genere che non ti si confà? Semplice: perché ritengo che ogni genere abbia qualcosa di buono, qualcosa che, indipendentemente dai gusti, è in grado – e merita – di suscitare curiosità, attenzione, insomma, qualcosa di coinvolgente. Un esempio semplice, per capirci: il fantasy non è esattamente nelle mie corde, ma riconosco che spesso i libri di tal genere hanno trame e vicende emozionanti, ricche di colpi di scena, e gli autori hanno immaginazione. Così ho preso un new adult che, oltre alla solita storiella d’amore trita e ritrita, nella quarta di copertina accenna a una particolare situazione familiare, sperando di trovarci qualche spunto di riflessione importante sui problemi adolescenziali, qualcosa di significativo. Perché invece non mi metto l’anima in pace e lascio affogare scaffali e lettori nella cartaccia – perché chiamarli libri sarebbe un complimento – che viene loro riversata addosso? Stavolta ci vuole proprio: poveri alberi.

UNA RAGIONE PER AMARE

Rebecca Donovan

Newton Compton

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Trama

Emma Thomas è una studentessa modello e un’atleta prodigio. Ma è una ragazza taciturna e solitaria: non frequenta nessuno tranne la sua amica Sara, non va alle feste, non esce e non ha un fidanzato. E si copre bene per nascondere i lividi, per paura che qualcuno possa indovinare quello che succede tra le pareti domestiche. Mentre gli altri ragazzi della sua età si divertono spensieratamente, Emma conta in segreto i giorni che mancano al diploma, quando finalmente sarà libera di andare via di casa. Ma ecco che all’improvviso, senza averlo cercato o atteso, Emma incontra l’amore. Un amore intenso e travolgente che entra prepotentemente nella sua vita. E adesso nascondere il suo segreto non sarà più così facile.

Recensione

La prima cosa che salta all’occhio: i personaggi. Avete presente lo stereotipo degli stereotipi? I personaggi di questo libro sono più stereotipati dello stereotipo degli stereotipi. Non è uno scioglilingua, purtroppo. Non ho mai detestato così presto e così facilmente, profondamente, un protagonista maschile: Evan è semplicemente odioso. Emma, che vuol sembrare qualcosa di originale con i problemi che si porta appresso, in realtà è una Bella Swan a cui manca solo Edward Cullen. La storia, che come dicevo prima dalla quarta di copertina sembrava interessante, si rivela ben presto per quel che vale. Certe storie e certi romanzi possono piacere, non lo metto in dubbio, ma la cosa che mi ha infastidita in questo caso – come anche in altri libri tipo Easy, vedi qui – è la superficialità con cui certi temi vengono trattati. La violenza domestica in questo libro risulta qualcosa di ridicolo, superficiale, stereotipato – ecco che ritorna l’aggettivo del giorno, ma non è colpa mia.

Lo stile è inesistente, la struttura debole, tensione zero. Certi passaggi sembra siano stati scritti solo per allungare il brodo.

Non voglio fare di tutta l’erba un fascio, ma se i new adult sono tutti così stiamo proprio messi bene. I bestseller del nuovo secolo la dicono lunga sulla nostra società. E con questo passo e chiudo.

Valutazione:

1

Il sangue nero dei Romanov – Dora Levy Mossanen

Salve amici, come va?

Vi parlo della mia ultima lettura e colgo l’occasione per augurare a tutti buona Pasqua.

 

 

IL SANGUE NERO DEI ROMANOV

Dora Levy Mossanen

Newton Compton

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Trama

Darja ha 104 anni ed è ancora una donna bellissima e dal fascino misterioso. Vive in un antico e fatiscente palazzo e intorno a lei svolazza sempre un nugolo di farfalle. Nessuno sa con certezza chi sia in realtà: l’unico indizio relativo al suo passato è un preziosissimo ciondolo, un uovo Fabergé tempestato di diamanti e pietre preziose da cui non si separa mai. Ha dei poteri soprannaturali e racconta di essere stata la tutrice del piccolo Aleksej, l’erede al trono dei Romanov. È passato quasi un secolo da quando la Rivoluzione ha annegato nel sangue il fasto e la ricchezza degli zar: i membri della famiglia reale sono stati uccisi, il loro nome dannato, i simboli del potere distrutti, eppure pare che Aleksej sia scampato all’eccidio… Darja non lo ha mai dimenticato e quando riceve una convocazione urgente da parte dell’Associazione della nobiltà russa le sue speranze riprendono corpo… “Il sangue nero dei Romanov” è una storia densa di magia e di avventura, amore e speranza, in cui rivive l’atmosfera lussureggiante di una corte opulenta e ricca di meraviglie, ma destinata a un inevitabile tramonto.

L’autrice

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Dora Levy Mossanen è nata in Israele e si è trasferita in Iran quando aveva nove anni. All’inizio della rivoluzione islamica, la sua famiglia fu costretta a lasciare l’Iran. Si stabilì a Los Angeles. Ha conseguito una laurea in Letteratura Inglese presso la University of California Los Angeles e un Master di Laurea scrittura professionale presso la University of Southern California. La Mossanen è autrice di numerosi bestseller tradotti in varie lingue. Scrive per l’ Huffington Post e per il Jewish Journal.

Recensione

Era da un po’ che non leggevo di storie sulla Russia dei primi del Novecento, ambientazione che ho sempre adorato, perciò questo libro ha incontrato da subito il mio favore. La protagonista del romanzo, Darja, è tra l’altro un personaggio particolare, una sorta di veggente e guaritrice che svolge un ruolo importante alla corte degli zar. Le vicende degli imperatori di Russia sono narrate in chiave affettiva, quindi molto di parte, da Darja; per gran parte della narrazione combaciano con ciò che ho letto in altri romanzi con la stessa ambientazione. Fulcro dell’intera vicenda è lo zarevič Aleksej Romanov, malato di emofilia.

Le atmosfere della corte imperiale sono descritte con dovizia di particolari e talvolta anche in maniera un po’ lenta, tuttavia interessante risulta il contrasto tra l’inizio del Novecento e gli anni Novanta dello stesso secolo in cui ritroviamo Darja ormai centenaria. Un romanzo che non eccelle ma non delude, una pellicola che mostra un mondo che non c’è più, una visione filtrata da una veggente che vede tutto color rosso sangue.

Valutazione:

3

Approfondimenti

Romanov

Dinastia che regnò in Russia dal 1613 fino alla Rivoluzione russa del 1917. I Romanov erano discendenti di un aristocratico moscovita la cui figlia, Anastasia Romanovna, sposò lo zar Ivan IV il Terribile. Michele III (1613-1645) fu il primo dei Romanov ad ascendere al trono di Russia. Gli succedettero Alessio I (1645-1676), Teodoro III (1676-1682), Pietro il Grande (1682-1725), Caterina I (1725-1727), Pietro II (1727-1730), Anna Ivanovna (1730-1740), Ivan VI (1740-1741), Elisabetta (1741-1762), Pietro III (1762), Caterina la Grande (1762-1796), Paolo I (1796-1801), Alessandro I (1801-1825), Nicola I (1825-1855), Alessandro II (1855-1881), Alessandro III (1881-1894) e Nicola II (1894-1917).

Salito al trono durante la guerra di Crimea, lo zar Alessandro II firmò il trattato di Parigi (1856) che pose fine al conflitto e si impegnò in una serie di riforme volte a modernizzare il paese. La più importante fu l'abolizione della servitù della gleba, nel 1861.

Salito al trono durante la guerra di Crimea, lo zar Alessandro II firmò il trattato di Parigi (1856) che pose fine al conflitto e si impegnò in una serie di riforme volte a modernizzare il paese. La più importante fu l’abolizione della servitù della gleba, nel 1861.

 

Nicola II Romanov

Nicola II Romanov (Zarskoje Selo, oggi Puškin 1868 – Jekaterinburg 1918) fu l’ultimo zar di Russia (1894-1917); fu deposto durante la Rivoluzione russa del 1917.

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L’ASCESA AL TRONO

Primogenito dello zar Alessandro III, gli succedette sul trono di Russia lo stesso anno in cui sposò Alice d’Assia, principessa tedesca che prese il nome di Alessandra quando si convertì al cristianesimo ortodosso; cercò di continuare la politica assolutista paterna, ma le mutate condizioni storiche lo costrinsero a fronteggiare una situazione molto più drammatica, e Nicola si rivelò incapace di dominare gli eventi.

Favorevole al mantenimento della pace fra le potenze europee, si fece promotore delle due conferenze dell’Aia (1899 e 1907) che istituirono la Corte permanente d’arbitrato per la soluzione pacifica dei conflitti internazionali. Ciò, tuttavia, non impedì alla Russia di tentare una politica espansionistica in Estremo Oriente: i progetti di annessione della Manciuria e della Corea portarono alla disastrosa guerra russo-giapponese (1904-1905).

IL REGIME DI MONARCHIA ASSOLUTA

In patria la disfatta militare fu accolta con una serie di sollevazioni degli operai e dei contadini: l’ordine di sparare su un gruppo di dimostranti che portavano una petizione allo zar fece scoppiare, nel 1905, la prima Rivoluzione russa, che costrinse Nicola a promulgare la riforma costituzionale dello stato e ad accettare l’elezione della prima assemblea legislativa, la Duma (1906), che di lì a poco, tuttavia, avrebbe ostacolato e infine sciolto, riaffermando i poteri assoluti della monarchia. Nel 1911, dopo l’assassinio del primo ministro Pëtr Stolypin, Nicola impresse un’ulteriore svolta conservatrice al governo, ormai quasi del tutto dominato dal monaco Rasputin, insediatosi a corte per volere della zarina.

Il 22 gennaio 1905 una folla di 200.000 lavoratori si raccolse davanti al Palazzo d'Inverno di San Pietroburgo per protestare contro le brutali condizioni di lavoro in Russia: il corteo intendeva presentare una petizione allo zar in nome delle riforme politiche. Lo zio di Nicola II ordinò alla guardia imperiale di fare fuoco sui dimostranti. Il massacro, in cui morirono un centinaio di persone, fu uno degli eventi cruciali della rivoluzione russa del 1905.

Il 22 gennaio 1905 una folla di 200.000 lavoratori si raccolse davanti al Palazzo d’Inverno di San Pietroburgo per protestare contro le brutali condizioni di lavoro in Russia: il corteo intendeva presentare una petizione allo zar in nome delle riforme politiche. Lo zio di Nicola II ordinò alla guardia imperiale di fare fuoco sui dimostranti. Il massacro, in cui morirono un centinaio di persone, fu uno degli eventi cruciali della rivoluzione russa del 1905.

L’ABDICAZIONE

Nel tentativo di fronteggiare la grave situazione interna, lo zar coinvolse la Russia nella prima guerra mondiale: dopo le prime sconfitte, nel 1915 destituì il granduca Nicola e assunse personalmente il comando dell’esercito. Per questo motivo, dopo lo scoppio della Rivoluzione bolscevica, fu ritenuto il diretto responsabile delle sconfitte subìte nel corso del conflitto e delle sofferenze patite dal popolo russo: costretto ad abdicare nel 1917, fu tenuto per alcuni mesi prigioniero e infine giustiziato con tutta la famiglia per ordine del soviet degli Urali.

Nicola II, ultimo zar della Russia (1894-1917), insieme alla moglie Alessandra, alle duchesse Olga e Maria, alle granduchesse Anastasia e Tatiana e al figlio Alexis. Nicola continuò la politica assolutista del padre opponendosi alle richieste sempre più insistenti di apertura alla democrazia. Dopo la rivoluzione del 1917 fu costretto ad abdicare, venne imprigionato per qualche mese e infine fu giustiziato dai bolscevichi con tutta la famiglia a Jekaterinburg nella notte tra il 16 e il 17 luglio 1918.

Nicola II, ultimo zar della Russia (1894-1917), insieme alla moglie Alessandra, alle duchesse Olga e Maria, alle granduchesse Anastasia e Tatiana e al figlio Alexis. Nicola continuò la politica assolutista del padre opponendosi alle richieste sempre più insistenti di apertura alla democrazia. Dopo la rivoluzione del 1917 fu costretto ad abdicare, venne imprigionato per qualche mese e infine fu giustiziato dai bolscevichi con tutta la famiglia a Jekaterinburg nella notte tra il 16 e il 17 luglio 1918.

Fonte: Encarta

Il segreto della collana di perle – Jane Corry

Era da tanto che volevo leggere questo libro, finalmente ce l’ho fatta.

 

IL SEGRETO DELLA COLLANA DI PERLE

Jane Corry

Newton Compton

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Trama

Caroline riceve in eredità una collana di perle, un dono che si tramanda da generazioni tra le donne della sua famiglia. Decisa a staccare la spina per un po’, per lasciarsi alle spalle la crisi che sta vivendo con il marito, si rifugia in una casa sul mare. Qui, immersa nella pace e nella tranquillità, inizia a fare ricerche per ricostruire la storia delle sue antenate. Grazie ai diari di nonna Rose e alle lettere private di sua madre Helen, Caroline scopre vicende femminili molto diverse tra loro eppure segnate da errori e difficoltà comuni, soprattutto nelle relazioni sentimentali. Storie di grandi amori e tradimenti, di sacrifìci e infelicità, che si snodano dai primi anni del Novecento, tra le due guerre, fino al passato più vicino a Caroline. Vite legate da un riconoscibile filo rosso, la collana di perle. Riuscirà, Caroline, a sottrarsi a un destino che sembra già segnato? Saga familiare e sentimentale, “Il segreto della collana di perle” è un romanzo pieno di passione che abbraccia le vite di tre donne fragili e affascinanti, che percorrono un secolo di storia, dall’inizio del Novecento ai giorni nostri.

Recensione

Il libro parte alla grande, riuscendo a catturare l’attenzione. Il coinvolgimento di quattro generazioni di donne legate dalla parentela e dalla collana di perle risulta interessante, intrigante, tuttavia man mano che avanza la narrazione diventa sempre più lenta, in molti tratti persino noiosa. Il finale delle vicende amorose di Caroline, la protagonista del presente, così come il “mistero” svelato delle perle, risulta un po’ banale, deludente. Mi aspettavo molto ma molto di più.

Valutazione:

2

Ti prego lasciati odiare – Anna Premoli

Sì, lo so, lo so: questo non è il mio genere di letture. Però ero curiosa di leggere l’acclamato vincitore del Premio Bancarella 2013.

Come quasi tutte le volte in cui mi interesso ai casi letterari si è rivelata una pessima idea.

TI PREGO LASCIATI ODIARE

Anna Premoli

Newton Compton

TI PREGO LASCIATI ODIARE

Trama

Jennifer e Ian si conoscono da sette anni e gli ultimi cinque li hanno passati a farsi la guerra. A capo di due diverse squadre nella stessa banca d’affari, tra di loro la competizione è altissima e i colpi bassi e le scorrettezze non si contano. Si detestano, non si sopportano, e non fanno altro che mettersi i bastoni fra le ruote. Finché un giorno, per caso, i due sono costretti a lavorare a uno stesso progetto: la gestione dei capitali di un facoltoso e nobile cliente. E così si ritrovano a passare molto del loro tempo insieme, anche oltre l’orario d’ufficio. Ma Ian è lo scapolo più affascinante, ricco e ambito di tutta Londra e le sue accompagnatrici non passano mai inosservate: basta un’innocente serata trascorsa a uno stesso tavolo perché lui e Jennifer finiscano sulle pagine di gossip di un giornale scandalistico. Lei è furiosa: come possono averla associata a un borioso, classista e pallone gonfiato come Ian? Lui è divertito, ma soprattutto sorpreso: le foto con Jenny hanno scoraggiato tutte le sue assillanti corteggiatrici. E allora si lancia in una proposta indecente: le darà carta bianca col facoltoso cliente se lei accetterà di fingersi la sua fidanzata. Sfida accettata e inizio del gioco! Ma ben presto portare avanti quello che per Jenny sembrava un semplice accordo di affari si rivela più complicato del previsto.

Recensione

Che dire? Sin dalle prime pagine si capisce benissimo ciò che accadrà, come, perché, dunque non c’è da scoprire un granché man mano che la storia avanza.

È assodato che i chick lit hanno tutti la stessa trama, uno stile che vuole essere divertente e sono pieni di battute e sarcasmo. Ma questo romanzo porta questi elementi all’esasperazione: lo stile è insulso; ci sono battute a ogni rigo, per di più risultano forzate; l’eccessiva volontà di divertire suscita l’effetto opposto, annoiando; si ripetono sempre gli stessi concetti. Insomma, non è da me, ma non sono riuscita a terminare la lettura.

Valutazione:

1

I peccati della geisha di Kyoto – Eric Le Nabour

Cosa leggerete questo weekend?

I PECCATI DELLA GEISHA DI KYOTO

Eric Le Nabour

Newton Compton

 

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Trama

Kyoto, 1904. Dopo il misterioso assassinio dei suoi genitori, ricchi industriali della seta, la giovanissima Myako Matsuka viene posta sotto la tutela di suo fratello Naoki. Ma quando scoppia la guerra contro i russi e Naoki parte per il fronte, spetta a lei prendere le redini dell’impresa di famiglia. È allora che Myako scopre le orribili condizioni di lavoro degli operai e non esita a mettersi dalla loro parte, disobbedendo alle raccomandazioni di suo fratello. Fiera e indipendente, Myako dovrà però presto fare i conti con l’amore: quello torbido e incontrollabile che prova per Allan Pearson, un diplomatico inglese, e quello tenero e inconfessato che invece nutre per lei Martin Fallières, un giovane esiliato francese appassionato di stampe. Torturata dal desiderio di scoprire la verità sulla morte dei genitori, lacerata da passioni d’amore contrastanti e dall’impossibilità di conciliare il dovere che ha verso la famiglia con le aspirazioni di giustizia e libertà, Myako sarà costretta a compiere scelte dolorose che, inaspettatamente, riporteranno a galla gli spettri del passato.

 

Recensione

In quasi tutti i libri c’è il personaggio “cattivo”, ma in pochi libri ho trovato un individuo detestabile alla stregua di Allan Pearson, diplomatico inglese di cui Myako, la protagonista, si invaghisce. Ho trovato pregevole l’accostamento senza pregiudizi alle tradizioni giapponesi e agli usi degli abitanti. Il fine è mostrare una cultura molto diversa dalla nostra, soprattutto all’epoca delle vicende: pochi decenni dopo l’apertura del Giappone all’ Occidente – sull’argomento ho recensito L’ultima concubina, clicca qui.

La storia è lontanissima dal titolo: la protagonista non è una geisha ma un’artista. Il titolo originale è difatti La dame de Kyoto, ossia la signora, la donna di Kyoto. Un libro carino, non straordinario.

Un libro sulla vita delle geishe è Memorie di una geisha, che ho recensito qui.

Valutazione:

3

Approfondimenti

Geisha

In Giappone, donna che esercita le arti della danza, del canto, della musica e della conversazione a scopo di intrattenimento nelle case da tè o in ricevimenti pubblici e privati. Il termine, di origine cinese, indica una persona dotata di qualità artistiche.

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Tradizionalmente, e fino a tempi relativamente recenti, la geisha iniziava la propria formazione in apposite scuole all’età di sette anni, e una volta ritenuta abile nelle diverse arti veniva ceduta dai genitori a un proprietario di locale da tè presso il quale prestava la propria opera. Qui la ragazza serviva il tè secondo l’antico cerimoniale giapponese e intratteneva gli ospiti con canzoni, danze, recitazione di poesie e conversazione gradevole. Anticamente, la prassi voleva che le ragazze fossero vendute e che non potessero mai sciogliere il vincolo che le legava al proprietario se non contraendo matrimonio. Dopo la seconda guerra mondiale, la vendita delle figlie divenne illegale e la pratica scomparve; la professione di geisha esiste ancora oggi, ed è stata riconosciuta a livello sindacale.

Fonte: Encarta

Matrimonio a Bombay – Julia Gregson

 

Eccomi qui con la recensione del romanzo vincitore del Romantic Novel Award 2009. Non lasciatevi ingannare dal titolo: non è un harmony, proprio per niente.

MATRIMONIO A BOMBAY

Julia Gregson

Newton Compton

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Trama

Nell’autunno del 1928 la maestosa nave Kaiser-i-Hind salpa da Londra diretta a Bombay. In prima classe viaggiano due donne inglesi: la bella e timida Rose, che va a raggiungere il suo promesso sposo, e la sua migliore amica Tor, che la accompagna felice di liberarsi dell’opprimente madre. Sulla stessa nave viaggia anche la giovane Viva, aspirante scrittrice, che torna nel Paese della sua infanzia alla ricerca di un misterioso baule appartenuto ai suoi genitori. L’emozione è grandissima: le tre donne stanno per lasciarsi alle spalle l’Inghilterra delle odiate convenzioni sociali. Davanti a loro si prospetta l’India, la colonia felice, una terra di promesse e di libertà, brulicante di tesori meravigliosi e gente interessante, dove si può essere amate per quello che si è, con i capelli sciolti e senza corsetto… Ma non tutto andrà come previsto: un’inaspettata avventura stravolgerà completamente i romantici sogni – e gli oscuri segreti – che Ros, Tor e Viva portano con sé in questo lungo, esotico viaggio…

L’autrice

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Julia Gregson ha scritto per diverse riviste femminili in Inghilterra, negli Stati Uniti e in Oriente. È autrice di numerosi racconti, molti dei quali pubblicati anche in versione radiofonica. Vive in Galles con il marito e la figlia.

Recensione

Ho comprato questo libro molto tempo fa, per poi sistemarlo nella libreria e dimenticarlo. La settimana scorsa è spuntato fuori e mi sono decisa a leggerlo. Considerando che si tratta di un librone – oltre cinquecento pagine con caratteri abbastanza piccoli – la lettura mi ha impegnata parecchio. Dunque. La parte iniziale, quella che parla della partenza in nave dall’Inghilterra catapulta subito il lettore nel 1928. Le atmosfere inglesi, i modi di fare e di dire, l’abbigliamento, insomma tutto è descritto con cura e dovizia di particolari. Ne sono rimasta da subito affascinata. Procedendo nei capitoli e anche nel viaggio, la narrazione diventa ancora più lenta – e devo dire che in alcuni punti mi ha anche annoiata – ma getta le basi per conoscere in profondità le tre protagoniste: Viva, Rose e Tor. Si potrebbe dire che la grande protagonista sia l’India: sebbene non si parli direttamente di essa come un’entità propria, le descrizioni delle persone, dei panorami, degli usi e costumi, si amalgamano così perfettamente da restituire al lettore l’immagine di una creatura viva, brulicante, affascinante, l’India, appunto. Da metà libro la storia riparte con una marcia in più: le vicende amorose e familiari di Viva, Rose e Tor. Alcuni passaggi, di cui avrei preferito leggere qualcosa in più, sono un po’ abbozzati; alcune scene si chiudono al culmine per poi venire descritte, postume, dal punto di vista di un altro personaggio. Il finale, la storia della famiglia di Viva, è toccante e giustifica i passaggi più lenti, da una motivazione per leggere con attenzione ogni riga. Inoltre la Gregson possiede una straordinaria abilità nel descrivere le reazioni e i cambiamenti delle persone dinanzi alle situazioni più disperate. Consigliato a chi ama i libri con ambientazione orientale e le storie familiari.

Valutazione:

4

Non lasciarmi andare – Jessica Sorensen

 

Eccomi qui con la mia opinione su un libro di cui probabilmente avrete sentito parlare.

 

NON LASCIARMI ANDARE

Jessica Sorensen

Newton Compton

 

Non Lasciarmi andare cover

Trama

Ella e Micha si conoscono da quando erano bambini, sono cresciuti insieme e sotto gli occhi l’uno dell’altra sono diventati un uomo e una donna. Finché una tragica notte di otto mesi fa è accaduto qualcosa di irreversibile, ed Ella ha deciso di scappare all’università e lasciarsi tutto alle spalle. E così, da giovane ribelle e senza limiti, ha deciso di diventare una ragazza perbene, una di quelle che eseguono gli ordini senza discutere e tengono i sentimenti sottochiave. Ma sono arrivate le vacanze estive e l’unico posto dove tornare è casa sua. Ella trema all’idea che tutto lo sforzo che ha fatto per mettere a tacere i suoi impulsi più veri e seppellire i suoi bollenti spiriti sia stato vano. Con Micha nel raggio di pochi metri si sente davvero vulnerabile. Lui è sexy, intelligente e sicuro di sé, conosce di Ella anche i segreti più oscuri e inconfessabili e ha deciso che farà qualunque cosa sia necessaria per averla. E così l’eccitazione, le parole e gli occhi magnetici di Micha scateneranno nella ingenua e inesperta Ella sensazioni mai provate prima, istinti difficili da frenare…

La mia opinione

Ok, diciamo pure che l’ambientazione è originale, in fondo non si tratta dei soliti adolescenti ricchi che non sanno che farsene della vita ma di un gruppo di ragazzi con disagi differenti e abbastanza di rilievo. Però i personaggi li ho trovati antipatici, dal primo all’ultimo: più di tutti Lila che ha una personalità praticamente insipida, inesistente, e Micha con il suo continuo dire “bellezza” alle ragazze e con il sistematico uso de “lo sguardo che conquista”, un’espressione che ho rubato a Flynn Rider del film Rapunzel – Flynn a differenza di Micha mi sta simpatico – e di cui abbiamo una diapositiva qui di seguito.

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Per la versione animata cliccate qui.

Sarà che vanno di moda ultimamente i personaggi stile emo – come il protagonista maschile di Easy, libro che ho recensito qui – e le vicende alla Fast and Furious, ma a me proprio non piacciono. Senza considerare poi che questi ragazzi si abbandonano a calde manifestazioni d’affetto – per usare un eufemismo – ovunque si trovino, soprattutto in pubblico… magari ci provano maggior gusto? Il personaggio che avrebbe potuto essere il migliore di tutti e cioè Grady resta invece sullo sfondo, un labile contorno alle vicende, nonostante la protagonista dichiari più di una volta l’importanza di questa persona (?).

Ho finito di leggere il libro con grande sforzo e di certo non leggerò il seguito.

Valutazione:

1

La signora delle camelie – Alexandre Dumas

Appena terminata la lettura de La signora delle camelie.

 

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Alexandre Dumas (figlio)

 

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Alexandre Dumas (figlio) (Parigi 1824 – Marly-le-Roi 1895), scrittore francese, figlio naturale del celebre Alexandre Dumas (vedi approfondimento in fondo all’articolo) autore dei Tre moschettieri e del Conte di Montecristo, fu romanziere e drammaturgo al pari del padre. La sua prima opera letteraria fu un volume di poesie, Péchés de jeunesse (Peccati di gioventù, 1847). L’anno seguente fu pubblicato il romanzo La signora delle camelie, la cui messa in scena con il titolo Camille (1852) decretò il successo di Dumas come autore di teatro. La protagonista della commedia, una cortigiana che sacrifica la propria felicità per il bene dell’amante, fu interpretata da attrici famose come Sarah Bernhardt e, nella versione cinematografica Margherita Gautier (1936) di George Cukor, da Greta Garbo. La vicenda venne ripresa da Giuseppe Verdi nella Traviata nel 1853 (vedi approfondimento in fondo all’articolo).

Dumas continuò a scrivere romanzi, ma ebbe molto più successo come drammaturgo. Fu uno dei primi autori di ‘drammi a tesi’, opere in cui viene rappresentata in tutti i suoi possibili sviluppi drammatici una vicenda, sempre di ambientazione borghese, incentrata su problematiche morali o sociali di comune interesse (come, ad esempio, l’infedeltà coniugale o la prostituzione): in questo ricorrente impianto rappresentativo si evidenzia l’importanza didascalica ed educativa che l’autore conferisce alla funzione del drammaturgo. Nel 1874 venne eletto membro dell’Académie Française (vedi approfondimento in fondo all’articolo). Per il teatro scrisse anche Le demi-monde (1855), La question d’argent (1857) e Le père prodigue (1859).

Trama

Scritto nel 1848, quando l’autore non aveva che ventiquattro anni, il romanzo La signora delle camelie creò subito un mito, entrato nell’immaginario di intere generazioni e diventato protagonista delle scene, sia del teatro di prosa che del teatro d’opera, nonché degli schermi del cinema. Lo stesso Dumas ne realizzò una versione teatrale, affidandola a Sarah Bernhardt. Pochi anni dopo, Giuseppe Verdi saprà farne una trasposizione sublime, in musica, con La Traviata. Margherita Gautier, alias Violetta, è diventata così una figura a sé stante: un mito appunto, con il quale si sono confrontate dive come Eleonora Duse, Greta Garbo, Maria Callas.

La mia opinione

In questo libro troviamo la tecnica del racconto nel racconto, il che mi ricorda Cuore di tenebra di Conrad – che ho recensito qui. Lo stile di Dumas è semplice, scorrevole alla lettura e si eleva perlopiù quando l’autore ha da esprimere i sentimenti dei protagonisti. Ad ogni modo il romanzo ha il sapore del tempo passato, in esso ritroviamo i temi ricorrenti in quasi tutti gli autori dell’epoca: le rigide regole imposte dall’etichetta; la suddivisione in classi in base al patrimonio e alla rendita e la conseguente impossibilità di unione tra giovani di diverso rango; la necessità sociale di mantenere una parvenza d’onore per il proprio nome e la propria famiglia. Nel libro però troviamo anche la storia di un amore rapido quanto impetuoso, incontrollabile, che, seppur ostacolato dalla ragione, continua a crescere e alimentare l’animo dei protagonisti. Un libro che, come altri simili – vedi quelli della Austen, all’epoca dell’autore fece scalpore. Una piccola perla antica che porta impressa la fotografia dell’epoca, capace di sorprendere e commuovere.

Valutazione:

4

Approfondimenti

 

Alexandre Dumas (padre)

 

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Alexandre Dumas (padre) (Villers-Cotterets, Aisne 1802 – Puys, Dieppe 1870), fu un romanziere e drammaturgo francese, famoso soprattutto per i romanzi storici, tra i quali la trilogia I tre moschettieri (1844), Vent’anni dopo (1845), Il visconte di Bragelonne (1848-1850), e La maschera di ferro (1850), che evocano l’epoca di Luigi XIII; Il conte di Montecristo (1844-45), oggetto di innumerevoli traduzioni e adattamenti teatrali e La regina Margot (1845), ambientato durante le guerre di religione.

Figlio di un generale, aveva scarsa istruzione ma, impiegatosi presso il duca d’Orléans a Parigi, lesse accanitamente, in particolare romanzi d’avventura del XVI e XVII secolo. Dopo aver assistito a vari spettacoli di una compagnia di attori shakespeariani, cominciò a scrivere per il teatro. La notorietà giunse con Enrico III e la sua corte; il dramma, messo in scena dalla Comédie-Française nel 1829, annunciava la rivoluzione romantica che l’anno dopo avrebbe fatto irruzione sui palcoscenici francesi con l’Ernani di Victor Hugo. Seguirono Christine de Fontainebleau (1830), Antonio (1831), La torre di Nesle (1832), Catherine Howard (1834) e L’alchimista (1839).

La sua attività di narratore, inaugurata nel 1838 da Le capitaine Paul, fu straordinariamente prolifica, e benché molti romanzi pubblicati a suo nome siano frutto di una collaborazione o scritti da altri su idee sue, quasi tutti portano l’impronta del suo genio e della sua inventiva. In Belgio, dove si rifugiò per sfuggire ai creditori, Dumas scrisse ventidue volumi di memorie (pubblicati tra il 1852 e il il 1854), che offrono un vivido ritratto del suo tempo. Difensore dell’indipendenza italiana, seguì Garibaldi nella spedizione dei Mille. Dopo questa esperienza, che confluì nelle Memorie di Garibaldi (pubblicate nel 1861), si lanciò in operazioni finanziarie che si rivelarono tutte fallimentari. Tornò allora a Parigi, dove trascorse gli ultimi anni della sua vita facendosi mantenere dal figlio Alexandre.

La Traviata

 

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Un momento di La traviata di Giuseppe Verdi, nell’allestimento svoltosi al Teatro alla Scala di Milano nella stagione 1989-90 per la regia di Liliana Cavani, le scene di Dante Ferretti, i costumi di Gabriella Pescucci e la direzione musicale di Riccardo Muti. Con quest’opera, composta nel 1853 su libretto di Francesco Maria Piave, Verdi completò la cosiddetta “Trilogia popolare”, formata anche da Rigoletto e Il trovatore.

 

Il Teatro alla Scala di Milano è uno dei più famosi teatri d’opera del mondo. Fin dal 1778, anno della sua fondazione, la Scala ha ospitato molte prime di opere composte dai più famosi musicisti e dirette da grandi maestri. Ogni anno la Scala accoglie migliaia di spettatori appassionati. Nel testo seguente viene proposta la trama di La traviata (1853) di Giuseppe Verdi.

Atto primo

Salotto in casa di Violetta Valéry, affascinante e corteggiata mondana del ricco milieu parigino. È in corso un fastoso ricevimento. Fra gli ultimi ospiti, arrivati in ritardo perché intrattenutisi a giocare in casa di Flora Bervoix, il visconte Gastone di Letorières presenta a Violetta Alfredo Germont, suo fervido ammiratore: tanto innamorato – le confida Gastone – che quando recentemente fu ammalata egli venne ogni giorno a informarsi segretamente della sua salute. Violetta, commossa per questa insolita devozione, scioglie amabilmente la timidezza del giovane che, sollecitato dagli amici, improvvisa poi un brindisi alla bellezza e alla gioia di vivere.

Finita la cena, mentre gli ospiti si avviano alle danze nelle sale attigue, Violetta è colta da un improvviso malore. Alfredo, rimasto solo con lei, la esorta affettuosamente ad aver più cura di sé, assicurandola che lui saprebbe come custodire gelosamente la sua vita e dichiarandole teneramente il suo amore.

Violetta, sorpresa, finge disinvoltura, rispondendogli che da lei potrà ottenere soltanto simpatia e amicizia. In realtà è rimasta turbata da quella confessione: togliendosi un fiore dal seno, lo offre ad Alfredo perché lo riporti quando sarà appassito. Il giovane, esultante, comprende che è un complice invito a ritornare l’indomani.

S’è fatta l’alba e gli ospiti, reduci dalle danze, si congedano.

Nella solitudine, Violetta ripensa intensamente alle parole d’Alfredo: qualcuno, per la prima volta, le esprime un affetto sincero; dovrà ascoltarlo, lei, abituata a trascorrere fra le gioie effimere e i piaceri mondani? dovrà mutar vita? No: risolve di non assecondare questa folle illusione. Ma, nel fondo dell’anima, sente che è nato il vero amore.

Atto secondo

Quadro primo – Casa di campagna presso Parigi

Violetta e Alfredo vivono in intimità il loro idillio, lontani dalle frequentazioni e dalla mondanità della capitale. Alfredo esprime la pienezza della sua gioia per questa felice situazione che dura ormai da tre mesi: un sentimento improvvisamente offuscato dalla notizia – che gli riferisce Annina, la cameriera – di essere andata a Parigi, per ordine di Violetta, a vendere cocchi, cavalli ed altre proprietà per fronteggiare le spese del loro soggiorno in villa. Alfredo, ferito nell’orgoglio, decide di partire immediatamente per regolare la faccenda, imponendo ad Annina il silenzio.

Entra Violetta leggendo una lettera dell’amica Flora Bervoix che, scoperto il ritiro dei due amanti, la invita a una festa per quella sera. Sarà un’inutile attesa, sorride Violetta. Si annuncia intanto una visita. È Giorgio Germont, il padre di Alfredo, che si presenta a Violetta con atteggiamento sprezzante, convinto che la donna viva alle spalle del figlio. Con fierezza, Violetta mostra a Germont l’atto di vendita dei propri beni. Germont resta favorevolmente impressionato da questo gesto, tuttavia le chiede di rinunciare ad Alfredo per non rovinare la felicità di un’altra sua figlia, il cui matrimonio con un giovane di “buona famiglia” minaccia di naufragare se non sarà troncata la scandalosa relazione del fratello.

Violetta rivendica i diritti del suo amore, racconta della sua salute gravemente compromessa, resiste con disperazione alle incalzanti richieste di Germont, ma alla fine si arrende e accetta rassegnata di sacrificare la propria felicità per il bene di Alfredo e dei suoi cari. A Germont, profondamente commosso, promette di affrontare da sola l’immenso dolore ma di non rivelare mai ad Alfredo le ragioni dell’improvviso distacco.

Si appresta quindi a scrivere ad Alfredo la lettera d’addio quando questi la sorprende e le chiede il motivo della strana inquietudine. Violetta gli risponde con uno straziante slancio d’amore e si allontana in fretta.

Gli fa recapitare poi un biglietto in cui afferma, mentendo, di voler tornare all’antica vita brillante e alle antiche amicizie: il giovane è sconvolto; sopraggiunge Germont ma a nulla valgono le affettuose parole di consolazione del padre che gli ricorda i giorni sereni trascorsi nella natia Provenza, dove lo invita a ritrovare i cari affetti domestici.

Scorgendo sul tavolo il biglietto di Flora, Alfredo esce precipitosamente per recarsi alla festa e vendicarsi dell’affronto.

Quadro secondo – Salone in casa di Flora Bervoix

È in corso una grande festa in maschera. Violetta vi partecipa al braccio del barone Douphol, suo vecchio protettore. Non sospetta di trovarvi Alfredo e si turba nel vederlo, ma il giovane finge indifferenza e si scatena al tavolo da gioco dove lo assiste una sfacciata fortuna, mentre con vaghe allusioni provoca il risentimento di Douphol. L’invito alla cena scongiura un alterco e tutti si dirigono verso la sala da pranzo. Subito dopo rientra Alfredo, invitato a un colloquio da Violetta. Lo scongiura di andarsene, di non sfidare l’ira del barone, gli confessa anche – se volesse capire – che teme soprattutto per la sua vita, ma Alfredo replica che se ne andrà soltanto se lei vorrà seguirlo. Violetta è costretta a rivelargli che ha giurato di non rivederlo mai più e, poiché Alfredo insiste per sapere chi avesse avuto il diritto di imporle tale giuramento, Violetta lascia intendere che era stato il barone. Fuori di sé per la gelosia e la disperazione, Alfredo chiama a raccolta i convitati e, confessando la sua vergogna per avere acconsentito che una donna disperdesse la fortuna per lui, getta ai piedi di Violetta una borsa di denaro, proclamando di averla così ripagata. Violetta cade svenuta mentre l’indignazione generale accoglie il gesto di Alfredo. Germont, sopraggiunto, rimprovera il figlio, già umiliato e pentito, e lo trascina via, seguito da Douphol che chiede soddisfazione per l’insulto all’amica.

Atto terzo

Camera da letto di Violetta

Violetta è malata, ormai senza speranza, vegliata dalla fedele Annina. È un’alba livida d’inverno. Giunge il dottore, l’amico Grenvil, che cerca di infonderle coraggio e speranza, ma confessa ad Annina che la fine è imminente.

Violetta rilegge per l’ennesima volta l’affettuosa lettera che il vecchio Germont le ha inviato e in cui la ringrazia per aver mantenuto la promessa, la informa che nel duello il barone è stato ferito e le annuncia il prossimo arrivo di Alfredo, cui ha rivelato finalmente la verità, per chiederle perdono. Mentre giunge dalla strada l’eco del carnevale, Violetta fissa mesta la sua pallida immagine nello specchio e si strugge al ricordo dei giorni felici. Ma ecco Annina che entra per prepararla a una grande emozione: subito dopo la segue Alfredo, che si precipita fra le braccia di Violetta e sogna ancora, con lei, un radioso avvenire.

Violetta, al colmo della gioia, vorrebbe vestirsi e uscire per la città in festa ma le vengono meno le forze. Capisce che le resta ancora poco da vivere e, mentre accorre Germont per stringerla al cuore come una figlia, essa dona ad Alfredo un ritratto degli anni sereni, pregandolo di conservarlo in memoria di chi l’ha tanto amato e di offrirlo poi alla giovane che diverrà sua sposa: sono presenti anche Annina e il Dottore. Improvvisamente si sente invasa da una forza misteriosa, si alza in un estremo anelito di vita e ricade esanime tra le braccia di Alfredo.

Académie Française

 

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Istituzione culturale fondata nel 1795 durante la Rivoluzione francese. Destinato alla riorganizzazione delle accademie, l’Institut de France originariamente comprendeva tre classi che si occupavano rispettivamente di fisica e matematica, di scienze morali e politiche, e di letteratura e belle arti. Oggi è suddiviso in cinque accademie, ciascuna delle quali promuove uno o più settori dell’arte, della letteratura, della filosofia o della scienza.

Le cinque accademie svolgono un’attività autonoma e si riuniscono una sola volta l’anno, il 25 ottobre. Dal 1805 le riunioni hanno sede nel Palais de l’Institut a Parigi. L’istituto possiede un notevole patrimonio immobiliare e artistico per effetto di donazioni e lasciti di benefattori; ciò gli consente di conferire ogni anno premi a personalità che hanno conseguito risultati di rilievo nei settori di competenza delle cinque accademie.

ACADÉMIE FRANÇAISE

Voluta nel 1635 dal cardinale Richelieu allo scopo di stabilire un modello di lingua francese, l’Accademia di Francia pubblicò nel 1694 la prima edizione del suo autorevole Dizionario, rivisto più volte anche con l’aggiunta di nuovi volumi. Nel 1980 la scrittrice Marguerite Yourcenar fu la prima donna eletta a far parte dell’Accademia, composta da 40 membri, detti immortels.

ACADÉMIE DES INSCRIPTIONS ET BELLES-LETTRES

Fu creata nel 1663 allo scopo di portare avanti gli studi storici su iscrizioni e documenti antichi, sulla numismatica e sulle lingue antiche e moderne. Questa sezione è composta da 40 membri.

ACADÉMIE DES SCIENCES

Fondata nel 1666, promuove ricerche nell’ambito delle scienze matematiche, come geometria e astronomia, e delle scienze fisiche, comprese chimica, botanica e medicina. I membri sono 130.

ACADÉMIE DES BEAUX-ARTS

Fu istituita nel 1648, per incoraggiare le belle arti e gli studi di estetica, comprende 50 membri.

ACADÉMIE DES SCIENCES MORALES ET POLITIQUES

Unica sezione fondata contemporaneamente all’Institut de France nel 1795, si articola in cinque dipartimenti: storia e geografia, legislazione e giurisprudenza, etica, filosofia ed economia politica. È composta da 50 membri.

Cuore di tenebra – Joseph Conrad

Altro libro a 0,99 euro della Newton Compton.

CUORE DI TENEBRA

Joseph Conrad

Newton Compton

 

L’autore

 

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Joseph Conrad è lo pseudonimo di Teodor Józef Konrad Korzeniowski (Berdičev, Polonia, oggi Ucraina 1857 – Bishopsbourne, Kent 1924), romanziere di origine polacca naturalizzato britannico nel 1886, ritenuto uno dei maggiori scrittori della narrativa moderna. Di famiglia nobile, rimase orfano molto giovane e, appena diciassettenne, lasciò la Polonia per andare a Marsiglia e imbarcarsi come semplice marinaio su un mercantile. Dopo quattro anni entrò nella Marina britannica, salendo di grado fino a diventare capitano di lungo corso. Non ebbe un’esistenza facile: oltre alle difficoltà giovanili, negli anni della maturità dovette affrontare la malattia della moglie, Jessie George, e fare i conti con gli scarsi guadagni che gli venivano dal mestiere di scrittore.

L’esperienza maturata nei lunghi viaggi, soprattutto nell’arcipelago malese e sul fiume Congo, che Conrad risalì nel 1890, si tradusse in una serie di opere scritte in inglese – lingua che apprese da adulto – e spesso ambientate a bordo di una nave, nelle quali l’autore trattò il tema della lotta tra il bene e il male ed espresse una cupa visione della vita, il senso di solitudine e isolamento dell’individuo e una concezione sostanzialmente nichilista del destino umano. La narrazione, sovente affidata a un personaggio testimone degli eventi ma non protagonista, presenta l’uso sapiente delle fratture cronologiche e della tecnica del ‘racconto nel racconto’.

Il suo primo romanzo, La follia di Almayer, fu pubblicato nel 1895. Fra i suoi volumi più noti si ricordano Il negro del ‘Narciso’ (1897); Lord Jim (1900), nel quale affrontò il tema della paura e del riscatto dell’onore personale; il racconto Cuore di tenebra (1902), centrato sull’essenza misteriosa e perversa dell’animo umano; Tifone (1903) e Nostromo (1904), ancora di tema marinaro; L’agente segreto (1907) e Con gli occhi dell’Occidente (1911), di argomento politico; Vittoria (1915) e La linea d’ombra (1917), ambientati nei mari tropicali.

Fonte: Encarta

Cuore di tenebra

 

978-88-541-5475-9

 

 

Trama

 

Marlow racconta di aver avuto l’incarico di sostituire un capitano fluviale ucciso dagli indigeni nell’Africa centrale. Si imbarca su una nave francese e, giunto alla stazione della compagnia, vede come gli indigeni muoiano di stenti e di sfruttamento. Dopo un lungo viaggio di duecento miglia sul fiume rintraccia Kurtz, un leggendario agente capace di procurare più avorio di ogni altro. In realtà Kurtz, uomo solo e ormai folle, è quasi morente. Viene convinto a partire, ma muore sul battello che lo trasporta, dopo aver pronunciato un discorso che non può nascondere “la tenebra del suo cuore”.

La mia opinione

 

Cuore di tenebra possiede tutto il fascino dei classici, della narrazione d’altri tempi. Lo si percepisce già dalle prime pagine, dalle prime righe del racconto del capitano Marlow. Proprio il fatto che si tratti di un racconto “orale”, in prima persona, conferisce allo scritto il potere di catturare e trascinare senza che il lettore se ne renda conto. Le metafore che Conrad usa per descrivere la natura selvaggia e incontaminata sono ricchissime ma mai ripetitive, ammalianti e poetiche senza diventare tediose. Palpitante, viva, è la descrizione delle figure umane che animano le foreste, parti integranti della natura in un tutt’uno che non distingue vegetazione da esseri umani. Un ritratto preciso e appassionato di ciò che i coloni incontrarono quando si avventurarono in terre sconosciute nonché una ricerca sviscerata degli aspetti più oscuri dell’animo umano. Alle volte la narrazione mi ha ricordato lo stile di Gabriel García Márquez.

Valutazione:

4

Sogni di sangue – Lorenza Ghinelli

Cari followers, come va l’estate? Caldo o non caldo state leggendo libri interessanti? Per quanto riguarda le mie letture oggi ho fatto tre nuovi acquisti.

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Lasciatemi dire che, a parte il positivo esito commerciale per la Newton Compton, la pubblicazione dei volumetti a 0,99 euro ha risvolti culturali non indifferenti. In che senso? Be’, moltissimi dei detti libricini sono infatti dei classici e il prezzo che invoglia all’acquisto favorisce una rivalutazione e una nuova diffusione dei classici appunto, anche fra i giovani. Tuttavia quello che, dei tre acquisti di oggi, ho letto per primo e recensisco di seguito non è un classico.

SOGNI DI SANGUE

Lorenza Ghinelli

Newton Compton

 

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Trama

 

Enoch ha tredici anni ed è costretto a portare dei tutori di metallo che lo rendono facile bersaglio delle prepotenze dei suoi coetanei. Eppure, quando si addormenta, diventa più letale di una legione di demoni. Cosa accade mentre dorme? C’è forse un legame tra i sogni di Enoch, la sparizione del suo peggiore aguzzino e il ritrovamento di uno strano ciondolo risalente all’antico Egitto? Chissà se Dorotea, la madre di Enoch, donna algida e imperturbabile, con una passione viscerale e morbosa per le scienze occulte, conosce il suo segreto. Persino la loro casa nasconde un mistero, mentre tanti altri brulicano e strisciano lungo le fogne della città…

La mia opinione

 

Comincio con il fare una precisazione importante: l’autrice sa scrivere molto bene. Bella scoperta, mi dirà chi conosce la formazione della Ghinelli. Be’, la cosa non è sempre così scontata. C’è chi studia tantissimo ma non raggiunge mai certi risultati, c’è chi invece raggiunge gli stessi senza alcuno sforzo e da autodidatta.

Il vocabolario dell’autrice è ricco e, nel caso di questo libro, tetro, scuro, perfetto per la storia narrata. I sentimenti e le emozioni dei personaggi sono condensati in brevi frasi inserite in punti strategici, la lettura ne risulta arricchita e allo stesso tempo rimane molto agevole, adatta a un pubblico giovane. Sono presenti elementi che identificano chiaramente le abitudini e le preferenze dei ragazzi al giorno d’oggi – es.: marche di scarpe, nomi di videogiochi, ecc., allo stesso modo del linguaggio usato dai protagonisti che, seppur a volte piuttosto scurrile, è esattamente rispondente a realtà. In questo solido contesto realistico si inserisce una storia intrisa di antiche leggende egizie, cosa che ho apprezzato vista la mia passione per l’antico Egitto. Ciò che mi ha un po’ “infastidita” sono i titoli dati ai capitoli, titoli quasi gioviali in cui non ho visto ironia ma anzi insulsaggine. In definitiva non ho ancora capito se questo racconto mi è piaciuto oppure no. Vi passo il testimone.

Valutazione:

3

Il ballo – Irène Némirovsky

Salve followers, parliamo oggi di uno dei volumetti a 0,99 cent editi da Newton Compton. Sono sicura che la maggior parte di voi ha sentito parlare di questa iniziativa, io l’ho particolarmente apprezzata. Perché? Oltre al motivo che salta subito all’occhio e cioè il basso costo dei libricini, c’è anche un altro aspetto scaturito proprio dal primo: grazie infatti ai 0,99 cent c’è stata una buona accoglienza nel pubblico e, trattandosi perlopiù di classici, si è aumentata la diffusione di questo genere che per esempio le giovani generazioni scansano a priori. Ma ora veniamo a noi.

Il ballo

Irène Némirovsky

Newton Compton

 

L’autrice

 

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Irène (vero nome Irma Irina) Némirovsky, figlia di un ricco banchiere ebreo ucraino – Leonid Borisovitch Némirovsky (1868-1932) e di Anna Margoulis (1887-1989) -, venne allevata dalla sua governante francese Zezelle, che fece del francese quasi la sua seconda lingua madre, dal momento che la madre di Irene non fu mai interessata alla sua educazione. Imparerà poi sia il russo che l’inglese. Nel 1913 la famiglia ottenne il permesso di trasferirsi a San Pietroburgo, che diventerà poi Pietrogrado. Nel gennaio del 1918, i Soviet misero una taglia sulla testa del padre e la famiglia fu costretta a scappare (si travestirono da contadini) evitando la Rivoluzione Russa. Trascorse poi un anno in Finlandia e un anno in Svezia. Nel luglio del 1919 i Némirovsky si trasferirono in Francia dopo un avventuroso viaggio su di una nave. A Parigi, Irène Némirovsky andò a vivere in un quartiere chic, nel XVI arrondissement. Una governante inglese si occupò della sua educazione. Superò l’esame di maturità nel 1919, nel 1921 si iscrisse alla Facoltà di Lettere della Sorbonne. Conosceva sette lingue. Aveva iniziato a scrivere in francese sin da quando aveva 18 anni e, nell’agosto del 1921, pubblicò il suo primo testo sul bisettimanale Fantasio. Nel 1923, la Némirovsky scrisse la sua prima novella, l’Enfant génial (ripubblicata con il nome di Un enfant prodige nel 1992), che sarà pubblicata nel 1927. Riprese quindi i suoi studi ottenendo nel 1924 la laurea in lettere alla Sorbonne. Nel 1926 pubblicò il suo primo romanzo, Le Malentendu.
Nel 1926, nel municipio del XVI arrondissement prima e poi alla sinagoga di Rue de Montevideo, Irène Némirovsky sposò Michel Epstein, un ingegnere russo emigrato, divenuto poi banchiere, da cui avrà due figlie: Denise nel 1929 ed Élisabeth nel 1937. Il contratto matrimoniale stipulato le permetterà di ottenere i diritti d’autore fin dalla pubblicazione delle sue opere.
Irène Némirovsky divenne celebre nel 1929 con il suo romanzo David Golder. Il suo editore, Bernard Grasset, la introdusse subito nei salotti e negli ambienti letterari francesi. Lì incontrò Paul Morand, che pubblicherà presso Gallimard quattro delle sue novelle con il titolo Films parlés. David Golder fu adattato nel 1930 per il teatro ed il cinema (David Golder fu interpretato da Harry Baur).
Ne Le Bal, 1930, descrisse il passaggio difficile di un’adolescente all’età adulta. L’adattamento al cinema di Julien Duvivier rivelerà Danielle Darrieux. Di successo in successo, Irène Némirovsky diventò una promessa della letteratura, amica di Tristan Bernard e di Henri de Régnier.
Nel 1933, abbandonò la casa editrice Grasset per Albin Michel e cominciò a pubblicare alcune novelle sul Gringoire.
Sebbene fosse una scrittrice francofona riconosciuta, membro totalmente integrato della società francese, il governo francese le rifiuterà la nazionalità richiesta per la prima volta nel 1935.
Si convertì al cattolicesimo il 2 febbraio 1939 nella cappella dell’Abbazia di Sainte-Marie a Paris. Scrisse poi per il settimanale di destra Candide, con il quale interromperà la collaborazione quando venne pubblicato il primo Statuto degli ebrei, nell’ottobre del 1940, mentre Gringoire, divenuto apertamente antisemita, continuerà a pubblicarla, ma sotto pseudonimo.
Vittime delle leggi antisemite varate nell’ottobre del 1940 dal governo Vichy, Michel Epstein non poté più continuare a lavorare in banca e a Irène Némirovsky fu proibito pubblicare. Dopo la primavera i coniugi Epstein si trasferirono a Issy-l’Évêque, nel Morvan, dove avevano messo al riparo nel settembre del 1939, le loro figlie. Némirovsky scrisse ancora diversi manoscritti. Fu considerata un’ebrea per la legge e dovette applicare la stella gialla sui suoi abiti. Solo Carbuccia, sfidando la censura, pubblicò le sue novelle fino al 1942. Il 13 luglio 1942, Irène fu arrestata dalla guardia nazionale francese. Michel Epstein mandò un telegramma il 13 luglio del 1942 a Robert Esménard e André Sabatier presso Albin Michel per chiedere aiuto.
Fu trasferita a Toulon-sur-Arroux, dove rimase imprigionata due notti. Il 15 luglio, fu trasportata al campo d’internamento di Pithiviers. Némirovsky fu autorizzata a scrivere e spedì una cartolina a suo marito, in cui non si lamenta delle condizioni difficili. Fu deportata il giorno dopo a Auschwitz, dove venne trasferita nel Rivier (l’infermeria di Auschwitz in cui venivano confinati i prigionieri troppo ammalati per lavorare) per essere poi uccisa il 17 agosto 1942. Suo marito (così come André Sabatier e Robert Esménard) intraprese numerosi procedimenti per farla liberare, ma fu arrestato lui stesso nell’ottobre del 1942, deportato ad Auschwitz assieme alla sorella e gasato al suo arrivo, il 6 novembre 1942.

Fonte: Wikipedia

Il ballo

 

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Trama

 

Per i Kampf l’organizzazione del ricevimento, a cui sono invitati i maggiorenti della città, è un’occupazione serissima.
Tutto deve funzionare alla perfezione, come il meccanismo di un prezioso orologio. Proprio per questo, il ballo, che dovrebbe segnare l’ingresso della famiglia nell’alta società parigina, è un sogno tanto per la madre, volgare e arcigna parvenue, quanto per la quattordicenne Antoinette, che però ne rimane esclusa. Con una scrittura precisa e senza fronzoli, Irène Némirovsky racconta la vendetta che Antoinette saprà prendersi.

La mia opinione

 

Un racconto piuttosto breve ma non per questo privo di contenuti. Ricco di tagliente ironia, Il ballo ci mostra ancora una volta ciò che la Némirovsky ha cercato di comunicare in quasi tutti i suoi scritti: le assurde regole imposte dall’etichetta; la volontà ostinata di apparire ciò che non si è e il pensiero di meritarlo per diritto di nascita; la frivolezza degli adulti vista, in questo caso, tramite gli occhi di una ragazza di quattordici anni. Antoniette alla fine si rende conto che gli adulti che tanto la intimorivano non sono meglio di lei, anzi forse peggio. L’autrice non smentisce la sua capacità di tramandare nei dettagli e in modo affascinante le atmosfere parigine dei primi decenni del Novecento, soprattutto degli anni a cavallo tra le due guerre che per alcuni furono anni di ricchezza facile, di illusione, di sogni realizzati con fatica e poco dopo infranti nell’ultimo conflitto mondiale.

Valutazione:

4