L’amore ai tempi del colera – Gabriel García Márquez

Gabriel García Márquez è scomparso da poco ma ha lasciato il segno nella letteratura mondiale. Commentiamo uno dei suoi libri.

 

L’AMORE AI TEMPI DEL COLERA

Gabriel García Márquez

Mondadori

AmoreColera

Trama

Per cinquantun anni, nove mesi e quattro giorni Fiorentino Ariza ha perseverato nel suo amore per Fermina Daza, la più bella ragazza dei Caraibi, senza mai vacillare davanti a nulla, resistendo alle minacce del padre di lei e senza perdere le speranze neppure di fronte al matrimonio d’amore di Fermina con il dottor Urbino. Un eterno incrollabile sentimento che Fiorentino continua a nutrire contro ogni possibilità fino all’inattesa, quasi incredibile, felice conclusione. Una storia d’amore e di speranza con la quale, per una volta, Gabriel García Márquez abbandona la sua abituale inquietudine e il suo continuo impegno di denuncia sociale per raccontare un’epopea di passione e di ottimismo. Un romanzo atipico da cui emergono il gusto intenso per una narrazione corposa e fiabesca, le colorate descrizioni dell’assolato Caribe e della sua gente. Un affresco nel quale, non senza ironia, si dipana mezzo secolo di storia, di vita, di mode e abitudini, aggiungendo una nuova folla di protagonisti a una tra le più straordinarie gallerie di personaggi della letteratura contemporanea.

 

L’autore

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Gabriel José de la Concordia García Márquez, soprannominato Gabo (Aracataca, 6 marzo 1927 – Città del Messico, 17 aprile 2014), è stato uno scrittore, giornalista e saggista colombiano, insignito del Premio Nobel per la letteratura nel 1982.

Tra i maggiori scrittori in lingua spagnola, García Márquez è considerato il maggior esponente del cosiddetto realismo magico, la cui opera ha fortemente contribuito a rilanciare l’interesse per la letteratura latinoamericana.

Dotato di uno stile scorrevole, ricco e costantemente pervaso di un’amara ironia, i suoi romanzi sono caratterizzati da articolate strutture narrative, con frequenti intrecci fra realtà e fantasia, fra storia e leggenda, con la presenza di molteplici piani di lettura, anche allegorici, e con un uso sapiente di prolessi ed analessi.

Il suo romanzo più famoso, Cent’anni di solitudine, è stato votato, durante il IV Congresso internazionale della Lingua Spagnola, tenutosi a Cartagena nel marzo del 2007, come seconda opera in lingua spagnola più importante mai scritta, preceduta solo da Don Chisciotte della Mancia di Miguel de Cervantes.

Lo stile letterario e le tematiche

Gabriel García Márquez fu uno dei quattro scrittori latinoamericani coinvolti per primi nel boom letterario latinoamericano degli anni Sessanta e Settanta; gli altri tre autori erano il peruviano Mario Vargas Llosa, l’argentino Julio Cortázar e il messicano Carlos Fuentes (ad essi è da aggiungersi la figura discostata di Jorge Luis Borges). Sarà Cent’anni di solitudine il romanzo che gli porterà fama internazionale di romanziere del movimento magico-realista della letteratura latinoamericana, che influenzerà gli scrittori di periodi successivi, come Paulo Coelho e Isabel Allende. Egli appartiene alla generazione che recuperò la narrativa fantastica del romanticismo, come quella di E.T.A. Hoffmann, e il romance europeo, lo stile dei poemi lirici, epici e mitologici che andavano di moda fino all’alba del romanzo moderno nel XVIII secolo, quando la particolare mescolanza di reale e invenzione venne relegata nella letteratura del romanzo gotico o in altri sottogeneri.

Come una metaforica e critica interpretazione della storia colombiana, dalla fondazione allo Stato contemporaneo, Cent’anni di solitudine riporta diversi miti e leggende locali attraverso la storia della famiglia Buendía, che per il loro spirito avventuroso si collocano entro le cause decisive degli eventi storici della Colombia — come le polemiche del XIX secolo a favore e contro la riforma politica liberale di uno stile di vita coloniale; l’arrivo della ferrovia in una regione montuosa; la Guerra dei mille giorni (Guerra de los Mil Días, 1899–1902); l’egemonia economica della United Fruit Company (“Compagnia bananiera” nel libro); il cinema; l’automobile; e il massacro militare dei lavoratori in sciopero come politica di relazioni fra governo e manodopera. La ripetitività del tempo e dei fatti è appunto il grande tema del romanzo, un tema in cui l’autore riconosce la caratteristica della vita colombiana e attraverso cui vediamo delinearsi altri elementi: l’utilizzo di un “realismo magico” che mostra un microcosmo arcano in cui la linea di demarcazione fra vivi e morti non è più così nitida e in cui ai vivi è dato il dono tragico della chiaroveggenza, il tutto con un messaggio cinicamente drammatico di fondo, di decadenza, nostalgia del passato e titanismo combattivo di personaggi talvolta eroici ma votati alla sconfitta. Su questa linea, dopo un inizio nella letteratura realistica di stile hemingwayano, proseguirà tutta l’opera di García Márquez (tranne gli scritti prettamente autobiografici), in equilibrio tra l’allegoria, il reale e il mito, influenzato dalle tematiche surreali di Franz Kafka e dal simbolismo. Lo stile presenta notevoli intrecci, digressioni, prolessi e analessi, con l’uso di frasi quasi poetiche nella prosa, un linguaggio ricercato e prosaico alternato a seconda del personaggio, e lo svolgimento di storie “corali” e parallele. Il narratore è spesso esterno e onnisciente, cioè conosce già gli avvenimenti futuri.

Recensione

Avevo più volte sentito nominare questo libro che ormai è entrato ufficialmente tra i più famosi libri mai scritti. Mi sono accostata alle pagine con vivo interesse.
Questo libro è stato capace di mostrarmi vivamente dinanzi agli occhi le atmosfere calde e variegate di un’isola caraibica alla fine dell’Ottocento e all’inizio del Novecento. Gabriel Garcia Marquez descrive con maestria e poesia, armonia, ogni strada, ogni palazzo, ogni carrozza, ogni giardino, ogni nave nonché il mare. Questa caratteristica – assieme a poche altre quali la descrizione approfondita dei personaggi principali e le ricche informazioni sulle pratiche quotidiane del tempo – è stata quella che mi è piaciuta maggiormente e per la quale “L’amore ai tempi del colera” merita di essere letto.

Lo stile è una delle maggiori qualità dell’autore: non so spiegare in cosa sia particolare, di preciso, ma leggendo ci si ritrova a pensare “Ovvio che questo è un premio Nobel”.

Ad ogni modo l’interesse per la storia è andato perdendosi pagina per pagina. Nonostante infatti la storia sia verosimile, non ho trovato nulla dell’amore epico e tanto decantato. Anche se ha la forza di resistere tra alti e bassi per più di cinquant’anni si tratta di un ossessivo amore platonico, provato tra l’altro solo da Florentino Ariza. Fermina Daza, dal canto suo, dopo l’iniziale innamoramento decide all’improvviso che non vuole più aver nulla a che fare con il suo fidanzato officioso. Questi inizia così una vita votata a lei che ben presto cadrà nella perdizione sessuale. Fermina dal canto suo lo dimentica troppo facilmente sposando il dottor Urbino. Altra cosa che ha svelato ogni curiosità, è il capitolo principale che parte dalla fine della storia, spiegandone in poche pagine l’evoluzione che poi sarà ciò che riempirà prolissamente tutti i capitoli successivi. D’altro canto la quarta di copertina svela sin da subito che ci sarà un lieto fine.
Ripeto: dinanzi all’innegabile e straordinaria maestria letteraria dell’autore che finora mi è sembrato il più abile scrittore io abbia mai letto, troviamo una scarsità di trama e di passione. Si tratta comunque di un buon libro.

Valutazione:

4

 

Dal libro è stato tratto un film la cui visione, come la lettura del testo, risulta un po’ impegnativa.

 

 

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