Nobel italiani per la Letteratura: Giosuè Carducci

Cari followers,

metto un attimo in pausa la rubrica sugli autori italiani tra Ottocento e Novecento – di cui potete leggere i primi due articoli qui. Con la nuova, breve rubrica rimango comunque in tema: in sei appuntamenti vi parlerò dei Nobel italiani per la Letteratura. Le motivazioni che mi hanno spinta a dedicare tempo e spazio a questo argomento sono pressoché le medesime che mi hanno pungolata per la rubrica sugli autori italiani. Da sempre la letteratura alimenta l’animo e pone le basi per il rinnovamento delle idee, dunque in un tumultuoso periodo come quello che stiamo vivendo credo possa essere corroborante e anche ispiratore conoscere le personalità che nel nostro Paese si sono distinte in questo campo artistico.

Ma cos’è il Premio Nobel?

 

Il premio Nobel è un’onorificenza di valore mondiale, attribuita annualmente a persone che si sono distinte nei diversi campi dello scibile, «apportando considerevoli benefici all’umanità», per le loro ricerche, scoperte ed invenzioni, per l’opera letteraria, per l’impegno in favore della pace mondiale.
Il premio fu istituito in seguito alle ultime volontà di Alfred Nobel (1833-1896), chimico e industriale svedese, inventore della dinamite, firmate al Club Svedese-Norvegese di Parigi il 27 novembre 1895. La prima assegnazione dei premi risale al 1901, quando furono consegnati il premio per la pace, per la letteratura, per la chimica, per la medicina e per la fisica. Dal 1969 si assegna anche il premio per l’economia in memoria di Alfred Nobel. La cerimonia di consegna dei premi si tiene a Stoccolma il 10 dicembre, anniversario della morte del fondatore, ad esclusione del premio per la pace che si assegna anch’esso il 10 dicembre, ma ad Oslo.
I premi Nobel nelle specifiche discipline (fisica, chimica, medicina, letteratura, economia) sono comunemente ritenuti i più prestigiosi assegnabili in tali campi. Anche il premio Nobel per la pace conferisce grande prestigio ma, tuttavia, per l’opinabilità delle valutazioni politiche la sua assegnazione è stata qualche volta accompagnata da accese polemiche.

I premi Nobel italiani per la letteratura

 

Il Nobel per la letteratura è stato finora assegnato a sei italiani, tra i quali figurano tre poeti (Carducci, Montale e Quasimodo), due autori di teatro (Pirandello e Fo) e un narratore, unica donna del gruppo, Grazia Deledda. La recente assegnazione del premio a Dario Fo è stata accompagnata, soprattutto in Italia, da pareri discordanti sui meriti letterari del grande attore, che all’estero è molto stimato soprattutto per la sua produzione come autore teatrale.

Seguiamo l’ordine cronologico e parliamo di Giosuè Carducci, che vinse il premio Nobel nel 1906.

La vita

 

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Giosuè Carducci (Valdicastello, Lucca 1835 – Bologna 1907) era figlio di un medico affiliato alla Carboneria. Trascorse la fanciullezza in Maremma, il cui paesaggio farà rivivere in tante sue poesie. Dopo essersi laureato alla Scuola Normale Superiore di Pisa con una tesi sulla poesia cavalleresca (1856), insegnò in un ginnasio, esperienza, questa, che sarebbe confluita nelle autobiografiche Risorse di San Miniato (1863). Il suo interesse per la filologia lo indusse a fondare, nel 1859, la rivista “Il Poliziano”, che tuttavia ebbe vita breve.

All’insegnamento, dal quale era stato sospeso per tre anni a causa delle sue idee filorepubblicane, tornò a dedicarsi tra il 1860 e il 1904, quando, su nomina del ministro Terenzio Mamiani, fu titolare della cattedra di eloquenza dell’Università di Bologna. In politica combatté il papato e la monarchia, ma a questa si riavvicinò verso la fine degli anni Settanta e, in seguito, nominato senatore nel 1890, si schierò con il governo conservatore di Francesco Crispi. Vinse il premio Nobel nel 1906.

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La poesia

 

Carducci fu ostile al sentimentalismo romantico e allo spiritualismo che caratterizzavano la poesia italiana di quegli anni, e fu acceso sostenitore di un ritorno alle forme classiche e al naturalismo pagano. L’antiromanticismo carducciano – che fu, da subito, antimanzonismo – non si tradusse, tuttavia, nella fredda ripresa di moduli e motivi classici. L’opera poetica di Carducci presenta invece un convivere di elementi tra loro diversi, sicché a una sensibilità romantica si ascrivono l’attenzione a una resa lirica di paesaggi interiori (si pensi alla memoria dell’infanzia che impronta poesie come Davanti San Guido o San Martino, al raccoglimento di Nevicata, contenuta nelle Odi barbare, al luminoso fantasticare di Sogno d’estate) e l’idea di una missione civile del poeta. Se questi è il supremo “artiere” (evidente la suggestione dantesca di “miglior fabbro”) nell’arte di forgiare versi, egli è altresì il rapsodo, il vate la cui parola non si esaurisce nel cerchio della letteratura: si pensi a poesie dal contenuto tra loro diversissimo, ma tutte “impegnate”, come il famoso Inno a Satana (1863), che suscitò scandalo per il suo radicale laicismo, l’ode Alla Regina d’Italia (1878) e la rima A Vittore Hugo (1881).
All’anima classica va riferita invece la struggente nostalgia per le età eroiche del passato che permea, ad esempio, le poesie “romane” delle Odi barbare o quelle che ricreano in pochi tratti il mondo di un Medioevo comunale.

Giosuè Carducci in Mugello.

Giosuè Carducci in Mugello.

 

 

Le raccolte

 

Le raccolte giovanili (Juvenilia, 1850-1857; Levia Gravia, 1857-1870) esprimono le concezioni laiche e repubblicane di Carducci, e costituiscono un complesso apprendistato poetico, in cui egli sperimentò molte forme della tradizione lirica italiana. In Giambi ed epodi (1882), che comprendeva componimenti già pubblicati nella raccolta Poesie (1871), prevalsero i toni polemici.
Le Rime nuove (1861-1887) sono probabilmente la raccolta migliore, quella in cui Carducci seppe alternare con maggiore ricchezza l’ispirazione intima e privata alla poesia storica e politica. Questo doppio registro caratterizza anche, sia pure con minore felicità espressiva, l’ultima raccolta di versi, Rime e ritmi (1898). Grande importanza hanno le Odi barbare (1877-1893), che cercano di riprodurre in versi italiani i metri della lirica greco-latina.
Grande influenza ebbe il magistero carducciano nel campo della critica. Suoi allievi furono Giovanni Pascoli, Severino Ferrari, Renato Serra, Manara Valgimigli e, se la sua lezione si iscrive entro i confini storici del positivismo, l’attenzione ai valori testuali evidente negli studi su Petrarca, Poliziano, Parini fa di Carducci un precursore della critica stilistica. A rendere meno paludata la figura di un poeta stretto nella propria ufficialità contribuisce lo sterminato, vivace ed estroso epistolario.

Cronologia delle opere

 

  • 1850-60 – Juvenilia, Raccolta di poesie
  • 1863 – Inno a Satana
  • 1861-71 –Levia gravia, Raccolta di poesie; con lo pseudonimo di Enotrio Romano
  • 1871 – Poesie, Raccolta di poesie
  • 1872 – Primavere elleniche, Raccolta poetica poi confluita nelle Rime nuove
  • 1873 – Nuove poesie di Enotrio Romano, Raccolta di poesie
  • 1874 – Studi letterari, Raccolta di saggi
  • 1877 – Odi barbare, Raccolta di poesie
  • 1882 – Giambi ed epodi, Raccolta di poesie – Nuove odi barbare, Raccolta di poesie – Le risorse di San Miniato al Tedesco e la prima edizione delle mie rime, Scritto autobiografico poi confluito in Confessioni e battaglie – Confessioni e battaglie, Raccolta di scritti polemici e autobiografici, vol. I; vol. II 1883; vol. III 1884
  • 1887 – Rime nuove, Raccolta di poesie
  • 1889 – Terze odi barbare, Raccolta di poesie
  • 1893 – Odi barbare, Raccolta poetica comprendente le Odi barbare del 1877, le Nuove odi barbare e le Terze odi barbare
  • 1899 – Rime e ritmi, Raccolta di poesie
  • 1903 – Parini minore, Saggio di critica letteraria
  • 1907 – Parini maggiore, Saggio di critica letteraria

 

 

Riporto alcuni degli scritti più significativi.

 

 

Traversando la Maremma toscana

 

Tratto dalla più ricca e varia raccolta di liriche di Giosuè Carducci – le Rime nuove, composte tra il 1861 e il 1887 – questo sonetto rievoca la mattinata del 10 aprile 1885, quando il poeta, in viaggio da Livorno a Roma, attraversò la Maremma e rivide i luoghi della sua infanzia: Castagneto, oggi Castagneto Carducci, e Bolgheri, celebrata in un’altra famosa poesia di Carducci, Davanti a San Guido.

 

Dolce paese, onde portai conforme
l’abito fiero e lo sdegnoso canto
e il petto ov’odio e amor mai non s’addorme,
pur ti riveggo, e il cuor mi balza in tanto. 

Ben riconosco in te le usate forme
con gli occhi incerti tra l’sorriso e il pianto,
e in quelle seguo de’ miei sogni l’orme
erranti dietro il giovenile incanto.

Oh, quel che amai, quel che sognai, fu in vano;
e sempre corsi, e mai non giunsi il fine;
e dimani cadrò. Ma di lontano
pace dicono al cuor le tue colline
con le nebbie sfumanti e il verde piano
ridente ne le pioggie mattutine.

21 aprile 1885

Giosuè Carducci con gli amici di Maremma.

Il comune rustico

 

Questa lirica fa parte della raccolta Rime nuove e fu composta da Giosuè Carducci tra il 10 e il 12 agosto 1885, dopo una vacanza estiva in Friuli. Il poeta, affascinato dalla bellezza del paesaggio e attratto dalla semplicità e dalla laboriosità degli abitanti, immaginò il passato medievale della regione e rievocò nella poesia un momento della vita di una piccola comunità attorno all’anno Mille: il comune rustico appunto, animato dai valori che Carducci – in aperta polemica con il Medioevo popolato di diavoli e di streghe caro al Romanticismo – attribuiva all’età medievale, ossia la libertà, la giustizia, il senso del dovere, l’amor di patria.

O che tra faggi e abeti erma su i campi
smeraldini la fredda orma si stampi
al sole del mattin puro e leggero,
o che foscheggi immobile nel giorno
morente su le sparse ville intorno
a la chiesa che prega o al cimitero

che tace, o noci de la Carnia, addio!
Erra tra i vostri rami il pensier mio
sognando l’ombre d’un tempo che fu.
Non paure di morti ed in congreghe
diavoli goffi con bizzarre streghe,
ma del comun la rustica virtù

accampata a l’opaca ampia frescura
veggo ne la stagion de la pastura
dopo la messa il giorno de la festa.
Il consol dice, e poste ha pria le mani
sopra i santi segnacoli cristiani:
– Ecco, io parto fra voi quella foresta

d’abeti e di pini ove al confin nereggia.
E voi trarrete la mugghiante greggia
e la belante a quelle cime là.
E voi, se l’unno o se lo slavo invade,
eccovi, figli, l’aste, ecco le spade,
morrete per la nostra libertà. –

Un fremito d’orgoglio empieva i petti,
ergea le bionde teste; e de gli eletti
in su le fronti il sol grande feriva.
Ma le donne piangenti sotto i veli
invocavan la Madre alma de’ cieli.
Con la mano tesa il console seguiva:

– Questo, al nome di Cristo e di Maria,
ordino e voglio che nel popol sia. –
A man levata il popol dicea Sì.
E le rosse giovenche di su ’l prato
vedean passare il piccolo senato,
brillando sugli abeti il mezzodì.

Piano d’Arta, 10-12 agosto 1885

 

Piemonte

 

Fa parte della raccolta Rime e ritmi ed è forse la più celebre delle poesie epiche di Carducci, gonfia di patriottismo e di ammirazione per i Savoia. Fu composta nell’estate del 1890 a Ceresole Reale, una località di villeggiatura montana dominata dal Gran Paradiso. Nella fantasia di Carducci il panorama si amplia fino a comprendere tutte le Alpi piemontesi, da dove scendono i fiumi che bagnano Aosta, Ivrea, Biella, Cuneo, Mondovì, Torino, e Asti, patria di Vittorio Alfieri, il cui patriottismo evoca in Carducci il ricordo della prima guerra d’indipendenza e di Carlo Alberto di Savoia. La seconda parte della poesia è tutta dedicata al re sabaudo, del quale è sottolineata l’incertezza politica poi riscattata dalla partecipazione alla guerra contro l’Austria: perciò il re viene accolto tra gli eroi piemontesi della libertà d’Italia che, guidati da Santorre di Santarosa, ne accompagnano l’anima davanti Dio, al quale chiedono di rendere “l’Italia a gl’italiani”.


Su le dentate scintillanti vette
salta il camoscio, tuona la valanga
da’ ghiacci immani rotolando per le
selve croscianti:

ma da i silenzi de l’effuso azzurro
esce nel sole l’aquila, e distende
in tarde ruote digradanti il nero
volo solenne.

Salve, Piemonte! A te con melodia
mesta da lungi risonante, come
gli epici canti del tuo popol bravo,
scendono i fiumi.

Scendon pieni, rapidi, gagliardi,
come i tuoi cento battaglioni, e a valle
cercan le deste a ragionar di gloria
ville e cittadi:

la vecchia Aosta di cesaree mura
ammantellata, che nel varco alpino
èleva sopra i barbari manieri
l’arco d’Augusto:

Ivrea la bella che le rosse torri
specchia sognando a la cerulea Dora
nel largo seno, fosca intorno è l’ombra
di re Arduino:

Biella tra ‘l monte e il verdeggiar de’ piani
lieta guardante l’ubere convalle,
ch’armi ed aratri e a l’opera fumanti
camini ostenta:

Cuneo possente e pazïente, e al vago
declivio il dolce Mondovì ridente,
e l’esultante di castella e vigne
suol d’Aleramo;

e da Superga nel festante coro
de le grandi Alpi la regal Torino
incoronata di vittoria, ed Asti
repubblicana.

Fiere di strage gotica e de l’ira
di Federico, dal sonante fiume
ella, o Piemonte, ti donava il carme
novo d’Alfieri.

Venne quel grande, come il grande augello
ond’ebbe nome; e a l’umile paese
sopra volando, fulvo, irrequïeto,
– Italia, Italia –

egli gridava a’ dissueti orecchi,
a i pigri cuori, a gli animi giacenti:
– Italia, Italia – rispondeano l’urne
d’Arquà e Ravenna:

e sotto il volo scricchiolaron l’ossa
sé ricercanti lungo il cimitero
de la fatal penisola a vestirsi
d’ira e di ferro.

– Italia, Italia! – E il popolo de’ morti
surse cantando a chiedere la guerra;
e un re a la morte nel pallor del viso
sacro e nel cuore

trasse la spada. Oh anno de’ portenti,
oh primavera de la patria, oh giorni,
ultimi giorni del fiorente maggio,
oh trionfante

suon de la prima italica vittoria
che mi percosse il cuor fanciullo! Ond’io
vate d’Italia a la stagion piú bella,
in grige chiome

oggi ti canto, o re de’ miei verd’anni,
re per tant’anni bestemmiato e pianto,
che via passasti con la spada in pugno
ed il cilicio

al cristian petto, italo Amleto. Sotto
il ferro e il fuoco del Piemonte, sotto
di Cuneo ‘l nerbo e l’impeto d’Aosta
sparve il nemico.

Languido il tuon de l’ultimo cannone
dietro la fuga austriaca morìa:
il re a cavallo discendeva contra
il sol cadente:

a gli accorrenti cavalieri in mezzo,
di fumo e polve e di vittoria allegri,
trasse, ed, un foglio dispiegato, disse
resa Peschiera.

Oh qual da i petti, memori de gli avi,
alte ondeggiando le sabaude insegne,
surse fremente un solo grido: Viva
il re d’Italia!

Arse di gloria, rossa nel tramonto,
l’ampia distesa del lombardo piano;
palpitò il lago di Virgilio, come
velo di sposa

che s’apre al bacio del promesso amore:
pallido, dritto su l’arcione, immoto,
gli occhi fissava il re: vedeva l’ombra
del Trocadero.

E lo aspettava la brumal Novara
e a’ tristi errori mèta ultima Oporto.
Oh sola e cheta in mezzo de’ castagni
villa del Douro,

che in faccia il grande Atlantico sonante
a i lati ha il fiume fresco di camelie,
e albergò ne la indifferente calma
tanto dolore!

Sfaceasi; e nel crepuscolo de i sensi
tra le due vite al re davanti corse
una miranda visïon: di Nizza
il marinaro

biondo che dal Gianicolo spronava
contro l’oltraggio gallico: d’intorno
splendeagli, fiamma di piropo al sole,
l’italo sangue.

Su gli occhi spenti scese al re una stilla,
lenta errò l’ombra d’un sorriso. Allora
venne da l’alto un vol di spirti, e cinse
del re la morte.

Innanzi a tutti, o nobile Piemonte,
quei che a Sfacteria dorme e in Alessandria
diè a l’aure primo il tricolor, Santorre
di Santarosa.

E tutti insieme a Dio scortaron l’alma
di Carl’Alberto. – Eccoti il re, Signore,
che ne disperse, il re che ne percosse.
Ora, o Signore,

anch’egli è morto, come noi morimmo,
Dio, per l’Italia. Rendine la patria.
A i morti, a i vivi, pe ‘l fumante sangue
da tutt’i campi,

per il dolore che le regge agguaglia
a le capanne, per la gloria, Dio,
che fu ne gli anni, pe ‘l martirio, Dio,
che è ne l’ora,

a quella polve eroïca fremente,
a quella luce angelica esultante,
rendi la patria, Dio; rendi l’Italia
a gl’italiani.

carducci

 

 

 

Nella piazza di San Petronio

 

Composta tra il 6 e il 7 febbraio 1877, Nella piazza di San Petronio è un omaggio che Giosuè Carducci offrì a Bologna, la città nella quale visse dal 1860 fino alla morte. La piazza bolognese è rappresentata al tramonto, quando il sole, illuminando le torri, i palazzi e la cattedrale che vi si affacciano, sembra risvegliare il ricordo del glorioso passato medievale della città. Nell’aria fredda di febbraio si diffonde allora la nostalgia di tramonti primaverili e dei balli che si tenevano sulla piazza nelle serate tiepide e profumate.

 

Surge nel chiaro inverno la fosca turrita Bologna,
e il colle sopra bianco di neve ride.

È l’ora soave che il sol morituro saluta
le torri e ‘l tempio, divo Petronio, tuo;

le torri i cui merli tant’ala di secolo lambe,
e del solenne tempio la solitaria cima.

Il cielo in freddo fulgore adamàntino brilla;
e l’aër come velo d’argento giace

su ‘l fòro, lieve sfumando a torno le moli
che levò cupe il braccio clipeato de gli avi.

Su gli alti fastigi s’indugia il sole guardando
con un sorriso languido di viola,

che ne la bigia pietra nel fosco vermiglio mattone
par che risvegli l’anima de i secoli,

e un desio mesto pe ‘l rigido aëre sveglia
di rossi maggi, di calde aulenti sere,

quando le donne gentili danzavano in piazza
e co’ i re vinti i consoli tornavano.

Tale la musa ride fuggente al verso in cui trema
un desiderio vano de la bellezza antica.

Alla stazione una mattina d’autunno

 

L’importanza delle Odi barbare risiede, più che nei contenuti, negli aspetti metrici e formali. Nelle poesie della raccolta, infatti, Carducci sperimenta versi non tradizionali e non legati dalla rima, cercando di riprodurre i metri della lirica greca e latina. Le variazioni metriche obbligano a una lettura più attenta e scandita dei versi, con il risultato di conferire forte rilievo alla parola singola. Per quanto riguarda il linguaggio, invece, Carducci rimane legato a un lessico aulico e ricco di latinismi, con l’importante eccezione della poesia Alla stazione una mattina d’autunno, dove il poeta utilizza, sorprendentemente, termini moderni come “fanali”, “tessera”, “sportelli sbattuti”, che acquistano maggiore risalto proprio perché inseriti in un contesto metrico e linguistico classicheggiante.

Oh quei fanali come s’inseguono
accidïosi là dietro gli alberi,
tra i rami stillanti di pioggia
sbadigliando la luce su ‘l fango!

Flebile, acuta, stridula fischia
la vaporiera da presso. Plumbeo
il cielo e il mattino d’autunno
come un grande fantasma n’è intorno.

Dove e a che move questa, che affrettasi
a’ carri fóschi, ravvolta e tacita
gente? a che ignoti dolori
o tormenti di speme lontana?

Tu pur pensosa, Lidia, la tessera
al secco taglio dài de la guardia,
e al tempo incalzante i begli anni
dài, gl’istanti gioiti e i ricordi.

Van lungo il nero convoglio e vengono
incappucciati di nero i vigili,
com’ombre; una fioca lanterna
hanno, e mazze di ferro: ed i ferrei

freni tentati rendono un lugubre
rintócco lungo: di fondo a l’anima
un’eco di tedio risponde
doloroso, che spasimo pare.

E gli sportelli sbattuti al chiudere
paion oltraggi: scherno par l’ultimo
appello che rapido suona:
grossa scroscia su’ vetri la pioggia.

Già il mostro, conscio di sua metallica
anima, sbuffa, crolla, ansa, i fiammei
occhi sbarra; immane pe ‘l buio
gitta il fischio che sfida lo spazio.

Va l’empio mostro; con traino orribile
sbattendo l’ale gli amor miei portasi.
Ahi, la bianca faccia e ‘l bel velo
salutando scompar ne la tenebra.

O viso dolce di pallor roseo,
o stellanti occhi di pace, o candida
tra’ floridi ricci inchinata
pura fronte con atto soave!

Fremea la vita nel tepid’aere,
fremea l’estate quando mi arrisero;
e il giovine sole di giugno
si piacea di baciar luminoso

in tra i riflessi del crin castanei
la molle guancia: come un’aureola
più belli del sole i miei sogni
ricingean la persona gentile.

Sotto la pioggia, tra la caligine
torno ora, e ad esse vorrei confondermi;
barcollo com’ebro, e mi tócco,
non anch’io fossi dunque un fantasma.

Oh qual caduta di foglie, gelida,
continua, muta, greve, su l’anima!
io credo che solo, che eterno,
che per tutto nel mondo è novembre.

Meglio a chi ‘l senso smarrì de l’essere,
meglio quest’ombra, questa caligine:
io voglio io voglio adagiarmi
in un tedio che duri infinito.

Fonti: Encarta, Wikipedia
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