Vendetta, coraggio, amore e leggende giapponesi: “Onislayer” di Barbara Schaer

Chi mi segue anche su facebook avrà letto qualche giorno fa che iniziando la lettura di un fantasy “puro” – mondi inventati, spade magiche, draghi, orchi – non sono riuscita a continuare poiché non è proprio il mio genere. Ho deciso allora di provare con qualcos’altro che restasse in tema e mi sono avventurata verso l’urban fantasy, sottogenere che mi è meno alieno e di cui qualche volta ho trovato libri piacevoli. Stavolta le mie aspettative non sono state deluse, anzi abbondantemente superate.

ONISLAYER

Barbara Schaer

Amazon Kindle

 

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Trama

 

Per difendersi dalla maledizione che li perseguita da centinaia di anni gli Eredi degli antichi clan giapponesi vivono segretamente a Fairport, stato di Washington, combattendo una guerra silenziosa contro i demoni Oni, e proteggendo il vincolo della Coppia Eletta che tiene il feroce Oda Nobunaga prigioniero negli Inferi.
Jin McDowell è il Nobunaga scelto per suggellare il nuovo vincolo e per farlo deve sposare Asami Williams, la Mitsuhide che gli è stata destinata, l’unica donna che abbia mai amato. Ma Asami è fuggita mettendo in pericolo gli Eredi e spezzandogli il cuore.
Sullo sfondo di una guerra senza fine, Jin e Asami si ritroveranno di nuovo insieme, ma nulla sarà più uguale a prima. Animata da una fredda e letale sete di vendetta Asami coinvolgerà Jin nella sua battaglia personale, e in un mondo dove nulla è ciò che sembra, fra travolgenti passioni, tradimenti, e oscure profezie, scopriranno che nonostante tutto il dolore che li ha divisi, l’amore che un tempo li legava non è andato completamente perduto.

L’autrice

 

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Barbara Schaer, 30 anni, vive a Genova da sempre, da qualche anno con suo marito e lavora come consulente informatico. Nonostante l’indirizzo scientifico degli studi che ha seguito, leggere (qualunque genere, specialmente il fantasy) e scrivere sono da sempre le sue più grandi passioni, alle quali cerca di dedicare tutto il tempo libero a sua disposizione. Il suo primo romanzo, Alis Grave Nil, è stato autopubblicato a maggio 2012.

La mia recensione

 

Dico subito che, assieme a La stella di Giada di Stefania Bernardo – che ho recensito qui -, Onislayer è uno dei libri che ho apprezzato di più in assoluto. Chi segue il blog sa bene che ne leggo almeno un paio alla settimana, quindi giudicate voi il valore di questa affermazione. E il fatto che si tratta di autrici non famose la dice lunga sull’andamento delle scelte della grande editoria – vedi recensione di Io e te di Ammaniti, qui.
Ciò che mi ha catturata nelle prime pagine e che mi ha indotta ad acquistare l’ebook per proseguire la lettura è stato lo stile: sagace, sicuro, consapevole e adatto alla storia, contribuisce a mantenere serrato il ritmo delle azioni e a far comprendere appieno le emozioni dei personaggi. Uno stile così avveduto è per la sottoscritta – in verità un po’ fissata su questo aspetto – un grande punto a favore. Poche volte abbandono libri ma la maggior parte delle volte è successo perché lo stile era soporifero, per niente accattivante, perlomeno per le mie preferenze.
Parliamo della trama. La storia di Onislayer è valida, intrigante, mai banale, articolata e ben costruita. Ricca di colpi di scena, le componenti fantasy non sono esagerate e – forse questa una cosa che me l’ha fatta apprezzare di più a causa della mia inesauribile passione per la storia e le tradizioni – ispirate al folclore giapponese (vedi approfondimento in fondo all’articolo). In alcuni capitoli le vicende assumono le caratteristiche del thriller, in altri quelle dell’horror, in altri ancora diventano romantiche in maniera nient’affatto scontata o melensa. L’erotismo che serpeggia in alcune scene – talvolta piuttosto crude – non è mai volgare, anzi, diventa sovente appassionato e struggente. L’amore è un sentimento importante ma non quello predominante in un caleidoscopio di sentimenti in cui brillano il coraggio, l’amicizia, la vendetta.
I personaggi sono numerosi e anche quelli secondari appaiono vividi, realistici, differenti l’uno dall’altro, originali, credibili. Ognuno ha la propria storia, la quale incide sulla trama principale, il che è una caratteristica di non poco conto.
Ogni tanto si incontra qualche errore di distrazione o la ripetizione di qualche termine, ma nulla che mini la qualità del testo o la scorrevolezza della lettura. In definitiva un libro che tiene con il fiato sospeso, che fa emozionare e anche contorcere lo stomaco. Consigliatissimo.

Valutazione:

5+

Approfondimenti

 

Vediamo di chiarire un po’ di termini che si incontrano già nella trama e altri che si trovano nel libro, per calarci nell’atmosfera di Onislayer.

Oni

oni

 

 

Gli oni sono creature mitologiche del folklore giapponese, simili ai demoni e agli orchi occidentali. Sono personaggi popolari dell’arte, della letteratura e del teatro giapponesi.

I ritratti degli oni variano notevolmente tra loro, ma normalmente vengono descritti come creature giganti e mostruose, con artigli taglienti, capelli selvaggi e due lunghe corna.
Sono fondamentalmente umanoidi, ma occasionalmente sono ritratti con caratteristiche innaturali, come molti occhi o dita delle mani e dei piedi extra. La loro pelle può essere di colori diversi, ma quelli più comuni sono rosso, blu, nero, rosa e verde. Il loro aspetto feroce viene spesso accentuato dalla pelle di tigre che tendono ad indossare e dalla mazza ferrata da loro favorita, detta kanabō. Questo modo di immaginarli ha generato l’espressione oni con la mazza ferrata, cioè “invincibile” o “imbattibile”. Può anche essere usata nel senso di “forte oltre i forti” o in quello di migliorare o incrementare le proprie capacità naturali mediante l’uso di un attrezzo.

Nelle prime leggende gli oni erano creature benevole ritenute capaci di tenere alla larga spiriti maligni, malvagi e malevoli e di punire i malfattori.
Durante l’era Heian il Buddhismo giapponese, che aveva già importato una parte della demonologia indiana (rappresentata da figure come i kuhanda, gaki e altri), incorporò queste credenze chiamando queste creature aka-oni (“oni rosso”) e ao-oni (“oni blu”) e facendone i guardiani dell’inferno o torturatori delle anime dannate. Alcune di queste creature erano riconosciute come incarnazioni di spiriti shinto.
Con il passare del tempo la forte associazione degli oni con il male contagiò il modo in cui venivano percepite queste creature e vennero considerate come portatori o agenti delle calamità. I racconti popolari e teatrali iniziarono a descriverli come bruti stupidi e sadici, felici di distruggere. Si disse che gli stranieri e i barbari fossero oni. Oggigiorno sono variamente descritti come spiriti dei morti, della terra, degli antenati, della vendetta, della pestilenza o della carestia. Non importa quale sia la loro essenza, gli oni odierni sono qualcosa da evitare e da tenere a bada.
Fin dal X secolo gli oni sono stati fortemente associati con il nord-est (kimon), particolarmente nella tradizione detta onmyōdō di origine cinese. I templi sono spesso orientati verso questa direzione per prevenirne gli influssi nefasti e molti edifici giapponesi hanno indentazioni a forma di “L” in questa direzione per tenere lontani gli oni. I templi Enryakuji, sul Monte Hiei a nord-est del centro di Kyōto e Kaneiji, che erano collocati a nord-est delle dimore imperiali, ne sono un esempio. La capitale giapponese stessa fu spostata verso nord-est da Nagaoka a Kyōto nell’VIII secolo.
Alcuni villaggi tengono cerimonie annuali per tenere lontani gli oni, specialmente all’inizio della primavera. Durante la festa del Setsubun la gente scaglia fagioli di soia fuori dalle case gridando «Oni wa soto! Fuku wa uchi!» (“Oni fuori! Fortuna dentro!”). Secondo un’altra tradizione di origine taoista si ritiene che alcuni oni possano fare delazioni alle divinità sui peccati dell’uomo, perciò la nota rappresentazione delle tre scimmie che «non vedono, non sentono e non parlano» (con un gioco di parole in giapponese: «mizaru, kikazaru, iwazaru») ha valore talismanico perché impedirebbe a questi spiriti di agire malevolmente. Rimangono comunque alcune vestigia dell’antica natura benevola degli oni. Per esempio uomini in costume da oni conducono spesso le parate giapponesi per tenere lontana la sfortuna. Gli edifici giapponesi a volte includono tegole del tetto con la faccia da oni per tenere lontana la sfortuna, in maniera simile alle gargouille della tradizione occidentale. Nella versione giapponese del gioco nascondino il giocatore che sta sotto è invece chiamato “l’oni”.

Le radici storiche degli oni

È stato ipotizzato che gli oni non siano altro che una trasposizione degli Ainu, antica popolazione europoide del nord del Giappone, che tuttora sopravvive nell’isola settentrionale di Hokkaidō. Si sa che i giapponesi consideravano gli Ainu esseri animaleschi a causa delle caratteristiche fisiche differenti e della forte pelosità, che ancora oggi manifestano. Nelle leggende infine gli oni furono sconfitti, un’eco nell’iconografia popolare delle guerre di sterminio che i giapponesi condussero per secoli contro gli Ainu.

Nella cultura moderna

Nel Giappone contemporaneo gli oni sono, ormai, solo i protagonisti delle filastrocche per bambini e delle storie folkloristiche.
Nella letteratura, e in particolare negli anime e nei manga, essi hanno assunto un ruolo molto importante e diverse opere li hanno come protagonisti principali o secondari; tra questi è da ricordare la vicenda de Il sigillo azzurro (1991-1994) della mangaka Chie Shinohara. Un altro manga dedicato agli oni è Shutendoji di Go Nagai. Il titolo dell’opera rimanda alla leggenda di un oni dallo stesso nome, anche se scritto con caratteri diversi, ma omofoni.

Oda Nobunaga

 

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Oda Nobunaga (Owari, 1534 – Kyoto, 1582) fu un signore feudale giapponese che avviò la riunificazione del paese, lacerato dalle guerre tra i daimyo durante il cosiddetto periodo sengoku (o “degli stati combattenti”, 1467-1568).

Signore di Nagoya nella provincia di Owari, grazie a una serie di brillanti vittorie sui clan rivali riuscì a ottenere il controllo quasi totale della regione di Kyoto, conquistata definitivamente nel 1568. Per punire la resistenza opposta alla sua azione da alcune sette buddhiste, distrusse il grande monastero Tendai di Enryakuji nel 1571, massacrandone gli occupanti. Due anni dopo depose l’ultimo shogun della famiglia Ashikaga e, con la resa dell’ultimo monastero-fortezza di Osaka (1580), divenne signore di tutto il Giappone centrale. Una nuova violenta ribellione gli impedì di completare l’unificazione del paese, che fu portata a termine dal suo generale Toyotomi Hideyoshi.

Non si sa cosa accadde a Nobunaga nelle sue ultime ore di vita; probabilmente lui e il suo attendente Mori Ranmaru compirono seppuku. I suoi resti non furono mai ritrovati dando adito a una vasta gamma di leggende popolari.

Seppuku

 

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Seppuku è un termine giapponese che indica un rituale per il suicidio in uso tra i samurai.

Il seppuku veniva eseguito, secondo un rituale rigidamente codificato, come espiazione di una colpa commessa o come mezzo per sfuggire a una morte disonorevole per mano dei nemici. Un elemento fondamentale per la comprensione di questo rituale è il seguente: si riteneva che il ventre fosse la sede dell’anima, e pertanto il significato simbolico era quello di mostrare agli astanti la propria anima priva di colpe in tutta la sua purezza. Il taglio doveva essere eseguito da sinistra verso destra e poi verso l’alto. La posizione doveva essere quella classica giapponese detta seiza cioè in ginocchio con le punte dei piedi rivolte all’indietro; ciò aveva anche la funzione d’impedire che il corpo cadesse all’indietro, infatti il guerriero doveva morire sempre cadendo onorevolmente in avanti. Per preservare ancora di più l’onore del samurai, un fidato compagno, chiamato kaishakunin, previa promessa all’amico, decapitava il samurai appena egli si era inferto la ferita all’addome, per fare in modo che il dolore non gli sfigurasse il volto.

Shogun

 

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Dittatori militari che governarono il Giappone tra il 1192 e il 1867. Il titolo di shogun (letteralmente “comandante in capo contro i barbari”) fu usato per la prima volta nel periodo Nara (710-794), quando fu conferito ai generali inviati a combattere contro le tribù ribelli della zona nordorientale del paese.

Fu quindi riutilizzato dal ribelle Minamoto Yoshinaka quando conquistò la capitale Kyoto e sottomise l’autorità imperiale (1183); alla morte di questi, nel 1192, l’imperatore insignì del titolo di shogun il suo difensore Minamoto Yoritomo, cui delegò di fatto il potere, riconoscendogli il diritto di eliminare chiunque attentasse alla pace del paese e di nominare gli ufficiali addetti al controllo delle province. Il capo del clan Minamoto ottenne il titolo di shogun a vita e lo trasmise ai suoi discendenti, mentre all’imperatore non rimase che il rango di guida spirituale del paese. Il dominio dei Minamoto è conosciuto come “epoca Kamakura”, dal nome della città in cui Yoritomo stabilì la sede del governo.

Alla morte di Yoritomo (1199) il controllo del paese passò alla potente famiglia degli Hojo, che lo governarono in qualità di reggenti fino alla restaurazione dell’autorità imperiale operata fra il 1333 e il 1336 da Go-Daigo. L’autorità degli shogun fu restaurata dagli Ashikaga, che governarono dapprima in alleanza con i daimyo locali, quindi entrando in conflitto con loro (1470). L’ultimo shogun Ashikaga abdicò nel 1588, privo ormai di reale autorità, passata nelle mani dei potenti signori locali Oda Nobunaga e Toyotomi Hideyoshi.

Tokugawa Ieyasu riassunse il titolo nel 1603, dando inizio allo shogunato Tokugawa o “epoca Edo” (dal nome della città, l’odierna Tokyo, in cui venne trasferita la capitale), che continuò sino al 1867, quando con la restaurazione Meiji fu definitivamente abolita la carica e fu ristabilito il governo diretto dell’imperatore.

Omamori

 

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Gli omamori sono amuleti giapponesi dedicati sia a particolari divinità Shinto, che a icone Buddiste. La parola giapponese mamori significa protezione, mentre il prefisso onorifico o- da alla parola un significato movente verso l’esterno, quindi andando a significare “tua protezione”.

La copertura dell’amuleto è fatta solitamente con stoffa e racchiude al suo interno una preghiera scritta su un foglio di carta o un pezzo di legno. Si suppone che la preghiera sia di buon auspicio per il portatore in particolari occasioni, compiti o prove. Gli omamori sono anche utilizzati per scongiurare la sfortuna e vengono spesso legati alle borse, appesi ai cellulari, nelle automobili. L’aspetto degli omamori può variare a seconda del luogo in cui sono stati fatti.
Spesso su un lato dell’omamori è specificata l’area di fortuna o di protezione a cui sono destinati e, sull’altro lato, il nome del santuario o del tempio in cui sono prodotti. Esistono omamori generici, ma la maggior parte ha un funzione unica: salute, amore o studio, per citarne qualcuna.
Si dice che l’omamori non dovrebbe mai essere aperto, pena la perdita della loro capacità di protezione. La validità dell’omamori è di un solo anno, dopo di che dovrebbe essere restituito al santuario o tempio in modo che possa essere smaltito correttamente.

Fonti: Encarta, Wikipedia
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2 Pensieri su &Idquo;Vendetta, coraggio, amore e leggende giapponesi: “Onislayer” di Barbara Schaer

  1. Mi sono imbattuta su onislayer caso ed ero un po’ scettica, sono laureata in lingue civiltà orientali e una storia ispirata alla trazione del Giappone che si svolge in America mi è suonata un po’ strana. Così ho letto le tante recensione, devo dire tutte abbastanza entusiastiche, tranne una che nonostante ammettesse che fosse una bella storia, era disturbata dal fatto che non si svolgesse in Giappone, personalmente credo che questa storia in Giappone non avrebbe avuto alcun senso. Sto scrivendo questo commento perché è la tua recensione che mi ha convinto a leggere il libro ed è uno dei libri più belli che mi siano capitati sotto mano. Ottima recensione sono d’accordo su tutto.

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